Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
Te ne sei andato in uno di quei modi plateali che fanno eccitare le redazioni dei giornali, ma lasciano annichiliti gli amici. Dieci anni dopo essere scampato allo stesso disastro, l’undici settembre, come se dovesse per forza sembrare una rivincita del destino e non soltanto un incredibile caso. Il primo incidente t’aveva cambiato, ridimensionato, allontanato da tanto e da molti. L’ultima volta che ci siamo visti l’hai buttata malamente in politica, in un modo così gratuito da non riconoscerti quasi. È il nostro cerchio destinato a rimanere aperto. Era parte del tuo modo di essere: uomo di sfumature pur risultando spesso esageratamente brusco; di visione pur amando tagliare i concetti con l’accetta; di ambizioni pur senza averne del tutto il pelo sullo stomaco; di compagnia allegra e caciarona pur nascondendo malinconie e tristezze. Con te non c’erano molte vie di mezzo, ti si amava o ti si detestava, si vibrava alla stessa lunghezza d’onda o non ti s’acchiappava più. Passavi sugli ostacoli come un rullo compressore e ti divertiva venire a capo delle situazioni più intricate a costo di sembrare più cinico e impermeabile di quel che in realtà eri.
Tredici anni fa, più o meno di questi tempi, ricevesti un ragazzino sconosciuto per un incarico che dovevi assegnare. Non avevi nessuna ragionevole convenienza per mettergli in mano una parte importante del tuo progetto, ma in barba all’imbarazzo dei presenti scommettesti su di lui. Hai capito e sei stato al gioco, ed è il lato del tuo istinto per cui ho sempre provato rispetto e ammirazione. Sei stato il mio primo datore di lavoro, la prima vera fonte di ispirazione nel passaggio qui da noi così balordo tra mondo delle favole e mondo del lavoro. Non so quanto del mio lavoro di oggi sarebbe diverso, ma di sicuro senza di te sarebbe stato un inizio meno stimolante e meno divertente. Di tutto questo, ma soprattutto della stima e dell’amicizia disinteressata di tanti anni, io ti sono profondamente grato. Spero possa fare la sua piccola differenza nel bilancio incompiuto di una vita.
C’è una piazza molto discussa nella nostra città, che al contrario io ho sempre amato molto. Tu più di tanti altri hai fatto in modo che quel luogo diventasse così come è oggi. Non c’è stato transito finora in cui tu non mi sia in qualche modo venuto in mente. Tienimi d’occhio d’ora in poi, quando passo di là: il sorriso sarà per te.
È anche un problema di virgole
- LOCATED IN Dico la mia
Lui scrive di getto, dal cellulare, senza cura per la punteggiatura e senza rispetto per il lettore. Ne esce un pensiero faticoso e poco chiaro, di quelli che pur volendo essere assertivi ti lasciano alcuni punti di domanda. Lei glielo fa notare: non potresti essere più chiaro? Lui risponde: dal cellulare va così, mi passa la voglia di trovare le virgole e se ragionassi di più mentre scrivo perderei di efficacia. Scorrendo innocenti aggiornamenti estivi su Facebook mi si accende una lampadina. È proprio così che facciamo: quando abbiamo torto marcio difendiamo le nostre ragioni con sprezzo della vergogna che dovrebbe serrarci la bocca e invece rispondiamo con la supponenza delle nostre condizioni soggettive elette a criterio universale di giudizio e di giustificazione. Non rispettiamo più le regole del gioco: abbiamo abbandonato il campo neutro, ci siamo ritirati nel nostro cortile. Ognuno contro tutti gli altri, ognuno secondo ordini differenti e autoindulgenti.
L’ha detto molto bene e con il suo consueto equilibrio Mario Tedeschini Lalli.
La gipsoteca della società digitale
- LOCATED IN Parlo
A Firenze sono andato e tornato talmente di corsa che non ho proprio fatto in tempo a godermela. Però ToscanaLab mi è sembrato un luogo interessante, ricco di energia e di buon umore. Ospitato in una sede talmente improbabile, la gipsoteca dell’Istituto d’arte, da sembrare azzeccata: parlavano perfino i muri. Io ero inserito all’interno del percorso dedicato a internet come strumento per il miglioramento della società, percorso che univa politica e informazione. È stato piacevole confrontarsi una volta di più con Antonio, Antonella e Livia, ma è stato ancor più interessante conoscere Dino Amenduni, una delle menti dietro i più interessanti progetti online della politica pugliese, ed Ernesto Belisario, che ha approfondito in modo molto stimolante gli open data (discorso che si interseca con discussioni recenti anche in campo giornalistico). Il mio contributo è stato minimo, ho raccolto quattro idee su un tema che m’intriga molto da qualche tempo: l’iperlocalità come dimensione operativa a disposizione dell’informazione e del governo del territorio. Ci sono le slide, ma non sono molto parlanti in questa versione.
Più interessante è semmai il testo che riassume gli approfondimenti del nostro panel. L’idea era che ogni gruppo di lavoro producesse un documento di sintesi da portare poi nella sessione plenaria di chiusura. Questo è quello che è uscito dal nostro, per merito soprattutto di Antonio Sofi (approfondimenti su SpinDoc):
Trasparenza e fiducia
La società digitale è trasparente e translucida: ci si vede (ci si deve vedere) attraverso. La spinta verso la massima trasparenza vale per la politica e per la pubblica amministrazione, per il giornalismo e l’informazione, per il pubblico e i cittadini. Una nuova negoziazione che produce una nuova opinione pubblica: più informata e attiva, in cui nessuno può nascondere niente o avere rendite di posizione. Una nuova negoziazione fiduciaria. Il termine è inoltre legato a doppio filo all’attività della Pubblica Amministrazione: la trasparenza degli atti amministrativi può essere realizzata solo e unicamente tramite le nuove tecnologie. Per rendere noti decisioni e risultati; per migliorare il rapporto dei cittadini con la burocrazia e la competitività delle scelte delle aziende.Ascolto e condivisione
Più che per parlare, i nuovi media servono per ascoltare gli altri. Il pubblico ha subito una mutazione antropologica: non è più audience muta, ma è composta di persone che possono pubblicare e si aggregano intorno a un bisogno o un contenuto. Una propensione all’ascolto e all’apertura verso l’esterno è sempre più il presupposto per poi dire con sensatezza. All’ascolto si lega l’idea di condivisione – che chiama in causa tutti i soggetti interessati nessuno escluso. Non è un flusso che viene dall’alto, ma un meccanismo circolare attivato da tutti i nodi che stanno in rete: ogni pezzo di contenuto e informazione condiviso migliora la vita di chi viene in contatto con esso.Riscoperta del territorio e senso di comunità
I nuovi media non sono solo fattore di globalizzazione. Ma sempre più una riscoperta del territorio e del locale, grazie a comunità di persone che trovano online gli strumenti per conoscersi, far conoscere i propri bisogni, attivarsi e organizzarsi. Le comunità che si creano online (anche se non hanno una base geolocalizzata) hanno un forte senso di appartenenza e adesione – che può diventare anche il vero valore aggiunto per l’innovazione e il cambiamento.Impegno “grassroots” e approfondimento narrativo
I nuovi spazi digitali consentono e aprono alla progettazione, produzione e distribuzione di contenuti dal basso (“grassroots”) che aggirano le logiche mediali tradizionali e si caratterizzano per un maggiore impegno. Una propensione (spesso multimediale) legata alla ricerca dell’approfondimento, della narrazione, della profondità dello sguardo sui fatti e sugli eventi.Sincronizzazione e “bridging” tra diverse velocità
In contesti in cui esistono varie e diverse sensibilità, tradizioni, velocità e esperienze (pe l’Unione Europea), il web può servire per “sincronizzare” i vari punti di vista e fare da ponte (“bridge”). Sia per la costruzione di una identità comune, sia – più pragmaticamente – per concordare delle politiche efficaci e condivise.
Giornalismo, cominciamo a parlare di dati
- LOCATED IN Segnalo
Nel libro che esce la prossima settimana concludo dicendo che è il giornalismo la via d’uscita alla crisi del giornalismo. Concetto qui generico e fuori contesto, ma che riconosco in pieno nella riflessione avviata la scorsa settimana da Mario Tedeschini Lalli sulla necessità, per chi fa informazione, di cominciare a lavorare seriamente sui dati.
Si tratta di cominciare a trattare di dati, gli elementi di base di ogni ricerca o indagine giornalistica per quello che valgono: cioè molto. Scoprirli, organizzarli, renderli commentabili e annotabili. E per dati possiamo intendere sia i numeri, le tabelle, le statistiche; sia i documenti, i testi originali ecc. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una funzione “archivistica”, io sostengo che mettere il pubblico in grado di scrutare e analizzare i dati sulla base del quale la politica o il potere in genere prendono le decisioni sia una funzione tipicamente giornalistica. Il bello di questo nuovo mondo digitale e che possiamo andare oltre i semplici “esempi” che possiamo mostrare o citare in un articolo o in una pagina e offrire al pubblico, al cittadino il materiale originale, tutto il materiale originale – in forma significativa. Da questo punto di vista occorre agire in due direzioni: verso le autorità pubbliche e verso i processi stessi di costruzione giornalistica.
[leggi tutto su Giornalismo d’altri]
In Italia il giornalismo online è ancora quasi completamente da costruire. Nelle pratiche, ma prima ancora nelle premesse culturali – tanto dei giornalisti quanto dei lettori. La nostra è una nazione ostinatamente abbarbicata all’approssimazione e all’emotività. Per motivi opposti e sventatezza comune, sia i disinformatori di massa sia gli attivisti della controinformazione indulgono pesatemente nel fanatismo e nell’esaltazione. È una strategia criminale per quanto riguarda i primi, suicida per i secondi. Una società che conservi un briciolo di amor proprio ha il dovere di tornare non tanto alla verità, quanto ai fatti. I fatti si possono ricostruire, quasi sempre, con freddezza e precisione. Internet e il giornalismo digitale aprono enormi opportunità in questo senso, altro che professione svuotata. È un campo che mi affascina molto e che sto esplorando da qualche tempo anche con FactCheck.it, un quaderno di appunti pubblico e collaborativo che un giorno mi piacerebbe aiutare a far crescere in una dimensione più attiva e propositiva.
In questo contesto si innesta la proposta di Tedeschini Lalli, che promette di rilanciare nei prossimi giorni. Siccome Mario è saggio, conosce bene lo stato dell’arte del giornalismo digitale e sa guardare più lontano di me, mette subito l’accento su una premessa indispensabile. Se vogliamo lavorare sui dati e sui fatti, dobbiamo prima fare in modo che quei dati e quei fatti siano disponibili e accessibili su larga scala. I dati sono patrimonio dei cittadini: oggi, in Italia, siamo ancora molto lontani da questo presupposto. C’è un gran lavoro di sensibilizzazione culturale e normativa da un lato, professionale dall’altro. Per quanto mi riguarda, come cittadino prima ancora che come giornalista, io sono a disposizione.
Aggiornamento, ore 10: proprio stamattina a Frontiers of Interaction 2010 (streaming live) il ministro Renato Brunetta ha anticipato il lancio di un data.gov italiano (ovvero di una repository dei dati pubblici, sulla falsa riga degli esempi statunitense e inglese) entro la fine dell’anno.
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