Si sta un po’ tutti così. Sospesi come un rapper americano sui tetti di Venezia.
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Tempi peculiari
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A proposito della scelta del New York Times di abolire gli abbonamenti a pagamento e, più in generale, del benemerito “movimento per la liberazione degli archivi dei giornali online” (sull’una e sull’altra cosa si trova ispirata documentazione su Webgol), aggiungo al dibattito un dato di prima mano.
Dal 2006 dirigo Apogeonline, la rivista online di informazione tecnologica della casa editrice Apogeo. Apogeonline sta per compiere il suo primo decennio: il sito è stato fondato nel 1998 da Salvatore Romagnolo. Il suo archivio è sempre stato aperto: migliaia di articoli – alcuni palesemente desueti, altri ancora d’attualità ad anni di distanza – sono lì, a disposizione di chi cerca documentazione recente e meno recente sulla Rete e sulla tecnologia in Italia. Stiamo parlando di un nodo della Rete che macina in media 200 mila utenti unici e 3 milioni di pagine viste al mese – per quel che può valere il dato puramente numerico.
Bene, nei giorni scorsi ho avuto modo di incrociare diverse informazioni relative al suo traffico. Tra le altre cose, ho calcolato quante delle consultazioni complessive sono dovute all’archivio storico della testata e quante invece agli articoli più recenti. Gli approfondimenti, le rubriche e le notizie di attualità sono ovviamente le pagine più viste nei giorni in cui sono pubblicati. Ai singoli pezzi d’archivio arrivano invece poche manciate di visite, instradate da vecchi link, da improvvise riscoperte e (soprattutto) da interrogazioni di motori di ricerca. Ma questo traffico apparentemente residuale, se visto nell’ottica della coda lunga (pochi link moltiplicati per moltissime pagine), diventa invece a dir poco interessante.
Nell’intero periodo in cui finora ho gestito la testata, dunque considerando l’arco temporale gennaio 2006-agosto 2007 (e considerando “attualità”, per praticità di calcolo, tutto ciò che è stato pubblicato nello stesso periodo), l’archivio storico di Apogeonline ha generato da solo il 63% di tutti gli accessi. La mia ipotesi di partenza era che si avvicinasse alla metà, ma la misurazione reale è andata decisamente oltre ogni previsione.
Ora, Apogeonline ha rinunciato da tempo allo sfruttamento pubblicitario intensivo, vuoi per coerenza con la propria vocazione editoriale, vuoi perché con Metafora AD Network sta scommettendo sulla valorizzazione dell’influenza più che su quella dei dati quantitativi di traffico. E magari quel 60% abbondante è dovuto a una serie di contingenze più uniche che rare. Ma se in media fosse anche soltanto un 40% in più della produzione corrente (e non credo) – posto che il materiale esiste già e che la gestione editoriale delle pagine va pressoché in automatico – adesso mi riesce molto più facile comprendere le valutazioni alla base delle scelte dei maggiori giornali online statunitensi. Contando su un mercato della pubblicità in forte crescita e su una logica dell’accesso a pagamento probabilmente già vicina alla saturazione, liberare gli archivi dovrebbe essere una scelta commercialmente vincente nel giro di pochi mesi.
Perfino ai nostri Repubblica.it, Corriere.it, LaStampa.it, che tanti meriti hanno ma non certo quello di averci risparmiato finora qualsivoglia declinazione della pubblicità online, non dovrebbe mancare poi molto per convincersi. Senza contare che qui da noi si festeggia ogni nuovo centinaio di migliaia di lettori, ma non si è sentito ancora mai nessuno vantarsi del numero di abbonati o degli incassi delle edicole a pagamento. Se fosse così semplice come appare a me in questo momento, la definitiva liberazione degli archivi delle notizie non solo farebbe contenti tanto gli editori quanti lettori. Ma probabilmente metterebbe in circolo un patrimonio di storia contemporanea pre-digerita tale da attivare un bel cortocircuito di contenuti, in una Rete che di connessioni e relazioni fa il suo motivo di esistere.
L’opportunità che stiamo perdendo
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(Pubblicato originariamente su Apogeonline)
Quattro pretesti recenti. Il primo. Il direttore del Tg1 Gianni Riotta, uno che dentro Internet ha maturato esperienze sconosciute alla maggior parte dei giornalisti italiani, sta provando a contaminare le notizie del telegiornale con gli spunti dalla Rete tutte le volte che se ne presenta l’occasione. Il risultato si nota, e non è poco, ma per ora non va molto oltre l’invito alla messaggistica compulsiva (“Scriveteci la vostra opinione”) o la divulgazione di bassa lega (“Il video più popolare del momento su YouTube è…”).
Il secondo. Il comico Beppe Grillo riempie i palasport e le piazze divulgando argomenti politici complessi e non lesinando mai particolari su quanto Internet gli abbia cambiato la vita. Racconta di aver fregato i media con un blog, ma non c’è una volta che spieghi ai suoi seguaci come nello stesso modo potrebbero fare a meno anche di lui, se lo volessero.
Il terzo. Le grandi testate d’informazione italiane guardano a Internet con curiosità. Morbosa, perlopiù, tant’è che non perdono occasione per raccontarne la cronaca nera più improbabile. Costituiscono un’eccezione le dichiarazioni istituzionali di quanti sentono l’urgenza di regolamentare, vincolare, proibire, restringere, codificare – inutilmente, ma loro non lo sanno. E le improbabili celebrazioni di anniversari che nessuno, dentro alla Rete, festeggia davvero.
Il quarto. Un manipolo di blogger in tutto il mondo sta imparando una nuova grammatica della comunicazione, provando a fare in prima persona molte delle cose per cui fino a poche stagioni fa dipendeva dalla mediazione altrui. I loro tentativi sono sempre più spesso rallentati o confusi da reazionari d’ogni sorta, i quali necessitano di continue misurazioni (quanti siete? quanti scoop avete fatto? quanti politici avete fatto dimettere? quante volte avete modificato l’agenda setting?) per tenere a bada il fenomeno e minarne le intenzioni.
Tutti questi segnali dicono una cosa, soprattutto: che stiamo perdendo un’occasione. Nella corsa alle libertà digitali stiamo perdendo di vista chi queste libertà dovrebbe esercitarle. Da questo punto di vista ciò che sta accadendo in Rete può essere sintetizzato in modo molto semplice: le persone hanno la possibilità di fare in prima persona e di condividere ciò che fanno con chiunque altro al mondo. Non è un invito a sostituire i mediatori tradizionali – i quali, se curano la propria ansia, vivranno ancora a lungo – quanto semmai un’occasione per ripensarci tutti quanti come attori sociali a tutto tondo, domatori di comunicazioni a due vie, amplificatori di messaggi all’interno delle proprie reti sociali, inventori di nuovi punti di vista. Anche mediatori, nella pratica, ma senza l’ambizione delle folle, perché le rivoluzioni copernicane del pensiero umano agiscono nel piccolo e senza fretta.
Internet non inventa nulla, da questo punto di vista. Ci restituisce a noi stessi come animali sociali, ci dona una socialità nuova che se è sconosciuta alle nuove generazioni forse non sorprenderebbe i nostri nonni. La partecipazione ha una via d’andata e una di ritorno, ma la prima, nella maggior parte dei casi, s’è atrofizzata. La Rete riapre quel canale, moltiplica i segnali e ci porta su una dimensione globale dove ogni segnale potenzialmente può entrare in contatto con ogni altro segnale presente o passato.
Ricordo che quando Howard Rheingold nel 1994 parlava di «enorme spostamento di potere» rimanevo perplesso: il grande ipertesto globale ci rende tutti autori e lettori, emittenti e riceventi, d’accordo. Ma è questione di potere? E soprattutto: è poi così enorme? Oggi ne sono convinto, e avverto l’urgenza del tentativo. Stiamo acquisendo potere non perché abbiamo la possibilità di contrastare quello dei centri istituzionalizzati, siano essi testate d’informazione, partiti politici, interessi economici o quant’altro. Non soltanto, almeno. Acquisiamo potere perché ci stiamo riappropriando di una voce pubblica individuale e di sistemi efficaci per farne sintesi ed elaborarla collettivamente. Lo strumento è una tecnologia abilitante – o meglio una serie di tecnologie abilitanti, tutte espressioni delle fondamenta del web – divenuta in poco tempo matura, semplice e accessibile a larghe fette di popolazione mondiale (benché ancora molto si possa fare in questo senso).
Abbiamo lo strumento e abbiamo l’occasione. Manca solo di farlo sapere a quante più persone possibile. E qui qualcosa s’è interrotto, negli ultimi mesi. Un circolo virtuoso inceppato, che gira su se stesso producendo meno valore del suo potenziale. Da un lato abbiamo ricominciato a prestare più attenzione del necessario allo strumento – e l’entusiasmo per il mercato ancora fittizio che gira a quello che tanti chiamano web 2.0 ha di certo fatto la sua parte. Dall’altro non riusciamo a fare a meno dei metri collaudati con cui siamo abituati a misurare il mondo: piccolo non è ancora bello, perché siamo assuefatti all’estetica del gigantesco di cui si alimentano media, partiti, aziende e personaggi del mondo in cui viviamo.
Così la ripresa d’autunno potrebbe diventare una scusa per ripartire e rimettere gli occhi sulla palla. I blog sono morti, come si affrettano a dire gli annoiati, i bastian contrari e i patiti dell’innovazione più veloce dell’assimilazione? Bene, pace all’anima loro, se il loro sacrificio sarà utile: non sono i blog la novità, sono un mezzo. Anche l’automobile è un mezzo e, salvo pochi fanatici, a quanto pare ci curiamo assai più della meta da raggiungere che delle caratteristiche del motore. Abbiamo e avremo altri mezzi, ma di certo dopo l’automobile non torneremo alla carrozza trainata da cavalli – e nel frattempo chiunque lo desideri può avere almeno un’utilitaria. Di nuovo, a prescindere, ci sono mattoncini della società che si riattivano per renderla un po’ migliore, in modi e in direzioni che – una volta tanto – nessuno ha stabilito in partenza.
Così, se fossi Gianni Riotta direi agli ascoltatori del maggiore tg italiano: ci siamo distratti, il video più visto della settimana su YouTube è un numero da circo, vale solo come testimonianza dei gusti diffusi in un dato momento all’interno di un certo servizio. La notizia, invece, è che il video lo puoi fare tu, che è molto più facile di quanto pensi, che è pieno di persone che ti possono aiutare a farlo, che magari poi il tuo video lo vedranno anche solo in quaranta, ma che diamine sei tu, è il tuo mondo, è il tuo punto di vista e tu l’hai messo in circolo.
Se fossi Beppe Grillo direi: ehi ragazzi, andiamo forte, ma non statemi tutti qui tra le palle, che i vostri commenti nemmeno li leggo, non ho né il tempo né la voglia. Moltiplichiamoci, apritevi un blog anche voi, diffondete il verbo, colonizzate le vostre reti sociali. È facile, basta andare su un sito come Splinder o Blogger o Typepad o WordPress, registrarsi e poi scrivere come su un blocco note o un elaboratore di testi. Se ci riesco io ce la potete fare anche voi. Orsù, andate e moltiplicatevi.
Se fossi un grande giornale italiano ricomincerei a pubblicare, come accadeva qualche anno fa, una mezza pagina dedicata a Internet. Un paio di articoli al giorno, non di più. Ma invece di seguire il fiuto del cronista di nera, metterei sotto torchio i migliori divulgatori che abbiamo oggi in Italia e li farei raccontare quello che succede. Succedono tante cose dentro Internet, non solo pruriginose e non solo riguardanti pezzi di plastica e silicio: ma così come un critico cinematografico non sarebbe capace di decodificare dignitosamente un processo penale, allo stesso modo per raccontare il nuovo che accade dentro uno strumento nuovo serve il cronista giusto.
E se infine fossi, come del resto sono, uno dei tanti blogger insignificanti che raccontano quello che gli gira intorno annotandolo sulle pagine del proprio siterello personale, me ne infischierei del numero dei miei lettori e non proverei alcuna invidia per le – orrida parola, triste concetto – blogstar e non mi lamenterei delle gerarchie fittizie, perché lo scopo è tutto quanto lì, in quelle parole composte e condivise il più delle volte con spirito gratuito: esistere, ragionare, offrire competenze, dialogare, collaborare, leggere il mondo attraverso altri sguardi.
In poche parole, rimettere in movimento le fondamenta della società a partire dal proprio ombelico. E poi stare a vedere che cosa succede. Non mi sembra un’opportunità da poco.
Traffico estivo e parti della Rete
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Questo pomeriggio ho ricevuto per email un comunicato di Nielsen//Netratings a proposito della rilevazione mensile dei dati di traffico sui maggiori siti italiani (che linkerei volentieri se lo trovassi online, ma poco male). Il senso del bilancio di luglio era: l’estate riduce i consumi della Rete, girano meno utenti e quei pochi stanno meno del solito sui siti più popolari. Ora, io non sono affatto un fanatico delle statistiche, tutt’altro. Ma quei dati mi hanno incuriosito, perché proprio in questi giorni mi aveva sorpreso il fenomeno opposto: su tutti i siti di cui conosco i numeri – quindi questo, Apogeonline e qualche altro attinente – gira più gente del solito e più interessata che mai, e non è usuale in piena estate. Nulla di travolgente, intendiamoci, ma abbastanza da attirare la mia attenzione e identificare una regolarità. Quindi mi chiedevo: quella che ho notato io è solo un’anomalia isolata? Oppure questi mesi stanno redistribuendo un po’ di attenzione? Ed è soltanto un fatto legato alle ferie e al caldo o è uno spostamento più rilevante? Semplici curiosità estive, che poi magari qualcuno ha altre osservazioni da aggiungere.
Una piccola storia nobile
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In un paese sempre più spaventato dalle idee (indipendentemente dal buon gusto con cui le idee sono confezionate), questa piccola notizia friulan-europea mi sembra un adeguato segnale di buon senso:
UDINE. Si era sposato un anno fa, il 1° luglio 2006, e aveva chiesto il congedo matrimoniale alla Regione. Solo che Giulio Papa, 36 anni, udinese, funzionario dellufficio di rappresentanza della Regione Friuli Venezia Giulia a Bruxelles è gay. E davanti al sindaco di Anversa ha sposato Dirk Van den Eede, 38 anni, militare dellesercito belga. Così, dopo un anno di sospensione del congedo matrimoniale per accertamenti, la Regione ha deciso di dire sì ai 15 giorni previsti per tutti i dipendenti, applicando la normativa Ue. Il caso legale non ha precedenti in Italia. E il governatore Riccardo Illy lo sa bene. Ma alla richiesta degli uffici tecnici alla giunta regionale di richiedere un parere giuridico al tribunale italiano, la Regione ha risposto di no. E questo non solo perché ai tribunali non si possono chiedere pareri la persona interessata al fatto avrebbe potuto rivolgersi al giudice ma anche, spiega Illy, «perché sarebbe stato umiliante per il nostro collaboratore».
[Leggi tutto l’articolo di Tommaso Cerno – tratto dal Messaggero Veneto – su GayNews]
Premetto che io in questa storia (fatta di molti particolari che l’edizione cartacea di oggi del Messaggero Veneto, ahimé solo su carta oppure a pagamento, raccoglie con cura) sono decisamente di parte: Giulio non è soltanto una persona di rare etica e magnanimità, ma è soprattutto un amico carissimo. E Dirk è perfino più simpatico. Ero presente al loro matrimonio e conosco, seppur per sommi capi, le vicissitudini burocratiche che hanno contraddistinto quest’anno di – come li chiamano con pudore i verbali – accertamenti.
Può sembrare una piccola cosa, questa di un governatore che si assume la responsabilità politica di preferire una normativa europea laddove lo Stato italiano mantiene forti incongruenze. E che la preferisce non soltanto perché in buona parte del continente strabuzzano gli occhi se gli racconti le nostre discriminazioni per legge, ma anche perché ci sono dei limiti sul modo in cui le virgole della burocrazia possono mettere in discussione la dignità di una brava persona.
Tutto questo non è scontato, nel 2007, in un’Italia più occupata a inventarsi nuovi acronimi a misura di salotto televisivo che ad affrontare apertamente i propri nervi scoperti. Tanto che una svolta in fin dei conti piuttosto logica come questa finisce che l’accogli con un moto di sano stupore. Così oggi io non sono felice soltanto per l’esito favorevole che riguarda un amico mio, ma sono un po’ contento anche per tutti noi.
Vizio superlativo
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Il fatto è che sovrastimiamo per lingua. Bello è bellissimo, magari anche stupendo. Bravo è bravissimo, e diventa genio in un attimo. Affascinante è strepitoso, perfino commovente. Così un’idea finisce presto per esser fenomeno, con pretese universali. E siccome il linguaggio forma la cultura, siamo drogati di emozioni forti a basso prezzo.
(Eh? No, nulla, parlavo da solo, continuate pure.)
Bianche meno spaventose?
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Sulla questione Diario-elezioni-schede bianche, registro un po’ di stimoli interessanti. Nei commenti del post dell’altro ieri, daria annota con la semplicità che mi sarebbe piaciuto leggere fin dal primo giorno di questa vicenda quel po’ di procedura costituzionale che in effetti ho fin qui sottovalutato:
[…] I risultati ufficiali, gli unici che determinano la costituzione del nuovo Parlamento, sono quelli che vengono proclamati circa una settimana dopo le operazioni di voto, dalle commissioni elettorali, le quali non utilizzano strumenti elettronici, ma trascrivono con la biro il numero delle schede bianche e dei voti validi, riportati da ciascuna lista ed elencati nei verbali di ciascuna sezione elettorale, in dei tabulati, e li sommano, determinando in tal modo i risultati validi per ciascuna circoscrizione. Una commissione elettorale centrale, poi, somma i risultati di ogni circoscrizione, calcolando lunico risultato valido per tutto il territorio nazionale e determinando in tal modo la lista che ha diritto al premio di maggioranza alla Camera. Senza limpiego di mezzi elettronici. Gli unici dati ufficiali restano quindi quelli che si originano dallo spoglio delle schede cartacee nelle singole sezioni elettorali e che vengono poi trasmessi agli uffici elettorali circoscrizionali presso le Corti di appello e nazionale presso la Corte di Cassazione. I risultati ufficiali delle elezioni sono accertati e proclamati dagli Uffici elettorali costituiti presso le Corti dAppello e la Corte di Cassazione (uffici composti solo da magistrati, 83 in tutto) in base ai verbali trasmessi dai seggi elettorali. […]
Qualunque stranezza ci fosse mai nei sistemi informativi del ministero dell’Interno, dunque, avrebbe potuto anche incidere sul modo in cui i risultati sono stati annunciati durante quella drammatica notte d’aprile, ma non dovrebbe essere stata in grado di influenzare l’attribuzione definitiva dei seggi. Ad avere un po’ di tempo, mi piacerebbe spulciare i dati divulgativi del Viminale così come rilanciati l’11 aprile e i dati definitivi disponibili oggi sul sito del ministero. Del resto, che lo spoglio “elettronico” non avesse alcun valore ufficiale mi era chiaro, ma la visualizzazione dei due percorsi paralleli mi aiuta certamente a ridimensionare la tesi del programmino che redistribuisce sottobanco la schede bianche e rende più impegnativo immaginare brogli su scala nazionale.
Che cosa resta da chiarire? Resta il peculiare crollo delle schede bianche (peraltro non ancora pubblicato da fonti ufficiali), che molti si accontentano di spiegare con un sistema di voto differente rispetto al passato, tanto più semplice da contribuire apparentemente a livellare differenze storiche fra regioni e province. Resta la totale mancanza di informazioni ufficiali sulle schede nulle. E restano i comportamenti poco istituzionali di quella notte, tanto a centrodestra quanto a centrosinistra, che certo non possono essere ricondotti necessariamente a brogli, ma sintomo di un’agitazione assai poco costituzionale sembrerebbero. Resta anche il mistero di un’inchiesta tanto audace e clamorosa da non potersi permettere, in teoria, di essere smentita da un qualunque manuale di diritto costituzionale – ma questo è il meno.
Al di là delle valutazioni oggettive – su cui io continuo a professarmi curioso e laico – a me resta soprattutto il sentimento poco confortante del malcelato imbarazzo generale, sufficiente a lasciar pensare che quella notte sia davvero successo qualcosa di grave. Non ho sentito nessun deputato o ministro o segretario di partito uscire dalla mera schermaglia politica o dall’attacco strumentale per dire: “ehi, fermi tutti, l’accusa non regge a prescindere, i voti si contano ancora a penna” (tutt’altro, come dimostra un video rilanciato da Marco Canestrari). Di fronte a questo – e torno così al senso del mio primo post sull’argomento – mi pare che il governo, il ministero degli Interni, il Parlamento e le persone coinvolte a diverso titolo dall’inchiesta giornalistica siano tenuti (anche solo moralmente e in ragione dell’inquietudine di cui parlava ieri Giuseppe) a dare una risposta chiara, convincente e tempestiva. Berlusconi esternava per molto meno, quand’era presidente del Consiglio. Prodi e i suoi, per ora, cincischiano in modo imbarazzante.
Poi possiamo anche prendercela con Deaglio – perché si è esposto, perché ci sta guadagnando, perché lancia il sasso ma non ha le prove, perché fa parte dell’iter giudiziario – ma fino a prova contraria la difesa della credibilità dell’istituzione del voto non è compito di un giornalista.
Confesso che sono perplesso
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Se un medico ti dice che potresti avere qualcosa di grave, quand’anche tu fossi intimamente sicuro che si tratta soltanto di un suo eccesso di zelo, che cosa fai? Un esame in più tanto per levarsi ogni pensiero oppure denunci a prescindere il medico per procurato allarme?
Se sei il preside di una scuola e pensi che il telefono cellulare, per via di pochi che lo usano senza criterio, sia un pericolo per i tuoi alunni, che cosa fai? Chiami il tecnico di laboratorio e provi ad hackerare antenne e centraline di zona oppure organizzi un corso adeguato sulle opportunita (molte) e sui rischi (pochi, in proporzione) delle nuove tecnologie?
Bianche da far spavento
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Poniamo che io sia piuttosto incuriosito dalla faccenda delle schede bianche, nonostante segua la questione con quello che un amico mio chiamerebbe approccio laico. Poniamo che io sia tutto sommato possibilista nel credere che qualcosa di poco chiaro quella notte sia effettivamente successo, e che finora solo Deaglio e soci abbiano fornito un quadro d’insieme abbastanza verosimile da spiegare quasi tutto. Poniamo che la mia prudenza nasca anche dal non essere ancora riuscito a vedere coi miei occhi il famigerato dvd, che certo si fa presto a esultare per un tutto esaurito se si riforniscono le edicole nella migliore delle ipotesi con una sola copia dello stesso. Poniamo che segua con una certa costanza le notizie sull’argomento, così come i commenti delle fazioni pro e contro Diario.
Insomma, posto tutto ciò, che a una oltre decina di giorni dal lancio della bomba mediatica non sia uscito un dato definitivo che sia uno; che non uno dei protagonisti coinvolti abbia chiarito pubblicamente la sua posizione (così, anche solo per il gusto di smontare il caso); che continuino a emergere una quantità stupefacente di distinguo su ciò che non conta, ma ancora nessuna cifra inequivocabile su quello che invece dovrebbe contare (dico, ma i verbali dei seggi e una calcolatrice qualcuno li avrà ben, no?); insomma, a me tutto questo fa pensare che a nessuno interessi veramente andare fino in fondo, per qualche motivo a me ignoto (benché certamente facile da immaginare con un po’ di malizia). E siccome immagino che l’immobilità delle folle faccia il gioco dei misteri e dei ministeri, così, io ci tenevo a far sapere che sono in ascolto e da cittadino mi aspetto risposte chiare e magari anche celeri.
Fosse anche un sogno matto
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Fosse vera, e non ho alcun motivo di dubitare che lo sia, la storia di Michael May raccontata ieri sera in modo piuttosto colorito da Giuliano Marrucci a Report (sono disponibili il video e la trascrizione integrale del suo servizio) sarebbe un interessante caso mediatico. Illuminante, perlomeno nella mia fiacca tardo-domenicale. La vicenda è questa: impiegato tedesco in pensione, May consegna un ricca eredità (due milioni di euro) nelle mani di un partito politico semisconosciuto della Renania-Westfalia, accontentandosi di continuare a vivere dei frutti del proprio lavoro.
Benché il partito si distingua per un’attenzione non scontata per la promozione sociale dei meno facoltosi (e per il modo in cui lo fa meriterebbe una riflessione a parte), nulla lascia pensare che i due milioni di euro costituiscano un investimento davvero decisivo per le sorti di alcunché. Dunque stiamo parlando di un sacco di soldi donati da una persona qualunque a un’associazione qualunque per realizzare progetti qualunque. Ma non è questo il punto. Perché nell’intervista, in quattro battute, May butta lì un’intera visione del mondo:
MICHAEL MAY
Oh si, io ho passato tutta la mia vita in posti come questo, ero impiegato nelle miniere, mi occupavo dei risarcimenti che le aziende minerarie devono dare a chi ha subito danni alle abitazioni proprio a causa delle vibrazioni generate dal lavoro in miniera, e ho sempre vissuto del mio stipendio, e oggi della mia pensione.GIULIANO MARRUCCI
E quanti soldi sono?MICHAEL MAY
Non è niente male, sono circa 1900 euro. Credo ci sia parecchia gente che vive con molto menoGIULIANO MARRUCCI
Certo ma tu avresti potuto essere milionario, non ti ha mai attratto quest’idea?MICHAEL MAY
No, non ci trovo niente di attraente.GIULIANO MARRUCCI
Una bella auto?MICHAEL MAY
Perché la mia auto non ti piace? È una bella macchina…GIULIANO MARRUCCI (fuori campo)
Una bella Skoda Fabia, 14.000 euro chiavi in mano.GIULIANO MARRUCCI
E non so, uno yacht ad esempio, non ti piacciono le barche?MICHAEL MAY
Certo, mi piacciono le barche, sarebbe bello ad esempio avere la possibilità di utilizzare una barca una volta l’anno per qualche giorno, con 4 o 5 amici. E una volta che l’hai usata sarebbe bello che lo stesso toccasse ad altri 4 o 5 persone. Perché mai dovrei avere una barca tutta mia per tenerla ferma.GIULIANO MARRUCCI
Invece di una bella villa con piscina che ne dici?MICHAEL MAY
No, io abito in una tipica casa da minatore. È molto carina, c’è il giardino, e abbiamo degli splendidi vicini, sono tutti minatori o ex minatori. Se siamo in vacanza ci annaffiano il giardino, e se loro vanno in vacanza noi gli annaffiamo il loro.GIULIANO MARRUCCI (fuori campo)
La casa si trova a Moers, ma la compagna di Michael gli ha vietato di mostrarla alla tv. Non dovrebbe comunque essere diversa da queste altre casette, casette di minatori.GIULIANO MARRUCCI
Te la sei comprata con i soldi dell’eredita?MICHAEL MAY
No, non l’ho comprata, vivo in affitto. Non è casa mia, è della società immobiliare della miniera.GIULIANO MARRUCCI
Cioe non ti sei nemmeno comprato casa?MICHAEL MAY
Nooo…, per cosa?GIULIANO MARRUCCI
E quindi sei piu povero di me? eri milionario e ora sei piu povero di me?MICHAEL MAY
È probabile.GIULIANO MARRUCCI
E hai mai pensato di andare a vivere che ne so alle Bahamas?MICHAEL MAY
[…]
No, a vivere no, magari in vacanza. Quando c’è bel tempo veniamo qui e beviamo qualcosa in uno di questi caffè che trovi per strada. Perché mai dovremmo andarcene a vivere alle Bahamas. Alle Bahamas ci sono tutti questi caffè all’aperto? Non so, non credo. Io voglio vivere qui, nella Ruhr.MICHAEL MAY
Sai cosa penso a vedere questo panorama? Penso che nei nuovi stabilimenti che vedi là all’orizzonte un operaio produce 20 volte lacciaio che produceva in una vecchia fabbrica come questa. Questo significa che potrebbe lavorare soltanto 10 ore la settimana, e il profitto sarebbe comunque sufficiente. Credo che un mondo così tecnologicamente avanzato, dove la produzione è praticamente tutta automatizzata e un uomo da solo produce più di quanto producessero in 50 50 anni fa è un mondo ricco, ma la ricchezza non appartiene a chi lavora, appartiene a pochi, e nella storia società così squilibrate non sono mai durate a lungo.
Allora alla fine mi è venuto da pensare questo: che quello di May è un esempio come in fondo te ne capitano tanti davanti agli occhi tutti i giorni. Persone oneste, lucide, che hanno quattro idee, ma quelle quattro sono chiare in testa, e tu che li stai ad ascoltare ci ripensi su per qualche ora. Di diverso c’è solo che May – consapevole o meno che sia stato nel farlo – s’è comprato la visibilità per il proprio esempio: ha fatto qualcosa di illogico che l’ha reso curioso, ha mandato in cortocircuito il meccanismo per cui le persone virtuose tendono a scomparire di fronte alla quotidianità del mondo impazzito, ha ottenuto quell’ascolto su vasta scala che in genere è negato ai più e ha detto la sua in modo schivo a tutti coloro che si sono interessati al suo caso. Senza nemmeno un gran pontificare: gli è bastato rispondere in modo elementare a domande elementari. In fondo che cosa c’è di tanto complesso nella vita di una persona che guarda un po’ più lontano?
Certo, magari ne vengono fuori soltanto una serie di servizi sulla compassionevole bizzarria di un uomo che poteva spassarsela e che invece vive in affitto con la Skoda Fabia in garage, ma intanto la sua visione delle cose ha toccato tante persone quante non avrebbe mai potuto raggiungerne in vita sua in condizioni normali. May non ha (soltanto) donato una cifra ragguardevole per ampliare la sede di un partito ininfluente: si è concesso il lusso di investire due milioni di euro sulla sua testimonianza di vita. Per tutto questo, in attesa di saperne di più, io lo iscrivo a piccolo eroe contemporaneo della resistenza a questi tempi balordi.
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