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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Luglio 22 2008

Un’evoluzione del WiFi cittadino a Pordenone che interesserà ad Alfonso Fuggetta, con cui tempo fa ci si confrontava sull’impostazione delle reti civiche di accesso a Internet. Lui sostenendo l’ormai valida e potenzialmente economica alternativa degli operatori di telefonia mobile, io restando affezionato all’idea di un città che si fa materialmente la propria rete. Bene, viene fuori che con il cambio di giunta, qui in Friuli Venezia Giulia, la Regione non starebbe mantenendo gli impegni presi nella convenzione con il Comune di Pordenone. Terminata la prima fase di sperimentazione, ora l’investimento regionale (intorno agli 800 mila euro) avrebbe permesso di completare e rendere operativa l’infrastruttura su tutto il territorio comunale entro l’anno.

Quei soldi non si sono visti e, a quanto dicono i giornali locali, nessuno ha ancora risposto ai solleciti. Il che fa pensare a un disimpegno della nuova giunta Tondo (da aprile, come noto, al posto di Illy), che a sua volta porterebbe a un contenzioso legale eccetera. Ma poco importa qui il caso politico. Più interessante è il fatto che l’amministrazione comunale di Pordenone avrebbe l’intenzione di rispettare comunque l’impegno preso con i cittadini. Se la situazione non si dovesse sbloccare sul fronte WiFi, l’alternativa sarebbe stipulare una convenzione con un operatore mobile, distribuendo pc-card (le chiavette Hdspa, immagino) e rendere gratuite le connessioni entro i confini locali. In questo caso il costo stimato scenderebbe a 450 mila euro, dice il Gazzettino (ma sono dati su cui io non ho alcuna conferma diretta e che prenderei, per esperienza, con molta prudenza), un investimento che a quel punto diventerebbe forse sopportabile per le sole casse comunali.

Questo porta acqua alle tesi di Fuggetta, in qualche modo. Sarà interessante vedere come proseguirà la vicenda. Io invece sono un po’ più preoccupato della fine che sembra stia per fare tutto il lavoro svolto a suo tempo con l’ampio gruppo di lavoro locale per le strategie di e-democracy, il quale immagino sarebbe il primo a saltare in caso di drastica contrazione dei costi. Anche il fatto che i lavori preparatori siano nel frattempo spariti dall’apposita sezione del sito del Comune non rassicura, da questo punto di vista.

Sullo stesso tema, ma cambiando località, mi sono appuntato anche l’interessante accordo stretto dall’amministrazione comunale di Arezzo con Fon, di cui dava notizia nei giorni scorsi Stefano Vitta. Qui il modello è in qualche modo terzo: il Comune promuove il WiFi civico e dà il là installando hotspot nei punti strategici della città. Ma poi sta ai cittafini estenderla mettendo a disposizione la propria connessione secondo le regole e le soluzioni tecniche già note della comunità dei foneri. Chi condivide la banda, accede gratuitamente ovunque sia disponibile un accesso di questo tipo in città. Gli altri cittadini hanno diritto comunque ad alcuni minuti gratuiti. Non sarà la soluzione definitiva al digital divide – qui il vantaggio mi sembra soprattutto degli utenti più smaliziati – ma è un formato di rete civica comunque interessante, nella quale i residenti sono coinvolti attivamente.

Luglio 22 2008

Che ci manca?

Fonte: Adfor, 2008. Via Humanitech.

Luglio 21 2008

Chiunque saprebbe cosa fare il giorno dopo che Berlusconi ha dato l’annuncio che a Napoli non c’è più l’emergenza rifiuti, vale a dire: prendere il primo volo per Napoli (in fretta, finché Alitalia funziona), farsi inquadrare davanti al primo mucchio di monnezza che trova, e rilasciare la seguente dichiarazione: “Ora che Berlusconi ha tolto l’emergenza, chissà, forse gli resta un po’ di tempo per togliere anche i rifiuti”. Sorriso di circostanza e via, verso una nuova avventura. Dite che non sarebbe capace? Io dico che Chiunque sarebbe capace, perché Chiunque ha delle idee che a Veltroni e D’Alema non sono mai venute.

[Il partito dell’Uomo Chiunque, leonardo]
Luglio 17 2008

– Buongiorno, sono Tizio dell’OperatoreTelefonico. Parlo col signor Maistrello?

– Sì, buongiorno.

– Dunque, guardi, io ho qui una nota riguardo a una sua richiesta commerciale… su… beh… Mi spiegare meglio di che cosa si tratta?

– Non lo so, forse riguarda il TelefonoCheTuttiAspettavamo?

– Eh… sì, credo di sì.

– Ah beh, allora ho semplicemente compilato la form sul vostro sito, parecchio tempo fa, per essere informato in anteprima sulla commercializzazione e sulle tariffe.

– Ah ecco, bene, bene. E dunque le interessa sapere le condizioni…?

– Guardi, nel frattempo ho raccolto tutte le informazioni che mi servivano, grazie.

– Ah, bene, bene. Dunque è interessato…?

– No, grazie. A questi costi proprio non mi interessa.

– Ah, ho capito, quindi è già informato.

– Sì sì, grazie.

– Va bene, buon giorno.

– Buongiorno a lei.

Luglio 17 2008

Ehi, ho scritto il mio primo articolo in friulano!

Simpri plui gjornâi e rivistis a sielzin di meti a disposizion i lôr contignûts e i lôr archivis storics su Internet. Il segnâl di chest cambiament di sensibilitât al è rivât tal autun passât di un dai cuotidians plui impuartants dal mont, chel New York Times che ancje dai abonaments online al cjapave alc come 10 milions di dolars ad an. Dentri de primevere di chest an, si jerin convinçûts parfin i doi plui grancj gjornâi talians, il Corriere della Sera e La Repubblica, che il lôr pluridecenâl patrimoni di notiziis si pues consultâ vuê liberementri tai rispetîfs sîts web. Ce sburtial chescj grups editoriâi potents a fâ di mancul ancje des pocjis sodisfazions monetariis che vuê e pues garantîur la Rêt? Dôs rispuestis, une cetant concrete e une altre ideâl.
[Continua a leggere su La Patrie dal Friul]

(Ok, non è proprio vero: io l’ho scritto in italiano, poi Dree l’ha tradotto per me. Che a capirlo, il friulano, ancora ancora ci arrivo, ma a parlarlo e scriverlo no – nonostante la contiguità geografica. L’argomento è: perché ha senso che i giornali rendano disponibili i propri articoli su web e perché è utile anche a una pubblicazione così di nicchia come un mensile in friulano.)

Luglio 11 2008

Da qualche anno mi ritrovo prudentemente scettico del metodo scientifico a tutti i costi. Non per scarso rispetto della scienza, a cui pure dobbiamo tutto del modo in cui viviamo oggi sulla Terra, ma perché sempre più ho l’impressione che tra le pieghe della scienza si perda qualcosa di essenziale («l’essenziale è invisibile agli occhi, ripeté il Piccolo Principe»). Nell’infinitamente piccolo il mondo occidentale sta perdendo la dimensione d’insieme, la misura d’uomo. Non è la scienza, non è il metodo, d’accordo, è il modo in cui scienza e metodo sono utilizzati e spesso esasperati, fino a ritorcersi contro le intenzioni. Tant’è che dalle non poche discussioni che questo atteggiamento mi ha attirato, esco regolarmente con le ossa rotte (ben mi sta), ma senza riuscire a convincermi del contrario.

Questo per segnalare una provocazione interessante da Chris Anderson (direttore di Wired, autore di The Long Tail eccetera) su Edge:

The Petabyte Age is different because more is different. Kilobytes were stored on floppy disks. Megabytes were stored on hard disks. Terabytes were stored in disk arrays. Petabytes are stored in the cloud. As we moved along that progression, we went from the folder analogy to the file cabinet analogy to the library analogy to — well, at petabytes we ran out of organizational analogies.

Che cosa può imparare la scienza da Google, si chiede Anderson? In sostanza la risposta è che oggi abbiamo una tale abbondanza di dati che gli strumenti matematici e statistici possono superare ogni precedente semplificazione di scala e offrirci nuovi modi per comprendere il mondo. La correlazione sostituisce la relazione di causa ed effetto e la scienza può progredire anche senza modelli coerenti, teorie unificate e meccanismi di spiegazione. Se capisco bene, è l’estensione del modello bottom-up alla scienza, in opposizione a quello top-down classico.

Concordo con Luca De Biase, a cui devo la segnalazione: più che una negazione del metodo scientifico è un’evoluzione dello stesso. Resta uno stimolo utile per ripensare al modo in cui abbiamo interpretato il mondo fino a oggi.

Giugno 24 2008

18.30, Postilla
Lascio l’ultima parola a un twit che trovo particolarmente azzeccato: “No need to wait for the next president to open things. Act locally – get our local and state governments to act now”.

18.20, In fin dei conti
Distesa sessione conclusiva con Scott Heiferman (Meetup), Craig Newmark (Craiglist), Brian Behlendorf (Mozilla Foundation) e Gina Cooper (Netroots Nation). Jeff Jarvis fa lo steward, portando il microfono per la sala. In sostanza: grandi opportunità, grandi speranze, grandi esperimenti, grande mobilitazione, grande ottimismo. Ma ancora molto da dimostrare nella pratica. Soprattutto quando gli entusiasmi della lunga campagna elettorale lasceranno spazio alla routine della politica. E, con questo, credo sia tutto da New York.

17.30, P come Partecipata
Andrew Rasiej e Micah Sifry raccolgono al volo l’invito di stamattina da parte di Douglas Rushkoff. D’ora in poi PDF starà per Partecipatory Democracy Forum.

17.20, Chi l’ha detto?
Breve spazio a disposizione di nuove applicazioni web al servizio della politica. Qualche aggiunta alle già innumerevoli funzioni di OpenCongress. Particolarmente interessante la banca dati di MetaVid, che raccoglie un patrimonio di dichiarazioni e discorsi in video dal 2006 in poi. Colpiscono in particolare le funzioni di ricerca molto avanzate e il servizio di montaggio video integrato, con cui ciascuno può prodursi un montaggio personale.

17.00, The Twitter Song
Intermezzo musicale, tra il serio e il faceto, prima della sessione plenaria conclusiva. Sul palco jazzosamente prestigioso del Lincoln Center, Mary Hodder e Josh Levy cantano If I Had a Twitter. Il video è già su YouTube. Su Twitter gira l’espressione jumped the shark. 🙂

16.20, Il segreto del successo
Nella sessione dedicata al viral-qualunquecosa, Jonah Perretti (BuzzFeed) ha definito il target di riferimento: il network-dei-lavoratori-annoiati. Ma serve del gran seed marketing. Ecco.

15.40, Second Nothing
Magari mi sarà sfuggito qualcosa, ma in due giorni di incontri non mi è ancora capitato di sentir nominare Second Life. Curioso.

15.05, Caricare prima che scaricare
Della conversazione tra addetti ai lavori sulle politiche per far aumentare la diffusione della banda larga (consideriamola una public utility, pensiamo alla Rete come alle strade, dice Cerf), mi resta soprattutto un passaggio che completa il ragionamento di Gilberto Gil stamattina, un collaboratore del quale al momento è sul palco. Bene la cultura peer to peer, e pure quella peeracy che pure suona tanto come piracy. Però insegnamo ai ragazzi a caricare prima che a scaricare.

14.45, Pensavo parlassimo di processi
Credevo fosse una prerogativa molto italiana drammatizzare oltre il ragionevole ogni situazione in una chiave politica competitiva, destra contro sinistra (e viceversa). Da due giorni, appena il contesto si riferisce in modo specifico agli affari correnti statunitensi, in sala e su Twitter parte il coro delle strumentalizzazioni e delle dietrologie all’italiana. Al momento, per esempio, l’Obama guy sul palco della sala principale è accusato di essere troppo Obama guy e buonanotte all’imparzialità del dibattito. L’impressione è che i repubblicani soffrano oltremodo qualunque frase in cui compaiono contemporaneamente le parole Obama e Internet.

14.20, Se fossi il presidente
Sei il nuovo presidente degli Stati Uniti, qual è il primo atto del tuo mandato? Vint Cerf: abolirei la Federal Communication Commission. Josh Silver: proporrei un bill of rights per l’Internet Protocol. Claudio Prado: darei al governo una settimana per comprendere il Dna della Rete.

14.05, Uh… a proposito
Qui, nella culla delle paranoie antiterrorismo, sono collegato da due giorni alla rete WiFi aperta della conferenza. La Rose Hall, che ospita la conferenza, ha un’altra rete, lentissima, che permette l’accesso agli ospiti. Nei dintorni dell’albergo c’è un benedetto router aperto che copre anche le nostre esigenze serali e mattutine (curiosamente, è l’unico aperto che Antonio e io abbiamo trovato finora in giro per Manhattan, ma tant’è). Da quando sono qui non ho lasciato le mie generalità a nessuno per connettermi e scrivere queste poche parole. Per dire, invece, in Italia.

14.00, Internet per tutti
A margine della conferenza è stato presentato Internet for all, una sorta di consorzio di operatori pubblici e privati di buona volontà che credono nella diffusione dell’accesso a banda larga alla Rete come volano di sviluppo e opportunità. Internet non più come bene di lusso, ma come lifeline per l’intera comunità americana. Di fatto un gruppo di pressione specializzato che premerà sul Congresso e sulla Presidenza per dare vita ai suoi principi.

12.40, Hyperpolitics, hyperpeople
La sessione conclusiva della mattina è di Mark Pesce, una lunga carrellata di suggestioni che partono dalle origini della civiltà, passano per Gutenberg e toccano la crescita esplosiva della comunicazione e della conoscenza di questi anni. E il cui punto di arrivo sostanzialmente dice che la condivisione è una minaccia per chi detiene il potere. E che la democrazia è superata da questa forma esasperata di iperconnessione globale.

12.20, Peeracy
Sessione a più voci sull’uso della tecnologia nella soluzione dei problemi globali. Robin Chase (GoLoco e ZipCar) riflette su scarsità e abbondanza, laddove spesso l’una e l’altra sono soltanto un punto di vista limitato sulla realtà e sulle opportunità che ci si presentano. Gilberto Gil, ministro brasiliano della cultura, saluta con benevolenza la pacifica rivoluzione della cultura peer to peer, spendendo addirittura un neologismo: peeracy. Van Jones (Greenforall) richiama l’urgenza di una economia a basso impatto ambientale.

11.30, Civic Technology
Jonathan Zittrain (The Future of the Internet. And How to Stop It) gioca in modo molto efficace con la tecnologia buona e la tecnologia cattiva. Ovvero la tecnologia che serve le persone ed è controllata dalle persone e la tecnologia che si chiude, sfugge al controllo e serve interessi spesso deprecabili o incomprensibili.

10.30, The delete botton on democracy
Seguono tre interventi minori, tutti basati sulla critica più o meno costruttiva all’amministrazione pubblica americana. Il governo dovrebbe investire di più sulla banda larga (Jonathan Adelstein, Fcc). Il governo non spinge abbastanza sulla democrazia e dovrebbe adottare strumenti per ascoltare di più e meglio i cittadini (Steven Clift, e-democracy.org). Carrellata sui servizi utili che il governo potrebbe incentivare e promuovere sul web – dove apparently si scopre che l’e-government negli Stati Uniti non è poi così avanti né pervasivo quanto penseremmo in Italia (Sheila Campbell, USA.gov).

10.00, Lessig
Gran presentazione di Lawrence Lessig. Lo scopo era promuovere Change Congress, iniziativa sua e di Joe Trippi. Dice, in estrema sintesi, Lessig: l’indipendenza dichiarata dai padri fondatori è diventata dipendenza. Dipendenza dai soldi, dal potere, dalla festosa sceneggiata che ogni quattro anni celebra la democrazia. Questa dipendenza sta facendo grandi danni, ma il peggiore è che ha minato la fiducia. La soluzione è rompere la dipendenza del potere dal denaro. Non è il problema peggiore, ma è il primo problema da affrontare.

9.30, Decide la millennium generation
Interessante lettura di Morley Winograd, basata sul suo libro Millennial Makeover, sulla politica americana in termini di spinte generazionali. La quarta, quella che deciderà le sorti politiche del paese quest’anno, è la millennium generation, la più numerosa e multietnica della storia americana.

9.00, Il nuovo rinascimento
L’apertura del secondo giorno qui al Personal Democracy Forum di New York è dedicata al nuovo rinascimento. Douglas Rushkoff, autore fra l’altro di Open Source Democracy, si sbraccia per dire che personal democracy è un ossimoro. La democrazia e l’individuo sono inscindibili. Ma se il primo rinascimento aveva a che fare con la scoperta dell’individuo, il nuovo rinascimento riguarderà la comunità, sarà un rinascimento di gruppo. Finora abbiamo mancato le opportunità offerte dai media: la scrittura, il broadcast. Le persone non hanno imparato a leggere, hanno imparato ad ascoltare. Potevamo avere una nazione di persone che leggono, abbiamo una nazione di eroi. Così oggi abbiamo una nuova opportunità; ma non ha più a che fare con la scrittura, quella è storia passata. L’opportunità di oggi è partecipare attivamente alla riprogrammazione della cultura. La democrazia è un evento collettivo.

[Gli appunti di ieri, qui]
Giugno 23 2008
[Gli appunti del secondo giorno sono qui]

18.20, Liberi tutti
Giornata ricca e stimolante. Finisce con le note a tutto volume di McCainiac. Ora cocktail di fine giornata. A domani.

18.15, Cara, sono a casa
Via vai in casa Edwards. John è tornato a casa e si siede a sua volta sul divano a fiori. Ilarità generale. Ma conversazione calda e piacevole. Di cui si può leggere più o meno tutto su Twitter, in questo momento.

17.15, Merenda a casa di Elisabeth
Doveva essere qui in teatro, ma pare che dal North Carolina non sia partito un aereo nelle ultime 24 ore. Così il teatro va a casa sua. Lunga panoramica sul soggiorno di casa Edwards, poi entrata trionfale della padrona di casa, che ora sta conversando con Andrew Rasiej.

16.45, Ognuno al suo posto
La discussione si è definitivamente spostata dai processi politici ai processi dell’informazione legati alla politica (e non solo alla politica). Nel teatro, dove tra gli altri c’è Jay Rosen, e sugli spazi digitali, dove tiene banco Jason Calacanis, è in corso una discussione sugli spazi del giornalismo e quelli del crowdsourcing. Blog e giornalisti devono negoziare il proprio rapporto? Devono farsi ciascuno gli affari propri? Pensate tutte le possibili posizioni intermedie e avrete un’idea di quel che si sta dicendo.

15.10, Non è tutto network quello che è social
Dice Shirky che MyBarackObama sembra un social network, ma in effetti non lo è: la confezione è quella, ma sviluppa pochissima conversazione.

15.00, Vargas dixit
In compenso mi è piaciuto Jose Vargas, giovane giornalista del Washington Post. Quando la conversazione ha preso una piega molto squilibrata sugli strumenti (messenger? Facebook? MySpace?) ha tagliato corto: “it’s just people“. Secondo Vargas “everybody is a journalist”, e comunque poco importa, perché “people decide what is relevant”.

14.50, Giornaché?
La sensazione è che non sia affatto chiaro quale impatto avrà la tecnologia sulla politica e l’informazione, tuttavia non sembrano esserci molti dubbi sulla crisi dei giornali (più che dei giornalisti). E pensare che qui negli Stati Uniti non hanno nemmeno l’Ordine, tsé.

14.00, Odio scegliere
Il programma del pomeriggio impone la scelta tra sei sale in cui si terranno sessioni parallele. Ne seguirei almeno tre. Alla fine vince la clickocracy del teatro principale, con Jeff Jarvis.

12.30, Campagne impettite
La sessione che sulla carta prometteva più spunti, quella che vede sul palco sei protagonisti delle campagne web dei candidati alle primarie, è al momento la meno efficace. Tutti estremamente formali e sottotono, attenti a una cortesia e a un equilibrio che non permettono di sbilanciarsi troppo. Certo grasso che cola, se pensiamo all’Italia: questi parlano di social network con la scioltezza con cui da noi si parlerebbe di mailing list.

11.40, Here Comes Clay Shirky
Cita decine di iniziative per raccontare il web come un luogo azione collettiva. Il mezzo di comunicazione diventa sempre più un luogo di azione. Ovunque trovi persone che iniziano a fare qualcosa o costruiscono qualcosa. L’open source indica la strada: la chiave non è tanto nello strumento, ma nella licenza, nelle istruzioni che permettono a tante persone di attivarsi in modo veloce, distribuito, organizzato.

11.25, Democrazia imbottigliata
Comincia Chuck Defeo: i nuovi media sono vino nuovo in una botte nuova oppure vino vecchio con una nuova confezione? Di certo una nuova bottiglia, ma è giusto che il vino non sia del tutto nuovo, gli risponde Arianna Huffington.

11.15, Arianna Huffington
Bell’intervento, efficace, dritto al punto. Affidabilità, trasparenza, ricerca della verità. Non possiamo più raccontare il mondo mettendo semplicemente le due facce di una medaglia una accanto all’altra, col giornalista in mezzo a dirigere il traffico. Bisogna ricercare la verità, ci sono informazioni vere e informazioni non vere, quelle non vere non devono più passare. Il racconto della verità oggi non è più affidabile. I giornalisti hanno pieno accesso al potere, ma la storia gli passa sotto il naso (cita pesantemente Bob Woodward). La peggiore tradizione del giornalismo è quella che riporta dichiarazioni e azioni altrui in modo acritico. I blog potranno migliorare le cose, quando avranno pieno accesso diretto al potere – per esempio, alla Casa Bianca o al Congresso. Non serve buttare via tutto: abbiamo tutto l’interesse a recuperare il meglio degli old media.

10.55, Frasi
Non ci serve mobilitazione, ci serve organizzazione (Zephyr Teachout)
Il sistema che stiamo creando è di gran lunga più aperto del sistema dei media (Micah Sifry)
La sfida è usare il nuovo sistema per costruire una nuova agenda, un crowdsourced wikified new contract for America (Patrick Ruffini)

10.50, HRC
Un messaggio da Hillary Rodham Clinton sullo schermo. Un’imitazione, ovviamente. Gli americani in sala se la ridono. Dice che farà uno reality show su YouTube in cui lei sarà la presidentessa degli Stati Uniti, live 24/7.

10:45, Mappe
Finora abbiamo visto molta cartografia della blogosfera. Le più interessanti da qui. Un bel modellino sulla propagazione dei messaggi all’interno della blogosfera americana lo ha mostrato Matthew Hurst di Microsoft. Tutti brevi sguardi, ci sarebbe molto da approfondire. L’impressione in generale è che lo studio dei processi sia cresciuto molto, ma che si limiti ancora all’osservazione. Come dire: conosciamo meglio l’acquario e i movimenti dei pesci, ma non ragioniamo ancora come pesci. Il che è strettamente collegato con le benedette metriche della Rete.


Vedi anche il live blogging di Antonio Sofi
Gli orari indicati sono, of course, GMT-5.

Giugno 13 2008

Cartina canta

Una delle applicazioni che più mi erano piaciute dentro Municipio Partecipato era la possibilità per i cittadini di segnalare i problemi da risolvere e le proposte di miglioramento sulla mappa della città, in stile collaborativo e duepuntozero. Ora a Venezia, dove si fanno un sacco di esperimenti interessanti, hanno rilanciato con Iris. Ne parla Gigi Cogo. Io aggiungo sulla mappa.

Giugno 10 2008

Gli americani saranno pure esagerati. E tutto questo circo nato intorno all’iPhone 3G magari ha perso appena un po’ il senso della misura. Però la novità c’è tutta ed è, per un buon numero di persone tra quelle più smaliziate nel vivere la Rete, molto calda. Questo per dire che il silenzio dei siti di Tim e Vodafone nel giorno in cui Apple urla una novità che li riguarda così da vicino mi pare stridere non poco con la liturgia di questo genere di occasioni, nelle quali tutti si coordinano all’unisono per tenere alta l’attesa, costruire l’evento e poi intascare la propria quota di ritorno di immagine. Non mi aspettavo certo un piano di comunicazione ad hoc, pubblicato nell’istante esatto in cui finiva la presentazione di Jobs; ma uno straccio di apertura autocelebrativa, condita con due frasi di circostanza sull’imminenza della commercializzazione dell’iPhone, non credo avrebbe stonato. E, in assenza di certezze, sarebbe stata sempre meglio del mal celato imbarazzo con cui oggi i giornali infilano le misere anticipazioni disponibili riguardo al mercato italiano nella cornucopia di dettagli più o meno secondari raccolti nel giro di un’ora e mezza negli Stati Uniti e in Rete. Ma è chiaro che a me sfugge più di qualcosa del cinico mondo della telefonia mobile italiana.

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