Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
In the sky with diamonds
- LOCATED IN Mi arrabbio
Per via di uno dei numerosi canali attraverso i quali Sky è solita contattarmi ormai da anni, nel caso specifico un mio vecchio domicilio postale, la direzione marketing della pay tv a cui non ho mai voluto abbonarmi mi manda una curiosa lettera. Dice che, hey, hanno notato il fatto che io non abbia mai risposto alle loro comunicazioni promozionali, neppure quelle che proponevano «offerte anche interessanti». E che allora – vi immagino mentre avete partorito l’idea, creativi – hanno pensato di mandarmi quattro cartoline, ciascuna delle quali propone differenti sfumature di possibilità rispetto a un mio interesse futuro: sì (e Gianluca Vialli se ne compiace nella foto), è probabile (Tom Cruise tra il perplesso e il magnetico incassa la mancata sicurezza), è possibile (William Petersen mi osserva allibito dal set di CSI), no (Garfield il gatto mi pianta il muso, alludendo evidentemente alle opportunità che sto togliendo alla mia prole).
Se rispedisco quella che dice no, l’unica che al momento farebbe al caso mio, promettono di non disturbarmi ulteriormente. La cartolina, da inserire in una busta preaffrancata, richiede soltanto che io inserisca nome, cognome, indirizzo, città, cap, email, telefono e sesso. Infine mi richiede di barrare una casella, accanto alla firma, per confermare di aver letto l’informativa per la privacy e contestualmente autorizzare Sky a contattarmi. Null’altro. Non capisco come mai sono ancora qui a scrivere, quando potrei essere in posta a spedire.
La moratoria degli ignoranti
- LOCATED IN Dico la mia
Su una cosa ha ragione, secondo me, Francesco Alberoni: ci vuole una moratoria. Ma a differenza di Alberoni, che per salvare gli insulsi giovani d’oggi spegnerebbe per due mesi l’anno YouTube, le chat e le discoteche (e ZetaVu spiega bene perché ha preso una cantonata), penso che a tacere dovrebbero essere, ma tipo per almeno dodici mesi l’anno, tutti coloro che non hanno idea di che cosa stiano parlando (ivi compresi molti miei colleghi giornalisti che rinnegano quotidianamente la loro professione, buona parte degli opinionisti buoni per ogni emozione, gran parte degli esperti di tutto e niente, e la quasi totalità della classe politica contemporanea). Di questi illetterati annacquatori di dibattiti digitali, criminali sabotatori di opportunità democratiche, assassini del buon senso non abbiamo alcun bisogno e io ne provo crescente orrore – appena mitigato nei casi, come credo sia quello di Alberoni, in cui mi immagino lo sforzo che la buona fede deve aver fatto per arginare l’arroganza delle dita mentre battevano sulla tastiera.
Poi se la prendono coi blogger. Ma i blogger – qualunque cosa siano – almeno parlano in rete, lasciando l’iniziativa e il filtro a ciascuno di noi. Siamo noi, immersi in una conversazione ricca e solidale, a contestualizzare e a valutare quel che fa per noi o che riteniamo sensato, paradossalmente arricchendo e non fossilizzando il nostro punto di vista. In tv, in radio, sui quotidiani – ancora molto influenti verso le grandi praterie non ancora connesse – no: il filtro è a priori, si suppone una scrematura della qualità e del pensiero che, quanto meno, dovrebbe ovviare ai deliri e alle distorsioni palesi della realtà (laddove ci si aspetterebbero opportunità divulgative e dibattiti costruttivi tra chi, conoscendo a menadito media digitali e network sociali, legge in modo differente opportunità e rischi). Invece da mesi si spara su internet dicendo, ventilando e legiferando colossali scemenze. Che peraltro non raggiungeranno nemmeno il loro scopo, perché minate alla base dalla stessa mancata comprensione dello strumento che ne ha dato origine. Ma che intanto stanno facendo perdere innumerevoli treni a questa nazione già molto mal consigliata, tra le risatine nemmeno più trattenute di mezzo mondo (perfino uno di solito misurato e accademico come Weinberger, voglio dire). Non è per le risatine, è per il nostro destino miserevole e decadente, che tutti vedono così chiaramente tranne noi che siamo impantanati fino al collo.
Io insisto, per reazione, sulla linea del reality check. Su Apogeonline stiamo provando a darci dentro, come anche oggi sul decreto Carlucci (un monumento a Elvira, si dovrebbe fare). E il reality check prevederebbe il distacco delle emozioni facili e al contrario l’amplificazione dei fatti, capaci da soli, se ascoltati, di far impallidire la reputazione del falsario di turno. Però. Però queste ultime settimane sono state imbarazzanti, umilianti e deprimenti, oltre ogni decenza e con un solo segnale in controtendenza. Questi parlano di cose che non sanno, inseguendo soluzioni che spesso già esistono: si fa quasi fatica a starci dietro, tanto ci si sente accerchiati da ignoranti, pigri e in malafede. E a un certo punto tocca anche dirlo.
Trovo significativo che, nel prendersi la briga di rispondere alle critiche contro il famigerato emendamento 50-bis di cui è proponente, il senatore Gianpiero D’Alia abbia trovato il tempo e il modo di distiguere tra gli insulti ma non di rispondere nel merito delle poche e semplici obiezioni tecniche che venivano rivolte alla sua norma. Altrettanto interessante è il rifiuto di partecipare a un confronto aperto con gli argomenti e le esperienze della rete. È un vero peccato, soprattutto perché se la politica non fa la sua parte per uscire dal pantano emotivo e non coglie le occasioni di discutere sui fatti nemmeno nei rari casi in cui ha davanti braccia tese, difficilmente potremo mai tornare a ragionare su nulla in questo paese.
E comunque è già venuto il momento di occuparsi di altro (di molto altro).
Una giornata democratica
- LOCATED IN Dico la mia
Tanto di cappello alla direzione del Partito Democratico per aver scelto di trasmettere i suoi lavori in diretta (su YouDem, su RedTv e a cascata sui maggiori giornali online). Credo anch’io che, nel suo piccolo, questo esperimento abbia segnato un importante precedente nella storia della politica italiana. Non è tanto la diretta: sono l’apertura, la trasparenza dei lavori, i mille canali spontanei che si generano online, sui quali il partito non ha più il minimo controllo. Fin qui riguardo al processo e alla confezione.
Riguardo ai contenuti devo dire invece che la sensazione, dopo aver seguito in sottofondo diverse ore di interventi, non è molto confortante. Al contrario. Non la faccio lunga, perché non credo di avere titolo e competenze per interpretare le sottigliezze di una discussione che – sebbene resa pubblica e trasparente – resta pur sempre interna al partito, dunque probabilmente confinata entro un recinto di codici e riti per addetti. Resto però allibito dal pressapochismo che ha contraddistinto la gestione dei lavori, dall’incapacità di tenere fede anche solo all’unica regola espressamente condivisa (sette minuti a testa), dalla quantità di interventi incapaci di accendere il benché minimo guizzo o quanto meno di dimostrare che chi parlava aveva effettivamente capito dove si trovava e perché.
Ho sentito ripetere tante volte che tutto sommato gli altri sono peggio, dunque le cose non devono andare poi così male. Per essere a pochi giorni da una batosta elettorale, nel mezzo di un mezzo scandalo giudiziario e nel pieno di una disaffezione che non promette molto di buono alle europee dell’anno prossimo, c’è da complimentarsi per la serenità ostentata dai leader. Alla fine, m’è sembrato soprattutto un gioco a far sfogare ansie e intemperanze degli allarmisti o di quanti necessitassero della dose omeopatica di palcoscenico, per poi ricondurre anche i più esagitati a una rasserenante conclusione zen. Su una trentina abbondante di interventi che ho ascoltato dal vivo, quelli che per idee, toni o ragionamenti m’hanno dato l’impressione di vivere nel mio stesso mondo e nello stesso anno si contano sulla dita di una mano: Reichlin, Bersani, Chiamparino, a modo suo D’Alema.
Alla fine mi resta soprattutto l’immagine della frettolosa votazione del documento generico, consolatorio e rassicurante proposto dalla segreteria del partito. E l’altrettanto frettolosa e nemmeno troppo imbarazzata bocciatura dell’unico documento, messo a forza all’ordine del giorno dai suoi promotori, che scriveva nero su bianco le poche parole che molta gente fuori da quella stanza si aspettava di sentir dire nel corso della giornata. Un mezzo suicidio politico, temo.
Il prossimo paga per tutti
- LOCATED IN Mi arrabbio
Oggi hanno cercato di vendermi, non richiesti: un abbonamento alla pay-tv, una fornitura di pannolini per un anno, un’automobile, dei mobili, una carta di credito, un aspirapolvere. Notevole quest’ultimo: il rappresentante di zona ha tentato a lungo di convincermi che, al contrario che con sua moglie, sarebbe stato velocissimo a fare la sua imprescindibile dimostrazione. Io sono stato molto paziente, perché capisco che a fine anno si chiudono i conti e il panico fa compiere azioni affrettate e dire parole non ponderate. Però non so se reggo ancora molto.