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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Dicembre 10 2008

Visa e PagoBancomat stanno investendo una ventina di milioni di euro in pubblicità e comunicazione per convincere i consumatori a usare le carte di pagamento e di credito per i propri acquisti, perché è più comodo e sicuro. Poi vai in negozio, tu che da sempre sostieni i vantaggi della moneta elettronica, e lì ti fanno spesso mille difficoltà perché considerano inique e svantaggiose le condizioni applicate loro dal sistema bancario e creditizio. A volte non accettano il pagamento con la carta, a volte ti impongono un sovrapprezzo (i benzinai di Milano, remember?), a volte si rimangiano lo sconto se non usi i contanti. Ora, io non so chi voglia fare il furbo con chi, però forse sono l’ultimo con cui dovrebbero parlare.

Dicembre 10 2008

Da quando Telepass ha inaugurato la sua opzione Premium, un canone aggiuntivo che consente di accedere a sconti su diversi servizi autostradali e para-autostradali, stanno provando a convincermi in ogni modo a passare dall’abbonamento normale a quello super. Messaggi di posta elettronica, informative aggiuntive nelle comunicazioni commerciali, bottoni disseminati nel servizio di gestione online, pubblicità ovunque, materiale divulgativo per posta, il tutto abbondantemente nei limiti della correttezza, ma ripetuto con sfinente costanza nei mesi. Ecco, sia chiaro: sempre sia lodato il Telepass, io lo renderei obbligatorio per legge in tutte le auto che viaggiano per la penisola. Però vorrei che ai suoi gestori fosse chiaro: io non ho nessuna intenzione di abbonarmi all’opzione Premium, né oggi né in futuro. Non è che sono incerto e dovete convincermi: non mi interessa, mi basta il servizio minimo, sono contento così. Ora la smettete di chiedere, per favore?

Dicembre 9 2008

Sembra un po’ come quando i pantaloni a zampa d’elefante sono tornati di moda, riesumati dai gloriosi anni Sessanta e Settanta. Dopo mesi e mesi di calma piatta, qui negli ultimi giorni è tutto un tripudio di richieste di scambio link, stimoli ad aderire a network più o meno commerciali, inviti a diffondere campagne, proposte di collaborazione a vario titolo tra il mio sito e altri siti mai visti né considerati. Trovo la tendenza curiosa: non certo nuova, sebbene la cura nella confezione sia molto maggiore rispetto al passato, ma sorprendente nell’improvviso picco. Continuo a non capire che diamine abbiamo da guadagnare dallo scambio di link tra siti che non hanno nulla a che spartire l’uno con l’altro, che non si conoscono, che spesso non si stimano neppure vicendevolmente. Comunque risparmio ai solerti incaricati la fatica: grazie per il pensiero, ma non sono interessato.

Dicembre 6 2008

Dobbiamo lottare per ogni centesimo, ci dicevano oggi nel corso del nostro giro per scuole aperte (materne, nel nostro caso). Tagli su tagli, anno dopo anno. Un continuo lavoro ai fianchi di ogni ente locale, che conosce frequenti sconfitte. Le idee non mancano, la preparazione nemmeno, la passione per il lavoro coi bimbi men che meno. Anche le strutture, in questa parte d’Italia, sono moderne e ben organizzate. Quello che manca sono solo i soldi, laddove la loro mancanza si traduce in attività non realizzate o realizzate a metà, materiali ridotti all’osso, salvadanai per i contributi alle spese extra sotto gli occhi dei genitori, cooperative che coprono a pagamento gli orari lasciati scoperti dalla mancanza di personale. Sempre un passo indietro al possibile.

Ti raccontano come conquiste – e lo sono – il corso di teatro, il ciclo di psicomotricità (10 o 12 incontri durante l’anno, non sappiamo ancora quanti riusciremo a pagarne – ci spiegano), i confronti interculturali tra le storie dei vari bambini della sezione, molti dei quali stranieri. Qui i genitori italiani preferiscono rinchiudere fin da piccoli i loro figli nella scuola privata, possibilmente cattolica, come se quel 40% di bambini stranieri non fosse in fin dei conti l’ultima ricchezza lasciata loro in dote dalla scuola pubblica. Gli stranieri sono considerati un peso: spesso non sanno nemmeno la lingua, sono indisciplinati, non integrati, rallentano il lavoro della classe. Stiamo formando una generazione di italiani forse scolasticamente preparata, forse custode delle tradizioni, ma con la mente ben chiusa dentro una campana di vetro.

L’inglese, chiedi: organizzate mica lezioni di lingua straniera? No, i programmi prevedono altre priorità. Altre priorità, capisci? Nel 2008; nel cuore dell’Europa unita; nell’epoca delle sfide della globalizzazione. Già, a che ci serve, tanto abbiamo i programmi tv doppiati noi. Però c’è l’insegnante di religione, garantito, in ogni sacrosanto istituto di ogni circolo – e tutti i genitori sorridono soddisfatti. Devi portare asciugamani, coperte e fazzoletti da casa, ma almeno una volta alla settimana qualcuno racconterà a mio figlio la storia di Gesù bambino. Ce lo meritiamo l’essere lo zimbello del continente, con indici in decadenza in ogni settore. E questo, ne sono certo, è il meglio che l’istruzione pubblica potrà mai offrire a mio figlio, perché per i più piccoli le attenzioni sono ancora molto elevate.

L’ho detto e pensato mille volte: che razza di stato è uno stato che non investe sui propri figli, che taglia sull’istruzione, che non riserva per loro il meglio della propria ricchezza ed esperienza? Quando dicevo fondi all’istruzione pensavo agli stipendi degli insegnanti, alla manutenzione degli edifici, ai rifornimenti di gessetti e cancellini. Rileggendo oggi questo spaccato di Italia con gli occhi del genitore mi rendo conto che tagli all’istruzione significa deprimere l’ambiente, smorzare gli entusiasmi, limitare le opportunità, costringere al passo chi avrebbe le energie per correre, anno dopo anno, da decenni. Per il motivo più stupido e meno credibile di tutti, in quest’angolo vergognosamente ricco di mondo: perché mancano i soldi. Come se servissero i capitali, per fare una scuola di eccellenza. Come se non fosse il primo tra gli investimenti inderogabili. Se mi guardo in giro, in quest’epoca di ricchezza sprecata ed esibita, mi sembra davvero una clamorosa presa per i fondelli.

La verità è che lo stato (noi) sta (stiamo) rinnegando intere generazioni di suoi (nostri) figli pur andare incontro alla rovina più velocemente e con meno dignità. Certe sere mi sembra davvero insostenibile. Oggi è una di queste.

Dicembre 5 2008

In una discoteca dalle mie parti arriva la bibita che fa digerire la sbornia in mezzora, e poi via in auto senza problemi coi controlli. Un paese propone di pagare duemila euro agli immigrati senza lavoro purché se ne vadano a vivere altrove, perché mantenerli disoccupati costerebbe di più alle casse comunali. La ruota dell’economia mangiasoldi s’è inceppata, i consumatori vengono invitati a spendere con solerzia perché magari girando s’aggiusta. La palla magica per il bucato non è affatto magica, e anzi sarebbe proprio un bidone: lava decentemente perché già la sola azione meccanica dell’acqua in lavatrice fa il suo, ma ai più – sollevati di poter tornare a usare detersivi in eccesso – sfugge la notizia.

Preferiamo concentrarci sulla soluzione piuttosto che sul problema, dice questi giorni in tivù la pubblicità di un farmaco. Ecco, forse il punto è proprio tutto qui.

Dicembre 3 2008

Aspettiamo di vedere la proposta concreta, per carità. Ma nelle parole di Berlusconi sull’ipotesi di portare sul piatto del G8 in gennaio un progetto di regolamentazione internazionale di Internet («essendo un forum aperto a tutto il mondo») ci sono tre idee che mi fanno accapponare la pelle: il concetto stesso che si possa in qualche modo regolamentare Internet (capito ancora nulla dello strumento, neh?); la volontà che sia l’Italia a farsi promotrice della proposta (come se avessimo mai brillato a qualunque livello per consapevolezza digitale, qui nel paese ostaggio delle tv); e la speranza che la medesima Italia assuma in qualche modo un ruolo di avanguardia (proprio noi, il paese della legge Pisanu, della legge Urbani, delle reiterate definizioni equivoche di prodotto editoriale, dei sequestri preventivi dei siti web, del reato di stampa clandestina opposto ai siti non registrati e di tante altre comiche digitali). Io, francamente, preferirei lasciare l’iniziativa a qualcun altro. Magari qualcuno che sappia addirittura di che cosa sta parlando.

Novembre 25 2008

Poco fa ascoltavo al telegiornale regionale un consigliere leghista difendere la posizione estrema del proprio partito in merito ai requisiti di cittadinanza richiesti agli extracomunitari per accedere ai bandi di assegnazione degli alloggi popolari in Friuli Venezia Giulia. Non entro nel merito di una questione riguardo alla quale non sono competente quanto serve per evitare di dire banalità o sciocchezze. Ma per una frase sono grato a quel politico. Diceva, in soldoni: è una questione di giustizia guardare prima ai propri figli e poi, se rimane, a quelli degli altri. Ecco, se è vero che siamo definiti da noi stessi, ma anche dal confronto con gli altri, devo dire che i leghisti mi sono sempre di grande aiuto per decifrare il mio rapporto col mondo. E se una cosa mi è chiara, riguardo a quello che avrà un giorno mio figlio, questa è che non sarà affatto indipendente da quello che resterà ai figli degli altri. E se questo non è abbastanza chiaro oggi, che ancora ci illudiamo di poter tenere per legge la complessità fuori dai confini della nostra città o regione o nazione o continente, temo sarà lampante quando quei figli per il cui benessere materiale tanto ci preoccupiamo dovranno effettivamente spartirsi la ricchezza, gli spazi, le abitazioni e i lavori su cui oggi proviamo a ipotizzare riserve.

Novembre 24 2008

Nel corso dei due convegni a cui ho preso parte la scorsa settimana ho sentito prima il presidente del polo tecnologico di Pordenone, che è anche amministratore delegato di una società che in zona brilla per innovazione, nonché uno dei fautori del distretto del multimediale su cui intende scommettere in futuro la città in cui vivo, dire che questa cosa delle relazioni in Rete potrà anche essere affascinante, ma che è bene rimanere alle relazioni in carne e ossa, che tutta questa virtualità della Rete non è cosa. Poi un consulente di sistemi informativi per la pubblica amministrazione affermare che è essenziale dividere Internet in due, una parte lasciata a disposizione della libera e prorompente creatività delle persone, ma l’altra necessariamente riservata alle informazioni certificate, affidabili, garantite, se no sono guai. La conclusione che ne traggo la prendo a prestito da Luca De Biase:

Ho l’impressione che la consapevolezza di questo rovesciamento delle gerarchie nella circolazione delle idee sia una sorta di nuovo digital divide culturale: c’è un’enormità di persone, ai vertici delle vecchie gerarchie, che non hanno ancora compreso la nuova dinamica e che la ritengono una questione di poco conto.

[Per chi c’era e fosse interessato, le slide di entrambi i miei interventi sono disponibili su Slideshare. E grazie a Mauro del Pup esiste una registrazione video di quello che ho raccontato a Pordenone martedì scorso.]
Novembre 14 2008

Martedì mattina, 18 novembre, sono ospite del Centro Culturale Antonio Zanussi di Pordenone – per noi tutti qui la “casa dello studente” – per partecipare al convegno Internet Quotidiano. Città nella rete: nuovi scenari sociali e culturali. La volontà dell’Istituto Regionale di Studi Europei, che organizza l’incontro, è di partire dalle ipotesi di sperimentazione internettose locali (ne abbiamo parlato spesso qui) sia per fare il punto della situazione (con il sindaco della città Bolzonello e l’assessore competente Zanolin) sia per fare rete tra esperienze italiane e attori del territorio particolarmente recettivi. Interviene, tra gli altri, Luca Tremolada della redazione di Nova24. Insieme a Enrico Maria Milič, io prendo parte a un segmento – moderato da Piervincenzo Di Terlizzi – dedicato a identità, comunicazione e storie in Rete.

Venerdì pomeriggio, 21 novembre, sono invece a Milano – meglio: all’Hotel Expo Fiera di Pero – per intervenire al convegno di apertura dell’assemblea nazionale dell’Associazione Nazionale Stampa Online. Tema dell’incontro, dal sapore vagamente batesoniano: Per un’ecologia dell’informazione. Sono in buona compagnia: oltre al presidente Luca Lorenzetti, intervengono Sara Bragonzi dell’ufficio stampa Wwf e il buon Antonio Tombolini. L’evento ha un suo riferimento anche su Facebook, per i maniaci di quell’aggeggio infernale. Per quest’occasione, mi piacerebbe riuscire a mettere a fuoco un po’ di idee raccolte nel tempo a proposito del giornalismo online, anche e soprattutto sulla base dell’esperienza maturata con Apogeonline.

Novembre 10 2008

Lo aveva anticipato a caldo Beppe Severgnini: nei prossimi giorni in tanti si affretteranno a sminuire la vittoria di Obama, non date loro retta. E infatti nella settimana passata è stato tutto un fiorire di distinguo. Obama è freddo, cinico, opportunista ed egocentrico: probabile. Fin qui sono state solo parole: inconfutabile. È soltanto una moda: certo gioca anche quella. Sull’Iran ha detto le stesse cose che diceva Bush: gli americani non hanno eletto mica il presidente svizzero. Non potrà certo stravolgere gli Stati Uniti e il mondo in quattro anni: oh, mi sorprenderebbe il contrario.

Quello che proprio non capisco è come noi italiani possiamo essere tanto cinici: fare gli schizzinosi rispetto al programma della nuova amministrazione americana, per esempio, a me suona come se un bimbo denutrito facesse il prezioso di fronte al menu di un ristorante di lusso. Hai voglia a dire che sono solo parole: noi, per ora, non abbiamo avuto nemmeno quelle. Cioé, le parole sì: tante, troppe e fumose. Leggetevi quel capolavoro di sintesi, visione, chiarezza e semplicità che Obama e Biden hanno proposto ai loro concittadini. Su Apogeonline abbiamo voluto dare il nostro contributo traducendo tutta la parte relativa alla tecnologia: ogni parola scritta a proposito di Internet è un concentrato di competenza e idee chiare, non c’è una riga che non sia quanto meno allo stato dell’arte.

Questo non implica alcuno sconto a prescindere sull’analisi critica di come tutto ciò verrà trasformato in pratica, né il foderarsi gli occhi di prosciutto davanti ad alcuni temi controversi – come la riforma del copyright, che lascia aperte molte porte. Ma proprio noi, che ci concediamo il lusso di votare partiti privi di una importante visione dell’innovazione, costantemente indietro di un passo rispetto alla maturazione tecnologica del paese, ostinati nel girare intorno al valore strategico della ricerca, beh proprio noi non credo possiamo permetterci di far tanto gli strafottenti senza apparire straordinariamente ridicoli.

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