Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
Wireless Naonis
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Per chi s’era appassionato alla vicenda del WiFi gratuito a Pordenone, segnalo che sabato 5 giugno – insieme alla nuova biblioteca multimediale – viene inaugurato il nuovo sistema di accesso civico senza fili a internet. Del precedente progetto, a cui avevo collaborato per farne soprattutto un investimento in cultura e cittadinanza digitale, resta solo il nome: Wireless Naonis. Sono previsti hotspot in alcuni luoghi di aggregazione della città, a cominciare appunto da piazza XX settembre. Dovrebbe essere già attivo un punto di accesso anche a Torre, nel parco del castello, dove si trovano anche gli Studios della webtv cittadina PnBox. L’accesso alla rete avviene attraverso l’autenticazione con codici forniti a ogni cittadino in seguito a registrazione e identificazione fisica, come richiesto dalla legge Pisanu. È un inizio e come tale va sostenuto e incoraggiato. Come nota anche Piervincenzo Di Terlizzi, la nuova biblioteca con connettività può essere un luogo di crescita di grande importanza per la nostra città. Spero davvero che, nei prossimi mesi, cittadini e istituzioni sappiano cogliere l’opportunità.
Settimana ricca
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La settimana che avrei voluto passare a Perugia (qui i video degli incontri, comunque), non solo non la passo a Perugia, ma pure orizzontale a superare una brutta influenza gastrointestinale mia e della mia famiglia. Peccato, perché è una settimana come ne capitano poche nell’informazione italiana e avrei voluto godermela con maggiore attenzione. Ieri è nato Il Post di Luca Sofri, un progetto che aspettavo con molto interesse e da cui mi aspetto grandi cose. Porta in Italia il modello dei vari Huffington Post e Daily Beast, riconducibile alla massima di Jeff Jarvis «cover what you do best and link to the rest». A margine del debutto del Post, da leggere anche le riflessioni di Giuseppe Granieri e Andrea Beggi. Sempre martedì Repubblica.it s’è data una bella sistemata all’impaginazione, mettendo finalmente ordine tra le mille testate del gruppo editoriale che reclamavano uno spazio in home page: non aggiunge novità travolgenti, ma oggi sembra un giornale più maturo. C’è curiosità intanto per il Corriere.it, che perde il suo caporedattore storico Marco Pratellesi (se ne va in Condé Nast) proprio mentre la redazione è in subbuglio a causa di alcune contestate scelte della direzione. Settimana ricca anche sul fronte degli aggregatori: lunedì è stato presentato ufficialmente BlogNation, progetto di Gianluca Neri e soci (finanziato da Telecom Italia), e Paperblog, localizzazione di un servizio popolare in Francia. In bocca al lupo a tutte le nuove iniziative.
Festival del giornalismo
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Dopo esserci stato per curiosità l’anno scorso mi ero ripromesso di non perdere più un’edizione. Dopo aver visto il programma di quest’anno mi ero detto che sarebbe stato proprio imperdibile. Infatti sono costretto a perdermelo, per accumulo di arretrati familiari e professionali. Ma almeno voi che potete, andateci a Perugia da mercoledì.
Un territorio da esplorare
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Domattina, nell’ambito del festival Le voci dell’inchiesta di Pordenone, modero un incontro dedicato alla Clip culture, ideale festeggiamento del quinto compleanno di YouTube. Appuntamento alle 9 alla sede universitaria di via Prasecco, per chi si trova a Pordenone. Per tutti gli altri, dovrebbe essere disponibile una diretta web. Si parlerà di alcune esperienze originali nell’ambito della creatività multimediale promossa dalla rete, come la Banca della Memoria, Italiani di Frontiera, Scenari di RaiNews24 e Dice Che, chiacchiere e videogiornalismo di abruzzesi terremutati.
La rete ha cambiato il nostro modo di pensare? Certamente ha modificato il rapporto delle giovani generazioni con il cinema e la televisione. Sono passati solo cinque anni dalla nascita di YouTube (il primo video vi fu caricato il 23 aprile 2005) e ogni mese più di venti milioni di nuovi filmati, per lo più autoprodotti, vengono caricati sul noto sito di video sharing. Ma internet non è solo questo: è una fonte inesauribile di informazioni e di notizie giornalistiche, uno sconfinato territorio da esplorare, un luogo di incontro e di scambio, un gigantesco archivio audiovisuale che riduce progressivamente il rischio (qualcuno dice: la libertà) di dimenticare.
Nick Drake è vivo e canta in mezzo a noi
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Colonna sonora di una Pasquetta al lavoro. Chi apprezza il genere che unisce come in un filo rosso sonorità acustiche e introspettive alla Nick Drake, Damien Rice e Jeff Buckley potrebbe apprezzare The Sleeper’s Sunday Grid, disco di esordio del pordenonese Federico Babbo, in arte Jeckeyed. Scelta illuminata, l’intero disco è pubblicato con licenza Creative Commons e si può ascoltare e scaricare liberamente. Io lo trovo un lavoro davvero notevole.
Il mondo ha bisogno di cure materne
- LOCATED IN Dico la mia
Uno di questi giorni, con più tempo, vorrei raccontare la nostra felice esperienza di parto naturale in casa. Vorrei per ora mettere a fuoco soltanto un concetto, che sento urgente: è assolutamente necessario, direi addirittura vitale per il genere umano, che le donne si riapproprino del loro sapere ancestrale legato alla nascita. È già tutto dentro di loro, il loro hardware e il loro software sono fatti apposta per generare vita in dolcezza e serenità. Altro che dolore: la retorica del dolore è una delle più grandi truffe ai danni dell’umanità. Certo che non è semplice come una passeggiata né piacevole come un massaggio balinese: il parto è cruento, piscologicamente e fisicamente impegnativo. Ma tutto ciò che succede, succede per un motivo e se si impara a riconoscere e dominare quello che accade non c’è analgesico che tenga.
Posto che è giusto che ognuno possa decidere per sé ciò che sente più giusto, dunque anche sedare ogni terminazione nervosa, dal mio punto di vista non c’è nulla di meno comprensibile della rincorsa all’epidurale o, peggio ancora, al cesareo quando non è strettamente necessario. È un raggiro, è l’istituzionalizzazione di un’ignoranza: invece di provare vergogna per le sue mancanze culturali, la nostra società incoraggia una medicalizzazione portata alle estreme conseguenze che fa gli interessi di tanti, ma certo non delle mamme e tantomeno dei bimbi. Ti insegnano per nove mesi delle procedure, ma è un inganno: sono le procedure che servono ad altri per gestire più numeri e più in fretta, e per tutelarsi legalmente da ogni starnuto.
Io li capisco i medici, e non credo certo che siano tutti dei criminali in malafede. I ginecologi, per esempio: ne vedono di tutti i colori, conoscono tutti i rischi di complicazioni. Sono abituati a pensare che se qualcosa può andare male certamente lo farà. Così nel dubbio si attengono alle procedure più sicure e scrupolose a prescindere per tutti. Ma la grandissima parte delle nascite non ha problemi e farebbe certamente a meno delle complicazioni legate all’ansia, alla dipendenza dall’ecografia, alla paranoia trasmessa dalle strutture sanitarie. Gli anestesisti li capisco meno, francamente: l’unico motivo per cui mi spiego il loro sostegno quasi incondizionato ai metodi artificiali di contenimento del dolore è che questi rendono molto e permettono al loro reparto di investire in altri servizi o ricerche utili che la contrazione delle spese statali non consente. Ho simpatia per le ostetriche, invece: sono costrette ad adeguarsi a un cinismo che non ha nulla a che fare con il loro mestiere. Le puoi dividere in gruppi: le ribelli e le istituzionalizzate. Le prima, appena possono, scappano. E ci credo.
Si parla di parto in casa soltanto per rivendicazioni economiche: ogni tanto saltano fuori mamme particolarmente agguerrite che pretendono il riconoscimento da parte del servizio sanitario della spesa da loro sostenuta. Han fatto risparmiare soldi allo Stato e una parte di quei soldi basterebbero a ripagare l’esborso della famiglia ribelle. Ma il problema non è la spesa, che pure immagino trattenga molte famiglie dal fare una scelta di questo tipo. Il punto è recuperare ovunque, dentro e fuori dagli ospedali, una conoscenza della nascita, una cultura del parto che viene sempre più spesso umiliata e disconosciuta. Dovrebbe essere una materia di scuola: educazione civica, biologia umana, ecologia dell’esistenza, non so. Fatto sta che ogni donna dovrebbe conoscere, fin da bambina, come la fisiologia del suo corpo racchiuda enormi capacità, delle quali può essere consapevole dominatrice o atterrita schiava. Assecondare queste capacità, riconoscerle, saperle gestire è più potente di qualunque anestetico, più sicuro di qualunque posizione da parto, più delicato di qualunque intervento esterno.
Io sono sicuro che io e la mia famiglia siamo stati estremamente fortunati nel corso di entrambe le gravidanze e credo che il mio punto di vista ne sia inevitabilmente influenzato. Ma so anche che se non fosse stato per la forza di Stefania, per la sua ostinazione nel mettere in discussione i percorsi che le venivano imposti senza apparentemente contemplare scelta, per la sua testardaggine nel trovare risposte personalizzate, per la sua sete di conoscenza clinica, entrambi i parti sarebbero stati molto peggiori, molto più dolorosi, molto meno sereni. E sono convinto che le nascite che mia moglie ha preteso per i nostri figli siano il più grande regalo che da genitori potremo mai fare loro. Nella scelta di partorire in casa non c’è soltanto la sconsideratezza che leggo sotto forma di biasimo negli occhi di molte persone con cui abbiamo parlato in questi giorni: se lo fai, ti affidi a professionisti preparati, che sanno riconoscere le condizioni che lo rendono opportuno e che per primi ti trascinano in ospedale se non è possibile procedere in modo sicuro.
C’è un mondo dietro le confuse riflessioni che sto provando ad abbozzare (con spirito di testimonianza e non certo di prescrizione universale), al quale non è facile avere accesso se qualche anima buona non ti indica un portoncino di servizio da cui entrare. Nel nostro caso è stato un regalo, un bellissimo libro di Verena Schmidt (Venire al mondo, dare alla luce) che noi da anni a nostra volta regaliamo a tutte le coppie di amici incinti. In questi giorni sta uscendo un nuovo libro della stessa autrice, Apprendere la maternità e ne sfogliavo proprio stamattina le prime pagine, annotando ogni piccola ola interiore che mi provoca. A cominciare da questa:
I gruppi di donne già in tempi lontani furono luogo “di coltivazione” del sapere femminile, luogo di condivisione e territorio sociale dei valori femmili. Oggi possono risorgere come strumento per il ritorno al sapere della maternità, della ciclicità che ancora dorme nella profondità di ogni donna. Di questo sapere non ha bisogno soltanto la donna, il figlio, la figlia che da lei nascono, ma anche il mondo, che sta sprofondando nella violenza, nei soprusi, nel disprezzo per la vita umana e rischia di morire per mancanza di “cure materne”. L’istinto protettivo innato nel femminile, ma leso sistematicamente, ha bisogno di risorgere nelle donne e negli uomini in difesa dell’integrità dello sviluppo umano.
[Verena Schmidt, Apprendere la maternità, Urra, 2010, pagg. XI e XII]
(Non credo sia davvero necessario spiegarlo, ma per correttezza e rispetto di tutti: collaboro con la casa editrice che pubblica i libri di Verena Schmidt, anche se non sono coinvolto direttamente nella loro produzione e promozione. Ogni valutazione qui riportata è del tutto personale ed è frutto delle mie esperienze di vita e del desiderio che altri possano avere almeno la possibilità di scegliere.)
Introducing Gea
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Alle dieci e venti di ieri sera, nel salotto di casa sua, è nata Gea Maistrello. Pesa poco meno di tre chili, osserva, ascolta ed è molto serena (per ora). Stiamo tutti molto bene.
Pacatamente, ma anche severamente
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Gustavo Zagrebelsky oggi su Repubblica:
Professore, che succede?
“Apparentemente, un conflitto tra forma e sostanza”.Apparentemente?
“Se guardiamo più a fondo, è un abuso, una corruzione della forza della legge per violare insieme uguaglianza e imparzialità”.Perché? Non si trattava invece proprio di permettere a tutti di partecipare alle elezioni?
“Il diritto di tutti è perfettamente garantito dalla legge. Naturalmente, chi intende partecipare all’elezione deve sottostare ad alcuni ovvi adempimenti circa la presentazione delle candidature. Qualcuno non ha rispettato le regole. L’esclusione non è dovuta alla legge ma al suo mancato rispetto. È ovvio che la più ampia “offerta elettorale” è un bene per la democrazia. Ma se qualcuno, per colpa sua, non ne approfitta, con chi bisogna prendersela: con la legge o con chi ha sbagliato? Ora, il decreto del governo dice: dobbiamo prendercela con la legge e non con chi ha sbagliato”.E con ciò?
“Con ciò si violano l’uguaglianza e l’imparzialità, importanti sempre, importantissime in materia elettorale. L’uguaglianza. In passato, quante sono state le esclusioni dalle elezioni di candidati e liste, per gli stessi motivi di oggi? Chi ha protestato? Tantomeno: chi ha mai pensato che si dovessero rivedere le regole per ammetterle? La legge garantiva l’uguaglianza nella partecipazione. Si dice: ma qui è questione del “principale contendente”. Il tarlo sta proprio in quel “principale”. Nelle elezioni non ci sono “principali” a priori. Come devono sentirsi i “secondari”? L’argomento del principale contendente è preoccupante. Il fatto che sia stato preso per buono mostra il virus che è entrato nelle nostre coscienze: il numero, la forza del numero determina un plusvalore in tema di diritti”.(…)
Quindi, nel merito, il decreto viola la Costituzione?
“Se fosse stato adottato indipendentemente dalla tornata elettorale e non dal governo, le valutazioni sarebbero del tutto diverse. Dire che il termine utile è quello non della “presentazione” delle liste, ma quello della “presenza dei presentatori” nei locali a ciò adibiti, può essere addirittura ragionevole. Non è questo il punto. È che la modifica non è fatta nell’interesse di tutti, ma nell’interesse di alcuni, ben noti, e, per di più, a partita in corso. È un intervento fintamente generale, è una “norma fotografia””.Siamo di fronte a una semplice norma interpretativa?
“Quando si sostituisce la presentazione delle liste con la presenza dei presentatori non possiamo parlare di interpretazione. È un’innovazione bella e buona”.
E la soluzione trovata per Milano?
“Qui si trattava dell’autenticazione. Le formule usate per risolvere il problema milanese sono talmente generiche da permettere ai giudici, in caso di difetti nella certificazione, di fare quello che vogliono. Così, li si espone a tutte le possibili pressioni. Nell’attuale clima di tensione, questa pessima legislazione è un pericolo per tutti; è la via aperta alle intimidazioni”.Lei boccia del tutto il decreto?
“Primo: un decreto in questa materia non si poteva fare. Secondo: soggetti politici interessati modificano unilateralmente la legislazione elettorale a proprio favore. Terzo: si finge che sia un interpretazione, laddove è evidente l’innovazione. Quarto: l’innovazione avviene con formule del tutto generiche che espongono l’autorità giudiziaria, quale che sia la sua decisione, all’accusa di partigianeria”.
La valigia dell’attore
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Dan Gillmore scriveva l’altro giorno di come i cittadini che fotografano il fatto di cronaca e lo rilanciano in rete non siano forse giornalisti, ma di certo commettono atti di giornalismo. Sulla stessa falsariga, ieri al convegno di Ustation Roberto Toffolutti suggeriva che forse la rete non ci rende tutti editori, ma permette a tutti di compiere atti editoriali. Nel vivace dibattito americano sull’attentatore suicida che si è lanciato sulla sede di Austin del fisco americano, dibattito che cerca da giorni di decidere se si può chiamare terrorista quello che probabilmente è soltanto un fanatico violento, c’è chi comincia a dire che no, non era un terrorista, ma è innegabile che abbia compiuto atti di terrorismo. Cominciano a mancare le parole per definirci.
Mercoledì a Trieste
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Mercoledì prossimo, 3 marzo, sono ospite di Ustation e dell’Università di Trieste per un dibattito sugli ebook e sulla scrittura al tempo dei nuovi media. Partecipano all’incontro Giulia Blasi (blogger e scrittrice), Ivano Costa (Market&Product Innovation di Telecom Italia), Francesco Forlani (redattore di Nazione Indiana), Oliviero Ponte Di Pino (direttore editoriale di Garzanti), Vittorio Pasteris (giornalista ed esperto di scritture per il web), Giuseppe Battelli (preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Trieste) e Roberto Toffolutti (responsabile dell’emittente universitaria Radio InCorso). Appuntamento alle 14.30 in Aula Magna (sede centrale). Gli organizzatori fanno sapere che il dibattito sarà trasmesso anche in diretta streaming. Mi sembra interessante segnalare che all’iniziativa di Ustation è collegato un concorso sul giornalismo partecipativo per studenti universitari e neolaureati, in scadenza il 14 marzo.
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