Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
Perché sarebbe tempo di persone serie
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Fonte: Limits to Growth Model Worth Another Look, The Oil Drum (via Beppe Caravita)
Detta in altri termini
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Dree Venier mi avvisa che ora è disponibile anche online un’intervista che mi aveva fatto qualche settimana fa per il numero di marzo del mensile La Patrie dal Friul, tutto dedicato alla rete.
A fâi cuintri a dutis chestis bielis robis al è il pês dal Digital Divide (vâl a dî, il divari digjitâl fra cui che al à a disposizion lis gnovis tecnologjiis, tant che internet, e cui no)… Tu tu âs ancje colaborât come consulent al progjet wi-fi (acès libar ae rêt cence fîl) dal Comun di Pordenon. Cemût ise la situazion in Friûl?
Plui che il divari digjitâl «tecnic» al è penç il divari digjitâl «culturâl». A son inmò zonis li che no rive la rêt, ma planc a planc chest si è daûr a superâlu: ogni dì o lei di sindics e di ditis che a protestin par jessi colegadis e duncje e je cussience de situazion, che e je daûr a comedâsi.
Ancje il wi-fi forsit nol è cussì eficaç come che o pensavi, stant che al è avonde dispendiôs: par rimedeâ ae mancjance di colegament di une part de popolazion si podarès pensâ a intervents smirâts che a domandin mancul bêçs.
Ancora sui ripensamenti
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Segnalo che contributi interessanti a proposito di WiFi cittadine stanno arrivando dai post (e dai relativi commenti) di Alfonso Fuggetta, Massimo Mantellini e Gigi Tagliapietra. Quest’ultimo, in particolare, richiama suggestioni di quindici anni fa che suonano ancora sorprendentemente attuali e stimolanti: da leggere e digerire. Fa un po’ impressione pensare a quanto tempo sia passato da quel primo “rinascimento civico”, che ricordo molto bene, e a quanto poco tutto sommato quell’entusiasmo abbia poi inciso sui processi che animano le comunità locali. Altri tempi, altri strumenti, altre dimensioni, forse. Sempre Tagliapietra suggerisce come probabilmente non sia sensato scindere le azioni di stimolo sui processi civici dagli interventi sulla tecnologia. E io credo che in termini assoluti abbia ragione, se non fosse che raramente un’amministrazione locale – oggi – ha le energie, le risorse e la visione per procedere su più fronti contemporaneamente. Dovendo scegliere, al momento sceglie ancora la via più facile, ovvero l’investimento che ha la maggior resa di fronte ai media e ai propri elettori. Comprensibile, ma miope.
Segnalo anche che nel frattempo è uscito il bando con cui l’amministrazione della mia città intende affidare uno studio di fattibilità sulla copertura wireless del territorio comunale. Bando dei cui contenuti nulla sapevo nel momento in cui ho scritto il post precedente, aggiungo a scanso di equivoci. Mi sembra molto impegnativo, abbastanza da tagliare fuori sia i piccoli studi professionali sia i grandi operatori. Non mi è chiaro chi sia il soggetto intermedio che potrebbe essere interessato a procedere su questo fronte. E stiamo parlando soltanto di una valutazione delle condizioni di base, non già della creazione della rete. Di fatto si riparte da zero. L’ipotesi di lavoro parla di una banda minima garantita per utente di 128 kbps, con canale Voip, casella di posta, hosting web, eventualmente integrabile a pagamento dai cittadini interessati ad avere migliori prestazioni.
WiFi cittadine, ci ho ripensato
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Siccome alla prova dei fatti nessuno è profeta in patria, provo ad articolare il ragionamento qui. Ho cambiato idea riguardo alle reti civiche cittadine. Non l’ho cambiata, in realtà, l’ho soltanto evoluta e adeguata allo scenario 2009. Come al solito ragiono su questo argomento a partire da un caso pratico e che conosco bene, ovvero le sperimentazioni in corso a Pordenone (nei miei archivi: 1, 2, 3, 4, 5). E arrivati alla primavera del 2009, tre anni e mezzo dopo la comparsa dell’idea nei programmi elettorali della coalizione vincente nella mia città, due anni e mezzo dopo l’inizio di un percorso allargato di progettazione, nove mesi dopo l’abbandono della prima fase di sperimentazione e ora in attesa di sviluppi, io credo che ora Pordenone dovrebbe cambiare progetto.
Non sono più convinto che le città debbano farsi la propria rete, direttamente o attraverso collaborazioni con operatori specializzati. Di fatto mi allineo alle posizioni di cui si era fatto interprete Alfonso Fuggetta qualche mese fa. Rinnego anche la necessità di un social network ad hoc, di cui sono stato forte sostenitore in passato. Naturalmente questo non significa che le città non debbano avere un ruolo nella promozione e nella diffusione della cittadinanza digitale, e anzi. Ma in questi ultimi mesi hanno fatto passi da gigante sia la tecnologia (crescita delle opportunità e delle modalità di connessione domestica e in mobilità, a cominciare dalle chiavette delle telecom) sia le persone (maggiore consapevolezza dello strumento e delle applicazioni sociali, a cominciare dal boom di Facebook).
Sono sempre più convinto che il digital divide si stia facendo da tecnologico a culturale. Restano disparità di accesso, da combattere certo, ma il problema più grande è il crescente rifiuto (sempre più spesso ideologico) delle opportunità da parte di chi non conosce la rete o non la vuole conoscere, un rifiuto che è tanto più accanito e determinante quanto più si sale nelle gerarchie della responsabilità. Sono convinto che se agiamo sul divide culturale, quello tecnologico andrà da sé e in tempi ragionevoli. Allora piuttosto che spendere soldi su un’infrastruttura che prosciugherà il bilancio degli enti locali e richiederà ulteriori spese per la manutenzione e l’assistenza, piuttosto che far fare al comune un lavoro che non è il suo (l’operatore di comunicazioni, anche se per interposto soggetto), io investirei sulla consapevolezza della città rispetto alle opportunità digitali. Nell’interesse della comunità cittadina, oltre che dei singoli. E in modo scalabile, ovvero definendo una rosa di priorità e adeguando nel tempo gli interventi alle condizioni contingenti – che sappiamo in rapidissima e forse inarrestabile evoluzione.
Allora, se oggi avessi la responsabilità politica di definire un piano locale di intervento, la metterei giù così:
– Disparità nell’accesso. L’ente locale non crea più la rete, ma interviene in tutte le situazioni in cui i suoi cittadini non sono messi nelle condizioni di accedere in modo equo alla rete esistente dei gestori specializzati. Su tre fronti: fornendo postazioni pubbliche di accesso alla rete, supportando con bandi e microfinanziamenti appositi le fasce più deboli; imponendosi in tutte le configurazioni immaginabili (gruppi d’acquisto, convenzioni ad hoc, imposizione del peso istituzionale) come mediatore tra i provider e i cittadini, per ottenere le migliori condizioni commerciali e tecnologiche possibili sul territorio.
– Promozione della presenza della città in rete. L’ente locale si fa promotore di tutte le iniziative utili per avviare punti di presenza e comunità di interesse in tutti i principali social network: non soltanto per rappresentare se stesso (ovvero per esprimersi e per ascoltare quanto di sua competenza, attraverso personale delegato), ma anche e soprattutto per favorire e lanciare l’iniziativa dei cittadini. Parallelamente, l’ente locale potrebbe sperimentare sul proprio sito web o su siti appositi alcune sezioni innovative aperte al dialogo e allo scambio di informazioni con i cittadini, ricorrendo alle tante tecnologie di rete disponibili (mashup tra mappe, strumenti di pubblicazione, sistemi di relazione, aggregatori di conversazione eccetera).
– Promozione della cultura e delle opportunità digitali. L’ente locale, direttamente oppure promuovendo la collaborazione di altri enti locali, università e associazioni, si fa promotore di cicli di incontri e occasioni formative a tutti i livelli (tecnologie, strumenti, processi). Approfitterebbe di ogni evento cittadino per declinare l’occasione anche in ottica digitale con spazi e approfondimenti a tema. Non corsi di computer, ma incontri e scambi di esperienze dal vivo con le persone e le idee che in Italia e nel mondo stanno trainando la corsa alla società digitale, compresi quanti si fanno portavoce dei possibili rischi.
– Coordinamento cittadino delle iniziative. Questo è un mio vecchio pallino: si prendono tre ragazzi promettenti, li si forma allo stato dell’arte dell’abitanza digitale e li si mette a disposizione della città per accumulare conoscenze, moltiplicare i contatti, promuovere iniziative, consigliare aziende istituzioni e cittadini, inventarsi cose online. Sarebbe una gran bella scommessa sul futuro di una comunità locale: la città in rete è un laboratorio vivo, che ha bisogno di un riferimento visibile, riconoscibile e reattivo. O, il più delle volte, di una pacca sulla spalla per cominciare.
Quanto costerebbe tutto ciò? Di sicuro non più di quanto potrebbe costare l’installazione e la manutenzione di un impianto cittadino di connettività wireless, mentre sono certo che renderebbe enormemente di più a breve, medio e lungo periodo. Piuttosto mi rendo conto che non sarebbe affatto facile spiegarlo ai propri elettori: se gli hai promesso il WiFi, gli hai fatto addirittura provare il WiFi, hai ventilato scadenze di diffusione capillare che non manterrai, ora che cosa fai, ti rimangi la parola e ripieghi su un progetto molto più difficile da comunicare? E tutto questo a pochi mesi/anni da appuntamenti elettorali che si preannunciano complicatissimi?
Io non sono proprio fatto per ragionare a questo livello. Ma da cittadino indipendente dico che apprezzerei molto se chi mi ha promesso fin qui la zuppa pronta oggi mi dicesse: «Beh, sapete che cosa? L’esperienza fatta fin qui, perché a questo progetto abbiamo lavorato un sacco anche se non si vedono ancora risultati pratici, ci ha insegnato che è oggi molto ma molto più importante investire per portare in città più cereali, più farina, più olio e più formaggio e per insegnare a ognuno di voi a farsi la zuppa da sé. Di più: noi dobbiamo creare le condizioni perché ciascuno di voi possa inventarsi nuove ricette e condividerle con i suoi vicini. Due anni fa era presto, oggi no. E non saremmo buoni amministratori se oggi noi vi preparassimo la zuppa soltanto per rispettare una promessa concepita leggendo una realtà completamente diversa». Aggiungerei anche: «E se siete così ottusi da non capirlo, ve la meritate la classe dirigente che governa l’Italia da diversi decenni a questa parte». Ma io non avrei speranze come politico, questo è chiaro.
Appunti da Perugia (2)
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Luoghi comuni riguardo a internet che mi piacerebbe si estinguessero entro il 2010: la velocità della rete, i navigatori vanno di fretta, la superficialità dei blog, i blog sono/non sono una nuova forma di giornalismo, la non competitività dei blog in fatto di numeri e traffico, il problema dell’information overload.
Se riducessimo il grado di maturità medio dei giornalisti (italiani) rispetto ai processi di rete a una percentuale, io mi immaginavo fossimo arrivati un po’ oltre al 30%. Dopo tre giorni a Perugia riaggiorno la percentuale a un 5% scarso. Lo considero il fallimento di una corporazione che non è più capace di vivere il proprio tempo, ma anche quello di una generazione di divulgatori ed early adopter.
Non è più necessariamente meglio che lavorare. Non mi spiegavo gli scarsi risultati ottenuti fin qui dal giornalismo italiano su internet, nonostante la presenza di alcune professionalità eccellenti. Dopo aver seguito le prime sessioni dedicate ai new media concludo che in realtà il giornalista medio semplicemente non ha voglia. Aveva il suo lavoro, gli bastava quello. A qualcuno tocca fare il giornale online, ma il più delle volte non ha la motivazione, il talento, l’elasticità mentale. Qualuno coglie l’occasione per rimettersi a studiare, ma spesso studia le cose sbagliate oppure capisce proprio male. Chi ha le idee, il talento, la voglia, l’elasticità non è quasi mai nel posto giusto al momento giusto, oppure resta proprio fuori dal sistema. Oggi l’innovazione deve arrivare da fuori, all’esterno dei grandi gruppi editoriali, dove però non ci sono i soldi per costruire modelli che superino la buona volontà delle intenzioni e l’amatorialità dei mezzi.
Un’altra auto-giustificazione che i giornalisti mainstream danno alla loro scarsa reattività, venuta fuori qua e là, è l’idea di trovarsi nel pieno di una fase di transizione, in cui è chiaro quello che non funziona più ma non è ancora chiaro che cosa funzionerà, e tanto vale aspettare. Mentre negli Stati Uniti e in mezzo mondo si stringono i denti e si sperimenta, qui si aspetta. Se e quando qualcosa funzionerà, magari copieremo. Male, come spesso accade.
Ancora più dei vecchi baroni fossilizzati sulla nostaglia del giornale degli anni Settanta e Ottanta, mi fanno impressione i giovani aspiranti giornalisti. Entusiasti, molto attivi, pieni di iniziativa: una ventata salutare di entusiasmo ed energia. Ma nella maggior parte dei casi capaci di riconoscere un solo modello tradizionale di giornalismo e in prima fila quando si tratta di condannare senza pietà la superficialità della rete. Stolti: vi stanno ingannando, vi state facendo ingannare. Se volete lavorare in questo settore dovete abbandonare la nostalgia per il giornale della seconda metà del Novecento. Nel bene e nel male, non esiste più. Spiace un po’ anche a me, ma tocca farsene una ragione. E cominciare a riempire di senso le piattaforme del nostro tempo (sociali, di relazione, prima che di contenuto).
Il festival nel suo complesso è davvero notevole, sono molto colpito dall’efficienza, dalla cura dei particolari, dalla fluidità, con cui tutto procede pacificamente tra formale e informale. Gli organizzatori sono stati capaci di creare un contesto ricco e virtuoso, favorito anche dal catino del centro storico perugina, contenuto e ospitale. Tante persone, tanta partecipazione, molti stimoli. Forse la rassegna potrebbe trovare una dimensione ancora più attiva, mettendo a sistema tutte queste energie e provando a liberarle dalla classica impostazione del convegno. Tanto di cappello ad Arianna Ciccone, anima della festa, ma soprattutto inusuale esempio di organizzatore gioioso e (apparentemente) mai stressato.
Appunti da Perugia (1)
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Il giornalismo non è un prodotto, è un processo (lo ha detto John Byrne, direttore dell’edizione online di Business Week)
Da studiare l’interazione coi lettori promossa da Business Week: ascolto strutturato, community editor, collaborazione attiva a più livelli da parte dei lettori, i lettori “con la faccia”.
Il “pubblico” sta subendo una modificazione genetica. Un po’ come Spiderman: ci ha morsi il ragno della rete e ora stiamo sviluppando superpoteri. (quel fumettaro di Antonio Sofi)
Credo che sul problema del filtro sia necessario essere molto drastici e molto chiari, senza tentennamenti. Se non si capisce il filtro diffuso e spontaneo non si capisce internet. Non è possibile sentire ancora nel 2009 giornalisti, dunque persone immerse nella comunicazione, che pongono il problema dell’overload informativo, soprattutto se sono giovani giornalisti. Non è possibile negoziare, nelle risposte, concedendo qualcosa per cortesia o prudenza alla presunta enormità del problema. Il filtro è ciascuno di noi: la responsabilità (ma anche l’opportunità) di mediare spetta a ciascuno di noi. Punto.
Continuo ad avere la sensazione che il giornalista, anche quando parla di apertura al pubblico, rinegoziazione del processo, necessità di scendere dal piedistallo, continui comunque a considerarsi protetto da un recinto invalicabile. È come se dicesse: ok, siete entrati in redazione, ma il mio ufficio ve lo scordate. Io non credo basterà. Non credo basterà chiamare “cittadini” i lettori, se poi non ci si considera cittadini a propria volta. Ritengo restino ampi spazi per l’esercizio professionale del processo giornalistico, ma non credo troveremo nessun nuovo modello di informazione finché l’informazione non sarà profondamente peer to peer.
Il confronto tra le industrie editoriali e giornalistiche di mezzo mondo e quella italiana si fa sempre più impietoso. Mi sto interrogando sui motivi, sto chiedendo in giro a colleghi che hanno visioni di sistema più ampie delle mie. Le prime risposte dicono che il giornalista italiano non studia più, una volta arrivato al suo posto. Persino le scuole di formazione creano professionisti fermi al secolo scorso. Non si investe in ricerca e sviluppo, nel giornalismo italiano. Dirigenti ed editori sono anche meno visionari. Si fa così perché in fondo è l’unica cosa che sappiamo fare. Il polso con cui un direttore americano impone nuovi processi e nuovi strumenti qui è sconosciuto. Me lo spiego in tempi di vacche grasse, ma oggi che sta chiaramente venendo giù l’intonaco quale alternativa abbiamo? Si perdono soldi per l’incapacità di innovare: perdite per perdite, perché non investire anche solo una piccola parte di quei soldi in laboratori creativi ed esperimenti digitali?
Giornalisti a Perugia
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Sono in partenza per Perugia. Mi sono preso tre giorni sabbatici per andare a sentire quel che si dice di questa mia professione. È un anno molto particolare, questo: la polvere nascosta per anni sotto il tappeto è diventata una montagnola e sta cominciando a franarci addosso. La crisi epocale che soltanto l’altro ieri ci sembrava l’esagerazione del saggista di turno oggi ci sta sommergendo persino più impetuosa del previsto. Io da freelance la vivo con molto timore, ma al tempo stesso anche con la speranza che sia l’occasione di un importante ripensamento collettivo (non solo di una professione).
A Perugia vado ad ascoltare le idee di colleghi molto più preparati e navigati di me, non ho molto da dire. Conto di essere domani sera alla sessione su internet e partecipazione (Sofi, Tedeschini Lalli, Bradshow, Beccaria) e mercoledì sera all’incontro della Online News Association; per il resto improvviso e mi faccio guidare dal momento e dall’istinto (aggiornamenti via Twitter e Facebook, al limite). Mi sarebbe anche piaciuto cogliere l’occasione del MediaCamp per buttare giù un po’ di idee che mi frullano per la testa da un qualche tempo, ma non riesco a fermarmi in Umbria fino a domenica. Comincio intanto ad appuntare in modo molto disordinato alcune premesse su cui sto rimuginando.
Crisi di un’industria. Non è tanto il giornalismo a essere in crisi, quanto la sua industria. Non è vero che non ci sono (stati) soldi per la qualità: abbiamo semplicemente scelto di investire quei capitali in modi che, alla prova dei fatti, non si sono rivelati proficui sul lungo periodo. In tutto questo il giornalismo c’entra relativamente poco, perché molto poco giornalismo c’è nei prodotti giornalistici contemporanei.
Il senso di un mestiere. Io credo sia ora di superare la differenza tra coprire un argomento e riempire uno spazio. E non credo troveremo mai un modello di business per l’informazione online finché non prescinderemo dalla forma mentale delle lunghezze, del palinsesto e delle foliazioni. Non un tanto al chilo, ma il meglio che si può fare, giorno per giorno, senza troppi paletti. La misura non è il numero di cartelle, ma il gruppo di lavoro. Qualunque sia la strada per la remunerazione degli investimenti e del lavoro nel prossimo decennio, non la troveremo di sicuro continuando a copiare e incollare lanci di agenzie.
Tornare ai fatti. C’è un enorme spazio da riempire, in Italia, sul fronte della rispondenza alla realtà. Giornalisti come notai dell’attualità, filtri di realtà che si mettano in testa non tanto di dire una verità assoluta (non esiste, e la nostra comunque non è interessante), quanto piuttosto di evidenziare tutte le storture, le menzogne e le montature che appesantiscono la nostra dieta informativa. È un compito che rivendichiamo spesso, ma a cui – alla prova dei fatti – preferiamo generi minori come il commento saccente o il pettegolezzo da salotto.
Iperlocale. Se avessi da parte un gruzzolo, investirei con decisione sull’informazione locale. Non la città: il quartiere, la via, il condominio, le microreti che innervano la comunità locale. Internet risponde già a molti bisogni informativi, tranne forse a quelli che toccano più da vicino la quotidianità delle persone. Non in alternativa a fenomeni embrionali come gli urban blog, laddove esistano, ma semmai proprio a partire da quelli. Lavorando, serve dirlo?, di rete, di presenze, di persone. Ho il sospetto che l’informazione locale sarà l’ultima ad andare in crisi, ma sarà anche l’ultima a soddisfare il lettore, nel suo dubbio mix di opportunismo, superficialità e agile cavalcatura di squallori di provincia. Si può far molto per far crescere un territorio, ma è necessario ripensare il modo in cui le testate locali mettono in comunicazione le persone e le idee. È una ricetta che, opportunamente messa a sistema, potrebbe valere anche a livello nazionale.
È dalla settimana scorsa che mi gira per la testa la notizia dell’introduzione nei programmi scolastici dell’ora di Cittadinanza e Costituzione. Che, in fin dei conti, è solo un restyling pret-a-comuniché della vecchia e sempre trascurata educazione civica. Rilanciarla tanto male non potrà fare. Però. Mi chiedo: non sarebbe meglio insegnare a questi ragazzi la civiltà nella pratica, facendoli sentire cittadini fin dai banchi di scuola? Tu per primo, Stato, tratti da decenni bambini e adolescenti come voce di spesa da contenere, li releghi per buona parte della loro giornata in catapecchie cadenti, offri loro una didattica inadeguata ai tempi che vivono, investi sempre meno nel loro futuro, sei sordo ai loro tentativi di dialogo, permetti ai loro parenti di risolvere ogni ostacolo all’italiana, ma poi gli rifili il pippozzo scolastico sui principi della civiltà a cui dovrebbero attenersi? Se invece questi vengono su arrabbiati, refrattari, sfiduciati e rinchiusi nelle loro tribù, io non mi stupisco.
Né mi stupisco se tornano da una gita scolastica a Roma con la delusione che oggi leggo sul giornale locale, per dire:
Hanno messo giacca a cravatta nello zaino per entrare nella Camera dei deputati, a Roma. Il souvenir di 20 studenti dellIsa Galvani di Cordenons nel viaggio-premio in Parlamento, è stato lo stupore. «Banchi vuoti nellemiciclo e pochi deputati presenti attaccati al cellulare o a facebook sul computer portatile: che è sta cosa?». Lo ha chiesto Tobia, al commesso con i guanti bianchi che lo scortava nel tempio della democrazia. «Cari studenti, nel momento delle interrogazioni va chi è interessato ha scalato la marcia dellindignazione ingenua, il funzionario -. E una prassi». Tribune a sbalzo semi-deserte, però chiassose. «I deputati presenti parlavano, si alzavano e facevano una gran confusione è stato il report di Stefy, Rita e Athena studenti dellIsa -. Leggevano giornali, chattavano al computer, telefonavano. Laula fa impressione, perché sembra un mercato dove non si ascolta chi parla, in quel caso lunico ministro presente Alfano. Ci siamo rimasti male, perché siamo più educati noi in aula a scuola».
[Messaggero Veneto del 10 marzo, ed. Pordenone, pag. 4 – non online]
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