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Tag: famiglia

Settembre 2 2026

È una responsabilità enorme cercare di raccontare papà in poche parole.

Perché lui avrebbe semplicemente alzato gli occhi al cielo e sbuffato. Come a ogni compleanno. Come a ogni anniversario. Come a qualsiasi cerimonia che lo prevedesse come protagonista.

Poi però credo che vi avrebbe guardato negli occhi e, riconoscendo l’amore, la stima, il fatto che vi siete scomodati per lui, sarebbe stato preso in contropiede e gli sarebbero brillati gli occhi. Gli occhi commossi di papà – solitamente una persona seria, schiva e taciturna – erano una delle cose per cui meritava vivere.

Papà non amava le parole a vuoto. E il rischio questo pomeriggio è alto. Diceva quello che serviva, il resto era un orpello inutile, perfino fastidioso. Mettere a proprio agio l’interlocutore con chiacchiere di circostanza non era una sua priorità. Una qualità che purtroppo non ho ereditato.

Papà diventava chiacchierone – appassionato, perfino concitato – soprattutto quando parlava in veneziano di Venezia con i suoi amici d’infanzia. Come un composto suonatore d’arpa che ti sorprende all’improvviso interpretando un assolo iconico di chitarra elettrica. 

La Venezia di papà era qualcosa più di un luogo di nascita. Era un’identità, un modo di essere, un codice segreto condiviso con poche persone, inaccessibile ai più. Della sua infanzia e giovinezza ho istantanee decontestualizzate: una madre – mia nonna Olga – rimasta vedova giovanissima con un figlio ancora piccolissimo, le corse mano nella mano verso il rifugio durante i bombardamenti sulla città, le uscite in campagna per procurarsi i viveri durante la guerra, una città magica come parco giochi, le bravate con un manipolo di fedelissimi amici, qualche viaggio alla scoperta del mondo. La Svezia, in particolare, sembrava colpire l’immaginario di quei giovani ragazzi veneziani. Immagino per via dei fiordi.

Per uno nato e cresciuto in laguna il continente doveva sembrare un luogo piuttosto ordinario. Papà ci arriva prima per gli studi in collegio, una delle esperienze che più hanno dato forma alla sua visione del mondo, e poi in cerca di lavoro. Geometra, inizia dall’edilizia e dalle vendite.

A Vittorio Veneto incontra mamma. 

Lui: un Gregory Peck di Cannaregio. Lei: ragazza triestina fresca di studi e di ideali, alle prime esperienze di insegnamento. Bellissimi, innamorati, genuini, riservati.

I loro racconti sono piuttosto reticenti rispetto a quel periodo, ma sappiamo di un’anziana gestrice del pensionato di cui entrambi erano ospiti piuttosto interdetta per l’iniziativa dei due giovani. 

In tre mesi si sposano, in una chiesetta di montagna, lontana da tutto e da tutti, di fronte a un ristretto manipolo di amici e parenti, e a don Luigi Vian, sacerdote di frontiera per cui mio padre nutriva un affetto molto speciale. Per poi – narra la leggenda familiare – allontanarsi dalla bicchierata celebrativa ben prima della sua conclusione. E del conto.

A Pordenone papà e mamma arrivano quando c’è da costruire la provincia e tutti i suoi apparati pubblici. Mamma trova facilmente una cattedra a scuola, papà un lavoro in Camera di Commercio. 

Quando nasco io, papà si trasforma da giovane trentenne inebriato dalla vita a integerrimo padre di famiglia. La responsabilità – fardello ingombrante nella linea maschile di casa Maistrello – veniva prima del divertimento e degli amici.

Però senza ansia.

Uno dei miei primissimi ricordi di vita è la sua calma risolutezza mentre scavalchiamo i calcinacci della parete crollata accanto alla mia cameretta la sera del 6 maggio 1976.

Gli è capitato in sorte un figlio docile e mansueto, che ha amato e rispettato moltissimo senza fare sconti al rigore, ma concedendogli sempre larghissime maglie di fiducia. 

Poche preoccupazioni, però sempre ben assestate. 

Poco docilmente, suo figlio ha seguito poi strade che lui non sempre riusciva a riconoscere. Sospendeva il giudizio, osservava con perplessità e, magari a consuntivo, apprezzava con orgoglio.

L’apprezzamento di papà – mai scontato, mai garantito, raramente esibito – era un’altra delle cose per cui meritava vivere.

Mio padre era una persona di principi, rigorosa, incapace di fingere. Credeva in modo quasi religioso, lui che dalle religioni si era allontanato presto, nell’onestà e nella sincerità.

Credo basti questo per spiegare perché il lavoro non gli diede mai enormi soddisfazioni o opportunità concrete di carriera. Fece il suo, lo fece con precisione, dedizione e discrezione, e quando ebbe la possibilità di uscirne non ebbe grandi rimpianti.

Andò in pensione con l’idea di viaggiare e fare cose, ma in fondo casa era il suo vero regno d’elezione. Lì ripeteva con metodica costanza le stesse abitudini, gli stessi ritmi, gli stessi rituali. Le passeggiate possibilmente con uno scopo e immancabilmente con il suo pesante borsello a tracolla.

Leggeva almeno un giornale e guardava diversi telegiornali ogni giorno, abitudine poi parzialmente sostituita da lunghe sessioni di navigazione in internet.

Ha fumato la pipa per decenni, trinciando periodicamente da sé le sue miscele e alternando, secondo schemi impenetrabili ai più, pipe, tabacchi, ambienti e momenti della giornata.

Era seriamente convinto che il fumo di pipa non facesse male. Con altrettanto candore sosteneva che acqua e vino contribuissero entrambi all’idratazione.

Per papà l’unica musica ammissibile era quella classica. E, nella musica classica, l’unica veramente degna di nota quella di Bach, Beethoven e Mozart. Qualche apertura di credito per Händel. Verdi proprio no.

L’unica attività extrascolastica che ricordo di aver fatto con lui è stato un corso di solfeggio a sei anni. Visti gli scarsi successi col figlio, ha tentato poi di iniziare agli spartiti tutti i nipoti reali e acquisiti che gli sono capitati a tiro. Un paio di loro riconoscono oggi che Bach ha cambiato loro la vita.

Come nonno, ha osservato crescere i nostri figli con prudente curiosità e limitate rivendicazioni di ruolo, fino a che nei suoi nipoti ha iniziato a riconoscere le persone che stanno diventando. A quelle ha riservato la forma più alta di amore e stima di cui era capace.

In famiglia mamma e papà erano chiamati benevolmente Sandra e Raimondo.
(Scusa mamma, so che mi odi in questo momento.) 

Si dividevano equamente i compiti: lei parlava, lui stava zitto. Lei sollevava interrogativi, lui li ignorava. Lei faceva la lavatrice, lui la lavastoviglie, stanze diverse.

Ma quando quest’estate hanno festeggiato 59 anni di matrimonio intorno a un letto di ospedale – lei gli occhi a cuore, lui gli occhi al cielo – li ho sentiti scambiarsi una frase che mi ha reinsegnato l’amore da capo: “Io lo rifarei ancora”. 

Quest’ultima estate è stata un viaggio terribile e insieme prezioso. 

Alla fine i ruoli si sono un po’ confusi. L’uomo che per tutta la vita era stata la persona più solida, composta, affidabile che abbia conosciuto, ha dovuto affidarsi agli altri.

Abbiamo avuto paura. Ci siamo arrabbiati. Ci siamo stancati. Abbiamo riso. Abbiamo litigato. Ci siamo presi in giro. Ci siamo tenuti per mano. Abbiamo parlato, qualche volta. Molto più spesso siamo rimasti semplicemente lì.

Allora forse oggi non serve davvero trovare una morale, una consolazione o una spiegazione. Papà, che nonostante tutte le cose serie che vi ho raccontato era soprattutto una persona ironica, avrebbe certamente alzato gli occhi al cielo anche davanti a quelle.

Possiamo limitarci a riconoscere quello che c’è stato.

Una vita lunga, seria, libera.

Un uomo difficile da impressionare e impossibile da comprare.

Un veneziano irriducibile trapiantato sulla terraferma.

Un marito che dopo cinquantanove anni avrebbe rifatto tutto da capo.

Un padre che non aveva bisogno di dire continuamente di esserci, perché c’era.

E una persona che, senza fare molto rumore, ha lasciato dentro alcune delle persone qui presenti qualcosa di sé: un principio, un’abitudine, una battuta, un pezzo di Bach, un modo di fare le cose per bene.

Adesso posso davvero lasciarti andare nella pace, papà.

Senza troppe parole.

Che già queste, lo so, ti saranno sembrate decisamente troppe.

Grazie di tutto.

Agosto 31 2026

Era mio padre

Avevamo così poche cose in comune, tu e io, da dubitare alle volte che fossimo padre e figlio. La nostra storia si è cementata sui non detti e, chissà, magari è anche per questo che poi io ho finito per rincorrere parole. Quest’ultima estate è diventata così la nostra avventura più viscerale: mai eravamo stati così a lungo e così profondamente umani, vulnerabili e vicini, nel bene e nel male.

Eppure, dovessi dire una sola persona che sapevo sarebbe stata dalla mia parte sempre, a prescindere da ogni ragione, eri tu, e oggi so che non proverò mai più la stessa fiducia radicale. Avevi un modo tutto tuo di dimostrare amore, stima, interesse, curiosità, presenza, cura. Camuffato dietro a un distacco imperturbabile, arrivavi.

Hai vissuto senza apparenti ripensamenti un tempo lineare e uno spazio circoscritto. Vita ti ha condotto con slancio d’altri tempi dalla Venezia immaginifica del dopoguerra in giro per le Venezie, dove hai incontrato mamma, fino a Pordenone, patria per caso che sarebbe diventata comunità per me. Non ti ho mai visto appartenere, se non ai ricordi della tua infanzia, ma nemmeno coltivare desideri di fuga. Stavi, con riserbo e dignità, come del resto si usava.

Ti sei guadagnato le tue idee con il sudore e le risate di una giovinezza che aveva poco da perdere, e a quelle sei rimasto fedele per il resto dei tuoi giorni. Hai fatto la differenza nella mia storia senza particolari ispirazioni pedagogiche: avevi buon senso, annusavi il futuro, portavi un giornale a casa tutti i giorni quando ancora contava qualcosa e a un paio di bivi decisivi mi hai spinto dalla parte giusta. Inglese e informatica erano imprescindibili, molto prima che fosse evidente anche a noi il perché.

Sei stato esempio di centratura e di coerenza. Responsabilità al timone, prudenza nel tracciare la rotta, discrezione in ogni approdo. Se poi, sotto la proverbiale compostezza, si agitassero le rapide dell’inquietudine, questo a me non l’hai dato a vedere. Anche se l’ho sempre sospettato.

Coerente, eppure incongruente. Egoista senza rimorsi, refrattario ai desideri altrui, eri capace di improvvisi e plateali gesti di generosità per celebrare rispetto e amicizia. Oltremodo riservato, allergico alla conversazione di circostanza, del tutto immune alla necessità di mettere a proprio agio l’interlocutore, potevi aprire il tuo cuore e la tua storia senza preavviso al primo sconosciuto che ti ispirasse fiducia. Metodico ai limiti del maniacale, impaziente fino all’intolleranza, infastidito da ogni chiassosa manifestazione del mondo, ti scioglievi appena un’emozione faceva breccia tra le tue difese. Analitico, razionale, affilato nel pensiero, sempre ben piantato per terra, potevi poi sostenere con candida convinzione teorie stupefacenti, come quella secondo cui il fumo di pipa, non essendo inalato, non faceva male.

Lasci in eredità un’onestà dal sapore antico. Sei stato un padre severo e un nonno cauto, poco interessato a conquistare e dunque interessante da conquistare e molto amato. Non lesinavi critiche anche spietate, ma il tuo apprezzamento era una montagna che gratificava ogni energia spesa per scalarla. La commozione del giorno in cui ti abbiamo annunciato l’arrivo di Giorgio, come tutte le tue rare ma irrefrenabili lacrime, è tra i doni di verità più preziosi che custodiremo di te.

Talvolta ho avuto il sospetto che la tua generazione, così impegnata a rincorrere un progresso senza fine, su quella via che si inerpicava senza esitazioni verso la promessa del meglio, abbia spesso faticato, se non rinunciato, a trovare un senso della vita che non fosse il rinnovarsi di quella stessa rincorsa. Come una maratona senza traguardo. Una navigazione senza porto. Un libro privo delle ultime pagine. Più della fine, più degli oltraggi della vecchiaia, più delle sofferenze degli ultimi mesi, è questa eclissi del senso nell’età del declino che mi scuote e mi tormenta.

Eppure io credo. Credo nella circolarità dell’esistenza. Credo nella conservazione dell’energia. Credo nella sedimentazione delle esperienze. Credo nella permanenza dei legami. Credo che ci riconosceremo ancora. Credo in un tempo e in uno spazio che sfuggono alla nostra comprensione. Mi piace immaginare che lì, oggi, sia F. ad accoglierti.

Nonostante ciò, mi mancherai immensamente.

Ti cercherò ancora nei silenzi.

Notte 😢

Gabriele Maistrello (25 febbraio 1940-31 agosto 2026)

§

Desidero ringraziare i medici e i professionisti che ci hanno accompagnato nelle ultime avventure della vita di papà e che con la loro cura, attenzione e umanità hanno reso anche questo capitolo un po’ più degno di essere vissuto. Ancora di più ringrazio gli infermieri e gli oss che abbiamo incontrato, veri eroi della sanità contemporanea, anche se lui alle volte lui era un paziente troppo impaziente per rendersene conto.

Agosto 6 2024

Ehi tu, figlio maggiorenne.

Figlio ormai da guardare con gli occhi all’insù. Per cui dissimuliamo orgoglio, mentre festeggi lavorando lontano da casa la conquista della capacità di agire e del dovere di risponderne in prima persona.

Ehi tu, che vivi con le orecchie costantemente immerse nella musica di un’epoca ruggente che forse non è mai esistita, ma in cui ti piacerebbe vivere. Che ti credevamo umanista e invece lungo la strada ti sei rivelato scienziato, e forse sei entrambi oppure nessuno dei due, e magari non ti basterà una vita per capirlo. Tu, che sei testa fina e mani d’oro, e le usi per prenderti cura delle persone care. Tu, che riempi gli ambienti in cui vivi di creazioni bi- e tridimensionali e in ogni casa di famiglia troviamo sedimentazioni di materiali, disegni e costruzioni che testimoniano il tuo ondeggiare negli anni tra fantasia e concretezza.

Tu, che sei Tagliamento: rivolo, per lunghi tratti in secca, per poi prorompere impetuoso a torrente minacciando gli argini se innaffiato a dovere. E Monte Cavallo: l’altura dietro casa che spesso vorresti conquistare in bicicletta, ma poi vabbè anche per oggi no. Tu, che vivi una passione per volta, ma in modo totalizzante, cambiando di tanto in tanto il corredo della tua vita come quinte in teatro. Che nell’inseguire i tuoi interessi coniughi in modo audace, eppure ai tuoi occhi coerente, costruzione e distruzione, artigianato e armamenti, vigore e pantofole, ragionamento e disimpegno.

Ehi tu, che appari impassibile e inscalfibile, immune all’esigenza di raccontarsi, riluttante esploratore delle profondità delle emozioni. Tu, che dissimuli gioia e sofferenza dentro allo stesso sorriso e preferisci lasciar pensare che sia acqua quieta quella che magari mulinella sul fondo. Tu, che elargisci a tutti la possibilità di pensare di piacerti e a nessuno la certezza che sia vero. Tu, che cedi spesso agli altri la scrittura del tuo destino e paghi caro il prezzo dei tuoi slanci ideali, senza che questo scalfisca le tue convinzioni. Tu, che ottenere meno di quel che meriti ti pare una circostanza noiosa, ma in fondo trascurabile, come se contemplassi un spazio molto più vasto e scandissi un tempo più generoso e placido.

Tu, che sei cresciuto senza tribù né feudo e ti ritrovi ora in mano la responsabilità di scoprire il tuo ovest da conquistare e i pellegrini, i cercatori d’oro e gli avventurieri che ti accompagneranno nell’impresa. Tu, che frequenti gli stessi amici con cui hai stretto patto di fratellanza all’asilo e serve la testardaggine del destino o la sfacciataggine altrui per trascinarti dentro storie nuove e nuovi mondi. Tu, che hai un istinto fuori dall’ordinario per i più piccoli, e sai insegnare con naturalezza e rispetto, perché ci metti la cura e la sincerità che spesso non hai incontrato nel tuo percorso. Tu, che a tre anni ha sospeso la manina nell’aria per difendere la tua sorellina appena nata dall’invadenza del sole, e in fondo da allora non l’hai mai tolta.

Ehi tu figlio diciottenne, figlio che oggi consegniamo a un’età quasi adulta, sedendoci appena un po’ più in là per goderci meglio lo spettacolo. Ehi, proprio tu: tanti auguri dal tuo papà.

Marzo 24 2024

Ehi tu. Guarda che ti ho visto, piccoletta. Che ti aggiri per casa rubando ogni residuo di infanzia con la determinazione bonaria di chi pensa fosse anche ora, e ricevi lettere dal distretto sanitario per ricordarti che mica hai più diritto alla pediatra. Ma come ti permetti, dico io?

Lo riconosci anche tu il confine intorno a cui saltelli, ora di qua ora di là, un po’ piccola e un po’ grande, un po’ ingenua e un po’ scaltra, un po’ incerta e un po’ indipendente, un po’ spensierata e un po’ persa nei primi pensieri lunghi? Ti capita ancora di irrigidirti per la frustrazione, come quand’eri bambina, ma sempre più spesso te ne accorgi da sola e finisce che ti scappa da ridere anche al colmo della disperazione. E io sorrido con te, perché penso che forse sarà proprio l’ironia, che pure non ami perché la riconosci arma, a salvarti dai giorni bui.

Conosciamo ogni tuo muscolo, osso, legamento, perché la lotteria quotidiana dei crampi, dei risentimenti e delle contusioni è un rito che precede perfino il saluto, essendosi ormai evidentemente e irrimediabilmente compromessa la perfezione del giorno. E mentre te ne facciamo parodia, mi chiedo se in fondo questa esasperata propensione alla rilevazione e all’analisi magari un giorno non ti sarà alleata nel leggere le pieghe del mondo che attraverserai.

Intanto badi ai tuoi interessi con la sagacia del venditore di almanacchi, e l’almanacco alla fine a noi lo rifili quasi sempre. Non concepisci l’ingiustizia, a meno che non avvantaggi un pochettino anche te. E hai capito che per ricevere si deve prima dare, così sei sempre molto attenta ai desideri degli altri, coltivando la speranza che poi anche gli altri facciano altrettanto. E siccome l’esercizio del dono rende migliori, stai diventando una persona attenta e generosa, capace di celebrare i legami con spontaneità e creatività. Per cui è sempre più bello provare orgoglio.

Chiaramente ti piace ancora molto il gelato al cioccolato, intorno al quale ruotano una fitta rete di complicità familiari, itinerari indotti, uscite strategiche, amicizie solidali, mentre hai sempre più curiosità per il modo in cui si preparano le cose che mangi, a cui ora mancherebbe soltanto il coraggio di scoprire gusti nuovi (anche per dare un po’ di tregua alla noia – o all’ansia – di chi ti prepara i pasti).

Ehi tu, ladruncola di infanzia che insegui i pezzettini della tua identità in giro per luoghi e persone della tua quotidianità e poi ti rifugi nella tua camera per provare a metterli insieme come un puzzle rompicapo (o, più probabilmente, per vedere una serie da adolescenti sul telefonino): buon compleanno dal tuo papà.

Marzo 25 2022

Ehi tu, dodicenne che canti e balli la tua canzone inventata nella terra di mezzo tra infanzia e adolescenza. Che ora brontoli sul divano perché i compleanni poi finiscono e ogni minuto deve essere memorabile più del precedente.

Tu che nell’ultimo anno hai imparato a ridere di gusto di una risata aperta, sincera e autoironica, che riempie le stanze e fa innamorare. Che ogni giorno te ne freghi per qualche minuto in più di quello che gli altri pensano di te e inizi a decidere da sola le cose che ti riguardano, dosando con sapienza cinismo e giudizio.

Tu che mangeresti (e mangi) gelato al cioccolato tutti giorni, a qualunque ora del giorno, e la sera provi a convincerci che non conta se l’hai già mangiato quel giorno, perché a ben vedere non è più giorno ma sera. Tu che passi dalla disperazione furibonda alla gioia travolgente in pochi minuti, cambiando registro con la facilità con cui cambi i mondi e le skin sulla playstation.

Tu che spacchi a scuola, spacchi nello sport, spacchi nella musica, spacchi nei videogiochi, ma fai tutto col freno a mano tirato (tranne i videogiochi, s’intende), dando l’impressione di risparmiare energie, andarci piano con le vocazioni e mantenere tempi e spazi per scorprirsi e farsi scoprire poco a poco. E che in compenso hai la straordinaria fortuna di incrociare il maestro giusto nel tempo giusto, quello in grado di accoglierti e rispettarti per come sei, intuendo quello che sarai o che potresti essere.

Tu che quest’anno hai ricostruito il tuo nido in una camera tutta nuova, per conto tuo. Che tuo fratello lo cerchi ancora, ma con una complicità più matura. Che hai cambiato quartiere, scuola e compagni non senza timori, per scoprire invece una naturalezza nuova, che ti ha rinforzato e reso più libera. Che non ti ha fatto perdere i vecchi amici e te ne ha fatti incontrare di nuovi. E che ti fa leggere le storie che incontri, i luoghi che attraversi e gli inevitabili pericoli in cui inciampi con una testa sulle spalle che mi rassicura molto per gli anni a venire.

Tu, che sei nata con le orecchie a tortellino nel salotto di casa di una casa che adesso casa non è più, e uscendo da lì ci è sembrato di perdere per sempre un po’ della magia di quella sera. E invece eri tu quella magia, e l’abbiamo ritrovata intatta, grati, mentre ti guardiamo avviarti in cerca della tua strada nel mondo.

Ehi tu, proprio tu, tanti auguri dal tuo papà.

Agosto 6 2020

Ehi tu, figlio quattordicenne.

Proprio tu che fingi di vivere in una bolla autarchica di cui ti sei nominato imperatore assoluto e giudice supremo. Che respingi consigli e inviti vieppiù energici da parte di mamma e papà, ma con l’ironia e col sorriso, perché se la guerra dev’essere guerra purtuttavia l’eleganza dev’essere eleganza. Che violi ogni tanto la nostra trincea per nostalgia delle coccole d’un tempo, ma anche perché le battaglie di posizione alla lunga sfiancano e hai capito che i genitori indulgono nel doppio gioco. Che giochi al bastone e alla carota con la tua sorellina, per nascondere l’imbarazzo di una complicità immatura ma profonda.

Tu unico alla ricerca dell’omologazione oppure omologato alla ricerca dell’unicità, vai a sapere. Che ti accontenti di possedere interessi, affetti, possibilità, senza avvertire necessariamente l’obbligo di coltivarli e inseguirli e addomesticarli. Che dimostri di essere dotato di antenne per decifrare quel che gli interstizi delle relazioni tendono a trattenere, ma hai intuito quanta fatica possano costare e a volte provi a far finta di niente e vedere se ti dice bene lo stesso.

Tu, che al mondo per ora chiedi solo un po’ fiducia e qualche scintilla in grado di accendere la tua prossima passione, ma hai scoperto che gli adulti possono anche deludere. Che attendi l’inizio di un nuovo ciclo di esperienze e di comunità sperando si riveli clemente con la tua pigrizia e generoso con la tua immaginazione, onorando intanto con rilassato sbraco ogni scampolo di libertà residua.

Tu, che non hai paura di esplorare il mondo là fuori. E diventi perfino migliore quando lo esplori da solo. E torni entusiasta, motivato, pronto a ribaltare il tuo mondo. Almeno finché i tuoi occhi non incontrano lo schermo del telefonino. Tu che divori storie di fantascienza fino a tarda notte, sperimentando sulla tua pelle la potenza della scrittura e l’energia di un libro. Tu che hai capito quale meraviglioso passepartout possano essere le lingue e ci hai preso gusto, anche perché ti permette di fare la ruota come un pavone di fronte agli amici e recitare una parte tutta tua che ti fa vincere ogni timidezza.

Tu, proprio tu, che nemmeno immagini ancora il meglio che deve venire: tanti auguri dal tuo papà.

Marzo 24 2020

Ehi tu, decenne.

Proprio tu, che osservi con sguardo regale tuo fratello che ti porta la colazione a letto, “come ho sempre desiderato”. Tu, che aspettavi con ansia il primo compleanno a doppia cifra, ma forse non te lo immaginavi così. Che hai festeggiato per tutto il giorno sovraeccitata e radiosa calciando palloncini nello stesso salotto in cui sei venuta al mondo. Che hai ricevuto gli auguri dei tuoi compagni di classe durante la lezione online, e ti hanno cantato due volte la canzone tutti insieme e la maestra ha spento per te la prima candela che ha trovato in casa e poi papà ha cominciato a tirare su col naso perché devono essere i primi pollini nell’aria.

Tu, che hai spento le candeline sulla pizza ai wurstel del papà e sulla torta al cioccolato della mamma. Che oggi hai preparato il tuo primo gelato fatto in casa, ovviamente al gusto di cioccolato, perché la tua gelateria venderà soltanto gelato al cioccolato e di quel particolare tipo di cioccolato che dici tu. Tu, sguardo obliquo da ingegnere che insegue geometrie tutte sue nell’ordine delle cose. Dura quando giocano i duri, spaesata nei bicchieri d’acqua. Tu, che sei sempre circondata da amici e appena puoi evadi da questa casa, mentre ora sei costretta a rimanerci sempre, ma non lo fai pesare quasi mai.

Tu, che hai chiuso la giornata dicendo che è stato un compleanno bellissimo, anche se non il migliore, e c’ha detto pure bene.

Ehi tu, proprio tu, buon compleanno dal tuo papà

Agosto 6 2018

Ehi tu, dodicenne.

Cuore grande, corazza ancora fina da proteggere con bardature e sovrastrutture. Cinque sensi da mettere alla prova con urgenza a ogni intuizione, storia, canzone, barzelletta, cibo, materiale, salvo abbandonarli dove capita il momento dopo. Tu, curioso esploratore del presente e del passato, indolente abitante di casa. Capace di affetto scomposto e fastidio respingente nello stesso quarto d’ora. Tu, che attraversi sospettoso il confine tra l’età senza pensieri e l’età dei pensieri grandi. Che hai ancora bisogno di rinforzare il nido, ma insegui già il coraggio per distruggerlo.

Trascinatore di sodali con armi fantastiche contro i mulini a vento, in disarmo quando le dinamiche di gruppo si fanno adolescenti. Tu, che invidi le lusinghe al leader di turno e non riconosci ancora la forza di chi sa farsi colla. Che metti gli amici del cuore su un piedistallo, ma non hai abbastanza piedistalli per adattarti alle circostanze. Tu, ingordo ascoltatore con la musica del mondo a portata di dita, vulnerabile ai tormentoni anni ’70. Tu, che sei un libro ancora da disegnare, ma hai dalla tua un talento straordinario per la matita.

Tu, che porti ancora addosso un po’ della magia della notte in cui sei nato.

Ehi tu, proprio tu, buon compleanno dal tuo papà

Gennaio 19 2016

Caro genitore ansioso, son sempre io. Quello che, se tu dici che dobbiamo proteggere di più i nostri figli, lui ribatte polemico che al contrario dovremmo renderli più autonomi. Quello che, se tu proponi di sprangare il cancello, lui non perde l’occasione per suggerire che semmai dovremmo sradicare la recinzione. Quello che ti mette a disagio, perché non va mai ad aiutare suo figlio nello spogliatoio in palestra oppure lo manda da solo in giro per il quartiere a fare piccole commissioni.

Oggi sei particolarmente agitato. Hai letto sul giornale di un brutto fatto di cronaca. Uno dei nostri incubi peggiori: bullismo invisibile, fragilità sottovalutata, disagio esplosivo. Qui, proprio accanto a noi, nella nostra città. Ti fai domande, hai la sensazione che nemmeno tutto il tuo amore potrebbe bastare a preservare tuo figlio dai rischi. La fiducia in chi te lo custodisce per molte ore al giorno, già condizionata, vacilla. Trovi istintiva rassicurazione in chi ostenta soluzioni: dobbiamo stare loro ancora più vicino, passare al setaccio il loro mondo, filtrare le loro comunicazioni, avere tutto sotto controllo.

Mi colpisce una prima differenza tra me e te. Tu sembri identificarti soprattutto in tuo figlio e soffri preventivamente al suo posto, sulla base di un’urgenza emotiva sobillata da terzi. Io mi identifico nell’adolescente che sono stato, ripasso la geografia delle mie cicatrici e provo a marcare i punti di contatto tra la mia esperienza di allora e quella che potrebbe vivere mio figlio. E sai cosa? È davvero una realtà diversa, come sostieni sempre tu. Ma sospetto che la causa sia soprattutto nostra.

Ricordo sempre a me stesso che io già in prima elementare andavo e tornavo da scuola da solo, le chiavi di casa appese al collo. Il pomeriggio, dopo aver fatto i compiti, potevo uscire e andare ai giardinetti o in giro con gli amici del palazzo in bicicletta, lasciando agli adulti soltanto idee sommarie sui luoghi in cui avrei passato il mio tempo e sui compagni di avventure. Non ricordo di essere mai stato accompagnato in palestra a fare sport, dove andavo a piedi portandomi da solo l’attrezzatura necessaria. Godevo di ampi margini di autonomia, disponevo per gran parte del tempo libero delle mie scelte, protetto da maglie di fiducia molto ampie.

Oggi non posso dire lo stesso di mio figlio, che fa la quarta elementare. Lui è costretto a passare dalla sorveglianza di un adulto a quella di un altro adulto, deve essere accompagnato e ripreso in continuazione da scuola a casa, dall’oratorio alla palestra, dal parco alla casa degli amichetti. I suoi tempi e i suoi luoghi sono dettati da, o nel migliore dei casi concordati con, un adulto. Ho preteso per lui tutta l’autonomia che regolamenti e assunzione diretta di responsabilità mi concedono, vincendo l’ottusità delle consuetudini e il biasimo dei miei pari, ma è comunque ben poca cosa, insufficiente a creare anche soltanto una parvenza di quella indipendenza e capacità di badare a se stessi che per noi, alla loro età, era ormai scontata e acquisita.

Ogni tanto invento scuse, per supplire a questa mancanza di spazi: mi vai a prendere il pane? Preferisci restare a casa da solo mentre vado a predere la tua sorellina? Te la senti di andare per conto tuo al compleanno del tuo amico, che poi vengo a riprenderti io? Ti posso lasciare all’incrocio prima della palestra? Devo comunque limitarmi, perché i miei esperimenti generano spesso un disagio controproducente negli adulti che lui incrocia in questi frangenti, un allarme sociale che supplisce alla mia assenza e ripristina il controllo.  Nei suoi occhi invece vedo accendersi la scintilla della sfida, dell’orgoglio, della possibilità, dell’autonomia, che altrimenti sarebbe rimasta spenta. Poi ti lamenti che i giovani di oggi sono apatici: ci credo, gli soffochiamo la fiamma pilota.

Non puoi fare paragoni, ribatti sempre tu a questo punto, sono cambiate troppe cose. Davvero? Il traffico, dici. Di certo ce n’era meno. Ma c’erano anche meno marciapiedi, meno piste ciclabili, meno attraversamenti in sicurezza: cresce tutto in proporzione. Queste sono in ogni caso le strade in cui i nostri figli possono imparare a muoversi consapevolmente e responsabilmente. Ci sono tanti altri pericoli in più, insisti allusivo. I malintenzionati. Non c’erano forse i malintenzionati ai nostri tempi? E non era enormemente più basso il controllo sociale e la consapevolezza di chi si occupava di noi? Ci hanno mai impedito di fare la nostra vita e di crescere accorti, ma liberi e consapevoli della diversità nel bene e nel male attorno a noi? Dove esattamente è subentrata l’idea che dobbiamo svolazzare costantemente accanto a loro come aquile per sindacare in loro vece ogni loro incontro? Non siamo uno spettacolo orrendo noi tutti genitori assiepati sempre in attesa davanti a ogni scuola, ogni giardinetto, ogni palestra, ogni oratorio? Ammettilo, ai nostri tempi li avremmo detestati.

In prima media, improvvisamente, la libertà. A undici anni possono cominciare ad andare a scuola da soli. Tutto d’un tratto è considerato accettabile che i ragazzi si muovano per la città senza sorveglianza. Da un giorno all’altro piomba loro addosso il fardello del badare a se stessi per diverse ore al giorno. Senza progressione, senza allenamento, senza abitudine. Un bel casino, ci hai mai pensato? E proprio nel momento in cui l’adolescenza, l’evoluzione dell’individualità, la malizia e le dinamiche di gruppo cominciano a urlargli nel cervello.

A me questa cosa spaventa, non so a te. Preferirei di gran lunga che i miei figli arrivassero a quel momento sapendo già arrangiarsi senza genitori, avendo messo alla prova i limiti della loro libertà bambina, avendo disegnato con innocenza di fanciulli le mappe di un territorio che hanno imparato a esplorare anche senza guida. Servono spalle abbastanza larghe e gambe ben piantate per resistere agli spintoni del secondo decennio della loro vita, molto più che la custodia amorevole, onnipresente e tuttofare di mamma, papà e nonni. Senza contare che stiamo formando una generazione socialmente rachitica, proprio nel momento in cui gli aliti della storia promettono tempesta.

Mi sono confrontato con dirigenti scolastici, animatori, amministratori. Spesso mi hanno confortato nelle mie convinzioni di gran lunga minoritarie. Tuttavia ammettono di avere le mani legate. Perché non basta il buon senso, quando una comunità è pronta a scaricarti addosso tutta la responsabilità di ciò che può andare storto. Ci siamo abituati a considerare la responsabilità una situazione da evitare o da passare avanti, fino a quando qualcuno non resta col cerino corto e paga per tutti. Mi piacerebbe che tornasse a essere un sacrificio da condividere in modo diffuso nel nome di un progetto comune.

Ecco, io la mia parte di responsabilità me la vorrei prendere tutta. Chiedo monotono in ogni sede e in ogni occasione di farlo. Disperando di convincerti, spero almeno di instillarti un dubbio un po’ alla volta.

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Pubblicato anche su Facebook, con dibattito a seguire. Rilanciato anche in successive occasioni nel 2019 e 2020.

Gennaio 17 2014

Qualche giorno fa mio figlio Giorgio, che ha sette anni e va in seconda elementare, è tornato a casa eccitato perché a scuola era stato nell’aula di informatica e la maestra gli aveva spiegato che cos’è, com’è fatto e da dove viene il computer. L’hanno presa un po’ classica – unità centrale, tastiera, mouse, schermo, stampante, videoscrittura – ma ha fatto subito breccia nella sua immaginazione.

Giorgio mi ha sempre visto lavorare su computer, tablet e smartphone, ma finora non ha manifestato in modo evidente i comportamenti precoci che si è soliti attribuire ai nativi digitali. Il suo unico interesse ricorrente sono stati i giochi e le applicazioni ludiche dell’iPhone di sua madre, quando sta con i suoi amici e perché li vede usare ai suoi amici. Io finora non ho promosso alcuna interazione con questi strumenti che non nascesse da una sua richiesta e dal suo percorso di scoperta del mondo.

Quel giorno Giorgio ha unito vari puntini isolati negli anni e ha capito che il pc di suo padre e di suo nonno gli potevano servire, oltre che per vedere cartoni animati a richiesta, per fare delle cose. Per creare lui, prima che per godere delle creazioni altrui. Così quello stesso pomeriggio ha scritto frasi, ha stampato su carta e poi ha mostrato orgoglioso a tutti il risultato. Visto l’improvviso entusiasmo, nei giorni seguenti gli ho proposto di continuare i suoi esperimenti su un vecchio iBook che non ero mai riuscito a dare via e che stava vivendo la sua obsolescenza programmata nell’imballo originale. In un certo senso lo tenevo lì per lui, e lui ne è stato felice.

Dopo aver preso le misure, Giorgio si è chiesto che cosa poteva farne, che cosa poteva scrivere. Gli ho suggerito che invece di scrivere qualcosa, poteva scrivere a qualcuno. Anzi, poiché gli era appena nata l’urgenza di chiedere un’informazione a una persona che non avrebbe incontrato presto di persona, gli ho spiegato che poteva mandargli un messaggio di posta elettronica. La prospettiva l’ha ulteriormente appassionato e in un paio d’ore aveva il suo primo indirizzo email, la prima password da ricordare e un messaggio nella casella della posta inviata. È stato un gran pomeriggio, altroché. Che è proseguito, nei ritagli di tempo dei giorni seguenti, e ha generato nuove conversazioni in rete con amici e parenti lontani.

Riflettevo stasera su quello che sto facendo con Giorgio. Cercavo di guardare questa esperienza con gli occhi di un settenne e di provare a decodificare l’affastellamento di stimoli, le azioni che gli venivano semplici e quelle che invece lo mettevano in difficoltà. Mettevo in discussione la piega che ha preso per me l’accompagnarlo in questa scoperta. Per noi è stato così diverso, ci siamo cresciuti dentro poco alla volta, molto lentamente. Per loro lo stato dell’arte sono aggeggi che stanno in tasca, che si toccano e che hanno imparato a nascondere buona parte della loro complessità, facendoti fare cose complicate senza preoccuparti di che cosa succede sotto quello schermo. Discussioni che, tra genitori nerd, abbiamo già fatto molte volte, esaminandone i pro e i contro.

Alla fine ho capito che stavo impostando male il mio ragionamento. Perché, più o meno consapevolmente, io non stavo già più insegnando a mio figlio a usare il computer. A capire come funziona il computer. Quello verrà da sé, un po’ per volta, assecondando curiosità e opportunità, con me o a scuola o con gli amici geek. In realtà in questi giorni noi due stiamo già facendo tutt’altro: stiamo imparando insieme a costruire e ad estendere la sua rete di relazioni, solo in un modo diverso da quelli che già conosceva. Non lo strumento, ma l’azione sociale. Non tecnologia, ma cultura e umanità. Non il computer: le relazioni.

Che poi è lo stesso scarto mentale che è chiamata a fare la nostra società, e intorno al quale s’è aggrovigliato in questi anni il mio lavoro. Solo che questa sera, grazie a Giorgio, ci sono arrivato attraverso un sentiero nuovo.

 

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