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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Novembre 22 2011

Caro Giorgio,
tu te ne sei accorto appena, ma in questi giorni la nostra famiglia ha dovuto salutare un suo grande amico, uno dei più cari. Quando te l’ho detto, qualche giorno fa, hai fatto quel tuo sorriso dolce, quello compito dei momenti speciali, e mi hai detto che in effetti ti dispiaceva molto, perché lui ti faceva sempre tanto ridere. Ancora non sei in grado di comprendere l’inevitabile spietatezza del distacco, ma non credo che avresti potuto rendergli meglio giustizia. In effetti era simpatico, divertente e genuino. Era la persona con più nipoti putativi che abbia conosciuto, e noi tra loro. Era anche tante altre cose, volate via qualche anno prima che tu nascessi per via di un colpo basso della senilità. Ma era ancora lui, era rimasto fedele a se stesso in quell’umanità così ricca e gentile, benché costretta a fare a meno delle sovrastrutture della memoria.

Io sono sempre stato molto grato per questo tempo extra che gli veniva concesso e che ha permesso almeno a te, meno purtroppo a tua sorella, di conoscerlo. Era una mia piccola emozione vedervi interagire, scherzare e camminare mano nella mano il sabato mattina di ritorno dal mercato. In quella mano stretta era come se passasse in te un po’ della mia infanzia, dove lui c’è stato fin dal primo giorno: è stato prati, passeggiate, scherzi, risate, schedine del Totocalcio al bar, trattori in campagna, Giro d’Italia in tv, racconti di una Trieste d’altri tempi. È stato padrino in una famiglia allora senza zii o nonni maschi. È stato quotidianità e presenza, due cose di cui impari il valore soltanto quando diventi adulto.

Mi piacerebbe che tu lo ricordassi, vorrei aiutarti nel tempo a conservare un ricordo di lui. Perché se è vero, come dice Pessoa, che ognuno di noi è un baule pieno di gente, io sono orgoglioso che nel tuo abbia fatto a tempo a entrarci un po’ anche lui. E per quanto tristi possiamo essere oggi che l’abbiamo salutato per l’ultima volta, so che la nostra famiglia conserverà sempre la gioia e la riconoscenza per averlo avuto nelle nostre vite.

Ottobre 9 2011
  • La prefazione al libro su LinkedIn di Antonella Napolitano, in uscita per Apogeo.
  • Una chiacchierata sulla “parte abitata della rete” con Massimo Mantellini per il suo Eraclito.
Settembre 14 2011

Oggi comincia la dodicesima edizione di Pordenonelegge.it, consueta festa del libro con gli autori di metà settembre che ospiterà quest’anno 245 scrittori, editori, giornalisti, filosofi, artisti e scienziati per animare in cinque giorni oltre 200 incontri in 32 luoghi della città. Il programma e la quantità di persone che affollano il centro storico in questa occasione richiedono scelte mirate e molta organizzazione, ma ce n’è un po’ per tutti i gusti.

Agli interessati di ebook, editoria digitale e informazione in rete segnalo l’incontro di sabato 17 settembre alle 10 all’auditorium dell’Istituto Vendramini con Giuseppe Granieri e Piervincenzo Di Terlizzi (a cui partecipo anch’io) e quello di domenica 18 alle 11.30 con Edoardo Fleischner, Antonio Tombolini, Antonio Riccardi e Gianni Peresson.

Luglio 5 2011

(Pubblicato originariamente  su Apogeonline)

All’inizio pensavo fosse solo un mio momento di affaticamento oppure una congiuntura poco felice delle mie testate di riferimento. Dopo almeno un anno di disagio manifesto e crescente, prendo atto che forse sta irrimediabilmente cambiando il mio rapporto con l’informazione. Non provo più il piacere irrinunciabile di sfogliare un quotidiano, resto del tutto insensibile al fascino dei settimanali, lascio incellophanati i mensili a cui sono abbonato, non accendo quasi più la televisione. Sono sentimenti per me inediti: sono cresciuto col giornale in casa tutti i giorni, ho passato buona parte della vita guardando due edizioni al giorno di almeno tre telegiornali diversi, osservo con curiosità fin da molto giovane il modo in cui prende forma sulla carta o nell’etere il racconto dell’attualità. Oggi tutto questo non mi gratifica più, talvolta mi dà la sensazione di perdere tempo, molto spesso mi infastidisce. Perché? Mi sono interrogato a lungo, ho scansato con cura i luoghi comuni sulla qualità del giornalismo italiano nell’ultimo decennio (c’entrano, ma non sono il punto) e sono andato in cerca di indizi. Provo a condividerli, anche per la curiosità di capire se è qualcosa di più di una suggestione personale.

Immerso nel flusso

Amo dire che «vivo e lavoro in rete» da oltre quindici anni. Nell’ultimo decennio in particolare, ovvero da quando la nostra umanità e socialità ha cominciato a espandersi in modo significativo sul web attraverso blog e social network, il numero di persone e di idee con cui entro in contatto quotidianamente è cresciuto in modo esponenziale. Mi aggiorno in tempo reale grazie a servizi di informazione online, ma soprattutto attraverso le aggregazioni delle mie fonti preferite, professionali e amatoriali. Quando manco uno spunto che potrebbe essermi utile, il più delle volte l’informazione rientra nel flusso attraverso le condivisioni dei miei contatti su Facebook e Twitter. Flusso è il concetto chiave. Vivo immerso e sono parte di un flusso che scorre ininterrotto, portando con sé in giro per la rete notizie, esperienze, idee, contatti, emozioni. Quando intercetto qualcosa che mi interessa in modo particolare inizio ad andare in profondità: parto dal pretesto che mi ha incuriosito e risalgo la corrente fino alla fonte che ha dato origine a quel concetto o allargo il cerchio fino a farmi un’idea soddisfacente dell’argomento o della vicenda.

Il flusso non è un tritatutto unidimensionale, al contrario contiene in sé – grazie ai link, ai like, alle innumerevoli forme in cui in rete si generano relazioni tra persone e contenuti – tutti gli appigli per muoversi, ciascuno contemporaneamente, in grande libertà nel tempo e nello spazio. Ai miei studenti spiego che internet è un sistema operativo: ecco, io uso questo sistema operativo per decodificare la complessità secondo i miei bisogni contingenti. Uso internet per informarmi meglio, quando mi serve, per quello che mi serve. Uso internet per vivere meglio e avere le risposte che cerco nel momento in cui le cerco. Uso internet per lavorare in modo più efficace e dare spessore agli argomenti di cui sono chiamato a interessarmi. Tutto ciò contribuisce a fare di me un lettore per certi versi di frontiera nelle pratiche ed evidentemente sempre più frustrato da quanto non si plasma in tempo reale sulle sue esigenze e necessità. Non parlo solo di giornali: detesto anche i menu al ristorante, quando mi obbligano a chiedere chiarimenti a un cameriere distratto.

Raccontami, non raccontarmela. 

La prima risposta alle domande da cui sono partito, dunque, è scontata e ancora superficiale: internet è più comoda, più potente, più presente e più personalizzabile. Quando leggo un giornale soffro la superficialità di un articolo che si ferma a troppi passi da quello che intravedo come il nocciolo della questione e mi abbandona a me stesso dopo l’ultima parola. Quando leggo un periodico constato una ricorrente difficoltà a rientrare nel target al quale la redazione fa riferimento per massimizzare le entrate pubblicitarie e le vendite. Quando guardo la televisione unisco le due sensazioni e tendo a moltiplicarle. Ma c’è di più, secondo me. Per esempio, mi scopro intollerante alla messa in scena delle notizie: l’impaginazione eclatante, la presentazione che gronda retorica, la semplificazione eccessiva e talvolta irrispettosa dell’intelligenza del lettore.

Per loro costituzione, i mezzi di comunicazione di massa dispensano conoscenza da un palcoscenico: ci sono gli attori e c’è il pubblico. Per sua costituzione, internet abbatte quel palcoscenico, lasciando che i ruoli semplicemente si definiscano spontaneamente in base ai contesti. Quello che vale dentro internet non deve valere necessariamente per carta e etere, ma è inevitabile che col tempo le abitudini e le sensibilità di un numero crescente di persone ne escano ridisegnate. Tutto ciò che ricalca la supremazia del palcoscenico sui contenuti stessi – e spesso le gabbie, i progetti grafici, le scenografie più recenti sembrano esasperare questo concetto, quasi in forma di estrema difesa – finisce progressivamente per apparire stonato, artificiale, autoreferenziale, distante dalla realtà. Vorrei la notizia, l’idea, il commento, senza troppi giri di parole, senza immagini inutili, senza le calcificazioni ideologiche, di contesto e di stile che oggi caratterizzano molti giornalisti e molti progetti editoriali di successo.

Unità di senso

Non ne faccio affatto una questione di lunghezza. Considero un falso mito della rete la necessità di produrre testi asciutti, brevi, addirittura scomposti in più pagine se superano un taglio gestibile a colpo d’occhio. L’esperienza maturata negli ultimi cinque anni proprio qui su Apogeonline, che certo non si nega d’esser rivista di nicchia, mi racconta il contrario: la lunghezza è per definizione q.b., quanto basta, sta poi a chi scrive sostenere col proprio stile e col giusto equilibrio di sintesi e dettaglio l’attenzione e il giudizio del lettore. L’articolo torna a essere strumento di una relazione tra chi legge e chi scrive, non il mero prodotto finito di progetto editoriale. Il fatto è che una porzione consistente delle variabili che nel sistema tradizionale sono stati riserva del giornalista e delle redazioni finiscono in modo naturale e quasi trasparente nella disponibilità di chi usufruisce di contenuti attraverso la rete: la gerarchizzazione delle notizie, lo spazio e il livello di approfondimento destinati a ogni argomento dipendono dalle scelte di ciascun lettore, che può passare indifferentemente da un articolo a un altro, da un sito all’altro, avendo a cuore non certo il target, non certo la testata, non certo il piano editoriale, ma soltanto le sue esigenze contingenti e la sua curiosità.

Il lettore in rete non cerca la messa in scena del contenuto, cerca il contenuto e lo cerca all’altezza, altrimenti va altrove. Io, come lettore, mi sto abituando a scomporre la complessità in unità di senso, servendomi di ogni fonte disponibile. Cerco l’articolo prima che il giornale, il post prima che il blog, il messaggio di stato prima che il social network. Il processo di accesso all’informazione è capovolto e procede per ricombinazioni personali e non preventivabili all’origine. Non sto affatto insinuando che il giornale, la trasmissione, il palinsesto nel loro passaggio alla rete vengano superati, quanto piuttosto che diventano strumenti abilitanti al servizio dei contenuti. I nostri siti gravitano ancora concettualmente sulla home page, mentre l’esperienza del web contemporaneo ci sta dicendo che il baricentro si è spostato progressivamente nelle pagine interne e dunque, per come sono fatti gran parte dei siti più recenti, sulle unità di contenuto che quel sito ha da offrire alla rete. Non si spiegherebbe altrimenti perché, esempio tra i più efficaci di una tendenza consolidata nei siti di news statunitensi, CNN avrebbe ridotto la propria pagina principale a un anonimo elenco di link e spostato ogni cura all’interno delle ricchissime pagine interne.

Desemplificare i fatti

Io come lettore compio, insomma, una costante e consapevole opera di desemplificazione, laddove il ruolo dei giornali è stato fin qui soprattutto quello di semplificare e rendere accessibili questioni complesse. Ho più che mai bisogno dell’esperienza e della capacità divulgativa altrui, ma sono io a scegliere chi, quando e come. È il motivo per cui, anche tra i giornali online, scelgo soprattutto quelli che per vocazione si cimentano soltanto in questioni in cui sono in grado di fornire un consistente valore aggiunto, seminando il web di unità di contenuto di qualità, o quelli che per contro svolgono la meritoria funzione di ricostruzione del contesto nelle vicende più complicate, fornendo utili appigli per la selezione delle fonti più degne di interesse. Salvo da questo processo di disgregazione delle testate e dei contenitori il libro, a prescindere dalla sua progressiva (e irrilevante, da questo punto di vista) digitalizzazione in ebook, perché lo riconosco nella maggior parte dei casi compatibile con la ricerca di unità di contenuto sulle quali basare i miei percorsi di approfondimento personale.

Infine, sono un lettore alla disperata ricerca di fatti, di dati di fatto, di verità oggettive e sopra le parti. Ho la necessità di capire e di verificare, di giudicare potendo osservare il mondo intorno a me soltanto dopo aver appoggiato entrambi i piedi su un terreno consistente. Per questo mi sento tradito più volte al giorno da chi lo dovrebbe fare per me (insieme a me) e invece continua a ragionare più facilmente per battute, cartelle,pagine che per peso specifico di un articolo. Questo rende la necessità del fai-da-te o della ricombinazione personale dei testi e delle fonti più che mai necessaria e urgente, almeno quanto urgente è affrancare il filtro comunitario dei social media dalle emozioni e dalle urla di parte. Sono tutti processi complicati, che richiedono tempo e fatica, ma che avverto irrimediabilmente avviati, benché lontani da un approdo certo e rassicurante. So di non essere più il lettore di prima, non so ancora quale lettore sarò. Ma avverto la responsabilità di vivere in modo più che mai consapevole questo percorso.

Aprile 6 2011

Mercoledì prossimo comincia il Festival internazionale del giornalismo di Perugia. Io, se tutto va per il verso giusto, sarò lì da giovedì sera tardi e ci rimarrò fino a domenica mattina. Il programma, come al solito, è talmente ricco di temi e di nomi imprescindibili da generare ansia per le scelte da fare e rabbia per gli incontri che sarò costretto a saltare. Quest’anno sono stato coinvolto in alcuni panel, a diverso titolo.

Venerdì 15 aprile alle 10 partecipo a un incontro organizzato dalla Columbia Journalism Review su The news frontier: piccoli che fanno grandi storie, con Claudio Giua (direttore sviluppo e innovazione Gruppo Espresso), Charles Lewis (giornalista investigativo, fondatore del Center for Public Integrity), Justin Peters (direttore CJR online) e Paul Staines (Guido Fawkes blog).

Sempre venerdì 15 alle 16 partecipo alla cerimonia di premiazione del Premio Eretici Digitali, di cui sono giurato con Angelo Agostini, Sebastiano Caccialanza, Luca De Biase, Anna Masera, Marco Pratellesi e Mario Tedeschini Lalli.

Poco dopo, alle 17.30, modero un panel su Factchecking, il giornalismo che si ferma ai fatti, al quale partecipano Bill Adair (fondatore e direttore di PoliFact), Hauke Janssen (direttore del settore factchecking di Der Spiegel) e Luca Sofri (fondatore e direttore de Il Post).

Alle 19 c’è la presentazione dell’Online News Association, di cui sono diventato membro proprio quest’anno e che sta mettendo insieme un piccolo gruppo operativo anche in Italia (ricorderete l’incontro di novembre sul giornalismo iperlocale). Coordina Mario Tedeschini Lalli (direzione sviluppo e innovazione Gruppo Espresso) e partecipano gli ospiti internazionali che daranno vita a Perugia a una serie di tavole rotonde e workshop su cui torno tra un attimo.

Sabato 16 aprile alle 17.30, infine, partecipo a un panel su Open data e informazione: il mondo sta per essere sommerso di dati, i giornalisti sapranno dargli un senso? a cui prendono parte Ernesto Belisario (presidente dell’Associazione Italiana per l’Open Government), Jonathan Gray (coordinatore della community di Open Knowledge Foundation), Simon Rogers direttore del  Datablog e del Datastore di The Guardian). Modera Diego Galli, responsabile del sito di Radio Radicale.

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Per quanto riguarda gli incontri organizzati dall’Online News Association segnalo, oltre al già citato incontro di venerdì sera, due tavole rotonde e quattro workshop. Venerdì 15 alle 10.30 tavola rotonda sull’editorial cartooning con Maurizio Boscarol, Makkox, Mark Fiore (Premio Pulitzer 2010) e Dan Perkins. Domenica 17 alle 16 Elvira Berlingieri, Jon Hart, Guido Scorza e Mark Stephens (avvocato di Julian Assange) discutono di libertà di stampa e libertà di espressione.  I workshop sono dedicati alle narrazioni non lineari (venerdì alle 15), agli strumenti digitali gratuiti per il giornalismo (venerdì alle 17), allo smartphone come strumento per cronisti (sabato alle 9.30) e ai social media come strumenti per i cronisti (sabato alle 15). Sulla neonata pagina Facebook di ONA Italia, che segnalo a chi si occupa di giornalismo in ambito digitale, si trovano già i relativi eventi.

Dicembre 22 2010

Finisco Giornalismo e nuovi media immaginando il giornalismo sempre meno industria e sempre più artigianato, nelle cui botteghe dovranno formarsi non soltanto i garzoni e gli apprendisti, ma trovare motivo di stimolo e di aggiornamento anche i bricoleur della domenica. Una professione da condividere, insomma, che tra nuovo vigore anche da luoghi – analogici e digitali – di socializzazione, di apprendimento e di sostegno a tutte le esigenze contemporanee della società in fatto di informazione e di accesso alla conoscenza.

Leggo oggi – grazie a Lsdi – di un quotidiano del Connecticut, The Register Citizen, che in un certo senso prende alla lettera proprio quest’idea aprendo il suo newsroom café: si tratta di un luogo dove bere un caffé, collegarsi gratuitamente a internet, consultare 120 anni di archivi dei giornali locali, contribuire alla bacheca della comunità, interagire attivamente con la redazione e partecipare alle riunioni organizzative dei giornalisti. Quello che fa o dovrebbe fare più o meno ogni buon giornale locale, ovvero aprirsi alla comunità, ma ora istituzionalizzato e declinato in una forma sociale residente e sempre più in simbiosi con i cittadini.

Poi ci penso e mi viene in mente che una cosa del genere esiste perfino nella mia città. Sono gli Studios di Pnbox.tv, la web tv fresca vincitrice di un teletopo, che ha insediato la sua sede di produzione nella bastia di un castello all’immediata periferia di Pordenone, integrandola con un ristorante e un bar. La web tv dà alla città un luogo di socializzazione e svago, dove vengono organizzati spesso eventi e incontri; in cambio – la faccio semplice, ma il progetto è raffinato e da studiare – ottiene accesso preferenziale a molto buon materiale con cui nutrire di contenuti il proprio archivio televisivo e si dota di un serbatoio inesauribile di idee e di persone dentro la redazione.

Quando ho comiciato a fare questo mestiere, da ragazzino, formalmente non potevo nemmeno mettere un piede dentro alla redazione del giornale locale con cui collaboravo, per una serie di implicazioni sindacali che si capiscono soltanto quando sei dentro a questo mondo. Qui si sta dicendo invece che la redazione può essere un luogo sociale, riempirsi di gente, generare nuovi nodi della rete locale, trovare modi alternativi per avere accesso alle idee e alle persone. Che è un po’ la base per un hub giornalistico locale così come lo immaginavo qualche settimana fa a Roma. Dal giornale che va dove c’è la gente al giornale che diventa il luogo dove la gente si incontra: un bel salto.

Dicembre 13 2010

Segnalo che è uscito il bando della seconda edizione del premio Eretici digitali per le eccellenze nelle inchieste online, di cui quest’anno sono giurato. C’è tempo fino al 28 febbraio 2011. Il bando è disponibile sul sito del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Gli autori di Eretici digitali e gli organizzatori del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia indicono la seconda edizione del premio giornalistico Eretici digitali.

Il premio prenderà in esame progetti di inchiesta giornalistica che promuovano un uso innovativo di internet (crowdsourcing, giornalismo collaborativo, mash-up, datajournalism, web 2.0) e degli strumenti del digitale per realizzare un reportage di cronaca attraverso video, audio, testo, fotografie, animazione o attraverso una combinazione degli strumenti sopra elencati. Saranno selezionati progetti che si distinguano per originalità, documentazione e approfondimento.

I reportage dovranno essere stati pubblicati online nel periodo tra il 01 gennaio 2010 e il 15 febbraio 2011.

[continua a leggere sul sito del Festival del Giornalismo di Perugia]
Novembre 29 2010

Giovedì a Pordenone comincia un evento molto particolare che si chiama DireFare.PN.it. Gli incontri del 2, 3 e 4 dicembre prossimi sono il momento clou di un progetto con cui l’amministrazione comunale ha deciso di affidarsi  alle reti – reti analogiche sul territorio e reti sociali sul web – per provare a raccogliere esperienze, progetti, visioni e aspettative per la città del prossimo decennio. Filo conduttore di tutte le attività sono i “pordenonesi altrove“, ovvero cittadini giovani e meno giovani che vita o studio o lavoro hanno portato lontani da casa. La retorica del cervello in fuga qui c’entra poco: il tentativo non è farli tornare, ma di attivare relazioni attraverso cui mettere al servizio della comunità sensibilità, specializzazioni e punti di vista meno familiari. Torneranno in 25 per un fine settimana, mentre altri si sono già raccontati e si racconteranno a distanza sul sito del progetto.

C’entro un po’ anch’io, nel senso che per il Comune e insieme a Giorgio Jannis e Piervincenzo Di Terlizzi sto curando le attività online del progetto. Qui lo segnalo perché potrebbe interessare, oltre ai miei concittadini in loco e altrove non ancora raggiunti dal progetto, anche a chi si occupa di dinamiche sociali mediate dai social network. Le difficoltà che incontra un’amministrazione pubblica nell’aprirsi in rete e alle reti sono enormi, come si può ben immaginare, per questo invito chiunque ne abbia piacere a unirsi a noi, per esempio su Facebook o negli altri spazi sociali predisposti per l’occasione, e a dare, se lo desidera, il suo contributo attivo. Accanto ai pordenonesi altrove e ai tessitori di relazioni locali non mi dispiacerebbe ospitare anche punti di vista e spunti di cittadini digitali che guardano a questo esperimento da altre realtà italiane e internazionali.

Posto che il canale di ascolto e di interazione tra istituzione e cittadini è aperto su ogni tema di interesse o di ricaduta locale, il progetto si è andato specializzando in particolare in quattro filoni: l’internazionalizzazione, l’innovazione dei processi aziendali, la sostenibilità ambientale e i nuovi patti di cittadinanza. Io, devo dire, mi sto appassionando soprattutto a quest’ultimo versante. L’idea di fondo è che le istituzioni locali hanno e avranno in futuro sempre meno risorse per far fronte a problemi sempre più complessi. Già oggi i servizi sociali territoriali non fanno più fronte soltanto alle emergenze degli ultimi della società, ma anche dei penultimi e a volte dei terz’ultimi. Se ne esce soltanto ridiscutendo le deleghe di responsabilità, riavvicinando i cittadini alla propria comunità, con l’idea che i problemi di un quartiere possono essere risolti più efficacemente dentro al quartiere dalle persone che nel quartiere vivono. In questo senso viene proposto un nuovo istituto giuridico chiamato fondazione di partecipazione o fondazione di comunità. Ne riparleremo, di questo, perché è un ribaltamento di prospettiva che, nella mia testa, va di pari passo con le dinamiche di cui mi occupo per lavoro nella comunicazione e nell’informazione, così come con la sostenibilità delle scelte di vita che sperimento con la mia famiglia e con il gruppo d’acquisto a cui partecipo. Chi vuole approfondire intanto trova alcune sintesi degli incontri delle settimane scorse sul sito di DireFare.PN.it.

Segnalo infine che giovedì 2 dicembre alle 18.00 avrò il piacere di moderare un incontro sulla società che si fa rete a cui parteciperanno Giuseppe Granieri, a cui riesco per la prima volta a far mettere un piede a Pordenone, e Giorgio Jannis. Parleremo di società digitale, di abitanza biodigitale, di flussi da pettinare, di conversazioni e quant’altro. Sarete i benvenuti.

Novembre 27 2010

Ma io mi ostino a pensare che questa protesta, geniale e coinvolgente, degli studenti che si prendono i luoghi simbolo d’Italia non sia tanto contro questa riforma e contro questo governo. Quelli sono il pretesto, la notizia buona per i titoli del tg. La scintilla che innesca. Mi piace invece pensare che stiano protestando per lo sfascio, per l’arroganza, per il cinismo, per la miopia che gli ultimi venti o trent’anni di storia italiana, con governi di ogni colore, hanno riservato loro. Per lo stato in cui è ridotto l’intero sistema della formazione nazionale, per la precarietà degli edifici, per la prostrazione degli insegnanti, per la tristezza delle ultime riserve di potere, per il tedio dell’ennesima riforma che sai già destinata a impoverire ancora. Per lo spettacolo disonorevole di questi anni. Mi piace pensare che questi esuberanti giovanotti abbiano trovato il coraggio, la motivazione e l’intuizione per fare quello che noi ex-studenti sfuggiti per un soffio al collasso, noi genitori che portiamo a scuola la carta igienica per i nostri figli, noi adulti tramortiti al pensiero dell’eroismo quotidiano che ci sarebbe richiesto, non siamo stati capaci di fare: ritrovare dignità, alzare la voce, riprenderci – almeno simbolicamente – ciò che ci spetta. Per questo trovo quei monumenti occupati un’immagine potente come non se ne vedevano da anni. Per questo auguro a tutti noi che non si stanchino o non siano distratti troppo presto. E per questo, come altri in queste ore, penso che su quei monumenti dovremmo esserci anche noi.

Novembre 13 2010

Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile, sostenuto, ospitato, promosso l’incontro di Roma sul giornalismo iperlocale, ma grazie soprattutto ai tanti che sono intervenuti, in sala e in rete. È stata una giornata bella e stimolante. Per chi c’era e per chi non c’era, questo è – per ora – ciò che ne resta:

(aggiungo link man mano che trovo contenuti)

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