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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Novembre 5 2008

Sia chiaro, oggi ci ho messo anch’io del mio, dunque farei meglio a tacere. Però ora basta compiangerci, su. Sì, ok, con un Obama davanti che ti sprona vien tutto più facile. Fortunati gli americani e disgraziati noi, d’accordo. E di Obama ne nasce uno ogni cinquant’anni in tutto il mondo, forse. Poi noi qui abbiamo il governo che abbiamo e l’opposizione che abbiamo, va bene. Però: Obama è stata la scintilla, il gas ce lo hanno messo i cittadini americani no? Non parlo solo delle elezioni, parlo di tutto quello che la campagna di Obama ha fatto nell’anno e mezzo precedente. Possiamo almeno cominciare a lavorare sul combustibile, non vi pare?

Benché, come molti, abbia subito il fascino di quei due o tre momenti di grazia a misura di fotografi e telecamere (il comizio sotto la pioggia in jeans e scarpe da tennis, soprattutto) o la disinvoltura con cui ha acceso costellazioni di presenze online, quel che più ho apprezzato di Obama fin qui è l’essenza del suo appello al cambiamento. Che non è stato solo – lo scrivevo già oggi – un “aiutami a costruire il mio progetto, fammi vincere le elezioni”, ma piuttosto un “datti da fare per migliorare il tuo mondo, rimetti in moto il tuo senso civico, fatti venire idee per migliorare la vita della tua famiglia, della tua città, della tua nazione, assumiti le responsabilità che ti spettano per il fatto stesso di stare a questo mondo e, se ti va, condividile con noi e lavoriamoci insieme”. Tanto più ha funzionato, in America, quanto più sembrava fosse un esercizio di stile che mai sarebbe stato premiato con una vittoria concreta. Ci hanno provato, han visto che succedeva qualcosa, ci han preso gusto.

Ecco, questo potremmo già farlo, no? Molti già lo fanno, qualcuno ci prova, qualcuno non sa da dove cominciare. Ma per lo più ci fa comodo mascherarci dietro all’idea che siccome siamo governati da un manipoli di vegliardi fuori dal tempo (e spesso anche della decenza) non ha senso impegnarsi. E anzi, siamo quasi autorizzati a dare il peggio di noi. Forse dovremmo smettere di pensare alle elezioni. Forse dovremmo smetterla di perdere tempo dietro alla mediocrità di chi ci rappresenta. Forse dovremmo pensare di cambiare quello che possiamo nel nostro piccolo e a come possiamo unire sforzi contigui per salire un po’ per volta di livello. Se qualcosa stiamo imparando da Internet e dalle reti sociali, questo è che l’innovazione può sgorgare in ogni momento da ogni punto e che la spinta è tale solo se è sostenuta dal basso. Il basso, il livello base, quello da cui tutto inizia è ciascuno di noi. Se non comincia nulla è anche colpa nostra, per definizione.

Come tutti, per formazione civica/scolastica/istituzionale, sono stato convinto a lungo che per cambiare le cose sarebbe servito un grande leader. Ci ho messo anni per arrivare all’idea che il leader il più delle volte non arriva oppure è affaccendato altrove. Ma soprattutto che l’unico modo che abbiamo a disposizione per cambiare il mondo è lavorare su noi stessi e sull’esempio che per il solo fatto di esistere e fare cose forniamo a chi ci bazzica intorno. Avere un figlio, in questo senso, è straordinariamente utile: fin da piccolissimo è lo specchio dei tuoi difetti, te li spiattella sotto il naso in continuazione (ed è per questo, forse, che ci si arrabbia tanto coi bambini). Educare un figlio significa per lo più educare te stesso a dare sempre il meglio, senza sconti o giustificazioni. È una terapia che consiglio a tutti.

Quindi? Quindi non lo so. Ma forse non dovremmo stare qui a compiangerci e ad aspettare il nostro Obama. Potremmo invece – yes, we can – ricavarne nuovo vigore nel seminare buone idee a fondo perduto. Nel connettere le nostre buone volontà in rete. Nel condividere le idee che ci passano per il cervello. Nel collaborare affinché circoli combustibile. Che non si sa mai da dove può arrivare la prossima scintilla.

Novembre 5 2008

Mettiamola così: era molto, molto tempo non mi capitava di essere in sintonia con l’autista del grande autobus scassato su cui un po’ tutti viaggiamo. E penso che, benché tutta ancora da capire, quest’ultima sterzata inattesa sia la cosa migliore che potesse accadere. Alla mia generazione, disillusa da decenni di cinismo e a cui una classe politica impresentabile ha rubato gli anni migliori. E a quella dei nostri bimbi, il cui futuro per una volta mi spaventa meno. Forse non sarà ancora vero cambiamento, ma è un inizio. Ed è un bell’inizio.

Ottobre 17 2008

Non essendomi sfuggito l’interessante pezzo di Sandro De Riccardis su Repubblica, che oggi racconta una settimana dentro un call center, pensavo che è proprio noioso pensar male, di questi tempi, in questo paese. Ci si azzecca quasi sempre.

“Oggi è la 14esima volta che ci chiama qualcuno” rispondono all’Oasi del capello di Broni, provincia di Pavia. “Siete ossessivi” dicono da un negozio di giocattoli di Potenza. “Bombardate dalla mattina alla sera” si sfoga un medico calabrese. Perché quando qualcuno non accetta la proposta, l’ordine non è di escluderlo dal database, ma di rimetterlo in circolo per essere richiamato tra poche ore o tra una settimana, a secondo della violenza della sua protesta. Il contrario di quanto stabilisce il Garante della privacy che dal dicembre 2006 obbliga i call center a “rispettare la volontà degli utenti di non essere più disturbati”.

Ottobre 3 2008

Leggo su un volantino locale di una bella iniziativa, e la segnalo. Qui a Pordenone abbiamo uno storico e meritorio cineclub, Cinemazero, ultimo avamposto di cinema-come-si-deve in una zona dominata, come tante altre, da multisala ipercommerciali. Accanto alle altre numerose iniziative (proiezioni in tre sale, mostre, rassegne, giornate del cinema muto, concorsi didattici eccetera), Cinemazero gestisce una mediateca nella quale sono conservati migliaia libri, videocassette e dvd spesso introvabili. Di recente la mediateca si è dotata di un sistema di digitalizzazione di vecchie pellicole. A partire da ottobre, il servizio di digitalizzazione diventa pubblico e gratuito. Chiunque abbia vecchi nastri 8 o super8 può chiedere di riversarli in dvd. Unica condizione, ed è questo che trovo interessante: concedere alla mediateca di farne una copia da catalogare e mettere a disposizione di tutti a fini di documentazione. Negli intenti dell’associazione, si tratta di un modo per conservare e condividere la memoria del territorio. A me sembra una gran buona idea.

Settembre 29 2008

Non so lì da voi, ma nella mia città i gelatai, per lo meno quelli artigianali d’un tempo, stanno chiudendo con frequenza allarmante. Le gelaterie, molto più che i bar o le pasticcerie. Resistono a malapena quelle in posizione eccezionalmente strategica, quelle che hanno ancora molto entusiasmo da investire, quelle che per dimensione industriale possono vantare economie di scala, quelle che alla qualità hanno saputo affiancare importanti investimenti in marketing. Le mezze vie, ovvero quelle non abbastanza grandi, non abbastanza centrali, non abbastanza giovani, non abbastanza originali, prima o poi mollano. Ho provato a chiedere il perché. La risposta che ho raccolto è: colpa del telefonino. In una manciata d’anni si è volatilizzata la clientela dei ragazzini, fu zoccolo duro di questo segmento. Qualcuno perché preferisce andare a bere al pub, d’accordo. Ma gli altri perché investono gran parte della paghetta settimanale in ricariche telefoniche, e tanti saluti al cono. E magari questa come analisi di mercato lascia un po’ a desiderare e non la dice tutta, ma a me il vaso comunicante gelato-telefonino, nel suo piccolo, ha aperto un mondo.

Settembre 29 2008

Io che il capitalismo ci stava franando addosso lo andavo dicendo già da qualche tempo, neh.

Settembre 29 2008

Mi sto facendo l’idea che quella sul maestro unico sia la solita schermaglia di facciata per distrarre l’attenzione di giornalisti, sindacati e folle emotive dal consueto saccheggio dell’istruzione pubblica italiana. Da figlio di insegnante, ma soprattutto da padre di un bimbo che tra quattro anni entrerà nell’istruzione primaria, ho più che mai a cuore il destino della scuola. E poco mi importa, tutto sommato, se il maestro sarà uno o trino, se il tempo sarà pieno o ridotto, se il libro sarà di carta o di bit, quando da generazioni è in corso lo smantellamento sistematico della formazione di qualità dalle elementari fino all’università. Non ricordo più una finanziaria che non abbia tagliato fondi alla scuola. Non ricordo un governo che abbia avvertito l’urgenza di porre un freno al declino investendo sul proprio futuro (dunque soprattutto su istruzione e ricerca). Non incontro da anni un insegnante orgoglioso del proprio ruolo (quando di docenti orgogliosi della propria vocazione, per fortuna, ne vedo ancora tanti). Ecco, poco importa quanti maestri si ritroverà Giorgio in classe nel 2012. Ma mi piacerebbe davvero tanto che quella classe avesse mura solide, attrezzature adeguate, insegnanti appassionati e programmi d’eccellenza per affrontare il mondo contemporaneo. Fa un po’ impressione considerarla appena una speranza.

Settembre 18 2008
Settembre 18 2008

Stefania, mia moglie, me lo segnala abbagliata probabilmente dalla mia proverbiale gioventù interiore (ahem…). Tuttavia viene fuori che io sono ampiamente fuori dalla pur generosa definizione continentale di “giovane giornalista”. Così questa è una segnalazione per tutti i giornalisti o aspiranti tali di età compresa tra i 18 e 30 anni: avete ancora una settimana per iscrivervi agli European Youth Media Days. L’opportunità è passare tre giorni a Bruxelles in ottobre a fianco di giovani colleghi provenienti da tutta Europa per ragionare sulla comunicazione e ripensare il nostro lavoro in un contesto europeo, con particolare curiosità per i nuovi formati e per i media digitali. Tutto spesato, naturalmente. Se ci andate, poi fatemi sapere.

Settembre 5 2008

Dalle mie parti, terra di confini, si parla spesso di euroregione. L’euroregione è una sorta di istituzione sovranazionale, benedetta dall’Unione europea, che riunisce regioni, land, contee confinanti benché appartenenti a stati differenti (nel nostro caso il progetto riguarda la Carinzia, l’intera Slovenia, due contee croate, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto). Lo scopo è collaborare alla soluzione di problemi comuni e dare vita a iniziative di interesse transfrontaliero, ma è evidentemente anche una grande occasione culturale. Occasione che è molto spesso in bocca ai politici, ai rappresentanti delle istituzioni, ai ricercatori, agli imprenditori e agli attivisti locali, ma che raramente raggiunge concretamente le persone, con sfumature piuttosto differenti in base alla distanza dai confini in questione.

Per questa ragione saluto con piacere il nuovo impegno dei miei due esploratori transfrontalieri di riferimento, Enrico Maria Milič ed Enrico Marchetto, già animatori del blog Bora.la ed entrambi oggi coinvolti in Euregio, rivista di «fatti e idee di collaborazione tra l’Adriatico e il Danubio». Ho trovato la rivista in posta al ritorno dalle vacanze (ma si può leggere anche online in formato Pdf), l’ho persa di vista nel caos della ripresa lavorativa e oggi la riscopro come ricco contenitore di storie e di persone a cavallo di confini. Storie che non strizzano l’occhio soltanto alla terra in cui vivo, ma che spaziano per l’intero continente. Qui all’estremo Nord-Est abbiamo il vizio di guardare sempre a Ovest: ben venga Euregio se ci fa girare un po’ la testa.

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