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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Luglio 4 2009

Io non penso dovremmo protestare col silenzio. Al contrario, credo dovremmo parlare molto di più, spiegare molto di più, documentarci molto di più, facendoci forti dei fatti e guadagnando credibilità grazie alla laicità intellettuale dei nostri ragionamenti e alla rigorosa rinuncia all’emotività. Saranno i fatti a renderci liberi, non l’indulgere in proteste improvvisate, spesso isteriche e talvolta del tutto inconsapevoli. Nel caso delle leggi che in questo periodo lambiscono internet, in particolare, io credo che l’argomento “giù le mani dalla libertà d’espressione” abbia fatto un po’ il suo corso, tanto che spesso finisce per fare il gioco di chi un bavaglio alla rete magari vorrebbe metterlo davvero. Siamo autoreferenziali, reagiamo con argomenti che convincono chi è già dalla nostra parte e confondono o peggio irritano chi già ci vede con distanza e sospetto.

La maggior parte delle leggi per cui ci stiamo indignando in questi mesi sono destinate a non produrre effetti a causa dei limiti tecnici e giuridici dei testi proposti, ma questo non lo dice mai nessuno. Chi le scrive il più delle volte non sa di che cosa parla né ha idea di come raggiungere l’obiettivo. La casualità, l’improvvisazione, l’ignoranza su temi così strategici per il paese sono il vero scandalo. Su questo dobbiamo e possiamo lavorare molto di più. Abbiamo margini enormi di lavoro, se riusciamo a essere più forti, più coesi, più precisi e più saldi di nervi. Dovremmo essere così forti da imporre noi l’agenda legislativa in questo settore, piuttosto che subirla.

Un esempio? Credo che in rete esistano ampie convergenze sul fatto che la legge Pisanu faccia più danni di quanti ne abbia fin qui evitati e che in questi quattro anni abbia rappresentato un enorme freno alla diffusione della connettività in Italia. Bene, la legge Pisanu prevedeva una scadenza, che già due governi – peraltro di ispirazione politica opposta – hanno prorogato. A fine anno si porrà nuovamente il problema di che cosa farne e io scommetterei sul fatto che all’attuale governo non dispiacerà prorogarla per altri 12 mesi. Bene: abbiamo sei mesi per convincere l’opinione pubblica che la legge Pisanu va accantonata o per lo meno drasticamente ripensata. Prendiamo in mano noi l’iniziativa, organizziamoci, raccogliamo dati, alimentiamo un passaparola sano e vitale, guadagnamoci la fiducia di chi oggi non capisce e non capendo fa il gioco degli ignoranti e dei demagoghi.

Fin qui per dire il mio disagio, in termini generali. Il punto è ora che cosa fare il 14 luglio, giorno in cui molti blogger si uniranno ai giornalisti in una giornata di sciopero e protesta contro il decreto intercettazioni e il regime restrittivo sulle rettifiche esteso indiscriminatamente anche ai siti web. Sul testo Alfano valgono, per parte mia, le puntuali perplessità che Elvira Berlingieri ha espresso su Apogeonline: nei riferimenti a internet è talmente sconclusionato da non poter verosimilmente giungere ad alcun effetto reale. E tanto basterebbe, per conto mio. Dietro al tentativo generoso di Alessandro Gilioli e Guido Scorza vedo però in queste ore – lo dico usando le parole di Giuseppe Granieri – «il germe della società civile che in qualche modo può esserci e deve provare ad esserci». Allora se questo può essere un inizio, non mancherà la mia spinta.

Giugno 27 2009

All’asilo di Giorgio quest’anno si è discusso spesso del portoncino d’ingresso. Chi lo frequenta sa come far scattare la serratura senza citofonare all’interno, evitando al personale di interrompere in continuazione il lavoro con i bimbi. Alcuni genitori, pochi invero, hanno manifestato disagio rispetto a questa pratica e hanno chiesto che il cancello fosse sempre chiuso a chiave quando la struttura è frequentata dai bambini. Soluzione del tutto inutile, poiché un malintenzionato che volesse nonostante tutto entrare non avrebbe che da scavalcare un metro e mezzo di comune e inoffensiva rete o un altrettanto inoffensivo cespuglio. Il compromesso è stato, almeno per un periodo, la chiusura a chiave del cancello durante le ore centrali della giornata, quando il via vai di genitori è ridotto al minimo. Rassicura chi deve essere rassicurato, non ostacola chi non ha senso che sia ostacolato, nei fatti non sposta di una virgola la situazione.

Da un punto di vista culturale la propensione vagamente paranoica a rinchiudersi a me sembra un errore importante e antistorico, che però replichiamo in tutti i contesti della vita comune e in modo particolarmente accentuato nell’ultimo decennio. Chiudiamo serrature, eleviamo muri, filtriamo gli accessi, proteggiamo dati, sorvegliamo comportamenti umani, spesso in modo talmente goffo e inefficace da lasciar pensare che il vero obiettivo sia stroncare il presunto nemico a risate. L’obiettivo è rassicurare noi stessi, prima ancora che chiederci con un briciolo di razionalità da che cosa abbiamo la necessità di difenderci, quale sia l’effettiva entità del pericolo, quanto siamo disposti a sacrificare in nome di una generica angoscia.

Mi pare che gran parte degli snodi della storia a cui imputiamo sostanziali scatti di progresso sociale, economico o tecnologico siano riconducibili a coraggiose aperture. Che cosa sono le brecce inferte vent’anni fa al Muro di Berlino se non l’apoteosi dell’apertura? E quanta chiusura rispetto al riconoscimento dell’altro c’è dentro la pretesa di esportare con la forza militare il proprio modello di governo democratico? Tutte le contrapposizioni decisive della nostra storia recente girano intorno alla dialettica tra apertura e chiusura. Destra e sinistra, Occidente e Islam, innovatori e conservatori, europeisti e antieuropeisti, e naturalmente la dialettica tra genitori prudenti e genitori sereni.

Così pensavo che raccontarci il mondo in questi termini forse ci può aiutare a scoprire un po’ di più le nostre carte, soprattutto in considerazione della necessità di aprire un nuovo ciclo politico che si lasci alle spalle i contenitori cinico-ideologici di oggi. Io non ho nulla contro chi oggi sostiene la necessità di alzare muri intorno ai caseggiati, installare telecamere a ogni angolo, organizzare ronde notturne, respingere con la forza i tentativi di immigrazione clandestina. Non ho nulla contro di loro, ma mi sento profondamente lontano dalle loro idee: penso che quello che stanno facendo in questi anni accondiscendenti ci stia rendendo tutti quanti un po’ peggiori, un po’ più vecchi, un po’ meno attenti alla vita che ci passa accanto e sono pronto a combatterli con ogni strumento democratico mi sia concesso.

Quanto a Giorgio, che probabilmente in questi due anni di asilo ho incoscientemente esposto a rischi inenarrabili di cui nemmeno mi rendo conto (Pordenone come Belsen? La Melarancia come Columbine?), vorrei far capire fin da piccolo che richiudersi nel proprio piccolo mondo non serve a nulla. Che chiudendo a chiave una serratura non scoraggia necessariamente chi ha cattive intenzioni, ma tiene lontano di sicuro chi ha buone intenzioni. Che i problemi che oggi prova a scacciare dalla porta molto probabilmente rientreranno domani dalla finestra, peggiori. Che non esiste altro modo di vivere al sicuro e in pace su questo mondo se non conoscendo e rispettando ogni suo abitante, il quale non ha minor titolo di lui a realizzare i propri sogni. E che la Storia, anche se spesso distratta o umiliata, è molto probabilmente dalla sua parte.

Giugno 5 2009

Me lo sono ascoltato e letto tutto, il discorso di ieri di Barack Obama all’Università del Cairo. Trovo che sia una di quelle pagine di storia che vanno ritagliate e conservate. M’è sembrato il contrario di tutto ciò che la diplomazia dello stato forte suggerisce di fare, e in quanto tale un notevolissimo atto di coraggio e di buon senso.  Quanto ne avevamo bisogno, quanto bisogno avremmo di altri leader di buon senso.

So long as our relationship is defined by our differences, we will empower those who sow hatred rather than peace, those who promote conflict rather than the cooperation that can help all of our people achieve justice and prosperity.  And this cycle of suspicion and discord must end. […] There’s so much fear, so much mistrust that has built up over the years.  But if we choose to be bound by the past, we will never move forward.  And I want to particularly say this to young people of every faith, in every country — you, more than anyone, have the ability to reimagine the world, to remake this world. […] All of us share this world for but a brief moment in time. The question is whether we spend that time focused on what pushes us apart, or whether we commit ourselves to an effort — a sustained effort — to find common ground, to focus on the future we seek for our children, and to respect the dignity of all human beings.

Giugno 2 2009

Uno dei propositi che mi ero dato a suo tempo tornando a Pordenone da Milano era mettere in discussione i miei canali di approvigionamento e contribuire a far nascere un gruppo d’acquisto solidale. L’abbonamento all’orto, a modo suo, era stato un piccolo esperimento in questo senso. Oggi, finalmente, ce l’abbiamo fatta. O, quanto meno, ci stiamo provando.

Maggio 27 2009

In questi giorni mi sono riletto Umanità accresciuta, il nuovo saggio di Giuseppe Granieri. Da qualche tempo ho preso l’abitudine di parlare dei libri che leggo su aNobii, ma in questo caso vorrei parlarne soprattutto qui. I libri di Giuseppe, infatti, sono il distillato di un percorso di maturazione sulle implicazioni dei network digitali, un punto di arrivo più che un punto di partenza: lui studia, confronta, raccoglie, giunge a una visione organica, quindi ne fa sinstesi e traspone il tutto sulla carta (con una facilità che gli ho sempre invidiato). I suoi libri sono il racconto in bella dei nostri anni passati in rete, motivo per il quale sono anche i primi titoli che consiglio a quanti arrivano oggi sul web, magari attraverso a Facebook. È difficile spiegare tutto quanto sta dietro le banalizzazioni di un social network di successo, lo scenario complessivo: Giuseppe ci riesce in poche decine di pagine.

Il pregio più incisivo di Umanità accresciuta, dal mio punto di vista, è il registro scelto da Giuseppe: parla di scenari tecnologici evoluti, e non ancora del tutto assimilati nelle cronache contemporanee, con le parole della normalizzazione. Superata la suddivisione rigida tra reale e virturale, tra online e offline, che ci portiamo dietro fin dagli anni Ottanta, in Umanità accresciuta la parola “rete” scompare progressivamente dentro “società”. Le persone stanno spostando una parte significativa della loro vita  dentro uno spazio sociale, culturale, politico che non è più caratterizzato dalla presenza fisica. Non è necessariamente bene, non è necessariamente male: è; accade; è sotto ai nostri occhi. Il punto, semmai, è l’accelerazione, l’aumento di scala, il cambiamento di paradigmi e regole, di cui dobbiamo cominciare a prendere le misure con serenità e spirito contemporaneo. Non è più una questione di futuro, scrive Giuseppe.

Piuttosto l’accelerazione sta mettendo in discussione la biologia umana come limite, da qui l’idea di umanità accresciuta. Nella selva di letteratura cyber-qualcosa, avanguardie trans-umaniste, severità estropiane – un dibattito che non è ancora riuscito ad affascinarmi – Giuseppe sceglie una vita intermedia e ragionevole, constatazione non di uno stravolgimento del rapporto tra uomo e tecnologia, ma di uno spostamento dell’equilibrio tra biologia e cultura. Siamo e continuiamo a essere uomini, ma in modo diverso: non c’è via d’uscita, semmai la necessità di allargare lo sguardo, saper gestire uno squilibrio che si annuncia permanente, «navigare a vista governando la nave». Su chi debba governare quella nave, per lo meno a livello micro, Giorgio Jannis proponeva già alcune riflessioni interessanti.

Questo doveva essere il libro di Giuseppe dedicato in qualche modo a Second Life e ai mondi metaforici, ambiente di sperimentazione e ricerca che ha lo entusiasmato – più di chiunque altro nella rete sociale dei pionieri dei blog – nell’ultimo paio d’anni. In realtà quell’esperienza è semplicemente funzionale al disegno complessivo del libro, in quanto passaggio concettuale notevole, «come principio e non come piattaforma». Second Life, come ha scritto spesso, è la «protostoria di una fase nuova».

Resta la transizione da qui a lì, una transizione che secondo Vittorio Zambardino ignora il conflitto e che invece Giuseppe fa rientrare in un naturale processo di assestamento: «Tutto, nei network, mette in contatto persone, e milioni di persione connesse ridisegnano gli equilibri e le relazioni tra loro continuamente. Non è tanto una questione di dare giudizi etici e morali, quanto di prendere atto che le società umane si stanno confrontando con nuove frontiere nei rapporti di condivisione, di complicità, di intimità con l’altro. E che ciascuno di noi reagisce ed agisce in base ai propri valori». Il che rende migrante (opposto ai nativi o comunque agli integrati della società digitale) soltanto colui che «non si sforza di capire il nuovo e tenta di piegarlo alle convinzioni che aveva prima».

Temo che i libri di Granieri abbiano il difetto di piombare come macigni dentro dibattiti sulla tecnologia spesso non ancora abbastanza maturi. Il tempo dirà se Giuseppe legge i segnali deboli meglio di altri oppure merita il biasimo preventivo e spesso sgarbato di chi oggi lo taccia di costruire scenari ideologici. Mi pare tuttavia che l’accelerazione con cui la società evolve (oppure, laddove non evolve, implode) porti parecchia acqua alle tesi sostenute nei suoi libri precedenti, Blog generation e La società digitale. Quest’ultimo, in particolare, resta secondo me resta la cosa migliore che sia stata scritta in italiano per raccontare in modo sistematico lo scenario che sta dietro alla disintermediazione di massa dei processi di convivenza e di cittadinanza. Se uscisse oggi, tre anni e diverse diversi milioni di iscrizioni ai social network dopo, con tutto quel che ne consegue in fatto di aumento di scala e di consapevolezza, sono certo godrebbe di migliore considerazione.

(Non ho detto chiaramente che Giuseppe è un amico, un compagno di viaggio in rete eccetera eccetera eccetera, insomma la solita avvertenza sul conflitto d’interesse rispetto a ciò di cui parlo che ormai m’è venuta perfino un po’ a noia.)

Maggio 20 2009

Trovo irritante che il dibattito sul blocco o meno di Facebook nelle pubbliche amministrazioni sia diventato un argomento della campagna elettorale, per lo meno qui in Friuli. Ad ogni modo prendo nota che su quattro candidati alle provinciali di Pordenone, tutti e quattro – interpellati oggi dal Gazzettino – si sono espressi a favore dell’oscuramento di Facebook. Chi più chi meno, chi con fermezza e chi ventilando distinguo, tuttavia nessuno si è detto chiaramente contrario. Non stiamo più nemmeno discutendo se sia giusto (e utile, e opportuno) filtrare e bloccare, stiamo direttamente contrattando i particolari di come sarà fatto.

Maggio 16 2009

Ieri a Venezia ho ascoltato i progetti e i sogni di Michele Vianello, vicesindaco e referente di un progetto ambizioso di digitalizzazione della cittadinanza. Non sono segreti: Vianello su questo ha scritto un libro di libero dominio, Una scommessa da vincere. Venezia sarà forse la prima città in Italia dove potremo finalmente passare dal pensare al se e come avere una rete cittadina in banda larga al che cosa farci sopra. Qui ho parlato molto di reti civiche, facendo filosofia sui modi in cui queste reti dovrebbero essere costruite. Ma da qualunque punto la si prenda (Venezia ha scelto di fare tutto da sé, spendendo molto ma comperandosì così una libertà invidiabile), l’obiettivo è identico: dare al territorio un sistema operativo nuovo, aperto, neutrale, sulla base del quale immaginare il futuro delle nostre città. Sulla laguna ci sono ormai molto vicini, ed è a questo punto che comincia la fase più interessante. Per le peculiarità di questa città – e penso alla portata simbolica della sua storia, della sua geografia cosmopolita, del suo essere frontiera alla fine dell’industrializzazione – potrebbe diventare un laboratorio di rilevanza nazionale, da seguire con molta attenzione.

Maggio 14 2009

A me della vicenda privata interessa davvero molto poco, e anzi finora mi è sembrata la solita arma di distrazione di massa che combatte i propri nemici con la loro stessa collaborazione. Però i risvolti pubblici di questa vicenda, come già notava ieri Giuseppe Granieri, sono emblematici. Così l’inchiesta di Giuseppe D’Avanzo oggi su Repubblica – un fact check coi controfiocchi articolato su testo, video, archivio di citazioni e interazione coi lettori – è un gran bel contributo alla coscienza civica e giornalistica di questo paese.

Maggio 12 2009

È interessante questa iniziativa di reality check sui primi dodici mesi del nuovo governo Berlusconi realizzata dalla redazione di LaVoce.info. Mi sembra in linea con quanto dicevamo tempo fa da queste parti e con quanto abbiamo provato a fare nel piccolo delle leggi di internet su Apogeonline.

Parte I
Pensioni, di Agar Brugiavini
Privatizzazioni, di Carlo Scarpa
Scuola, di Daniele Checchi e Tullio Jappelli
Università, di Daniele Checchi e Tullio Jappelli
Mercati finanziari, di Marco Onado
Giustizia, di Carlo Guarnieri
Immigrazione, di Maurizio Ambrosini
Edilizia abitativa, di Raffaele Lungarella

Parte II
Politiche per le famiglie, di Daniela Del Boca
Federalismo, di Massimo Bordignon
Fisco, di Silvia Giannini e Mari Cecilia Guerra
Informazione, di Michele Polo
Infrastrutture, di Andrea Boitani
Lavoro, di Pietro Garibaldi
Sanità, di Nerina Dirindin e Gilberto Turati
Pubblica amministrazione, di Carlo Dell’Aringa

Maggio 12 2009

È quasi divertente vedere come la Regione Friuli-Venezia Giulia stia affrontando il caso Facebook, che certo non le ha portato molta visibilità positiva. Oggi sul giornale locale si parla addirittura di vertici organizzati per trovare una soluzione, con due linee possibili verso il disgelo: la prima, caldeggiata dallo stesso governatore Tondo (a modo suo blogger entusiasta), prende in considerazione il libero accesso durante la pausa pranzo; la seconda ipotizza l’individuazione di figure privilegiate a cui consentire il libero uso per ragioni di impegno politico o di servizio. Il tutto viene condito da curiose dichiarazioni dell’assessore al personale e ai sistemi informativi De Anna, secondo il quale (leggo sul Messaggero Veneto di oggi) «oltretutto Facebook non è completamente gratuito e [che] questo potrebbe creare, dunque, problemi di ordine giuridico».

Tempo fa Diletta Parlangeli mi chiese un parere per DNews sui filtri aziendali, in seguito alla pubblicazione di una ricerca australiana dalla quale emergeva un aumento della produttività laddove i dipendenti fossero stati lasciati liberi di usare il web anche per scopi personali. Un po’ quel che molti studi dicono riguardo alla musica piratata: il maggior consumo, seppure illegale, rende le persone maggiori e migliori consumatori di musica. Riprendo allora, completandola, la mia opinione:

  • i filtri sulla navigazione web sono una pessima idea, a prescindere;
  • dimostrano il fallimento della struttura gerarchica aziendale: un buon coordinatore dovrebbe saper riconoscere e prevenire gli abusi, senza la necessità di restrizioni indiscriminate;
  • la partecipazione ai social network in orario di lavoro, anche laddove sono utilizzati per incontrare gli amici e non per scopi professionali, sono probabilmente l’unica formazione ai social media che quei dipendenti riceveranno mai: riparliamone quando quelle stesse aziende si accorgeranno di averne bisogno e saranno disposte a strapagare una qualche multinazionale della formazione aziendale pur di recuperare il tempo perso;
  • la maggior parte delle aziende e delle pubbliche amministrazioni che ho conosciuto sono monumenti alla frustrazione sociale e alla rinuncia alle ambizioni personali: in caso di abusi Facebook forse è il sintomo, non il problema.
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