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Tag: pordenone

Febbraio 19 2004

«Sono sparite altre due anatre tra quelle che stazionano nei dintorni del ponte di Adamo ed Eva e le rive circostanti del fiume Noncello in centro a Pordenone. Nelle transenne provvisorie in legno sopra il ponte appare l’avviso del furto degli animali che erano state adottati dai passanti e alimentate ogni giorno, col risultato che avevano preso confidenza e si facevano avvicinare. Di questo fatto qualcuno ne ha approfittato per portarsene qualcuna a casa e poi, con tutta probabilità, fino dentro la pentola.» (Il Gazzettino)

Agosto 1 2003

Provo verso il calcio gli stessi sentimenti che mi tengono a distanza dal mercato finanziario. A volte mi appassiono per le impennate di un titolo e ho pur sempre la prima azione nel cuore, ma poco servono a distrarre la mia diffidenza.

Ciononostante, mi dispiace venire a sapere dai giornali che il Pordenone Calcio, la squadra della mia città d’origine (serie C2), dovrà ricominciare il prossimo campionato dai Dilettanti.

Un’altra volta, in effetti, perché la squadra friulana era arrivata all’iscrizione in serie C2 dopo la lenta risalita seguita a uno dei più spettacolari flop economici che la storia dello sport di periferia ricordi. La vicenda è legata a un folcloristico imprenditore, tal Giuseppe D’Antuono detto Peppino, che negli anni ’80 arrivò da un giorno all’altro in città, acquistò il Pordenone Calcio e – in barba a una reputazione non certo immacolata – cominciò a promettere le massime serie professionistiche, l’arrivo di stelle del calcio e altre belle cose a cui molti diedero retta. Arrivarono, in effetti, campioni prepensionati, come Evaristo Beccalossi e, per un breve mentre, Dirceu. Ma un po’ per sfortuna, un po’ per la gestione sconsiderata, un po’ perché nel calcio di periferia le cose non vanno quasi mai come nelle favole, la squadra infilò una serie ininterrotta di retrocessioni. Passata dalla serie C alla Promozione senza passare dal via, la società vacillo e i conti collassarono definitivamente. Si ripartì nel 1990 dalla Prima Categoria.

Non si parla volentieri di questa storia, a Pordenone. Se chiedete in giro, molti fingeranno di averla dimenticata. Eppure c’è stata poesia in quel fallimento, ben resa in un memorabile articolo scritto in quei giorni sul Corriere della Sera dall’allora fresco di nomina inviato speciale Gian Antonio Stella (a ritrovarlo, lo incollerei volentieri).

Le vicende di questi giorni le conosco di rimbalzo dai quotidiani locali. Conti inaffidabili, decisioni prese all’ultimo minuto, il solito rimpallo di responsabilità. Pordenone ha nello sport le potenzialità di una città di medie dimensioni, ma l’atteggiamento della squadra da oratorio (con tutto che proprio la squadra di un oratorio è tra le poche a brillare in zona).

C’erano tempi in cui il calcio mieteva successi in C2 (e Pordenone compariva in schedina tre o quattro volte all’anno), il basket andava alla grande in A2, l’hockey su pista era ai primi posti della A1 e vinceva una coppa europea, il nuoto sfornava campioni internazionali, la pallavolo si avvicinava ai vertici. Oggi, invece, siamo poco più che dilettanti in quasi tutte le discipline.

In compenso, quando giochiamo a palla su un prato ci divertiamo ancora un sacco.

Giugno 1 2003

Metti un sabato sera a Pordenone. Esco dal cinema e mi ritrovo avvolto in una nebbia puzzolente. A duecento metri da lì, in pieno centro città, un vasto incendio sta distruggendo da un paio d’ore un negozio di tessili e sta minacciando una libreria, un archivio regionale e una banca. I particolari in cronaca.

Particolare curioso, quell’angolo di Pordenone non è affatto nuovo a eventi drammatici: l’edificio di fronte deve aver avuto i suoi buoni déjà vu.

Pordenone, incrocio tra corso Garibaldi, via XXX Aprile e via Oberdan

Immagine storica di Pordenone
primi del 900

Pordenone nel 1990
1990

Pordenone, sabato sera (da Il Gazzettino)
31 maggio 2003

Le immagini sono tratte dall’archivio del Liceo Leopardi e da Il Gazzettino

Aprile 7 2003

Mi scrive Livio, qualche giorno fa:

«complimenti, ma… l’hockey? almeno una citazione, una fotina, un messaggio subliminale, un cuscinetto a sfera»

Ha ragione. Nei miei brevi e presuntuosi appunti autobiografici digitali ho trascurato del tutto un momento importante della sua e della mia infanzia. Non ho affatto dimenticato quel periodo, lo tranquillizzo. Semplicemente non ho trovato importante parlarne. Il motivo per cui mi sbagliavo mi è stato chiaro solo quando ho visto il reperto che il buon Livio si è premurato di spedirmi a stretto giro di e-mail.

Hockey su pista, tanti anni fa

Io, per la cronaca, sono il primo da sinistra. Livio il secondo. Rivedere questa foto – anzi vederla, perché di quell’età non ho mai posseduto nessuna immagine – è stata un’emozione inaspettatamente intensa. Ho rivissuto le stesse sensazioni di quel giorno: l’imbarazzo delle prime partite ufficiali sul campo di casa, il prurito che davano quelle maglie consumate di lana, troppo grandi per noi bambini, lo sguardo degli allenatori appoggiati a braccia incrociate al cancello, le facce dei parenti che ci osservavano dalle tribune di fronte a noi.

Credo fosse il 1983, forse il 1984. Al Palazzetto di Hockey e Pattinaggio di Pordenone. Noi eravamo il primo, timido tentativo di settore giovanile organizzato dalla locale squadra di hockey su pista, l’Hockey Zoppas, a quel tempo una delle maggiori formazioni della serie A1. Io ero irrimediabilmente scarso, né sono mai diventato un bravo sportivo in seguito. Ma quello era ancora un gioco, quasi sempre divertente. E si pattinava un sacco.

Perdevamo anche un sacco. Ed è stato quello il momento in cui ho cominciato a scrivere. Devo molto del lavoro che faccio oggi a una brava persona che un giorno mi disse “Perché non scrivi due righe sulle partite, che le mandiamo ai giornali locali?”. Raccontare gli aspetti positivi di sconfitte talvolta imbarazzanti – ricordo un 36 a 1 rimediato su qualche pista del Veneto – è diventato lo sport in cui riuscivo meglio. Di fronte a tanta faccia tosta, forse trovando qualcosa di poetico nel modo barbaro con cui portavamo i colori cittadini per il Triveneto, i quotidiani della zona non osavano censurarci e, un po’ per volta, io guadagnavo spazio sulle colonne del Gazzettino, del Messaggero e del Piccolo. Poi il resto è venuto da sé.

Altri tempi. Magari un giorno ne riparlo.

Intanto, grazie a Livio (che ai pattini ora preferisce la chitarra).

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