Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
La gipsoteca della società digitale
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A Firenze sono andato e tornato talmente di corsa che non ho proprio fatto in tempo a godermela. Però ToscanaLab mi è sembrato un luogo interessante, ricco di energia e di buon umore. Ospitato in una sede talmente improbabile, la gipsoteca dell’Istituto d’arte, da sembrare azzeccata: parlavano perfino i muri. Io ero inserito all’interno del percorso dedicato a internet come strumento per il miglioramento della società, percorso che univa politica e informazione. È stato piacevole confrontarsi una volta di più con Antonio, Antonella e Livia, ma è stato ancor più interessante conoscere Dino Amenduni, una delle menti dietro i più interessanti progetti online della politica pugliese, ed Ernesto Belisario, che ha approfondito in modo molto stimolante gli open data (discorso che si interseca con discussioni recenti anche in campo giornalistico). Il mio contributo è stato minimo, ho raccolto quattro idee su un tema che m’intriga molto da qualche tempo: l’iperlocalità come dimensione operativa a disposizione dell’informazione e del governo del territorio. Ci sono le slide, ma non sono molto parlanti in questa versione.
Più interessante è semmai il testo che riassume gli approfondimenti del nostro panel. L’idea era che ogni gruppo di lavoro producesse un documento di sintesi da portare poi nella sessione plenaria di chiusura. Questo è quello che è uscito dal nostro, per merito soprattutto di Antonio Sofi (approfondimenti su SpinDoc):
Trasparenza e fiducia
La società digitale è trasparente e translucida: ci si vede (ci si deve vedere) attraverso. La spinta verso la massima trasparenza vale per la politica e per la pubblica amministrazione, per il giornalismo e l’informazione, per il pubblico e i cittadini. Una nuova negoziazione che produce una nuova opinione pubblica: più informata e attiva, in cui nessuno può nascondere niente o avere rendite di posizione. Una nuova negoziazione fiduciaria. Il termine è inoltre legato a doppio filo all’attività della Pubblica Amministrazione: la trasparenza degli atti amministrativi può essere realizzata solo e unicamente tramite le nuove tecnologie. Per rendere noti decisioni e risultati; per migliorare il rapporto dei cittadini con la burocrazia e la competitività delle scelte delle aziende.Ascolto e condivisione
Più che per parlare, i nuovi media servono per ascoltare gli altri. Il pubblico ha subito una mutazione antropologica: non è più audience muta, ma è composta di persone che possono pubblicare e si aggregano intorno a un bisogno o un contenuto. Una propensione all’ascolto e all’apertura verso l’esterno è sempre più il presupposto per poi dire con sensatezza. All’ascolto si lega l’idea di condivisione – che chiama in causa tutti i soggetti interessati nessuno escluso. Non è un flusso che viene dall’alto, ma un meccanismo circolare attivato da tutti i nodi che stanno in rete: ogni pezzo di contenuto e informazione condiviso migliora la vita di chi viene in contatto con esso.Riscoperta del territorio e senso di comunità
I nuovi media non sono solo fattore di globalizzazione. Ma sempre più una riscoperta del territorio e del locale, grazie a comunità di persone che trovano online gli strumenti per conoscersi, far conoscere i propri bisogni, attivarsi e organizzarsi. Le comunità che si creano online (anche se non hanno una base geolocalizzata) hanno un forte senso di appartenenza e adesione – che può diventare anche il vero valore aggiunto per l’innovazione e il cambiamento.Impegno “grassroots” e approfondimento narrativo
I nuovi spazi digitali consentono e aprono alla progettazione, produzione e distribuzione di contenuti dal basso (“grassroots”) che aggirano le logiche mediali tradizionali e si caratterizzano per un maggiore impegno. Una propensione (spesso multimediale) legata alla ricerca dell’approfondimento, della narrazione, della profondità dello sguardo sui fatti e sugli eventi.Sincronizzazione e “bridging” tra diverse velocità
In contesti in cui esistono varie e diverse sensibilità, tradizioni, velocità e esperienze (pe l’Unione Europea), il web può servire per “sincronizzare” i vari punti di vista e fare da ponte (“bridge”). Sia per la costruzione di una identità comune, sia – più pragmaticamente – per concordare delle politiche efficaci e condivise.
Giornalismo, cominciamo a parlare di dati
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Nel libro che esce la prossima settimana concludo dicendo che è il giornalismo la via d’uscita alla crisi del giornalismo. Concetto qui generico e fuori contesto, ma che riconosco in pieno nella riflessione avviata la scorsa settimana da Mario Tedeschini Lalli sulla necessità, per chi fa informazione, di cominciare a lavorare seriamente sui dati.
Si tratta di cominciare a trattare di dati, gli elementi di base di ogni ricerca o indagine giornalistica per quello che valgono: cioè molto. Scoprirli, organizzarli, renderli commentabili e annotabili. E per dati possiamo intendere sia i numeri, le tabelle, le statistiche; sia i documenti, i testi originali ecc. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una funzione “archivistica”, io sostengo che mettere il pubblico in grado di scrutare e analizzare i dati sulla base del quale la politica o il potere in genere prendono le decisioni sia una funzione tipicamente giornalistica. Il bello di questo nuovo mondo digitale e che possiamo andare oltre i semplici “esempi” che possiamo mostrare o citare in un articolo o in una pagina e offrire al pubblico, al cittadino il materiale originale, tutto il materiale originale – in forma significativa. Da questo punto di vista occorre agire in due direzioni: verso le autorità pubbliche e verso i processi stessi di costruzione giornalistica.
[leggi tutto su Giornalismo d’altri]
In Italia il giornalismo online è ancora quasi completamente da costruire. Nelle pratiche, ma prima ancora nelle premesse culturali – tanto dei giornalisti quanto dei lettori. La nostra è una nazione ostinatamente abbarbicata all’approssimazione e all’emotività. Per motivi opposti e sventatezza comune, sia i disinformatori di massa sia gli attivisti della controinformazione indulgono pesatemente nel fanatismo e nell’esaltazione. È una strategia criminale per quanto riguarda i primi, suicida per i secondi. Una società che conservi un briciolo di amor proprio ha il dovere di tornare non tanto alla verità, quanto ai fatti. I fatti si possono ricostruire, quasi sempre, con freddezza e precisione. Internet e il giornalismo digitale aprono enormi opportunità in questo senso, altro che professione svuotata. È un campo che mi affascina molto e che sto esplorando da qualche tempo anche con FactCheck.it, un quaderno di appunti pubblico e collaborativo che un giorno mi piacerebbe aiutare a far crescere in una dimensione più attiva e propositiva.
In questo contesto si innesta la proposta di Tedeschini Lalli, che promette di rilanciare nei prossimi giorni. Siccome Mario è saggio, conosce bene lo stato dell’arte del giornalismo digitale e sa guardare più lontano di me, mette subito l’accento su una premessa indispensabile. Se vogliamo lavorare sui dati e sui fatti, dobbiamo prima fare in modo che quei dati e quei fatti siano disponibili e accessibili su larga scala. I dati sono patrimonio dei cittadini: oggi, in Italia, siamo ancora molto lontani da questo presupposto. C’è un gran lavoro di sensibilizzazione culturale e normativa da un lato, professionale dall’altro. Per quanto mi riguarda, come cittadino prima ancora che come giornalista, io sono a disposizione.
Aggiornamento, ore 10: proprio stamattina a Frontiers of Interaction 2010 (streaming live) il ministro Renato Brunetta ha anticipato il lancio di un data.gov italiano (ovvero di una repository dei dati pubblici, sulla falsa riga degli esempi statunitense e inglese) entro la fine dell’anno.
Wireless Naonis
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Per chi s’era appassionato alla vicenda del WiFi gratuito a Pordenone, segnalo che sabato 5 giugno – insieme alla nuova biblioteca multimediale – viene inaugurato il nuovo sistema di accesso civico senza fili a internet. Del precedente progetto, a cui avevo collaborato per farne soprattutto un investimento in cultura e cittadinanza digitale, resta solo il nome: Wireless Naonis. Sono previsti hotspot in alcuni luoghi di aggregazione della città, a cominciare appunto da piazza XX settembre. Dovrebbe essere già attivo un punto di accesso anche a Torre, nel parco del castello, dove si trovano anche gli Studios della webtv cittadina PnBox. L’accesso alla rete avviene attraverso l’autenticazione con codici forniti a ogni cittadino in seguito a registrazione e identificazione fisica, come richiesto dalla legge Pisanu. È un inizio e come tale va sostenuto e incoraggiato. Come nota anche Piervincenzo Di Terlizzi, la nuova biblioteca con connettività può essere un luogo di crescita di grande importanza per la nostra città. Spero davvero che, nei prossimi mesi, cittadini e istituzioni sappiano cogliere l’opportunità.
Settimana ricca
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La settimana che avrei voluto passare a Perugia (qui i video degli incontri, comunque), non solo non la passo a Perugia, ma pure orizzontale a superare una brutta influenza gastrointestinale mia e della mia famiglia. Peccato, perché è una settimana come ne capitano poche nell’informazione italiana e avrei voluto godermela con maggiore attenzione. Ieri è nato Il Post di Luca Sofri, un progetto che aspettavo con molto interesse e da cui mi aspetto grandi cose. Porta in Italia il modello dei vari Huffington Post e Daily Beast, riconducibile alla massima di Jeff Jarvis «cover what you do best and link to the rest». A margine del debutto del Post, da leggere anche le riflessioni di Giuseppe Granieri e Andrea Beggi. Sempre martedì Repubblica.it s’è data una bella sistemata all’impaginazione, mettendo finalmente ordine tra le mille testate del gruppo editoriale che reclamavano uno spazio in home page: non aggiunge novità travolgenti, ma oggi sembra un giornale più maturo. C’è curiosità intanto per il Corriere.it, che perde il suo caporedattore storico Marco Pratellesi (se ne va in Condé Nast) proprio mentre la redazione è in subbuglio a causa di alcune contestate scelte della direzione. Settimana ricca anche sul fronte degli aggregatori: lunedì è stato presentato ufficialmente BlogNation, progetto di Gianluca Neri e soci (finanziato da Telecom Italia), e Paperblog, localizzazione di un servizio popolare in Francia. In bocca al lupo a tutte le nuove iniziative.
Festival del giornalismo
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Dopo esserci stato per curiosità l’anno scorso mi ero ripromesso di non perdere più un’edizione. Dopo aver visto il programma di quest’anno mi ero detto che sarebbe stato proprio imperdibile. Infatti sono costretto a perdermelo, per accumulo di arretrati familiari e professionali. Ma almeno voi che potete, andateci a Perugia da mercoledì.
Un territorio da esplorare
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Domattina, nell’ambito del festival Le voci dell’inchiesta di Pordenone, modero un incontro dedicato alla Clip culture, ideale festeggiamento del quinto compleanno di YouTube. Appuntamento alle 9 alla sede universitaria di via Prasecco, per chi si trova a Pordenone. Per tutti gli altri, dovrebbe essere disponibile una diretta web. Si parlerà di alcune esperienze originali nell’ambito della creatività multimediale promossa dalla rete, come la Banca della Memoria, Italiani di Frontiera, Scenari di RaiNews24 e Dice Che, chiacchiere e videogiornalismo di abruzzesi terremutati.
La rete ha cambiato il nostro modo di pensare? Certamente ha modificato il rapporto delle giovani generazioni con il cinema e la televisione. Sono passati solo cinque anni dalla nascita di YouTube (il primo video vi fu caricato il 23 aprile 2005) e ogni mese più di venti milioni di nuovi filmati, per lo più autoprodotti, vengono caricati sul noto sito di video sharing. Ma internet non è solo questo: è una fonte inesauribile di informazioni e di notizie giornalistiche, uno sconfinato territorio da esplorare, un luogo di incontro e di scambio, un gigantesco archivio audiovisuale che riduce progressivamente il rischio (qualcuno dice: la libertà) di dimenticare.
Nick Drake è vivo e canta in mezzo a noi
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Colonna sonora di una Pasquetta al lavoro. Chi apprezza il genere che unisce come in un filo rosso sonorità acustiche e introspettive alla Nick Drake, Damien Rice e Jeff Buckley potrebbe apprezzare The Sleeper’s Sunday Grid, disco di esordio del pordenonese Federico Babbo, in arte Jeckeyed. Scelta illuminata, l’intero disco è pubblicato con licenza Creative Commons e si può ascoltare e scaricare liberamente. Io lo trovo un lavoro davvero notevole.
Il mondo ha bisogno di cure materne
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Uno di questi giorni, con più tempo, vorrei raccontare la nostra felice esperienza di parto naturale in casa. Vorrei per ora mettere a fuoco soltanto un concetto, che sento urgente: è assolutamente necessario, direi addirittura vitale per il genere umano, che le donne si riapproprino del loro sapere ancestrale legato alla nascita. È già tutto dentro di loro, il loro hardware e il loro software sono fatti apposta per generare vita in dolcezza e serenità. Altro che dolore: la retorica del dolore è una delle più grandi truffe ai danni dell’umanità. Certo che non è semplice come una passeggiata né piacevole come un massaggio balinese: il parto è cruento, piscologicamente e fisicamente impegnativo. Ma tutto ciò che succede, succede per un motivo e se si impara a riconoscere e dominare quello che accade non c’è analgesico che tenga.
Posto che è giusto che ognuno possa decidere per sé ciò che sente più giusto, dunque anche sedare ogni terminazione nervosa, dal mio punto di vista non c’è nulla di meno comprensibile della rincorsa all’epidurale o, peggio ancora, al cesareo quando non è strettamente necessario. È un raggiro, è l’istituzionalizzazione di un’ignoranza: invece di provare vergogna per le sue mancanze culturali, la nostra società incoraggia una medicalizzazione portata alle estreme conseguenze che fa gli interessi di tanti, ma certo non delle mamme e tantomeno dei bimbi. Ti insegnano per nove mesi delle procedure, ma è un inganno: sono le procedure che servono ad altri per gestire più numeri e più in fretta, e per tutelarsi legalmente da ogni starnuto.
Io li capisco i medici, e non credo certo che siano tutti dei criminali in malafede. I ginecologi, per esempio: ne vedono di tutti i colori, conoscono tutti i rischi di complicazioni. Sono abituati a pensare che se qualcosa può andare male certamente lo farà. Così nel dubbio si attengono alle procedure più sicure e scrupolose a prescindere per tutti. Ma la grandissima parte delle nascite non ha problemi e farebbe certamente a meno delle complicazioni legate all’ansia, alla dipendenza dall’ecografia, alla paranoia trasmessa dalle strutture sanitarie. Gli anestesisti li capisco meno, francamente: l’unico motivo per cui mi spiego il loro sostegno quasi incondizionato ai metodi artificiali di contenimento del dolore è che questi rendono molto e permettono al loro reparto di investire in altri servizi o ricerche utili che la contrazione delle spese statali non consente. Ho simpatia per le ostetriche, invece: sono costrette ad adeguarsi a un cinismo che non ha nulla a che fare con il loro mestiere. Le puoi dividere in gruppi: le ribelli e le istituzionalizzate. Le prima, appena possono, scappano. E ci credo.
Si parla di parto in casa soltanto per rivendicazioni economiche: ogni tanto saltano fuori mamme particolarmente agguerrite che pretendono il riconoscimento da parte del servizio sanitario della spesa da loro sostenuta. Han fatto risparmiare soldi allo Stato e una parte di quei soldi basterebbero a ripagare l’esborso della famiglia ribelle. Ma il problema non è la spesa, che pure immagino trattenga molte famiglie dal fare una scelta di questo tipo. Il punto è recuperare ovunque, dentro e fuori dagli ospedali, una conoscenza della nascita, una cultura del parto che viene sempre più spesso umiliata e disconosciuta. Dovrebbe essere una materia di scuola: educazione civica, biologia umana, ecologia dell’esistenza, non so. Fatto sta che ogni donna dovrebbe conoscere, fin da bambina, come la fisiologia del suo corpo racchiuda enormi capacità, delle quali può essere consapevole dominatrice o atterrita schiava. Assecondare queste capacità, riconoscerle, saperle gestire è più potente di qualunque anestetico, più sicuro di qualunque posizione da parto, più delicato di qualunque intervento esterno.
Io sono sicuro che io e la mia famiglia siamo stati estremamente fortunati nel corso di entrambe le gravidanze e credo che il mio punto di vista ne sia inevitabilmente influenzato. Ma so anche che se non fosse stato per la forza di Stefania, per la sua ostinazione nel mettere in discussione i percorsi che le venivano imposti senza apparentemente contemplare scelta, per la sua testardaggine nel trovare risposte personalizzate, per la sua sete di conoscenza clinica, entrambi i parti sarebbero stati molto peggiori, molto più dolorosi, molto meno sereni. E sono convinto che le nascite che mia moglie ha preteso per i nostri figli siano il più grande regalo che da genitori potremo mai fare loro. Nella scelta di partorire in casa non c’è soltanto la sconsideratezza che leggo sotto forma di biasimo negli occhi di molte persone con cui abbiamo parlato in questi giorni: se lo fai, ti affidi a professionisti preparati, che sanno riconoscere le condizioni che lo rendono opportuno e che per primi ti trascinano in ospedale se non è possibile procedere in modo sicuro.
C’è un mondo dietro le confuse riflessioni che sto provando ad abbozzare (con spirito di testimonianza e non certo di prescrizione universale), al quale non è facile avere accesso se qualche anima buona non ti indica un portoncino di servizio da cui entrare. Nel nostro caso è stato un regalo, un bellissimo libro di Verena Schmidt (Venire al mondo, dare alla luce) che noi da anni a nostra volta regaliamo a tutte le coppie di amici incinti. In questi giorni sta uscendo un nuovo libro della stessa autrice, Apprendere la maternità e ne sfogliavo proprio stamattina le prime pagine, annotando ogni piccola ola interiore che mi provoca. A cominciare da questa:
I gruppi di donne già in tempi lontani furono luogo “di coltivazione” del sapere femminile, luogo di condivisione e territorio sociale dei valori femmili. Oggi possono risorgere come strumento per il ritorno al sapere della maternità, della ciclicità che ancora dorme nella profondità di ogni donna. Di questo sapere non ha bisogno soltanto la donna, il figlio, la figlia che da lei nascono, ma anche il mondo, che sta sprofondando nella violenza, nei soprusi, nel disprezzo per la vita umana e rischia di morire per mancanza di “cure materne”. L’istinto protettivo innato nel femminile, ma leso sistematicamente, ha bisogno di risorgere nelle donne e negli uomini in difesa dell’integrità dello sviluppo umano.
[Verena Schmidt, Apprendere la maternità, Urra, 2010, pagg. XI e XII]
(Non credo sia davvero necessario spiegarlo, ma per correttezza e rispetto di tutti: collaboro con la casa editrice che pubblica i libri di Verena Schmidt, anche se non sono coinvolto direttamente nella loro produzione e promozione. Ogni valutazione qui riportata è del tutto personale ed è frutto delle mie esperienze di vita e del desiderio che altri possano avere almeno la possibilità di scegliere.)
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