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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Novembre 19 2009

Sono in partenza per Barcellona, dove venerdì e sabato si tiene la prima edizione europea del Personal Democracy Forum (nel 2008 sono stato invece all’edizione madre di New York). I temi sono quelli usuali: internet, social media, collaborazione, partecipazione, democrazia emergente, implicazioni sulla società. In questo caso però sono molto curioso di vedere all’opera una rete di persone e di esperienze di stampo e sensibilità tutto continentale. Tra l’altro non sono pochi gli italiani inseriti in programma (day 1, day 2): Antonella Napolitano, Antonio Sofi, Diego Bianchi e Alberto Cottica. Per quanto possibile, raccoglierò e rilancerò segnali.

Al Pdf Europe dovrebbe anche essere presentata la bozza definitiva della Dichiarazione aperta sui servizi pubblici europei, un documento collaborativo messo a punto nei mesi scorsi con il quale si vorrebbe sensibilizzare i governi dell’Unione – riuniti a Malmo negli stessi giorni – al ripensamento delle amministrazioni in chiave di trasparenza, di partecipazione e di abilitazione dei cittadini (empowerment). Questo è il testo (nel sito è disponibile anche una traduzione italiana):

An Open Declaration on European Public Services

The needs of today’s society are too complex to be met by government alone. While traditional government policies sought to automate public services and encourage self-service, the biggest impact of the web will be in improving services through collaboration, transparency and knowledge-sharing.

Europe should grasp this opportunity and rebuild the relationship between citizens and the state by opening up public institutions and by empowering citizens to take a more active role in public services.

As citizens, we want full insight into all the activities undertaken on our behalf. We want to be able to contribute to public policies as they are developed, implemented, and reviewed. We want to be actively involved in designing and providing public services with extensive scope to contribute our views and with more and more decisions in our hands. We want the whole spectrum of government information from draft legislation to budget data to be easy for citizens to access, understand, reuse, and remix. This is not because we want to reduce government’s role, but because open collaboration will make public services better and improve the quality of decision-making.

Against this background, we propose three core principles for European public services:

1.       Transparency:  all public sector organisations should be “transparent by default” and should provide the public with clear, regularly-updated information on all aspects of their operations and decision-making processes. There should also be robust mechanisms for citizens to highlight areas where they would like to see further transparency. When providing information, public sector organisations should do so in open, standard and reusable formats (with, of course, full regard to privacy issues).

2.       Participation: government should pro-actively seek citizen input in all its activities from user involvement in shaping services to public participation in policy-making. This input should be public for other citizens to view and government should publicly respond to it. The capacity to collaborate with citizens should become a core competence of government.

3.       Empowerment: public institutions should seek to act as platforms for public value creation. In particular, government data and government services should be made available in ways that others can easily build on. Public organisations should enable all citizens to solve their problems for themselves by providing tools, skills and resources. They should also treat citizens as owners of their own personal data and enable them to monitor and control how these data are shared.

We recognise that implementing these principles will take time and resources as governance mechanisms will have to be adapted, but we believe they should be at the heart of efforts to transform government. Citizens are already acting on these ideas and transforming public services “from the outside”, but governments should support and accelerate this process.

We call on European governments and the European Commission to incorporate these principles in their eGovernment action plans and ensure that Europe’s citizens enjoy the benefits of transparent, participative, empowering government as soon as possible.

Per chi fosse interessato, sono aperte le sottoscrizioni al documento.  Lo scopo degli organizzatori naturalmente è quello di raggiungere il più ampio supporto possibile da parte dei cittadini. Come spiega David Osimo, che ha coordinato il progetto, «we manage to get the endorsement of gov2.0 enthusiasts (the Lisa Simpson) but struggled to involve the wider public (Bart Simpson)».

Novembre 2 2009

Nei giorni scorsi hanno visto la luce due progetti a cui sto dedicando parte del mio tempo. Il primo è Filtr, per usare le parole di Giuseppe Granieri, che ora l’ha creato, «un posto in cui chi ha gli strumenti per informarsi mette la sua informazione a disposizione di chi è interessato ad averla». È un esperimento, un numero zero, un prototipo ancora largamente incompleto di funzionalità e di energie redazionali, ma cresce giorno dopo giorno. L’idea in soldoni è che alla rete in questo momento più che un nuovo giornale online manca un luogo di digestione sociale dell’attualità, che macini informazione su carta, etere e bit e la rimetta in circolo in un formato facilmente accessibile e adeguato alle grammatiche della rete. Chi ha considerevole esperienza di vita e navigazione dentro internet è spesso in grado di fare da sé, grazie alle proprie ramificazioni di fonti e di relazioni. E tuttavia esiste un’ampia frangia di nuovi arrivati che da una spinterella verso le potenzialità informative della internet può trarre giovamento. Come, quanto e se evolverà è presto per dirlo, al momento è soprattutto un esperimento sul campo. Filtr prevede anche alcune ramificazioni tecnologiche “social”, di cui il bottone sotto a questo post (utile per segnalare alla redazione articoli e post interessanti) è un primo esempio.

L’altro progetto è FactCheck.it, un piccolo blog collettivo nel quale mi piacerebbe fare il punto sul fact checking in Italia. Chi legge queste pagine ricorda forse la mia recente fissazione rispetto alla necessità di tornare ai fatti nel racconto della realtà. Dopo le prime sommarie ricerche di questi mesi, mi sono reso conto che la tradizione anglosassone del reality check non trova quasi sponda qui da noi. Posto che il buon giornalismo è per definizione una forma rigorosa di factchecking, ma senza voler sfondare nel più ampio dibattito sulla qualità e sui problemi dell’informazione, mi piacerebbe raccogliere esperienze, fissare paletti, promuovere stumenti in grado di aiutarci a recuperare una certa ecologia dell’informazione. Il blog nasce come blocco pubblico di appunti, ma prima ancora che lo presentassi (questa è la prima volta che ne parlo in pubblico) ha già riscosso inaspettata attenzione da parte di diversi colleghi e amici, molti dei quali si son resi disponibili a collaborare. Anche in questo caso navighiamo a vista, ma l’interesse intorno a questo tema è ulteriormente stimolante.

Ottobre 20 2009

Ragiono a voce alta. Dei giornali amo le paginate spaziose, gli articoli che un tempo si sarebbe detto di un certo respiro, le storie approfondite e documentate. Trovo invece pagine sempre più piccole, articoli striminziti e scontati, storie di facile presa ma di scarso stupore, rimpalli di seconda mano dai quotidiani esteri e dalla tv.

Dei telegiornali amo l’esplorazione visiva sui fatti del giorno, la ricchezza di spunti, la lunghezza delle edizioni principali. Trovo invece esaltazione di mezzibusti, lunghe recite quotidiane di soundbite politici, riempitivi leggeri per tirarla lunga, rincorsa agli scoop del giorno dei quotidiani. Dieci minuti per addetti ai lavori, venti di sbraco imbarazzante.

Ora io non pretendo affatto di essere in pieno target rispetto ai prodotti giornalistici contemporanei. E so di fare un torto a qualche valorosa eccezione. Prendo solo atto che non c’è una scelta industriale recente (riduzione del formato, storie brevi, inserti targettizzati, risvolti-ghetto per le storie culturali o alternative, toni leggeri e disimpegnati, infotainment) che mi abbia portato a consumare più media tradizionali. Questo al netto di ogni riflessione sulla mia prolungata esposizione quotidiana all’ecosistema informativo in rete e sulle specificità dei vari piani editoriali.

La dico più semplice: non c’è restyling o innovazione o lancio, da diversi mesi a questa parte, che non mi abbia ulteriormente allontanato dalle edicole e dal televisore. Non ho la presunzione che questo spieghi qualcosa della crisi della carta e dell’informazione, però certo la tendenza mi incuriosisce. Non sono il consumatore-tipo, ma resto un consumatore. Perso.

(Sì, succede ogni volta che, come oggi in treno di ritorno da Venezia, dopo aver ragionato sul futuro dei media, mi posso regalare un’ora di immersione tra le pagine di Internazionale, che vale sempre i suoi tre euro.)

Ottobre 13 2009

Sempre a proposito di accrocchi che mi piacerebbe esistessero già, appunto qui un mio vecchio pallino: la cassa comune digitale e online. L’esigenza nasce sempre nell’ambito dei gruppi d’acquisto solidale: il giro di soldi anticipati, rimborsati o destinati a cassa per le piccole spese nell’ambito di un Gas richiede un’elasticità, una pazienza e una dose di energie degne certamente di miglior causa. Se tutto il processo fosse spostato online e digitalizzato, lo si potrebbe rendere molto più rapido e semplice ed economico: i singoli membri potrebbero versare soldi in un borsellino neutro, mentre chi fa acquisti per conto del gruppo – in base a regole condivise e a una gestione intelligente della contabilità – potrebbe attingere dalla cassa mettendo già in conto ai singoli la cifra dovuta. Anche il produttore, indirettamente, beneficerebbe di flussi di pagamento più rapidi e diretti. Pensavo ci si potesse avvicinare a quel che avevo in mente piegando il Paypal di turno allo scopo, ma qui emergono i primi problemi: pochi tra quanti frequentano un Gas sono già registrati o sanno anche soltanto di che cosa si tratta. Peggio ancora, non abbiamo ancora trovato un produttore che sia uno attrezzato per pagamenti online di questo genere. Il mondo bio e para-bio vive in un mondo beatamente 0.5, e forse è anche giusto così. Resta il fatto che sarebbe bello se esistesse un sistema in grado di porsi a metà tra il borsellino analogico del singolo e la cassa del produttore, digitalizzando il processo. Dici: i conti in banca sono fatti apposta. Vero, ma un conto in banca è almeno due livelli di complessità sopra quanto sarebbe necessario  per oliare, e non invece appesantire e rincarare, il processo di gestione della contabilità e di ripartizione delle spese di un gruppo d’acquisto. Idee?

Ottobre 12 2009

È da tempo che non invento più cose per il gusto di sentirmi dire poi che in effetti ciò che desideravo esiste già. L’altra sera, alla riunione del nostro gruppo d’acquisto, eravamo alle prese con il classico problema degli approvigionamenti da piccole aziende biologiche distanti: o la merce te la vai a prendere oppure metti in conto costose spedizioni periodiche che ti fan passar la voglia e la convenienza. «A meno che tu non conosca un camion che passi da queste parti mezzo vuoto», è la frase che segue quasi sempre. L’idea è semplice e banale: a te non serve una vera spedizione da listino, solo un “passaggio” cortese alla merce che vorresti procurarti; il camionista ha già il suo bel da fare, ma magari ha piacere di mettere a frutto a prezzi ragionevoli lo spazio che gli avanza all’ultimo. Come mettere in comunicazione chi cerca il camion-che-passa-di-là-mezzo-vuoto con il camionista-che-gradisce-arrotondare, nel caso in cui non si possono vantare parentele nel mondo delle spedizioni? Basterebbe mettere in piedi un piccolo servizio web di incrocio domanda-offerta, dico io. I gas, le associazioni, i privati che cercano una spedizione meno costosa, meno strutturata e senza urgenza potrebbero pubblicare la loro richiesta. Il padroncino o lo spedizioniere a cui avanza spazio consulta le proposte disponibili sul suo itinerario e, se compatibili, contatta i referenti per accordarsi. Un piccolo database, pochi campi ben assestati, una manciata di regole per garantire l’efficacia e il gioco è fatto. Non conosco la penetrazione di internet nelle cabine di guida, ma magari i numeri non sono più così scoraggianti. Ora, dai, ditemi che esiste già.

Ottobre 9 2009

Ci tengo a ringraziare chi ha già raccolto l’invito, pubblicato mercoledì su Apogeonline, a stimolare una discussione contro il possibile rinnovo della legge Pisanu a fine anno. Credo nelle discussioni civili e pacate («serafiche», le ha definite Giorgio Jannis: mi piace), quelle che non hanno bisogno di urlare per farsi sentire né di trascinare le folle a forza di colpi di teatro. Dunque grazie a chi si è messo in moto e ha rilanciato il messaggio soltanto per aver letto un articolo: Dario Salvelli, Massimo Mantellini, Giorgio Jannis, IlComizietto, Giovanni Calia, Vittorio Zambardino, Mattia Tommasone, Fabio M. Zambelli, Lorenzo Campani. Grazie anche a quanti hanno offerto i loro like e commenti su FriendFeed (Antonio Sofi, per esempio) e su Facebook.

Aggiornamento: sabato 10 si è occupato di questa storia il Fatto Quotidiano (a pagina 17, grazie a Federico Mello – non online, però).

Settembre 22 2009

Poco meno di una settimana fa, qui alla periferia dell’impero, è successo un brutto fatto di cronaca. Una storia di integrazione e di amore, di tradizioni e di conflitto, di onore e di tolleranza, di ipocrisie e di paura, ma mischiati così alla rinfusa da diventare esplosiva. Una storia ricca di spunti di riflessione, se solo non fosse così tragicamente insensata. Questa storia ha avuto ampio risalto anche a livello nazionale, dunque non mi dilungo sui particolari.

Nell’eccitazione generale di molti cronisti e politici a cui non è sembrato vero potersi riempire la bocca con la retorica dello scontro di civiltà, della convivenza impossibile e della superiorità dell’Occidente – una letteratura della contemporaneità ideologica e superficiale su cui prima o poi dovremo porci qualche domanda, per quanto ci allontana da ogni soluzione – poche voci hanno brillato per buon senso. Mi piace qui ricordare in particolare gli articoli che Paolo Rumiz ha sfornato per una settimana su Repubblica e Messaggero Veneto, magistrali, dal mio punto di vista, per equilibrio e buon senso, per capacità di ascolto e per completezza di racconto, per civile indignazione e voglia di andare oltre le apparenze. Del resto è fuoriclasse, mi dicevano ieri su FriendFeed; ma sfortunato è il popolo a cui non bastano gli onesti impiegati e ha bisogno dei fuoriclasse per raccontarsi la vita che gli passa davanti agli occhi, aggiungo io.

Un’altra voce che ho apprezzato è stata quella di Giovanni Zanolin, assessore comunale alle politiche sociali qui a Pordenone, che nell’imbarazzante assenza delle istituzioni e della politica si è presentato alla festa per la fine del Ramadan e ha preso il microfono per gridare l’ineluttabilità del confronto. È un discorso rivolto a una comunità di immigrati, ma indirettamente parla anche agli italiani. Vivere insieme ci cambia, le relazioni ci cambiano, l’amore ci cambia, ed è un fatto così naturale che forse proprio in questo sta la volontà di quel Dio a cui troppi ancora si appellano per enfatizzare differenze e mantenere distanze. I giovani stanno semplicemente arrivando prima degli altri a un destino inevitabile ed è tra le generazioni, prima che tra le civiltà, che si stanno accumulando frizioni. Siccome di questo discorso non c’è traccia né sulla stampa (se non per brevi frammenti) né online, lo pubblico integralmente qui.

La morte di Sanaa non può essere inutile. Su questa morte tutti noi dobbiamo interrogarci e trarre una lezione. Credo che tutti noi, italiani ed immigrati, dobbiamo essere disponibili a cambiare la nostra vita. Quando si viene in Italia tutto cambia. Mille sensazioni ed esperienze nuove si presentano davanti alle persone che arrivano piene di speranza, ma l’Italia è un paese molto differente da quelli d’origine degli immigrati. Da quando si mette piede in Italia nulla può essere più come prima e non si può vivere in Italia come se fossimo in Marocco, in Bangladesh, in Ghana, in Macedonia o in altri paesi. I nostri figli vanno a scuola insieme, lavorano assieme, si parlano, si frequentano. È inevitabile che fra di loro nascano relazioni. Per gli uomini e le donne di fede questo mescolarsi è una manifestazione della volontà di Dio. Per altri un fatto inevitabile, naturale.

La pretesa di far vivere la famiglia isolata o, al massimo, in relazione solo con altre famiglie di connazionali, è fuori dalla realtà, non ha senso, si scontra con la realtà. E genera violenza, perché i giovani figli degli immigrati non accettano di vivere da estranei coi loro coetanei. Nasce da qui la violenza, soprattutto contro le ragazze, che sono la parte più debole e nel contempo i soggetti in cui la spinta al cambiamento agisce in modo più forte, perché cambiare significa soprattutto generare nuovi esseri umani e questo è un compito che spetta alle giovani donne. È stato così per Hina a Brescia, così per Sanaa a Pordenone.

Quando davanti a noi si presentano le difficoltà a capire l’Italia ed il suo modo di vivere, noi tutti, immigrati ed italiani, dobbiamo aprirci, dobbiamo parlare ed incontrarci per discutere di queste differenze e delle diversità. Non esistono luoghi separati nei quali evitare il dialogo e coltivare la differenza e promuoverla: le case dei marocchini o dei macedoni in Italia non potranno mai essere pezzi di Marocco o Macedonia in Italia. Lo stesso Centro culturale islamico di Pordenone è un pezzo d’Italia, nel quale gli islamici debbono imparare a diventare buoni italiani senza rinunciare ad essere islamici e nel quale noi italiani possiamo imparare a conoscere l’Islam. Ovviamente il ricordo delle origini e la nostalgia del vostro paese lontano sono sentimenti necessari e che ci saranno sempre. Noi friulani conosciamo bene questi sentimenti.

Ma cosa significa aprirci? E con chi debbono parlare gli immigrati, soprattutto quando vivono una condizione di difficoltà, com’è successo alla famiglia di Sanaa? Molti lo fanno già, con le assistenti sociali dei loro comuni. Molti lo fanno con l’Imam ed i suoi collaboratori. Altri coi compagni di lavoro, altri coi vicini di casa. Quel che chiedo a tutti è di aiutare quelle famiglie che sono più in difficoltà ad aprirsi e dialogare, come evidentemente è successo al padre ed alla madre di Sanaa. Le assistenti sociali del Comune di Pordenone hanno da sempre un buon rapporto con l’Imam ed i suoi collaboratori. Grazie a questo buon rapporto abbiamo affrontato molte situazioni difficili e calmato molte tensioni, aiutando molti a vivere progressivamente in Italia da italiani, senza perdere alcuni principi fondamentali, come l’amore ed il rispetto per la famiglia, ma assumendone anche di nuovi, com’è per alcuni la parità di diritti e condizioni fra uomini e donne.

L’apertura al dialogo e la messa in campo di efficaci mediazioni, è un indirizzo necessario anche alle istituzioni italiane. Se ad esempio i Carabinieri ricevono la segnalazione che un padre minaccia la figlia perchè si è messa con un italiano, allora debbono sapere che si possono rivolgere alle autorità religiose della comunità di appartenenza e quali siano quelle autorità. Parlo di autorità religiose, perché ci sono altre Sanaa, figlie di famiglie cristiane dell’Africa equatoriale ed è indispensabile conoscere i pastori delle comunità evangeliche.

I sentimenti dei ragazzi si muovono molto più rapidamente della nostra capacità di costruire strumenti di mediazione. Mi ha colpito molto che, durante i funerali di Sanaa, quando l’Imam ha detto a Massimo, il fidanzato di Sanaa, che se si fosse rivolto a lui avrebbe potuto cercare un dialogo con la famiglia di lei, il ragazzo italiano abbia detto che gli pareva una buona idea, ma che non sapeva nemmeno che un Imam, a Pordenone, ci fosse. Evidentemente la stessa famiglia di Sanaa era tanto chiusa all’esterno da non far venire in mente nemmeno a Sanaa di ricorrere ad una mediazione.

L’amore che legava Sanaa e Massimo è la grande forza creativa, la parte migliore degli umani. Con l’amore noi costruiamo, con l’odio distruggiamo. Il più grande dei poeti italiani, più di settecento anni fa, ha scritto un verso magnifico: “Amor che move il sole e l’altre stelle”. Dante ci dice che l’amore muove tutte le cose del mondo.

Dio chiese ad Abramo, per misurarne la fedeltà, di sacrificargli il primogenito, Isacco. Ma nel momento in cui, affranto dal dolore, stava per farlo, glielo impedì. Qual è il significato profondo di questa storia? Io credo che Dio ci dica che la vita dei nostri figli è sacra. Anche per questo a questi figli dobbiamo dare fiducia. Essi ci ascoltano, ma soprattutto ci guardano e giudicano, capiscono se c’è coerenza fra le cose che diciamo e la vita che conduciamo. I figli si allontanano da noi, debbono farlo. Ma, se siamo stati buone madri e buoni padri, poi ritornano. Dobbiamo dar fiducia ai nostri figli, loro edificheranno un mondo molto migliore di questo nostro, pieno di violenza.

È questo il messaggio che ci lascia la storia di Massimo e Sanaa. Alla fine di tutto, resterà solo il ricordo del loro amore.

[Giovanni Zanolin, discorso alla festa di fine Ramadan presso il Centro islamico di Pordenone]
Luglio 28 2009

Il fatto che Bill Gates scelga di uscire da Facebook per manifesta ingestibilità del suo profilo a me, con buona pace degli editorialisti oggi scatenati, conferma soltanto l’idea che questo strumento – non Facebook, internet – sta ridefinendo le priorità quantitative della società. È l’apologia dei piccoli numeri che scrivevo altrove. Sei una star? Fai il pieno di contatti? Bravo, non ti serve a nulla. Anzi, ti fa perdere qualcosa. Sei buono solo per far titoli sul giornale, per far la gara con Oprah e Ashton Kutcher. Ed è un problema, chiaro: ma non per i comuni mortali, che in barba alla compassione dei media stanno mettendo a frutto le loro insignificanti reti; quanto per le star, che rischiano di restar confinate nella loro realtà virtuale. Le relazioni mediate dalla rete premiano la normalità, il basso profilo, la quotidianità, i pochi ma buoni. Strano che ci si stia mettendo così tanto a comprenderlo.

Luglio 11 2009
Spedizione 05003838**** con data 09/07/2009
Accettato dal centro postale di PORDENONE S.CATERINA in data 09-LUG-2009
In lavorazione presso il centro postale di PORDENONE S.CATERINA in data 09-LUG-2009
Inviato dal centro postale di PORDENONE S.CATERINA a VENEZIA CMP WINDOWS in data 09-LUG-2009
In lavorazione presso il centro postale di VENEZIA CMP WINDOWS in data 09-LUG-2009
Inviato dal centro postale di VENEZIA CMP WINDOWS a TS CPO WINDOWS in data 09-LUG-2009
In lavorazione presso il centro postale di TS CPO WINDOWS in data 10-LUG-2009
Consegnato dal centro postale di UFF./ENTE (Prov. TS) in data 10-LUG-2009
Inviato con dispaccio manuale dal centro postale di TS CPO WINDOWS a UFF./ENTE (Prov. TS) in data 10-LUG-2009
Luglio 10 2009

È mia ferma convinzione che si perde la libertà soltanto per colpa della propria debolezza. La mia opera sarà compiuta se riuscirò a convincere l’umanità che ogni uomo o donna, per quanto fisicamente debole, è il difensore della propria libertà e del rispetto di sé.

Ghandi-ji, ovviamente.

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