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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Ottobre 11 2010

È almeno dal Festival del giornalismo di Perugia del 2009 che sento Mario Tedeschini Lalli immaginare opportunità di ritrovo e condivisione per chi si occupa di giornalismo digitale in Italia:

Centinaia di persone in tutta l’Italia si occupano di giornalismo digitale, forse sono anche di più. Sono giornalisti con tanto di bollo e tesserino, studenti e studiosi della materia, ma anche tante, tantissime persone che per passione civile o interesse professionale ogni giorno “commettono atti di giornalismo”, per usare la felice espressione di Dan Gillmor. Gente che lavora per testate grandi e note con un loro sito web, per testate nate solo online, gente che scrive blog, che interagisce su Facebook, su Twitter o altre reti sociali. Tutta questa gente finora non ha avuto un “luogo” dove parlare del proprio lavoro, scambiarsi opinioni, verificare le proprie diverse esperienze, fondare una pratica e un’etica del giornalismo digitale. E sarebbe bene che l’avesse. [*]

Così, grazie alla determinazione di Mario e con la complicità di un gruppo di iscritti e simpatizzanti della Online News Association (tra i quali pure io), arriva la prima occasione d’incontro concreta:

Da qualche parte occorre cominciare, per questo con un gruppo di amici abbiamo deciso di organizzare un “meetup” a Roma, sabato 13 novembre, per parlare tra di noi e cominciare a ipotizzare i passi successivi. Il tema iniziale: il giornalismo digitale al livello locale. [*]

Tutti i particolari logistici si trovano in un wiki al quale ci si può iscrivere e nel quale si possono proporre temi e ipotesi di lavoro. Sarebbe bello fossimo in tanti.

Ottobre 10 2010

Uno dei motivi per cui non amo molto la politica (in realtà la realpolitik) è la straordinaria mutevolezza del contesto. Mutevolezza in virtù della quale un anno fa – come ogni anno dal 2005 in poi, solo in modo più organizzato – un manipolo di persone competenti sottopose a governo e parlamento l’urgenza di non rinnovare oltre la malaugurata legge Pisanu e ricevette in risposta nella migliore delle ipotesi pernacchie e nella peggiore sbadigli indifferenti. Mentre oggi che l’argomento è divenuto strumento inaspettato di convergenze strategiche aliene alla visione tecnosociale del Paese dobbiamo improvvisamente sorbirci le ispirate prese di posizione dei personaggi più in vista sulla necessità di recuperare il tempo perduto e di imboccare con decisione la via del WiFi libero. È tutta gente che, in occasioni e momenti diversi, avrebbe potuto fare la sua parte per evitare che nel frattempo diventassimo uno dei Paesi meno contemporanei dell’Occidente e non l’ha voluta o saputa fare. Pur che sia, ci berremo anche tutto questo. Però spero sia chiaro anche a loro stessi: non sono affatto credibili.

Settembre 21 2010

A Milano è in corso la Social Media Week, un evento divulgativo internazionale dedicato alle piattaforme sociali e alle culture digitali, in corso contemporaneamente anche in altre quattro città (Bogotà, Buenos Aires, Los Angeles, Mexico City). Tra i vari eventi previsti nel ricchissimo programma, c’è uno spazio quotidiano dedicato ai libri del settore ospitato da Mafe De Baggis. Mezzora davanti a un caffé per introdurre tema e autori: oggi, per dire, tocca al nuovissimo Wikicrazia di Alberto Cottica, domani a Luca Lorenzetti e al suo Scrivere 2.0, dopodomani a Invertising e World Wide We. Venerdì 24, infine, tocca a me e a Giornalismo e nuovi media, con la piacevole compagnia di Marco Ghezzi (che di quel libro è stato di fatto l’editore, appena prima di fondare Bookrepublic). Appuntamento alle 14 all’Urban Center in Galleria Vittorio Emanuele, accanto al Duomo (il promemoria su Facebook). Ci vediamo lì.

Settembre 20 2010

Sono finito nelle nomination per il miglior blog tecnico-divulgativo ai Macchianera Blog Awards 2010, che saranno assegnati questo fine settimana alla BlogFest di Riva del Garda (a proposito di posti dove non potrò essere quest’anno). Ecco, volevo dire che grazie, ma per quanto mi riguarda dovrebbero vincere Beggi o Attivissimo. O uno qualunque degli altri, che mi onora anche solo l’esserci finito dentro a quella bella lista di nomi.

Settembre 20 2010

Tra due settimane l’Università di Barcellona ospita la seconda edizione del Personal Democracy Forum in versione europea. Per chi si occupa di dinamiche partecipative legate alla politica e all’amministrazione pubblica, è un’ottima occasione di incontro, di ascolto e di confronto (vedi i miei appunti 2009 e quelli 2008 newyorkesi). In programma ci sono anche diversi punti di vista  italiani (day one, day two), tra cui quelli di Alberto Cottica, Dino Amenduni, Ernesto Belisario e naturalmente di Antonella Napolitano, ormai parte del comitato organizzatore. Io quest’anno non ci posso proprio andare, dunque metto a disposizione del primo che mi contatta lo sconto 2×1 (due ingressi al costo di uno) a cui avrei avuto diritto come partecipante all’edizione continentale inaugurale.

Settembre 12 2010

C.

Te ne sei andato in uno di quei modi plateali che fanno eccitare le redazioni dei giornali, ma lasciano annichiliti gli amici. Dieci anni dopo essere scampato allo stesso disastro, l’undici settembre, come se dovesse per forza sembrare una rivincita del destino e non soltanto un incredibile caso. Il primo incidente t’aveva cambiato, ridimensionato, allontanato da tanto e da molti. L’ultima volta che ci siamo visti l’hai buttata malamente in politica, in un modo così gratuito da non riconoscerti quasi. È il nostro cerchio destinato a rimanere aperto. Era parte del tuo modo di essere: uomo di sfumature pur risultando spesso esageratamente brusco; di visione pur amando tagliare i concetti con l’accetta; di ambizioni pur senza averne del tutto il pelo sullo stomaco; di compagnia allegra e caciarona pur nascondendo malinconie e tristezze. Con te non c’erano molte vie di mezzo, ti si amava o ti si detestava, si vibrava alla stessa lunghezza d’onda o non ti s’acchiappava più. Passavi sugli ostacoli come un rullo compressore e ti divertiva venire a capo delle situazioni più intricate a costo di sembrare più cinico e impermeabile di quel che in realtà eri.

Tredici anni fa, più o meno di questi tempi, ricevesti un ragazzino sconosciuto per un incarico che dovevi assegnare. Non avevi nessuna ragionevole convenienza per mettergli in mano una parte importante del tuo progetto, ma in barba all’imbarazzo dei presenti scommettesti su di lui. Hai capito e sei stato al gioco, ed è il lato del tuo istinto per cui ho sempre provato rispetto e ammirazione. Sei stato il mio primo datore di lavoro, la prima vera fonte di ispirazione nel passaggio qui da noi così balordo tra mondo delle favole e mondo del lavoro. Non so quanto del mio lavoro di oggi sarebbe diverso, ma di sicuro senza di te sarebbe stato un inizio meno stimolante e meno divertente. Di tutto questo, ma soprattutto della stima e dell’amicizia disinteressata di tanti anni, io ti sono profondamente grato. Spero possa fare la sua piccola differenza nel bilancio incompiuto di una vita.

C’è una piazza molto discussa nella nostra città, che al contrario io ho sempre amato molto. Tu più di tanti altri hai fatto in modo che quel luogo diventasse così come è oggi. Non c’è stato transito finora in cui tu non mi sia in qualche modo venuto in mente. Tienimi d’occhio d’ora in poi, quando passo di là: il sorriso sarà per te.

Agosto 16 2010

Nell’ultimo paio di mesi ho giocato con Facebook un po’ più del solito, col desiderio di mettere a fuoco oltre agli innegabili motivi di interesse (un contenitore sociale da 500 milioni di persone è interessante per definizione) anche i motivi per cui questo social network continua a essermi spesso, nonostante tutto, indigesto. Naturalmente l’ho osservato con gli occhi di chi è già abituato alla condivisione e all’espressione online, immagino che questo vizi in partenza lo sguardo. Un po’ per volta sto cominciando a dare il nome ad alcune sensazioni che mi mettono spesso a disagio. Nulla di tale, per ora, solo appunti in corso d’opera e che condivido nel caso qualcuno avesse da aggiungere o ribattere.

  • Facebook non ha memoria. Non ha il valore della memoria, l’interesse di conservarla e valorizzarla. Puoi scorrere e scorrere e scorrere i contenuti di una bacheca, ma il contenitore è fatto sostanzialmente per il qui e ora. Premia e valorizza in modo eccellente la socialità d’istinto, scoraggia la conoscenza profonda. Se vuoi ritrovare un contenuto di qualche settimana o mese prima non hai che da scorrere per ore, nessuna scorciatoia ti assiste. Lo stesso motore di ricerca interno è più focalizzato sul reperimento di persone, piuttosto che di contenuti, e ha ampie zone di ombra che non sembrano nemmeno indicizzate). Questo è interessante, perché al contrario delle forme di socialità digitale preesistenti (nei blog, ma anche in molti social network ancora popolari) sulla memoria si fondano, per esempio, l’identità e la reputazione. Facebook favorisce come nessuna comunità web in precedenza l’uso del nome e cognome, ma non la costruzione di una storia pubblica e condivisa dei suoi utenti.
  • Facebook regge a fatica la scalabilità dei gruppi sociali. Benché faccia notizia soprattutto per gli alti numeri di aderenti a cause comuni di ogni genere, più il numero di partecipanti a un gruppo, a una pagina o a un profilo personale diventa elevato, più facile è perdere il filo (anche in virtù di quanto detto a proposito sulla memoria). Maggiore è la partecipazione, più difficile è che ci sia un reale confronto e una possibilità di sintesi. Anche nei gruppi di protesta più nutriti le persone parlano spesso da sole o in gruppetti molto ristretti, come se effettivamente si trovassero per strada durante una manifestazione di massa. Facebook è adeguato per gruppi contenuti oppure gruppi ampi ma composti da persone molto ben educate all’espressione in spazi sociali digitali (e dunque sintetiche, rispettose del contesto e sensibili allo scopo, prima ancora che all’espressione di sé). Più spesso, Facebook incoraggia le leadership e la creazione verticale del consenso, facendo fare al web reticolare un passo indietro verso la gerarchia.
  • Facebook costringe chi lo usa ad adeguarsi alla sua logica. Vale per tutti i social software, ma nel caso di Facebook si tratta di una logica particolarmente rigida e macchinosa. Quasi nulla si può trasformare: puoi creare oppure cancellare, non riusare, trasferire, evolvere. Se apri un “profilo” senza sapere che associazioni o aziende o marchi dovrebbero usare lo spazio “pagina”, se hai raggiunto il limite massimo di contatti, se la natura del tuo spazio s’è evoluta, puoi solo adeguarti ai limiti imposti dal servizio oppure ricominciare tutto da capo. Ricominciare da capo significa però ricostruire da zero la rete sociale, che è un po’ come cambiare acquario dovendolo riempire con un bicchierino da liquore. Oppure mantenere due o più acquari contemporaneamente. Non c’è un modello di base con una serie di etichette interscambiabili, ci sono invece percorsi obbligati pensati su entità generiche e standardizzate, che non aderiscono quasi mai con le peculiarità del caso specifico e che una volta imboccati non possono essere più rimessi in discussione. Sono scelte legittime di gestione del servizio ed evidentemente sono scelte che non turbano buona parte dei milioni di iscritti. Eppure l’ipertesto sociale ci ha abituati ad avere sempre una via d’uscita, mentre navigando in Facebook si ha spesso l’impressione di imbattersi in vicoli ciechi.
  • Facebook si spiega male. Le poche impostazioni che un iscritto può adeguare ai propri desideri (i famigerati controlli sulla visibilità dei contenuti e sulla privacy delle informazioni condivise, per esempio) sono quanto di più macchinoso, non univoco e inusabile si sia visto sul pianeta social networking, nonostante ci abbiano rimesso le mani più volte. Benché tu faccia scelte consapevoli, una volta chiusa la pagina ad hoc sei già lì che ti chiedi in fin dei conti chi può vedere che cosa tra i tuoi amici, gli amici dei tuoi amici e il resto del mondo. E anche quando credi di aver adeguato tutto al tuo personale stile di condivisione, scopri che una certa tua foto non si vede perché è sì un’immagine, ma caricata dal cellulare e dunque appartiene a un sottoramo di scelte a cui non avevi prestato sufficiente attenzione. Il pannello di controllo delle personalizzazioni è disperso in almeno tre ambiti differenti: non so voi, ma io comincio sempre dal link sbagliato. Penso spesso di non essere completamente in target rispetto alle aspettative ideali di Facebook, eppure mi chiedo quanti si sentano effettivamente a loro agio con i controlli (e con la disposizione dei controlli) che questa piattaforma mette a disposizione.

Post scriptum. Curiosa coincidenza, nel momento in cui ho terminato di scrivere questo testo l’aggregatore mi ha proposto quest’articolo, Perché Facebook non ci piace, dal quale emerge che Facebook è sì popolarissimo, ma è considerato al tempo stesso una piattaforma poco soddisfacente. Mi sembra un segnale interessante. Il punto per me resta, tuttavia, non tanto capire se Facebook ci piaccia o meno, ma perché e in quale misura Facebook sia differente dai social media che l’hanno preceduto, perché ottenga tanto successo (oltre al motivo più scontato: ha superato la massa critica, ci sono le persone, le persone vanno dove trovano altre persone) e quali conseguenze tutto ciò comporti sulla costruzione e sull’evoluzione della nostra socialità online.

Agosto 13 2010

Lui scrive di getto, dal cellulare, senza cura per la punteggiatura e senza rispetto per il lettore. Ne esce un pensiero faticoso e poco chiaro, di quelli che pur volendo essere assertivi ti lasciano alcuni punti di domanda. Lei glielo fa notare: non potresti essere più chiaro? Lui risponde: dal cellulare va così, mi passa la voglia di trovare le virgole e se ragionassi di più mentre scrivo perderei di efficacia. Scorrendo innocenti aggiornamenti estivi su Facebook mi si accende una lampadina. È proprio così che facciamo: quando abbiamo torto marcio difendiamo le nostre ragioni con sprezzo della vergogna che dovrebbe serrarci la bocca e invece rispondiamo con la supponenza delle nostre condizioni soggettive elette a criterio universale di giudizio e di giustificazione. Non rispettiamo più le regole del gioco: abbiamo abbandonato il campo neutro, ci siamo ritirati nel nostro cortile. Ognuno contro tutti gli altri, ognuno secondo ordini differenti e autoindulgenti.

Agosto 5 2010

Da ieri Giornalismo e nuovi media è finalmente disponibile anche in versione ebook, distribuito per ora direttamente dall’editore Apogeo (in formato ePub). Segnalo anche che contestualmente a questa novità vengono distribuiti gratuitamente due testi a mio parere molto significativi di Apogeo. Uno è L’umanista informatico, testo coraggioso di Fabio Brivio dedicato all’incrocio più che mai attuale tra formazione umanistica e competenze informatiche allo stato dell’arte. Andrebbe preso molto seriamente in tutte le facoltà non strettamente scientifiche, tanto per cominciare. Il secondo è Editoria digitale di Letizia Sechi, libro serio che approfondisce nei dettagli il passaggio dall’editoria tradizionale al mercato degli ebook e soprattutto permette di farsi un’idea dettagliata di come si produce un libro in formato elettronico (perché non è poi così scontato come potrebbe sembrare).

Visto il tema ne approfitto per salutare anche la nuova avventura di un manipolo di amici speciali, con cui ho condiviso diverse esperienze umane e professionali negli ultimi anni. Da qualche settimana, infatti, è online BookRepublic, piattaforma di vendita per le versioni digitali del catalogo di piccoli e medi editori di qualità creata da Marco Ghezzi e Marco Ferrario (ma ci lavorano, tra gli altri, anche Matteo Brambilla e la stessa Letizia Sechi). In parallelo, il medesimo gruppo, impreziosito dalla direzione editoriale di Giuseppe Granieri, ha lanciato un esperimento editoriale basato su racconti e saggi in formato digitale: 40k Books produce ebook di lunghezza contenuta (40.000 caratteri, da cui il nome del progetto) ad alta densità di pensiero e di creatività. Peculiarità fondamentale: gli ebook vengono distribuiti contemporaneamente in italiano, inglese, francese, spagnolo e portoghese. Mi piace l’idea che l’inaugurazione di questo mercato ancora nuovo per l’italia si accompagni a forme di sperimentazione sul formato e sui contenuti.

Ultima segnalazione, Giuseppe (Granieri) e Giovanni (Boccia Artieri) mi hanno tirato dentro più o meno per scherzo a Goodreads, approfittando della scarsa connessione di cui dispongo in questi giorni. L’ambiente a prima vista sembra interessante e io ho appena reclamato la mia pagina autore. Ora, però, vorrei un po’ di GoodHolidays.

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