Sarò a Smau, de scampòn, giovedì prossimo 20 ottobre in giornata. Devo tenere un seminario nell’area e-Academy (Entrare nella parte abitata della Rete, per chi fosse interessato). Poi spero di riuscire a fare un rapido giro per gli stand. Chi c’è si manifesti, che magari ci scappa un caffé.
Tag: culture digitali
È già Smau e questa volta io sì
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Domattina sveglia presto
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Alle 7.20 qui si parla – via telefono – di blog e cronaca nera a Unomattina con Monica Maggioni.
Suggestioni torinesi
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I miei Webdays potrei riassumerli in due immagini, tutte e due fotografate – nemmeno a farlo apposta, vedi a volte la sintonia – da Stefania. La prima ritrae una signora anziana che chiede spiegazioni a un relatore che ha appena terminato il suo intervento. La seconda inquadra un bimbo che, sullo sfondo dei Webdays, si gusta con intensità il suo gelato al cioccolato.
Nella prima ritrovo la bella emozione di vedere la sala affollata e attentissima durante tutte le sessioni di Web over 60, il programma divulgativo per ultrasessantenni ospitato nella tre giorni torinese. Dài loro una ragione per utilizzare questi strumenti e qualche dritta su come cominciare – dunque non semplicemente un pc e un libretto d’istruzioni – e avrai i più convinti sostenitori e diffusori di buone pratiche (ce lo diceva Stefania: è la stessa linea di un recente progetto europeo dedicato agli anziani, che prevedeva di identificare interlocutori lontani prima di insegnare come utilizzare il pc e la Rete per dialogare con loro). Pare che questa non sia affatto una novità a Torino, dove l’offerta di tecnobadanti e corsi di formazione specializzati è piuttosto ricca e collaudata, ma ha ragione Axell quando afferma che è quella sala piena di persone non più giovanissime l’eredità più importante dei Webdays.
Resta il fatto – ne parlavamo con Antonio Sofi, ricordando un mio vecchio post e alcune idee ancora nel cassetto – che a me il rapporto tra anziani e tecnologia affascina davvero molto ed è ora che ci lavori un po’ su. Le esperienze cominciano a essere numerose (tutte le grandi città hanno ormai esperienze consolidate in proposito) ed è una ricchezza che sarebbe bene cominciare a divulgare.
La seconda fotografia ha dentro sé tutto il piacere di passare alcuni giorni tra persone belle, curiose e generose di stimoli. Domenica sera c’è stato un momento in cui, per diverse coincidenze, mi sono trovato seduto allo stesso tavolo con amici provenienti da diverse esperienze, tutte non collegate tra loro: Fabio, con cui a Trieste ho condiviso un periodo di ricerca sugli ipertesti nel laboratorio di Fileni; Pietro, che prima di arrivare ai blog è stato uno dei miei collaboratori preferiti a Internet News; Antonio, che è tra gli incontri più felici che mi abbia mai stimolato la Rete. Ma potrei aggiungere, nei giorni precedenti, Giuseppe, che per me è sempre più un fratello di bit; e Derrick De Kerckhove, sui cui libri studiavo dieci anni fa e che ancora oggi ispira, con eccezionale partecipazione d’animo, il mio lavoro; e Gaspar, di cui adoro quel mix così peculiare di slanci contagiosi, bonarietà, ferreo rigore e capacità di sintesi; e Andrea, che ogni volta che ci incontriamo mi spiace abitare tanto lontano perché sono certo che la sua compagnia faccia bene allo spirito. E tanti tanti altri, che se continuo diventa la processione dei santi.
E, in tutto questo, pensavo: ma tu guarda la rete, quella concreta e tutta umana, come riesce sempre sorprenderti, con fili diversi che si annodano all’improvviso, dando un senso più ampio al percorso di ciascuno. Sabato c’è stata un’interessante domanda di Effe, durante l’intervento di De Kerckhove, che – senza fare molta giustizia alla sua stimolante impertinenza (ma magari lui mi aiuterà nei commenti a ripristinarne il senso) – potrei sintetizzare così: che fine fa l’identità in questo universo aperto di contenuti ricombinabili del Web, che prescindono sempre più dal contenitore a cui appartengono ed esistono in funzione del personale percorso di senso di chi li consulta? La mia risposta, citando Bateson e la sua idea di informazioni che scaturiscono da differenze, sarebbe stata che se anche ci rimettiamo progressivamente un po’ di nome e un po’ di faccia, mettiamo in circolo qualcosa di molto più importante, ovvero il nostro sguardo sul mondo, il nostro mondo di essere, le nostre associazioni mentali. Fomentiamo informazioni con le differenze che rendono ciascuno di noi unico. E il premio, che ancor oggi è l’ambitissimo quarto d’ora di celebrità, domani potrebbe essere la partecipazione, discreta nella forma ma integrale nella sostanza, alla più ampia e democratica modalità mai esistita di fare parte del modo-in-cui-vanno-le-cose-in-questo-mondo.
L’impressione positiva, nel piccolo spaccato di Rete incontrato a Torino, è che sempre più persone si riconoscano in questo modo di concepire il proprio impegno in Rete (dove Rete è tutto fuorché un ambiente virtuale e alternativo alla realtà). Chi sale su un palco lo fa tutto sommato con spirito di servizio: io stesso, se mi è capitato di parlare, è solo perché di mestiere faccio divulgazione, ovvero raccolgo e rimetto in circolo con ordine le idee di tante persone. La eventuale e trascurabile attenzione sulla mia persona è solo funzionale a mettere chi ascolta (o chi consulta in seguito i materiali dell’incontro) nelle condizioni di iniziare un percorso dentro uno spicchio di quella che è già a tutti gli effetti conoscenza condivisa.
Dopo gli interventi di Granieri e De Kerckhove, che hanno l’abitudine di volar alto anche se parlano di tag e post, Stefania si gira, mi guarda con gli occhi illuminati di chi ha messo insieme i pezzi, e mi dice: «È tutto un ritorno alla visione induista: tutto è interconnesso, tutti siamo parte di un tutto e solo l’unità delle cose porta alla completezza». Ecco, appunto.
Quel che ho raccontato a Firenze
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Per chi fosse interessato (o per chi era presente e vuole conservare qualche appunto ordinato), ho messo online una traccia delle cose che ho raccontato tra ieri e oggi – qualcosa più, qualcosa meno – a Nuovo e Utile Web. Il testo è disponibile in formato Pdf.
Le eredità dei giornali elettronici
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Nora Paul è stata un faro delle mie ricerche ai tempi della tesi sui giornali elettronici. Ho cominciato a lavorarci tra il 1995 e il 1996: allora il giornalismo online in Italia muoveva i primissimi, timidi e stentati passi, mentre negli Stati Uniti le maggiori testate online avevano già qualche progetto interessante. C’era questa sensazione di un territorio nuovo da conquistare. Molte promesse, molto entusiasmo, poca disponibilità a rischiare. Negli anni sono arrivati i capitali (poi sono scappati e quindi ritornati con circospezione), ma la disponibilità a rischiare è ancora limitata. Che cosa è rimasto delle promesse di allora? Quali opportunità sono state colte? Quante siamo ancora in tempo per cogliere? Quali invece si sono rivelate impraticabili?
A queste domande riponde, per l’appunto, Nora Paul sulla Online Journalism Review, ripresa, in parte tradotta e approfondita ieri in un bel post di Mario Tedeschini Lalli:
1) Il “pozzo senza fondo” (Illimited newshole), l’idea che gli spazi illimitati del web avrebbero consentito di scrivere tutto ciò che una pagina di carta no poteva ospitare
2) Di tutto e di più (Give me more), l’idea che ci fosse nel pubblico una attesa spasmodica di sempre maggiori informazioni
3) Hyperlinking, l’idea che ogni pezzo andasse arricchito da rinvii contestuali a materiale proprio o altrui
4) Communicazione giornalista/lettore, la possibilità di interazine tra autore e fruitore dell’informazione
5) Come ho scritto il pezzo, l’idea che sul web fosse possibile “dar conto” di ciò che più sinteticamente si fosse scritto/trasmesso altrove
6) Nuovi stili espressivi di giornalismo
7) Dare un seguito alle storie, la possibilità di seguire lo sviluppo di un fatto
8) Nuovo rapporto tra parole e grafica, ovvero: le tecnologie (es.: Flash) che consentono nuove strutture narrative.
[leggi il resto su Giornalismo d’altri]
Il bilancio di Paul e di Tedeschini Lalli è misto (invito ad approfondire i rispettivi articoli e, a giorni, l’intervista che Giuseppe Granieri ha fatto a Tedeschini Lalli per internet.pro di aprile): si è fatto qualcosa, si poteva fare di più, qualcos’altro si è rivelato inaspettatamente deludente. Dice Tedeschini Lalli:
Personalmente, molto presto nella mia esperienza di otto anni di giornalismo online ho scoperto che la gran parte del pubblico naviga poco e pochissimo in profondità: uno sguardo alla home, ogni tanto un click su un pezzo specifico, molto raramente sfrutta la contestualizzazione fornita dai link (a meno che non si tratti di un documento ritenuto centrale e magari pruriginoso, come il rapporto dello Special Prosecutor sul Monicagate di Bill Clinton). Il fatto è che agiamo in un mercato, che è il mercato dell’attenzione, e che libridazione dei mezzi e la convergenza delle piattaforme consente una concorrenza più stretta al giornalismo da parte di informazioni diverse (entertainment, giochi, comunicazione interpersonale, ecc.).
[ancora da Giornalismo d’altri]
Tutto vero, tutto interessante. Ma a me qualcosa ancora non torna: se la disponibilità dell’utente medio a seguire i collegamenti ipertestuali è assai bassa, come si spiega il prorompente dilagare dei blog, che di abbondanza di link e di continui rilanci di attenzione fanno parte della propria ragion d’essere? Sia chiaro: non mi basta come risposta il fatto che i blog sono ancora composti di nicchie di utenti evoluti, perché almeno negli Stati Uniti questo non è più del tutto vero.
E ancora: non staremo forse cadendo nell’equivoco dei palinsesti televisivi, entrati in circolo vizioso al ribasso in cui l’offerta scade per incontrare i gusti predominanti del pubblico, il quale a sua volta si lamenta della poltiglia uniforme e sempre più inguardabile? Un passaggio chiave che né Nora Paul né Mario Tedeschini Lalli approfondiscono, secondo me, è quella fase – più o meno tutto ciò che è stato tra il 1999 e il 2001, se non oltre – in cui l’informazione online ha assorbito più caratteristiche dall’info-intrattenimento televisivo piuttosto che dalla tradizione cartacea da cui più spesso proviene. Un’eredità che i giornali online stanno cominciando a togliersi di dosso appena ora, e forse non è un caso che proprio ora le maggiori testate stiano ricominciando a guadagnare consensi (e qualche avanzo pubblicitario). Vale, per quanto mi riguarda, la stessa obiezione che muovo ai portali: avete agglomerato, replicato, appiattivo contenuti con il solo scopo di tenere il maggior numero di utenti in un recinto chiuso per il tempo più lungo possibile, snaturando ogni peculiarità della Rete, e ora dite che Internet non funziona?
La mia idea è, invece, che bilanci stringati, entrate inesistenti e scarsa dimestichezza con la Rete abbiano fatto propendere i grandi gruppi editoriali per la via più breve e più facile, redditizia in fatto di volumi di traffico ma limitata e perfino suicida nelle prospettive. Forse non saranno mai disponibili capitali a fondo perduto per provare davvero a inventare qualcosa di nuovo, né esisterà mai un modello economico in grado di soddisfare nel contempo le esigenze di editori e lettori; ma non limitiamoci a dire “è andata così, non funziona, accontentiamoci”. Perché solo oggi, dieci anni dopo, il Web comincia ad assomigliare a se stesso, e c’è ancora molto da (ri)costruire. Beata l’ora che esistono le Nora Paul e i Mario Tedeschini Lalli che, dieci anni dopo, hanno ancora la passione di discuterne.
A proposito di Blog generation
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Visto l’argomento, quel paio di cose che avevo da dire su Blog generation, il libro di Giuseppe Granieri, le ho scritte nell’altro sito.
I limiti della Rete
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Sommerso dalla posta arretrata, stavo per lasciarmi sfuggire il fatto che Gianluca Miscione ha scritto un libro. Gianluca – oggi ricercatore presso l’Università di Trento – è stato collaboratore di Internet News dei tempi d’oro: una gran bella testa, molto accademica nelle intuizioni e, talvolta, nello stile. Il libro, a quanto capisco da indice e scheda, è un’approfondita riflessione teorica sulle dinamiche della Rete ed è intitolato Sui limiti della Rete. Leggerò (appena riesco a procurarmi il testo) e farò sapere.
Un articolo importante
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Visti dal di fuori, osservati da chi non ha troppo tempo per confrontarsi con la diversità e con l’assenza di standard comunicativi di un medium nuovo con regole nuove, siamo un gruppo di individui un po’ naïf. Siamo difficili da prendere sul serio, perchè -tra tutti- esprimiamo poca qualità. Gli argomenti contro la democrazia (sin dai tempi dell’Atene del V secolo a.C.) hanno sempre centrato le critiche sulla qualità. In chiave moderna: C’è un sacco di Fuffa, c’è un sacco di gente che parla senza averne gli strumenti, eccetera eccetera. Ora, educati alla Rete, dovremmo essere in grado noi per primi di capire che ciascuno parla come ritiene e che le sue idee troveranno il consenso che naturalmente meritano. Se a qualcuno piacciono, avranno link e visiilità. Se non piacciono a nessuno, evidentemente, no. Eppure, noi stessi, dentro la Rete, fatichiamo a considerare la popolarità delle idee popolari come un fatto di sistema. Così come siamo ancora troppo disponibili a meravigliarci che esistano cose che non ci piacciono e che sono popolari. Se sono popolari, è perchè a qualcuno piacciono. E questo qualcuno ha il diritto di avere i suoi gusti. Tracciare una mappa delle idee popolari è come tracciare una mappa della cultura che tra tutti esprimiamo. Può essere interessante ragionarci, osservare, discutere. Ma sicuramente non censurare. Questa delle idee che si misurano liberamente con il pubblico (e trovano il “loro” consenso) è la cosa più democratica che mi venga in mente. E’ una richezza di cui, una volta tanto, noi siamo portatori e custodi. L’uso che ne faremo, determinerà il risultato.
Giuseppe Granieri, Noi, i naïf della Rete, Internet Pro.
Benvenuto a un altro libro
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Mentre il mio Come si fa un blog continua a vivere la sua vita parallela nell’altro blog (e comincia a contare le sue buone recensioni), nella stessa collana edita da Tecniche Nuove questa settimana abbiamo avuto un altro gioioso evento. È uscito, infatti, Come si fa un video digitale, il libro nato dall’esperienza del collettivo d’assalto cinematografico Bamboo Production, ovvero Pietro Izzo, Lorenzo Corvi e Marco Mion.
Non so se sono la persona giusta per dirlo (ho avuto la mia parte nella lavorazione del prodotto, come accade per alcuni titoli di quella collana), ma io sono molto soddisfatto di com’è venuto. Qualunque argomento, anche il più tecnico, è permeato di una sua – posso azzardare? – cultura: il senso di un libretto tascabile come questo (tascabile poi solo di formato, vista la quantità di parole che offre comunque questa serie) dovrebbe essere prima di tutto quello far entrare per gradi il lettore all’interno di questo contesto, fornendo in modo piacevole e creativo gli stimoli necessari ad avvicinarlo per gradi alla pratica. Ecco: in questo, che poi si chiama buona divulgazione, Pietro, Lorenzo e Marco sono riusciti davvero molto bene.
Il loro libro non si perde in stucchevoli dettagli tecnologici (pur dando tutte le coordinate essenziali), ma racconta prima di tutto di una passione. Lascia intravedere che con un’infarinatura di tecnica cinematografica (trasmessa ricorrendo a esempi d’impatto tratti da numerosi film famosi, con una leggera predilezione per Tarantino) è possibile ottenere risultati di buon livello anche utilizzando la videocamera digitale di casa, adeguando la strumentazione e gli accorgimenti al tipo di ripresa desiderata (dalle cerimonie familiari alla fiction, passando per i ricordi delle vacanze).
Accanto a ciò, Come si fa un video digitale dà altri due preziosi supporti: qualche dritta per affrontare il montaggio sul Pc (hardware, software e trucchi del mestiere) e un utilissimo compendio di risorse per dare una vita al proprio filmato una volta che è stato realizzato, sia per quanto riguarda il formato di distribuzione (Dvd, Rete o quant’altro) sia per quanto riguarda la promozione (siti Web e concorsi per corti, tanto per cominciare). Il tutto è frutto di anni di esperienza sul campo e anche sulla carta (Pietro Izzo, per esempio, ha scritto per anni di questi argomenti su Internet News e ancora continua a farlo su Internet Pro e Dvd Magazine).
A chi fosse attirato, consiglio di sfogliare il libro alla prima occasione (online c’è l’indice) per farsene un’idea: difficile non farsi conquistare dalla simpatia e dalla spontaneità degli autori. È stato davvero un piacere lavorare con loro. A loro buona fortuna!
Mondo aperto
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Due eventi legati al mondo open da segnare in agenda.
Il primo si tiene domani mattina alle 11 a Trieste, presso il Caffé San Marco (in via Battisti): i Linux User Groups del Friuli Venezia Giulia, insieme alla Free Software Foundation Europe cercheranno di sensibilizzare realtà produttive, politiche e associazioni di categoria della regione riguardo al ruolo del software libero nello sviluppo competitivo. Parlano Davide Dozza, maintainer italiano del progetto OpenOffice.org; Gianluca Trimarchi, rappresentante dei LUG regionali; Stefano De Monte, vicepresidente di Trieste On Line, azienda speciale della Camera di Commercio di Trieste; Stefano Maffulli, presidente della sezione italiana di Free Software Foundation Europe; Gianni Pecol Cominotto, assessore regionale all’organizzazione, personale e ai sistemi informativi.
Giovedì pomeriggio alle 14.30 presso la Fondazione Gianni Agnelli di Torino si tiene, invece, l’evento di lancio delle Creative Commons italiane, che segna ufficialmente la nascita anche nel nostro Paese delle licenze per la tutela delle opere dell’ingegno che non ne precludono la libera diffusione. Tra i numerosi interventi in programma compare anche quello di Lawrence Lessig, docente alla Stanford Law School e tra i maggiori teorici mondiali della free culture. L’intero pomeriggio sarà trasmesso in diretta streaming sul Web da Radio Radicale.
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