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Tag: famiglia

Novembre 22 2011

Caro Giorgio,
tu te ne sei accorto appena, ma in questi giorni la nostra famiglia ha dovuto salutare un suo grande amico, uno dei più cari. Quando te l’ho detto, qualche giorno fa, hai fatto quel tuo sorriso dolce, quello compito dei momenti speciali, e mi hai detto che in effetti ti dispiaceva molto, perché lui ti faceva sempre tanto ridere. Ancora non sei in grado di comprendere l’inevitabile spietatezza del distacco, ma non credo che avresti potuto rendergli meglio giustizia. In effetti era simpatico, divertente e genuino. Era la persona con più nipoti putativi che abbia conosciuto, e noi tra loro. Era anche tante altre cose, volate via qualche anno prima che tu nascessi per via di un colpo basso della senilità. Ma era ancora lui, era rimasto fedele a se stesso in quell’umanità così ricca e gentile, benché costretta a fare a meno delle sovrastrutture della memoria.

Io sono sempre stato molto grato per questo tempo extra che gli veniva concesso e che ha permesso almeno a te, meno purtroppo a tua sorella, di conoscerlo. Era una mia piccola emozione vedervi interagire, scherzare e camminare mano nella mano il sabato mattina di ritorno dal mercato. In quella mano stretta era come se passasse in te un po’ della mia infanzia, dove lui c’è stato fin dal primo giorno: è stato prati, passeggiate, scherzi, risate, schedine del Totocalcio al bar, trattori in campagna, Giro d’Italia in tv, racconti di una Trieste d’altri tempi. È stato padrino in una famiglia allora senza zii o nonni maschi. È stato quotidianità e presenza, due cose di cui impari il valore soltanto quando diventi adulto.

Mi piacerebbe che tu lo ricordassi, vorrei aiutarti nel tempo a conservare un ricordo di lui. Perché se è vero, come dice Pessoa, che ognuno di noi è un baule pieno di gente, io sono orgoglioso che nel tuo abbia fatto a tempo a entrarci un po’ anche lui. E per quanto tristi possiamo essere oggi che l’abbiamo salutato per l’ultima volta, so che la nostra famiglia conserverà sempre la gioia e la riconoscenza per averlo avuto nelle nostre vite.

Marzo 26 2010

Uno di questi giorni, con più tempo, vorrei raccontare la nostra felice esperienza di parto naturale in casa. Vorrei per ora mettere a fuoco soltanto un concetto, che sento urgente: è assolutamente necessario, direi addirittura vitale per il genere umano, che le donne si riapproprino del loro sapere ancestrale legato alla nascita. È già tutto dentro di loro, il loro hardware e il loro software sono fatti apposta per generare vita in dolcezza e serenità. Altro che dolore: la retorica del dolore è una delle più grandi truffe ai danni dell’umanità. Certo che non è semplice come una passeggiata né piacevole come un massaggio balinese: il parto è cruento, piscologicamente e fisicamente impegnativo. Ma tutto ciò che succede, succede per un motivo e se si impara a riconoscere e dominare quello che accade non c’è analgesico che tenga.

Posto che è giusto che ognuno possa decidere per sé ciò che sente più giusto, dunque anche sedare ogni terminazione nervosa, dal mio punto di vista non c’è nulla di meno comprensibile della rincorsa all’epidurale o, peggio ancora, al cesareo quando non è strettamente necessario. È un raggiro, è l’istituzionalizzazione di un’ignoranza: invece di provare vergogna per le sue mancanze culturali, la nostra società incoraggia una medicalizzazione portata alle estreme conseguenze che fa gli interessi di tanti, ma certo non delle mamme e tantomeno dei bimbi. Ti insegnano per nove mesi delle procedure, ma è un inganno: sono le procedure che servono ad altri per gestire più numeri e più in fretta, e per tutelarsi legalmente da ogni starnuto.

Io li capisco i medici, e non credo certo che siano tutti dei criminali in malafede. I ginecologi, per esempio: ne vedono di tutti i colori, conoscono tutti i rischi di complicazioni. Sono abituati a pensare che se qualcosa può andare male certamente lo farà. Così nel dubbio si attengono alle procedure più sicure e scrupolose a prescindere per tutti. Ma la grandissima parte delle nascite non ha problemi e farebbe certamente a meno delle complicazioni legate all’ansia, alla dipendenza dall’ecografia, alla paranoia trasmessa dalle strutture sanitarie. Gli anestesisti li capisco meno, francamente: l’unico motivo per cui mi spiego il loro sostegno quasi incondizionato ai metodi artificiali di contenimento del dolore è che questi rendono molto e permettono al loro reparto di investire in altri servizi o ricerche utili che la contrazione delle spese statali non consente. Ho simpatia per le ostetriche, invece: sono costrette ad adeguarsi a un cinismo che non ha nulla a che fare con il loro mestiere. Le puoi dividere in gruppi: le ribelli e le istituzionalizzate. Le prima, appena possono, scappano. E ci credo.

Si parla di parto in casa soltanto per rivendicazioni economiche: ogni tanto saltano fuori mamme particolarmente agguerrite che pretendono il riconoscimento da parte del servizio sanitario della spesa da loro sostenuta. Han fatto risparmiare soldi allo Stato e una parte di quei soldi basterebbero a ripagare l’esborso della famiglia ribelle. Ma il problema non è la spesa, che pure immagino trattenga molte famiglie dal fare una scelta di questo tipo. Il punto è recuperare ovunque, dentro e fuori dagli ospedali, una conoscenza della nascita, una cultura del parto che viene sempre più spesso umiliata e disconosciuta. Dovrebbe essere una materia di scuola: educazione civica, biologia umana, ecologia dell’esistenza, non so. Fatto sta che ogni donna dovrebbe conoscere, fin da bambina, come la fisiologia del suo corpo racchiuda enormi capacità, delle quali può essere consapevole dominatrice o atterrita schiava. Assecondare queste capacità, riconoscerle, saperle gestire è più potente di qualunque anestetico, più sicuro di qualunque posizione da parto, più delicato di qualunque intervento esterno.

Io sono sicuro che io e la mia famiglia siamo stati estremamente fortunati nel corso di entrambe le gravidanze e credo che il mio punto di vista ne sia inevitabilmente influenzato. Ma so anche che se non fosse stato per la forza di Stefania, per la sua ostinazione nel mettere in discussione i percorsi che le venivano imposti senza apparentemente contemplare scelta, per la sua testardaggine nel trovare risposte personalizzate, per la sua sete di conoscenza clinica, entrambi i parti sarebbero stati molto peggiori, molto più dolorosi, molto meno sereni. E sono convinto che le nascite che mia moglie ha preteso per i nostri figli siano il più grande regalo che da genitori potremo mai fare loro. Nella scelta di partorire in casa non c’è soltanto la sconsideratezza che leggo sotto forma di biasimo negli occhi di molte persone con cui abbiamo parlato in questi giorni: se lo fai, ti affidi a professionisti preparati, che sanno riconoscere le condizioni che lo rendono opportuno e che per primi ti trascinano in ospedale se non è possibile procedere in modo sicuro.

C’è un mondo dietro le confuse riflessioni che sto provando ad abbozzare (con spirito di testimonianza e non certo di prescrizione universale), al quale non è facile avere accesso se qualche anima buona non ti indica un portoncino di servizio da cui entrare. Nel nostro caso è stato un regalo, un bellissimo libro di Verena Schmidt (Venire al mondo, dare alla luce) che noi da anni a nostra volta regaliamo a tutte le coppie di amici incinti. In questi giorni sta uscendo un nuovo libro della stessa autrice, Apprendere la maternità e ne sfogliavo proprio stamattina le prime pagine, annotando ogni piccola ola interiore che mi provoca. A cominciare da questa:

I gruppi di donne già in tempi lontani furono luogo “di coltivazione” del sapere femminile, luogo di condivisione e territorio sociale dei valori femmili. Oggi possono risorgere come strumento per il ritorno al sapere della maternità, della ciclicità che ancora dorme nella profondità di ogni donna. Di questo sapere non ha bisogno soltanto la donna, il figlio, la figlia che da lei nascono, ma anche il mondo, che sta sprofondando nella violenza, nei soprusi, nel disprezzo per la vita umana e rischia di morire per mancanza di “cure materne”. L’istinto protettivo innato nel femminile, ma leso sistematicamente, ha bisogno di risorgere nelle donne e negli uomini in difesa dell’integrità dello sviluppo umano.
[Verena Schmidt, Apprendere la maternità, Urra, 2010, pagg. XI e XII]

(Non credo sia davvero necessario spiegarlo, ma per correttezza e rispetto di tutti: collaboro con la casa editrice che pubblica i libri di Verena Schmidt, anche se non sono coinvolto direttamente nella loro produzione e promozione. Ogni valutazione qui riportata è del tutto personale ed è frutto delle mie esperienze di vita e del desiderio che altri possano avere almeno la possibilità di scegliere.)

Marzo 25 2010

Introducing Gea

Alle dieci e venti di ieri sera, nel salotto di casa sua, è nata Gea Maistrello. Pesa poco meno di tre chili, osserva, ascolta ed è molto serena (per ora). Stiamo tutti molto bene.

Giugno 27 2009

All’asilo di Giorgio quest’anno si è discusso spesso del portoncino d’ingresso. Chi lo frequenta sa come far scattare la serratura senza citofonare all’interno, evitando al personale di interrompere in continuazione il lavoro con i bimbi. Alcuni genitori, pochi invero, hanno manifestato disagio rispetto a questa pratica e hanno chiesto che il cancello fosse sempre chiuso a chiave quando la struttura è frequentata dai bambini. Soluzione del tutto inutile, poiché un malintenzionato che volesse nonostante tutto entrare non avrebbe che da scavalcare un metro e mezzo di comune e inoffensiva rete o un altrettanto inoffensivo cespuglio. Il compromesso è stato, almeno per un periodo, la chiusura a chiave del cancello durante le ore centrali della giornata, quando il via vai di genitori è ridotto al minimo. Rassicura chi deve essere rassicurato, non ostacola chi non ha senso che sia ostacolato, nei fatti non sposta di una virgola la situazione.

Da un punto di vista culturale la propensione vagamente paranoica a rinchiudersi a me sembra un errore importante e antistorico, che però replichiamo in tutti i contesti della vita comune e in modo particolarmente accentuato nell’ultimo decennio. Chiudiamo serrature, eleviamo muri, filtriamo gli accessi, proteggiamo dati, sorvegliamo comportamenti umani, spesso in modo talmente goffo e inefficace da lasciar pensare che il vero obiettivo sia stroncare il presunto nemico a risate. L’obiettivo è rassicurare noi stessi, prima ancora che chiederci con un briciolo di razionalità da che cosa abbiamo la necessità di difenderci, quale sia l’effettiva entità del pericolo, quanto siamo disposti a sacrificare in nome di una generica angoscia.

Mi pare che gran parte degli snodi della storia a cui imputiamo sostanziali scatti di progresso sociale, economico o tecnologico siano riconducibili a coraggiose aperture. Che cosa sono le brecce inferte vent’anni fa al Muro di Berlino se non l’apoteosi dell’apertura? E quanta chiusura rispetto al riconoscimento dell’altro c’è dentro la pretesa di esportare con la forza militare il proprio modello di governo democratico? Tutte le contrapposizioni decisive della nostra storia recente girano intorno alla dialettica tra apertura e chiusura. Destra e sinistra, Occidente e Islam, innovatori e conservatori, europeisti e antieuropeisti, e naturalmente la dialettica tra genitori prudenti e genitori sereni.

Così pensavo che raccontarci il mondo in questi termini forse ci può aiutare a scoprire un po’ di più le nostre carte, soprattutto in considerazione della necessità di aprire un nuovo ciclo politico che si lasci alle spalle i contenitori cinico-ideologici di oggi. Io non ho nulla contro chi oggi sostiene la necessità di alzare muri intorno ai caseggiati, installare telecamere a ogni angolo, organizzare ronde notturne, respingere con la forza i tentativi di immigrazione clandestina. Non ho nulla contro di loro, ma mi sento profondamente lontano dalle loro idee: penso che quello che stanno facendo in questi anni accondiscendenti ci stia rendendo tutti quanti un po’ peggiori, un po’ più vecchi, un po’ meno attenti alla vita che ci passa accanto e sono pronto a combatterli con ogni strumento democratico mi sia concesso.

Quanto a Giorgio, che probabilmente in questi due anni di asilo ho incoscientemente esposto a rischi inenarrabili di cui nemmeno mi rendo conto (Pordenone come Belsen? La Melarancia come Columbine?), vorrei far capire fin da piccolo che richiudersi nel proprio piccolo mondo non serve a nulla. Che chiudendo a chiave una serratura non scoraggia necessariamente chi ha cattive intenzioni, ma tiene lontano di sicuro chi ha buone intenzioni. Che i problemi che oggi prova a scacciare dalla porta molto probabilmente rientreranno domani dalla finestra, peggiori. Che non esiste altro modo di vivere al sicuro e in pace su questo mondo se non conoscendo e rispettando ogni suo abitante, il quale non ha minor titolo di lui a realizzare i propri sogni. E che la Storia, anche se spesso distratta o umiliata, è molto probabilmente dalla sua parte.

Dicembre 6 2008

Dobbiamo lottare per ogni centesimo, ci dicevano oggi nel corso del nostro giro per scuole aperte (materne, nel nostro caso). Tagli su tagli, anno dopo anno. Un continuo lavoro ai fianchi di ogni ente locale, che conosce frequenti sconfitte. Le idee non mancano, la preparazione nemmeno, la passione per il lavoro coi bimbi men che meno. Anche le strutture, in questa parte d’Italia, sono moderne e ben organizzate. Quello che manca sono solo i soldi, laddove la loro mancanza si traduce in attività non realizzate o realizzate a metà, materiali ridotti all’osso, salvadanai per i contributi alle spese extra sotto gli occhi dei genitori, cooperative che coprono a pagamento gli orari lasciati scoperti dalla mancanza di personale. Sempre un passo indietro al possibile.

Ti raccontano come conquiste – e lo sono – il corso di teatro, il ciclo di psicomotricità (10 o 12 incontri durante l’anno, non sappiamo ancora quanti riusciremo a pagarne – ci spiegano), i confronti interculturali tra le storie dei vari bambini della sezione, molti dei quali stranieri. Qui i genitori italiani preferiscono rinchiudere fin da piccoli i loro figli nella scuola privata, possibilmente cattolica, come se quel 40% di bambini stranieri non fosse in fin dei conti l’ultima ricchezza lasciata loro in dote dalla scuola pubblica. Gli stranieri sono considerati un peso: spesso non sanno nemmeno la lingua, sono indisciplinati, non integrati, rallentano il lavoro della classe. Stiamo formando una generazione di italiani forse scolasticamente preparata, forse custode delle tradizioni, ma con la mente ben chiusa dentro una campana di vetro.

L’inglese, chiedi: organizzate mica lezioni di lingua straniera? No, i programmi prevedono altre priorità. Altre priorità, capisci? Nel 2008; nel cuore dell’Europa unita; nell’epoca delle sfide della globalizzazione. Già, a che ci serve, tanto abbiamo i programmi tv doppiati noi. Però c’è l’insegnante di religione, garantito, in ogni sacrosanto istituto di ogni circolo – e tutti i genitori sorridono soddisfatti. Devi portare asciugamani, coperte e fazzoletti da casa, ma almeno una volta alla settimana qualcuno racconterà a mio figlio la storia di Gesù bambino. Ce lo meritiamo l’essere lo zimbello del continente, con indici in decadenza in ogni settore. E questo, ne sono certo, è il meglio che l’istruzione pubblica potrà mai offrire a mio figlio, perché per i più piccoli le attenzioni sono ancora molto elevate.

L’ho detto e pensato mille volte: che razza di stato è uno stato che non investe sui propri figli, che taglia sull’istruzione, che non riserva per loro il meglio della propria ricchezza ed esperienza? Quando dicevo fondi all’istruzione pensavo agli stipendi degli insegnanti, alla manutenzione degli edifici, ai rifornimenti di gessetti e cancellini. Rileggendo oggi questo spaccato di Italia con gli occhi del genitore mi rendo conto che tagli all’istruzione significa deprimere l’ambiente, smorzare gli entusiasmi, limitare le opportunità, costringere al passo chi avrebbe le energie per correre, anno dopo anno, da decenni. Per il motivo più stupido e meno credibile di tutti, in quest’angolo vergognosamente ricco di mondo: perché mancano i soldi. Come se servissero i capitali, per fare una scuola di eccellenza. Come se non fosse il primo tra gli investimenti inderogabili. Se mi guardo in giro, in quest’epoca di ricchezza sprecata ed esibita, mi sembra davvero una clamorosa presa per i fondelli.

La verità è che lo stato (noi) sta (stiamo) rinnegando intere generazioni di suoi (nostri) figli pur andare incontro alla rovina più velocemente e con meno dignità. Certe sere mi sembra davvero insostenibile. Oggi è una di queste.

Dicembre 25 2006

Buona speranza

Io arrivo a questa fine d’anno col fiato corto e un po’ strapazzato, ma è un periodo felice. In questi mesi io e la mia famiglia abbiamo vissuto grandi gioie e sperimentato un affetto enorme intorno a noi: è stata un’esperienza inaspettata, un Natale vissuto ogni giorno sulla nostra pelle. Di questo sono grato più di quanto riuscirò mai a dire a parole. E anche per la responsabilità di tanto benvolere, in queste ore a me viene da pensare soprattutto a chi ci ha sfiorato negli ultimi tempi con le sue storie di difficoltà, di sofferenza e di disperazione. A loro, soprattutto, vanno i miei auguri; con loro, perlomeno idealmente, passeremo il nostro Natale.

(Poi, siccome a Natale sono tutti più buoni, tanti auguri anche a Blog Margo. Doppi a Francesco Soro, che se li merita al di là di ogni ironia.)

Ottobre 3 2006

Il BzaarCamp è stato una bella esperienza, stimolante e piacevole. Sono in debito di diversi grazie con chi ha avuto tutte quelle piccole accortezze gratuite (a cominciare dalla focaccia, dai badge stampati con cura, dalle magliette inaspettate e via dicendo) che fanno la differenza e predispongono il clima alla condivisione delle idee. Come sempre è stata una gioia rivedere persone che, in situazioni e in modi diversi, in questi anni mi sono particolarmente care. E come sempre non sono riuscito ad ascoltare tutto quello che avrei voluto.

Il barcamp funziona così, per chi non ne sapesse ancora nulla: tutti partecipano, nessuno viene soltanto ad ascoltare, l’organizzazione (a partire dal generoso Bru) è un costante divenire. E pure io, che in un primo tempo contavo su un sabato di relax e aggiornamento in compagnia, mi sono dovuto improvvisare in un paio d’ore un tema di cui parlare. Già che c’ero, ho messo a fuoco un paio di spunti ancora non del tutto digeriti legati alla mia acerba esperienza di padre e all’altrettanto recente velleità di raccontare in pubblico le emozioni di una famiglia che si sta allargando.

L’ho concepita come una conversazione: sapevo che tra gli iscritti c’erano diversi genitori, alcuni dei quali hanno a loro volta condiviso la propria esperienza, e mi interessava confrontare i punti di vista. Perfino fare autocritica, se fosse stato necessario. Lo facciamo davvero per loro, nel loro interesse, o alla fine è soltanto una manifestazione di egoismo? Diamo loro opportunità di sviluppare precocemente una familiarità con le reti sociali oppure svendiamo una privacy che non possono ancora difendere? Rilanciamo le nostre emozioni in segno di gratitudine con chi le ha raccontate prima di noi (e in tal modo spesso ci ha aiutato nel cammino verso la maternità e la paternità), oppure intasiamo Internet di dettagli fin troppo intimi? Il tutto a partire da qualche schermata, che faceva il punto sulla mia esperienza per contestualizzare: le allego anche qui, ammesso che da sole dicano qualcosa.

La conversazione c’è stata, ed è stata molto interessante. Tutto sommato favorevole alla condivisione dell’esperienza dei neogenitori, ma con la consapevolezza che è soprattutto un esercizio di razionalizzazione personale, una trascrizione della memoria in tempo reale perché certi dettagli non vadano dimenticati. Nel video girato da Marlenek con la webcam c’è traccia tutto sommato comprensibile dei diversi pareri, per chi avesse voglia di approfondire (inizia al 22° minuto, prima c’è la notevolissima cavalcata in otto squillini di Antonio Sofi): mi piacerebbe isolarli e trascriverli appena avanza un po’ di tempo. Segnalo anche il contributo di Federico Fasce, che nel rielaborare a freddo il suo intervento sul capitale sociale prova a dare un nuovo impulso al nostro discorso.

– Le mie slide: Quando sei nato non puoi più nasconderti (Pdf 1,8 MB)
– Link, materiali, riferimenti a partire dal wiki ufficiale
– Conversazioni post-BzaarCamp via Technorati
– Foto, foto e ancora foto su Flickr

Agosto 23 2006

Con Stefania e il piccolo Giorgio (che un giorno immagino dirà la sua), ringrazio tutti quelli che in questi giorni ci hanno scritto, commentato, linkato, telefonato, messaggiato, pensato, sorriso. Proviamo gratitudine per molte persone, alcune delle quali nemmeno sanno di aver contribuito alla serenità con cui abbiamo affrontato questo periodo così denso di meraviglie. Come spugne, abbiamo letto i diari personali di altre coppie in attesa, abbiamo spiato dalla porta di servizio i forum specializzati, ci siamo commossi davanti alle immagini dei filmini amatoriali altrui, abbiamo cercato conferme alle nostre sensazioni, consigli dettati dall’esperienza e idee per acquisti consapevoli. Abbiamo attinto a piene mani a quell’umanità condivisa che sempre più abbonda nella parte abitata della Rete, e questo ci ha arricchiti.

Per tutto ciò, ma soprattutto per quanti capiteranno qui in futuro animati dalla stessa ricerca casuale di calore in un momento così particolare della propria vita, Stefania e io abbiamo deciso di aprire le porte del nostro siterello familiare, finora ristretto a pochi amici e parenti. Contiene la storia della nostra gravidanza, e ora dei primi giorni del nostro bimbo. Ci farebbe piacere che la nostra felice esperienza di parto naturale ispirasse un giorno altre donne e altri mariti a recuperare dentro di sé quell’istinto ancestrale che una medicalizzazione sgarbata ha maldestramente perso di vista, rendendo tutto forse appena un po’ più sicuro, ma di certo più cinico, più industriale e spesso paradossalmente più doloroso. Raccontarlo e condividerlo è il nostro modo di essere il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo.

Agosto 6 2006

È nato Giorgio

Giorgio

Una manciata di minuti dopo la mezzanotte di oggi, a Pordenone, è nato Giorgio Maistrello. Pesa 3,140 chilogrammi, sta molto bene (come del resto la sua mamma) e si guarda intorno incuriosito.