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Tag: scuola

Maggio 21 2024

Una rete di 55 scuole del Friuli Venezia Giulia coordinata dal Liceo Classico Jacopo Stellini di Udine ha studiato per alcuni mesi le implicazioni e le possibili applicazioni dell’intelligenza artificiale generativa nella scuola, con lo scopo di arrivare ad alcune linee guida di indirizzo (davvero interessanti!). Al convegno finale del ciclo di incontri mi è stato chiesto di portare una relazione. Quella che segue è la traccia del mio intervento.

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Io sono un giornalista, anziano abbastanza da aver scritto i primi articoli su una macchina per scrivere e fortunato abbastanza da aver vissuto la (da essere sopravvissuto alla) trasformazione non soltanto tecnologica della mia professione negli ultimi trenta o quarant’anni. Ho visto nascere il web e ho contribuito alla sua divulgazione e sperimentazione, con un occhio di riguardo per le intersezioni tra internet, informazione e dinamiche di comunità. Fin dalla fine degli anni ’90 ho studiato e sperimentato forme e formati per l’informazione online, vivendo contemporaneamente la stagione del grande entusiasmo per le potenzialità che vedevo aprirsi e della grande delusione per l’altrettanto ostinata (e a conti fatti suicida) guerra di retroguardia portata avanti da editori e ordini professionali, in modo particolarmente sconsiderato in Italia.

Oggi lavoro a Good Morning Italia, una startup giornalistica (non più startup in senso stretto, avendo festeggiato quest’anno i 10 anni di attività e superato i 50 collaboratori) che produce briefing informativi. Ve ne accenno perché ritengo che possa essere un caso di studio rilevante per il tema di oggi. Ogni mattina alle 6:30 Good Morning Italia pubblica una sintesi in circa 1.000 parole delle notizie e delle questioni fondamentali da conoscere prima di iniziare la giornata. Il Briefing si rifà idealmente, fin dal nome, al rapporto di intelligence che il Presidente degli Stati Uniti riceve ogni mattina appena sveglio, con gli aggiornamenti rilevanti delle situazioni critiche in tutto il mondo.

Come funziona: la redazione di Good Morning Italia digerisce ogni giorno notizie e approfondimenti dalla stampa di tutto il mondo, seleziona le fonti più interessanti e riassume in poche parole le novità più rilevanti, rimandando per approfondimenti alle fonti selezionate. Una rassegna stampa, se vogliamo semplificare, ma con alle spalle un progetto editoriale che prova ogni giorno a unire i puntini con uno sguardo globale, guidando il lettore a capire che cosa sta succedendo, perché sta succedendo e che cosa potrebbe succedere. Ogni edizione è prodotta da due giornalisti: il primo lavora fino a notte fonda per produrre la bozza dell’edizione del mattino, mentre all’alba un suo collega verifica gli ultimi aggiornamenti, integra gli articoli più interessanti usciti sui giornali del giorno e confeziona il prodotto finito. Durante il giorno, poi, una squadra di collaboratori produce un’ulteriore ventina di edizioni derivate dalla principale e personalizzate su misura per clienti aziendali o per mercati specifici.

Ora, se mi avete seguito fin qui, forse avrete colto alcune parole chiave: selezione, sintesi, unire i puntini. Che cosa vi fa pensare? Esatto: noi con l’intelligenza artificiale andiamo a nozze. Da alcuni mesi stiamo sperimentando e gradualmente inserendo nel nostro sistema editoriale applicazioni per supportare il lavoro dei giornalisti, ridurre i tempi di lavorazione e proporre nuove declinazioni e nuovi formati per i nostri prodotti giornalistici. Benché il controllo finale sia e dovrà sempre essere quello di un redattore esperto, già oggi l’intelligenza artificiale ci può dare un grande supporto nel trovare le fonti più interessanti e selezionare gli articoli che garantiscono un certo livello di approfondimento e di qualità oggettiva. Con l’intelligenza artificiale possiamo produrre bozze prelavorate delle unità di contenuto, unendo i dettagli più rilevanti raccolti tra diverse fonti.

Good Morning Italia ha uno stile peculiare: asciutto e puntuale, ma con concessioni all’ironia e alla leggerezza, in particolare nei titoli. Opportunamente istruita, l’intelligenza artificiale ha già dimostrato di equivalere la creatività di un essere umano. Con il prossimo aggiornamento della nostra piattaforma editoriale introdurremo inoltre il supporto alle traduzioni dei contenuti, per ridurre in modo significativo i tempi richiesti per la trasformazione delle notizie che alimentano le edizioni internazionali. Come potete immaginare, il tempo, per un’azienda che concentra la distribuzione della gran parte dei suoi prodotti in due ore al mattino, è chiaramente un fattore competitivo.

Su un fronte di ricerca e sviluppo più avanzato, grazie alla collaborazione con Activate Intelligence, che è il nostro partner tecnologico e che sta istruendo per noi alcuni agenti specializzati, stiamo sperimentando due prodotti nuovi totalmente costruiti su applicazioni di intelligenza artificiale. Il primo è una versione del Briefing pensata per essere stampata su carta. Questa è una richiesta che ci è arrivata dal mercato, in particolare dal settore della ricettività, dagli hotel: abbiamo scoperto che più di qualcuno era interessato a stampare le notizie e offrirle ai propri clienti al posto del giornale in sala colazioni. Così abbiamo messo loro a disposizione una piattaforma dedicata. Con una routine quotidiana e totalmente automatizzata, ogni mattina i contenuti del Briefing vengono presi dall’intelligenza artificiale appena sfornati, impaginati in modo da riempire comodamente un foglio A4 fronte e retro, tradotti in tre lingue, brandizzati col logo dell’hotel, salvati in formato pdf e spediti via email agli alberghi abbonati, che già alle 7 possono stamparne alcune copie e metterle a disposizione dei propri clienti. Inoltre, ogni edizione riporta un QR code per l’accesso all’edizione online, per permettere agli interessati di accedere alle fonti linkate e comunque di continuare a leggere i contenuti anche in un momento successivo.

Il secondo fronte di sperimentazione su cui stiamo lavorando riguarda invece la versione audio. Questo non è ancora un prodotto disponibile, stiamo lavorando ad alcuni prototipi interni. La versione podcast del Briefing è in effetti una delle richieste che ci arrivano più di frequente dai lettori e che per il momento non siamo stati in grado di offrire. Oggi stiamo studiando, avendo i primi riscontri positivi, il modo per produrlo utilizzando l’intelligenza artificiale. Ovviamente non basta far leggere il testo a una sintesi vocale: è necessario prima rielaborare il testo, renderlo più naturale per una lettura a voce, legare i vari passaggi, montare e sonorizzare il tutto. I primi test che abbiamo condotto utilizzando voci umane clonate, di cui oggi si trova in commercio già un’ampia biblioteca, cominciano a essere piuttosto soddisfacenti.

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Condivido due piccole epifanie che mi porto dietro da questi primi mesi di sperimentazione sull’intelligenza artificiale. La prima: addestrare l’intelligenza artificiale a supportare la produzione di contenuti giornalistici è di gran lunga una delle attività giornalistiche più stimolanti che mi sia capitato di osservare negli ultimi anni. Costringe a ripensare nel dettaglio al metodo, a tornare alle basi, a esplicitare che cosa discrimina il giornalismo dai riempitivi di bassa qualità. Quando produci contenuti molto sintetici, come nel caso di Good Morning Italia, ogni parola è decisiva: devi produrre la miglior sintesi nel minor spazio possibile, mettendo a fuoco i concetti essenziali. Il metodo giornalistico è a modo suo un algoritmo e per insegnarlo all’intelligenza artificiale dobbiamo definirlo con precisione, scrostarlo da decenni di appesantimenti stilistici, dalle scorciatoie dettate dalla fretta, dalle furbizie commerciali, dalle deviazioni dallo scopo. Ed è un esercizio molto salutare.

La seconda epifania è una similitudine. Vengo da una città che si è sviluppata soprattutto grazie al settore manifatturiero, a cominciare dal tessile. La chiave è stata la ricchezza di rogge e di corsi d’acqua, che col loro scorrere fornivano la forza che muoveva i primi telai meccanici e in un secondo tempo l’elettricità per alimentarli. La capacità dell’uomo, la portata della capacità dell’uomo, è stata espansa in modo decisivo dall’innovazione tecnologica. È cambiato il mondo, con quella tecnologia, e oggi la ricordiamo giustamente come una rivoluzione industriale. Quello che è accaduto in passato per le abilità fisiche e artigianali dell’uomo sta ora avvenendo con il suo pensiero, che viene espanso da una tecnologia in grado di accelerare e replicare a dismisura le sue capacità elaborazione e di produzione cognitiva. Chiamiamola quinta o sesta rivoluzione industriale o forse prima rivoluzione industriale del pensiero non so, ma questo è in sostanza. Il cambiamento di scala che ci attende all’orizzonte è paragonabile almeno al cambiamento di scala che passa tra la bottega del piccolo sarto e la fiorente industria tessile di fine Ottocento. In realtà diversi ordini di magnitudine superiore, perché nel mondo del digitale, tutte le piccole o grandi rivoluzioni dei contenuti, dei dati, delle relazioni, della conoscenza che si sono succedute, lavorando per così dire entro un sistema operativo comune, si contagiano e si potenziano vicendevolmente. 

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Ora, il grande problema quando parliamo delle innovazioni sostanziali che promettono di rivoluzionare il nostro rapporto con la conoscenza e con le interazioni fondamentali delle nostre comunità è che la società contemporanea, forse per difesa, forse per difesa delle rendite di posizione delle sue leadership, tende a non farsi troppe domande sul futuro, a ignorare le sfide, a non guardare al di là delle ricadute immediate, il più delle volte osservandole in negativo, come una minaccia. Siamo ancora, e in Italia molto più che altrove, figli della società delle mediazioni di massa, rifiutiamo istintivamente tutto ciò che nega le dinamiche di cui siamo ancora espressione. Alla complessità esplosiva di questi anni, che richiederebbe strutture leggere e flessibili, rispondiamo con organizzazioni ancora bizantine, elefantiache, pesantissime da riconvertire. Conservare, per contro, è sempre meno sinonimo di far funzionare, come dimostra la fatica di dare risposte che caratterizza un po’ tutti gli ambiti dell’apparato che chiamiamo “Stato”.

Anche nei casi in cui proviamo a cogliere le opportunità offerte degli strumenti contemporanei, forse più per moda o per pressione sociale che per reale convinzione, finiamo per dar vita realtà parallele in cui il burocrate che non è messo nelle condizioni di prendersi responsabilità incontra l’informatico che esegue acriticamente e insieme producono una versione digitale più complicata di processi ottocenteschi, facendo perdere una volta di più alla società l’enorme occasione di ripensarsi e di semplificare il proprio funzionamento alla radice. Penso alla digitalizzazione dei servizi del fisco o della previdenza, alla maggior parte dei servizi remoti dei comuni, in cui è ancora l’utente, il cittadino, a doversi adeguare a classificazioni, nomenclature, percorsi del tutto innaturali, specchio unicamente del linguaggio burocratico dell’ente e della sue sovrastrutture interne.

Mi viene sempre in mente, in questi casi, il sistema di pagamento digitale della pubblica amministrazione, PagoPA, nato con buone intenzioni durante la felice esperienza di Diego Piacentini come Commissario straordinario per l’attuazione della transizione digitale e subito dopo la sua partenza stravolto. Doveva essere una piattaforma unica per i pagamenti: immediata, semplice, universale. Appena se n’è andato Piacentini è stata spacchettata in venti circuiti regionali e numerose sottoclassificazioni, aumentando a dismisura i costi e complicando enormemente un servizio che aveva senso proprio in quanto unico, basilare, centralizzato ed economico. Il futuro ci piomba addosso come una slavina, e noi indifesi e arroganti fischiettiamo a fondo valle. 

Uso ancora come esempio il settore che conosco meglio, quello del giornalismo. L’economia dell’informazione è stata a lungo l’economia delle tipografie, dei trasporti, delle edicole, degli impianti di emissione. La remunerazione del lavoro giornalistico, peraltro in passato uno dei mestieri meglio pagati in assoluto, era trainata dai margini del prodotto cartaceo nel caso del giornale e da quelli del mercato pubblicitario nel caso della televisione. Da anni i giornali stanno perdendo in media il 10% di diffusione all’anno. I grandi giornali, che negli anni ’80 superavano il milione di copie e che alla fine del secolo avevano quasi dimezzato le copie vendute, oggi sono scesi spesso sotto le 100.000 copie. Con 100.000 copie non si può più parlare nemmeno di copertura nazionale. La tv, per contro, si è autosabotata con il passaggio al digitale terrestre, ha frammentato l’audience in centinaia di nicchie spesso nella pratica non sostenibili e oggi festeggia campioni d’ascolto che nella migliore delle ipotesi raccolgono una frazione dei programmi di punta degli anni ’80.

A fronte di questo fallimento imminente e annunciato, che mette seriamente a rischio la sopravvivenza di una funzione essenziale per la democrazia come il giornalismo, non sembra corrispondere uno sforzo adeguato a comprendere come trasferire l’informazione online sfruttando le peculiarità dell’ecosistema digitale e reinventando il proprio ruolo. La Rete non è mai entrata seriamente nei piani dei grandi editori italiani e anche laddove vi siano stati esperimenti concreti, giornalisti ed editori hanno continuato a cercare di fare i gatekeeper, i depositari di un processo che non è più loro esclusiva da almeno due o tre decenni. Senza contare l’aggravante oggettiva, per il nostro Paese, di un mercato – il mercato in lingua italiana – che in partenza troppo piccolo per pensare di costruire le economie di scala necessarie.

Cresce soltanto chi tenta la via della qualità, della relazione fiduciaria con chi legge, del servizio al lettore. Uno dei casi più interessanti è quello del Post, giornale online sostenuto da decine di migliaia di abbonati e che partendo quattordici anni fa da una nicchia di attenzione rigorosa per la semplificazione, il processo, il linguaggio e per la precisione, il tutto senza imporre nessuno sbarramento alle notizie per i non abbonati, oggi sta estendendo considerevolmente il raggio d’azione e insidiando lo stanco e caotico primato dei siti dei maggiori quotidiani nazionali. Sempre ammesso poi, naturalmente, che i numeri assoluti siano ancora una misura utile a valutare il valore distillato dalle relazioni che possono essere attivate da un sito giornalistico.

Stenta chi cerca soltanto di confezionare un prodotto al costo minore possibile e piazzarlo sul mercato al costo più alto possibile. Cresce chi serve una relazione con le persone e diventa hub della propria comunità di riferimento. Una storia significativa in questo senso arriva da Varese. Varesenews è una testata storica, esiste dal 2000 ed è sostenuto da un consorzio territoriale trasversale che unisce enti locali e partner industriali. Varesenews sta trasferendo la propria sede in una scuola abbandonata nella frazione di Sant’Alessandro: la vecchia scuola, reinventata, ospiterà la redazione, ma anche eventi, formazione, confronti di comunità. Si chiamerà Materia e il fatto che fosse una scuola e che le si voglia ridare vita come luogo di comunità mi pare particolarmente affascinante.

Mi ricorda tra l’altro quello che accadde a Pordenone ormai più di un decennio fa, quando una precoce webtv cittadina, Pnbox, prese in gestione la bastia del castello di Torre, impiantandoci dentro gli uffici, la redazione, gli studi televisivi e in mezzo a questi un ristorante e un palco per eventi. Finì, per dire ancora della lungimiranza delle classi dirigenti, con una denuncia dell’Ordine dei giornalisti, poi archiviata. Ma per qualche anno fu centro di raccolta e acceleratore di relazioni per nerd e pensatori laterali della zona, un volano di progetti e sodalizi culturali e civici di cui si è poi sentita la mancanza. 

In ambito più internazionale vi segnalo anche la Civic Hall di New York, uno spazio civico residenziale in Union Square, creato sulla scia dei Personal Democracy Forum, una serie di conferenze annuali internazionali organizzate negli Stati Uniti e in Europa per approfondire l’impatto della rete sulla politica e sulle dinamiche civiche.

Ecco, abbiamo più che mai bisogno di luoghi aperti al confronto, accoglienti, riservati a pensieri lunghi e non immediatamente convertibili in dinamiche di mercato. Abbiamo bisogno di pensare insieme che cosa fare di questo progresso esponenziale che rischia di travolgerci, se non gli troviamo un capo e una coda, e un modo per cavalcarlo insieme. Abbiamo bisogno di tempo, spazio ed esperienze per cominciare a fare e a farci le domande. Le domande giuste, come ci richiede l’intelligenza artificiale.  Voi qui oggi, mentre celebrate il traguardo di un progetto di studio importante, collettivo e collaborativo, siete un meraviglioso esempio proprio di questo.

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A volte mi chiedo se non sia già troppo tardi. Nel senso che anche le applicazioni sociali online su cui si potrebbero basare molti processi civici di rinascita sono molto cambiate in questi anni. L’ecosistema dei blog, degli hub, dei filtri distribuiti e condivisi, della spontaneità e della condivisione dell’esperienza e della conoscenza, tutto questo fermento è stato prima fagocitato dalle grandi piattaforme di social networking, che hanno ottimizzato, potenziato e portato alle masse il processo (e questo è stato a prescindere un bene) e poi cercato di spremerlo a scopi commerciali (e qui forse qualcosa per strada ce lo siamo persi).

Poi però è intervenuta la degenerazione di queste piattaforme in strumenti cinici per lo sfruttamento dell’attenzione e delle debolezze delle persone. Sono stati disincentivati i contenuti più impegnati, le fonti di qualità che cercavano una remunerazione, le notizie (ditemi se nella vostra bacheca di Facebook compaiono ancora le notizie). È stato invece lasciato spazio ai produttori seriali di infotainment (quel miscuglio posticcio di notizie di seconda mano, clickbait e facile presa sui pregiudizi della gente), all’autoreferenzialità, ai fenomeni mordi e fuggi. Drogati di serendipity, impigriti dall’interminabile sequenza passiva di foto e video, rimpinzati di infinite varianti di qualunque dettaglio su cui il nostro sguardo dia anche solo l’impressione di posarsi per un istante, stiamo trasformando una straordinaria macchina per la costruzione di senso sociale, per la costruzione di comunità, in una tv più sciatta e cinica di quella pur mediocre che ha plasmato la nostra società negli anni ‘80. “Frenetica e superficiale, finta e scintillante. Sempre molto snack, anche quando contenga informazioni, utile per suscitare curiosità ma non per approfondire”, diceva l’altro giorno sul Foglio Vincenzo Cosenza.

E se l’assenza di una visione di comunità nella conquista di massa degli spazi digitali ha senz’altro contribuito a svilire le potenzialità e a lasciare la strada a squali e avventurieri degli spazi digitali, l’anello debole di tutta la vicenda e dal mio punto di vista l’aspetto più allarmante, a me sembra l’atrofizzazione della domanda (di nuovo il concetto di domanda che torna, chissà se è un caso, anche se in questo caso intendo la domanda in termini economici). Ci lamentiamo costantemente del livello dell’offerta: la mediocrità dei media, l’incapacità della classe dirigente, la sciatteria dei contenuti, le bassezze del marketing. Ma quello che a prescindere sembra mancare alla base è una domanda consapevole, una domanda formata, una domanda di comunità, una domanda di condivisione, una domanda di responsabilità, una domanda di partecipazione. Il problema, in altre parole, non è tanto quello che ci viene dato, ma quello che chiediamo. Il problema siamo noi, ciascuno di noi come individuo, il senso che diamo all’essere azionisti in milionesimi di questo caos informe. 

Attribuiamo ai social media la colpa di averci reso peggiori, di aver stimolato il nostro lato più litigioso e truffaldino. E può anche essere che i social media abbiano peggiorato o più probabilmente reso visibile qualcosa che già c’era, ma che era soffocato dai palcoscenici della società delle élite. Ma questa non può diventare una ragione per arrendersi. Qualche settimana fa è mancato improvvisamente e prematuramente uno dei pochi veri teorici della società digitale e dell’umanità accresciuta che abbiamo avuto in Italia, Giuseppe Granieri. Lo abbiamo salutato in rete con una discussione che, come ai vecchi tempi, è rimbalzata di bacheca in bacheca, di blog in blog, ricordando che cosa sono stati i primi anni del Duemila. In tutto il mondo, certo; ma per una volta in modo quasi autonomo in Italia. Le sperimentazioni, le condivisioni, il germe di una comunità che aveva voglia di sperimentare e reinventare i legami e i ruoli. Piccola comunità, troppo piccola, ha detto qualcuno. Devastata dall’arrivo delle masse, ha detto qualcun altro. Ma è proprio ora che le intuizioni di allora vanno agite e sostenute, quel modo di stare in rete propositivo e costruttivo opposto alle inevitabili degenerazioni di ordini di grandezza superiori. È stato un momento commovente, bellissimo e al tempo stesso frustrante, perché anche chi l’ha vissuto allora sembrava essersi tiktokizzato nelle aspirazioni, nel senso di possibilità.

È evidente che, al crescere della dimensione, le sfide esplodono, la complessità esplode, le tensioni esplodono. Come accadrà, del resto, intorno all’intelligenza artificiale, quando da oggetto di ricerca di pochi, terreno di sperimentazione di pionieri e da vantaggio competitivo per le aziende più reattive, diventerà una tecnologia popolare e pervasiva. Sarà allora meno potente e meno affascinante perché accelererà non solo le virtù e le buone intenzioni? O forse già adesso, come in parte sta già cominciando ad accadere, dovremmo porci il problema di quando Gpt e Claude assimileranno pattern e tic appartenenti non soltanto al nostro lato migliore, ma anche a quello peggiore? 

Qualche settimana fa è uscita una ricerca molto interessante di un gruppo di ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma che fa riferimento a Walter Quattrociocchi, uno dei maggiori studiosi di comportamenti online. Sono i risultati di un’analisi durata due anni su 500 milioni di commenti pubblicati negli ultimi 35 anni su 8 piattaforme di primo piano, da Usenet (i vecchi forum dell’era pre-web) a Facebook e Reddit. I risultati sono per certi versi illuminanti, anche se non consolanti: non sono i social media a renderci peggiori, ma – e cito –  “la tossicità [delle relazioni] è una costante intrinseca al comportamento umano, resistente nel tempo e alla variazioni delle dinamiche di conversazione e degli algoritmi [delle piattaforme]”. Anche “la semplice rimozione di singoli utenti o commenti tossici”, notano i ricercatori, “potrebbe risultare inefficace di fronte a un fenomeno così pervasivo e sistemico”. Houston, direi che qui abbiamo un problema. Anzi: mondo della scuola, abbiamo un problema. Ma non è un problema di internet, dei social media o dell’intelligenza artificiale. È un problema di materia prima, per così dire. È un problema di disegno sull’umanità che vogliamo, sul modo in cui la formiamo e sulle prospettive di vita che vogliamo darle.

Non tocco nemmeno, perché sarebbe un altro capitolo gigantesco che non abbiamo tempo di approfondire oggi, il tema del rapporto tra i giovani e le nuove tecnologie, su cui come società stiamo costruendo uno dei nostri più sciagurati errori, scambiando completamente cause ed effetti, attribuendo alla tecnologia (che certo ha un ruolo) i danni che invece stiamo facendo noi adulti, noi genitori, noi insegnanti per il nostro modo di essere comunità, una comunità paranoica, spaventata, al servizio di interessi opachi, inconsapevole e impreparata, più incline a raccontarsi storie che a prendersi le responsabilità del presente.

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Insomma, tante parole per lasciarvi in realtà una morale e una conclusione abbastanza semplice, perfino banale, e non a caso di fronte a una platea prevalentemente scolastica, perché io sono ancora convinto del fatto che è nella scuola che viene custodito il germe della società. Dobbiamo, con una certa decisione, con una certa urgenza, ricominciare dalle basi, dalla formazione dei cittadini, dalla preparazione alla complessità, da un progetto di vita e di comunità pienamente contemporaneo, pensato insieme, costruito insieme, portato avanti insieme. Da troppi anni teniamo i piedi in troppe staffe, a tutti i livelli, dalla scuola, al lavoro, alla politica, alla cultura, cercando di tenere insieme allo stesso tempo Ottocento, Novecento e Duemila senza mai scegliere, senza fare scelte definite, subendo il succedersi delle tensioni epocali e perdendo di vista la possibilità se non di controllarli, ormai forse impossibile, almeno di indirizzare questi processi. O quanto meno di scegliere come affrontarli.

Dobbiamo ricominciare a chiederci se stiamo formando cittadini consapevoli dell’epoca in cui vivranno, in grado di difendersi dalle sfide che affronteranno. Dobbiamo chiederci se vogliamo una società inclusiva, che promuova gli sforzi di tutti, ma non perché la democrazia sia bella (la democrazia è lacrime e sangue): perché nell’era delle piattaforme e delle intelligenze artificiali l’alternativa alla democrazia esercitata è molto più facilmente che in passato la dittatura. La società delle mediazioni di massa poteva ancora riuscire a tenere in equilibrio democrazia e tendenze oligarchiche delle élite, nascondendo sotto il tappeto a monte e a valle parte del processo. Ora stiamo uscendo da un’era straordinaria di equilibri prolungati, mentre di fronte a quel che resta delle nostre vite ma soprattutto a quella dei nostri figli c’è un’epoca di stabilità e prosperità che è tutta appena da guadagnarsi. Non credo onestamente che continuare a temporeggiare sia, se mai è stata, un’opzione.

Grazie a voi qui oggi perché il vostro impegno di questi mesi è un inizio, è un tentativo, è un esercizio di buona volontà. E so bene quanto poco sia scontato.

Giugno 10 2021

Allora ci salutiamo qui, piccola grande scuola Gozzi.

La mia famiglia e io siamo entrati una mattina di dicembre del 2011 e ne siamo diventati parte prima ancora di averlo deciso. Ricordo l’accoglienza, il calore, la percezione di uno stato di grazia che fondeva la passione e l’impegno di tutti in qualcosa di più grande e coinvolgente.

Per i nostri figli è stata un’esperienza felice. Due cicli molto diversi, ugualmente fondamentali. Tre cose almeno hanno avuto in comune: la cura, il senso di possibilità e l’idea che i muri non fossero un confine.

Grazie per la povertà, che è la cifra della scuola pubblica in quest’epoca miope: ci ha spinto a non dare mai nulla per scontato, a dare prima che a ricevere, a tirare fuori il massimo da ciascuno e il meglio da ogni cosa.

E grazie per la diversità: diversi per storie, provenienze, ambizioni, abilità, non è stato sempre scontato arrivare in fondo, salvo accorgerci a destinazione che quella fatica era gran parte del senso.

Da quelle porte è entrata tanta vita: dieci anni di vita della nostra famiglia, del nostro quartiere, della nostra comunità. Abbiamo vissuto gioie grandi, fieri orgogli, lutti da cui risorgere. Abbiamo attraversato la paralisi sociale di quest’ultimo anno e mezzo. Ne usciamo oggi un po’ cambiati, forse più maturi – noi adulti soprattutto.

Non è nemmeno l’ombra della conclusione che immaginavamo, questa di oggi, senza il calore dell’abbraccio né un testimone da passare. Eppure anche in questo ci insegni: che non ci si ferma, che non viene meno il momento. Neanche se è difficile. Neanche se manca la gratificazione.

Che tu possa ritrovare quella grazia e continuare a essere per tante altre famiglie la fonderia di comunità che sei stata per noi. Grazie.

Novembre 20 2020

Nei giorni scorsi mi hanno chiesto di parlare di scuola dal punto di vista del genitore. Dice, ancora? Che c’entri tu con la scuola? Poco. Sotto la scorza nerd, batte pur sempre il cuore civico di un padre che ha servito un numero ormai considerevole di anni come rappresentante di classe e di istituto. Non abbastanza da titolarmi a parlare, ma abbastanza forse da aiutarmi a distillare due idee. Sempre le stesse, in effetti. Come d’abitudine, affido alla rete i miei appunti, ampliati e rivisti.

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Abbiamo preso i giovani in ostaggio. I nostri figli sono ostaggi di una società anziana, spaventata e ignorante, che sta scaricando su di loro il peso della sua inadeguatezza. Non li tarpiamo: li svuotiamo. Con la scusa di tenerli al sicuro, creiamo il vuoto attorno e dentro loro. Si ribelleranno, speri. Ma se di fronte alla prigionia delle idee puoi almeno fare un Sessantotto, nel vuoto ti viene sottratta anche la consapevolezza della tua condizione. Soffocano del nostro amore.

Facciamo perdere loro quotidianamente opportunità ed esperienze nel nome di una visione della realtà paranoica e spesso sobillata da terzi per interessi non limpidi. A volte semplicemente perché siamo scemi: di recente mi hanno spiegato che al posto delle classiche giornate di Scuola aperta, annullate per evidenti contingenze, non si potrà fare nemmeno un video in cui i bambini presentano la loro scuola. Per ragioni di privacy, dice. Significa che qualcosa, nel processo di formulazione, comprensione o applicazione del pur sacrosanto diritto alla riservatezza, è andato molto ma molto storto. Eppure è sintomatico di un atteggiamento.

Famiglie e istituzioni sembrano interpretare la responsabilità dell’educazione dei giovani avendo come prima urgenza quella di evitare di prendersela, questa responsabilità, passandola avanti finché semplicemente non diventa il problema di qualcun altro. L’ossessione di garantire le opportunità, la sicurezza, le differenze ha partorito, invece che una comunità più giusta, sicura e inclusiva, una gabbia sterile e asettica, ma a norma di legge e socialmente plaudita, che inibisce un numero crescente delle esperienze che dovrebbero puntellare l’evoluzione del bambino e dell’adolescente.

Prima degli 11 anni, oggi, in Italia, un ragazzino è un soggetto più che passivo. È un pacco nelle mani del suo postino e gli è precluso ogni allenamento alla responsabilità sociale di se stesso e dei suoi comportamenti. Non può muoversi da solo per il suo quartiere. Non può andare a scuola da solo. Non può tornare a casa da solo. Non può andare al parco da solo. Non può andare a comprare un gelato da solo. Non può andare in palestra da solo. Deve passare costantemente dalla mano di un adulto a quella di un altro adulto, rogito di una responsabilità che va sempre certificata. Il nugolo di genitori che si assiepa davanti a qualunque luogo frequentato da bambini non mi sembra l’immagine di quanto gli vogliamo bene, semmai l’immagine del fallimento di un intero progetto di avviamento alla vita. È il segno di una società arricchita e decadente che, nel nome della paura e di un frainteso garantismo, ma anche di tanta paraculaggine, ha perso di vista il suo scopo.

Poi a 11 anni improvvisamente l’autonomia diventa accettabile. Per necessità, più che per convinzione. Senza preparazione, senza allenamento, senza progressione, senza aver avuto la possibilità di tessere le piccole reti e di costruire le piccole mappe del proprio spazio pubblico. Alle scuole medie, nell’età e nel ciclo scolastico probabilmente più disgraziati e pericolosi della loro vita, quello rispetto al quale negli ultimi decenni non ho visto evolvere una sola idea pedagogica.

Che poi si fa presto a dire anche spazio pubblico: siamo così abituati a confinarli nella rassicurante sicurezza di una casa, dove non essendo sfidati loro stessi albergano comodamente, anestetizzati dai loro schermi luminosi, che abbiamo ormai demolito i luoghi pubblici dell’età della formazione. Non esistono più centri giovanili, non esistono praticamente più gli oratori, abbiamo sepolto sotto quintali di legislazione e burocrazia qualunque centro di aggregazione provi a proporre attività sfidanti per i giovani. La maggior parte delle cose che io potevo fare tra i 6 e i 16 anni, quelle che hanno contribuito a rendere me l’uomo che sono, oggi sarebbero probabilmente considerate illegali o pericolose o socialmente riprovevoli.

E qui mi piacerebbe avere modo di ricordare una storia che la nostra città ha scelto invece di dimenticare in fretta, la storia dell’Oratorio San Giorgio di don Felice Bozzet tra gli anni ’80 e il Duemila in centro città, una storia di responsabilizzazione della gioventù talmente fuori dagli schemi che oggi non viene reclamata né dalla Curia né dalla comunità civile, pur essendo iscritta nel dna sociale di centinaia di cittadini pordenonesi tra i 30 e i 50 anni.

E ancora: pretendiamo dai ragazzi impegno e buoni voti, ma li mettiamo a confronto quotidianamente con una sciatteria, una disorganizzazione, una mancanza di cura o anche solo di attenzione umana che modellano costantemente il loro sguardo sul mondo e le loro aspettative sulla vita adulta. Insegniamo prima di tutto con l’esempio, no? Mi è capitato di passare alcune ore in un’università e poi alcuni giorni in un’ospedale col mio figlio maggiore: il riconoscere attraverso i suoi occhi tutto ciò a cui io adulto sono ormai assuefatto e rassegnato mi ha fatto male. Con che coraggio io chiedo a lui di mantenere gli standard che intorno a lui noi adulti rinneghiamo, il più delle volte in modo perfino plateale?

Certo, il mondo è sempre più complesso e faticoso. La complessità esplode. Ma anche di fronte alla possibilità di imparare a governare la complessità con strumenti più adatti – strumenti del presente, che utilizzano le stesse logiche operative della complessità – negli ultimi due o tre decenni noi abbiamo scelto ostinatamente di girare la testa, di ignorarli, di usarli in modo ignorante, sciatto, reiterando schemi inadeguati, rigettando ogni proposta mettesse in discussione la nostra visione consolidata.

Nel vuoto e nell’incapacità della comunità, si sono fatti spazio interessi scaltri, cattivi maestri, gente che sfrutta l’ignoranza degli adulti e il candore destrutturato dei ragazzi per erodere margini di consenso, di mercato o di potere. In questo calderone potete mettere anche i riflessi del populismo, che poi magari vi chiedete da dove venga. Ma anche, nel caso dei più giovani, le piattaforme digitali che, mentre disegnano la forma del futuro creativo a cui apparterranno, tendono a intrappolarli in dinamiche relazionali e in labirinti narrativi astuti, pensate per servire interessi cinici e commerciali molto prima del loro armonico sviluppo.

Che cosa può fare la scuola? Da sola niente. L’errore in passato è stato forse pensare che la scuola dovesse sempre generare le soluzioni al suo interno o assumerle per gerarchia ministeriale. Ho imparato, nelle mie esperienze civiche e nelle mie scorribande adulte nel mondo della formazione, che le scuole – soprattutto quelle che lavorano sui bambini più piccoli – sono invece l’espressione di una comunità. Del coraggio, delle intelligenze, della lungimiranza di una comunità. Della volontà di una comunità di investirci tempo e risorse. Comunità educante, si diceva.

Dire che “ci pensa la scuola” equivale a dire che è un problema nostro. Dire che “è responsabilità del preside” significa dire è un problema del nostro vicino di casa. Dire che “è colpa dell’insegnante” è dire che è colpa nostra, perché i limiti di quell’insegnante sono espressione dei limiti della comunità di cui fa parte. E dunque sono per definizione un nostro problema e una nostra responsabilità.

E allora che si fa? Sarebbe già un passo avanti prendere atto di avere un problema, enorme. Il passo successivo sarebbe immaginare un progetto di convivenza che metta i giovani al centro, li avvii alla responsabilità di sé e degli altri fin dalla tenera età, li spinga a essere migliori, li incentivi a costruire una comunità migliore, per risvegliare loro dal torpore e sperare che poi siano loro a prenderci per mano, affidandoci ormai anziani a quel che resta del nostro futuro migliore.

La mia generazione è stata – tappatevi le orecchie, perché ora dico una parolaccia – fottuta dalle rendite di posizione e di potere dei suoi padri. O – come dice quello, non senza una parte di ragione – non è stata abbastanza brava da uccidere politicamente i propri padri quando era giunto il momento. È una generazione ormai persa, una generazione di passaggio e di servizio: può fare tutt’al più da coscienza e da collante. Può fare da ponte e spingere verso maggiori opportunità per chi verrà dopo. Mancasse anche questa responsabilità, le rimarrebbero ben pochi scopi.

Maggio 14 2020

Quella che segue è la traccia di una testimonianza portata in questi giorni al consesso online di un gruppo di dirigenti scolastici del Friuli Venezia Giulia. Per tenerne memoria e poiché raccoglie il depositato di alcune esperienze in ambito scolastico e prova ad affrontare alcune implicazioni della congiuntura inaspettata e improbabile che ci troviamo a vivere, la metto a disposizione anche qui.

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Vi parlo senza nascondere la soggezione. Non penso di avere nulla di particolarmente significativo da raccontare a un dirigente scolastico, soprattutto se parliamo di scuola. E devo dire che se non avesse insistito Piervincenzo Di Terlizzi, a cui sono legato oltre che da amicizia di lungo corso anche dalla condivisione di una inveterata sensibilità nerd (peggio: Pordenonerd), probabilmente avrei evitato.

Non so bene che cosa potrei dirvi questa sera, se non provare a tracciare un paio di percorsi trasversali alle mie esperienze di vita, di genitore di due figli in età scolare, di rappresentante di classe, di rappresentante di istituto, di giornalista e di consulente freelance, di formatore saltuario (quest’anno sono entrato in alcune delle vostre classi grazie al progetto Genitori Connessi, in passato ho insegnato all’università e in varie situazioni professionali) e di testimone da ormai quasi trent’anni delle implicazioni della rete e delle innovazioni digitali sulla nostra società.

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Premetto a mo’ di captatio benevolentie che per storia familiare e sensibilità personale conservo il massimo rispetto per l’istituzione scolastica. A prescindere: la scuola la ami e la rispetti anche quando ti fa arrabbiare, soprattutto quando ti fa arrabbiare. Ti arrabbi e ti impegni proprio perché la ami e le riconosci un ruolo fondamentale. E magari la vorresti più pronta, più reattiva, più contemporanea, più aperta. Ma hai capito che tu per primo sei parte di quel cambiamento, che tu come genitore sei parte del problema e sei parte della soluzione.

La scuola a me ha dato moltissimo negli ultimi anni. Mi ha dato forse più da adulto che da bambino. Mi ha restituito a un senso di comunità, al senso dell’impegno in prima persona, alla necessità di affrontare la sfida della complessità e dei cambiamenti giganteschi che stiamo vivendo partendo non tanto dai massimi sistemi, quando dal piccolo, dal piccolissimo, dal locale, dall’iperlocale.

A questa sensibilità mi aveva già avvicinato nel primo decennio del 2000 l’esperienza dei primi blog e poi dei primi social network, che nonostante un carattere introverso ho vissuto come una scuola di civiltà, di partecipazione e di condivisione. L’idea che ognuno di noi sia un nodo in un ecosistema e che il comportamento di ciascuno di noi influisca sul benessere e sul destino di quell’ecosistema. L’idea che il mondo si cambi molto più con l’esempio che con tante parole (l’esempio anche soltanto delle parole che si sceglie di dire e di quelle che si sceglie di non dire). Ma che ciò nonostante, le parole – tante parole, tutte le parole che servono – vadano spese per spiegare, per superare pregiudizi, per condividere punti di vista, per provare a concentrare gli sforzi di tutti se non nella stessa direzione, almeno imprimendo un progresso comune e non invece ostacolandosi vicendevolmente, correndo il rischio di restare fermi.

Ecco, in questo senso la scuola mi ha aiutato a calare quelle intuizioni nel quotidiano, laddove l’impegno non è necessariamente un piacere, tra persone che non si sono scelte per affinità, ma dove invece l’impegno è dovere e sacrificio, perché ti rendi conto che siamo nodi di un ecosistema di quartiere, di città, di plesso, di istituto. E questo ecosistema non raggiunge il benessere perché il preside è bravo e si dà da fare (anche se il preside può fare una enorme differenza), non si raggiunge perché gli insegnanti sono appassionati (anche se la loro bravura è lo scheletro della comunità), non si raggiunge perché gli alunni sono bravi studenti (anche se semplifica molto le cose), ma perché tutti, comprese le famiglie, compresi i genitori, fanno la loro parte e si sentono parte attiva di quella che voi chiamate con un termine che amate tanto e che a me invece pare orribile nella sua eco di burocrazia dispositiva “comunità educante”.

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Citavo la complessità. Io credo che ai dirigenti scolastici andrebbe richiesto non tanto un master in gestione di impresa, come suggerirebbe la pur interessante avventura dell’autonomia, ma un master in gestione della complessità. Voi siete – nella vostra scuola, ma di conseguenza nel vostro quartiere, nella vostra città, nella vostra comunità di riferimento – i custodi ultimi della complessità, i garanti della capacità del vostro ecosistema di adattarsi ai cambiamenti e di trasformare (come in questi giorni) le avversità in opportunità. Imbrigliati da mille lacci normativi, che rischiano di annullare anche la buona volontà, lo so bene, ma questo siete. O dovreste essere. E se lo fa la scuola, di sapersi adattare e trasformare, tutta la società fa un balzo in avanti, perché nelle reti che innervano una comunità voi siete un hub fondamentale, perché unite famiglie, generazioni, istituzioni, ruoli, sistemi economici e sociali.

Perché dico un hub? Un hub è un nodo che gli altri nodi riconoscono come funzionale, di livello superiore, quello più bravo a mettere gli altri in relazione e a far funzionare la società. Ragionate per aeroporti: Fiumicino è un hub perché mette in relazione Ronchi dei Legionari con Olbia o Lampedusa. La scuola è un hub perché spesso mette in relazione persone che non hanno altro in comune se non i figli nella stessa classe, e costoro con il senso dell’istituzione pubblica, primaria, essenziale, condivisa. La scuola è la culla della civiltà, se la scuola funziona è più probabile che anche la comunità funzioni.

La scuola ha rifiutato a lungo di confrontarsi con la complessità, e si vede. La scuola come quasi tutte le istituzioni, e come quasi tutte le istituzioni in modo particolarmente marcato in Italia. Il problema è che la complessità non si recupera, non ci sono esami a settembre. La complessità è la conseguenza di fenomeni evolutivi potentissimi. I fenomeni evolutivi sono esponenziali, la loro curva è funzione di una legge di potenza. Ci sembra un progresso lento e inesorabile, come la rana che si adatta all’acqua sulla via del bollore, invece a un certo punto accelera. E accelera. E accelera. E accelera. E a quel punto è tardi, qualunque mossa è tardiva e l’inseguimento diventa goffo e improbabile.

L’aumento della popolazione mondiale è un fenomeno esponenziale. Il raddoppio della potenza di calcolo dei computer è un fenomeno evolutivo. L’innovazione tecnologica, in generale. Persino le tanto amate o tanto odiate reti sociali online, che crescono in modo esponenziale e in modo esponenziale espongono virtù e vizi all’attenzione generale.

Le gerarchie invece no, non sono esponenziali. Le gerarchie non si adeguano, non scalano abbastanza in fretta, non concepiscono ciò che le rinnega, come per esempio un filtro distribuito del sapere, o una sintesi emergente e in tempo reale delle opinioni pubbliche, o l’informazione che prescinde definitivamente dal titolo a informare. Le gerarchie sono state il sistema operativo del XX secolo. Le gerarchie sono il principale freno all’inizio del XXI secolo. Le gerarchie sono anche il freno a capire che cosa potrà sostituire le gerarchie stesse nella tutela del benessere pubblico e come barriera alle possibili degenerazioni insite nei fenomeni di rete.

In questa tensione ideale tra gerarchia e rete distribuita, tra Stato e comunità interconnessa, tra struttura rigida e capacità di adattamento, tra programmi ministeriali e buone pratiche di periferia, tra 1980 e 2020, tra un’epoca che non riesce a morire e una che non riesce a nascere, in mezzo a queste tensioni enormi tra due visioni sempre più inconciliabili del mondo, proprio lì nel mezzo, state voi e sta il vostro ruolo. Siete chiamati a fare la differenza tradendo. Non diventerete buoni dirigenti scolastici senza che un tradimento segni la vostra storia. Se sarà il tradimento dell’istituzione rigida e burocratica o invece del mondo che aspetta gli studenti che vi sono affidati, e a cui loro comunque sono destinati nonostante voi, starà a voi in coscienza deciderlo.

C’è stato un momento in cui avremmo potuto assecondare e accompagnare il progresso, crescendoci dentro, crescendoci insieme, adattandoci nel mentre. È il momento per esempio in cui a me è stato dato in mano, non richiesto, il primo personal computer, da adolescente. È stato il momento in cui internet ha gemmato il web e ha cominciato a mettere in relazione con facilità persone, idee, strumenti su tutto il pianeta. È stato il momento in cui noi nerd abbiamo cominciato a raccontarvi che quello che stava succedendo in rete avrebbe avuto presto un impatto profondo sulla società. E dunque sulla cultura, sull’informazione, sull’educazione, sull’economia, su ogni aspetto della nostra convivenza. E, se togliete un attimo gli occhi da questa assurda contingenza che peggiora ulteriormente i problemi, qui eravamo ancora un attimo prima che ci travolgesse la pandemia.

Come società abbiamo detto molti no. E oggi siamo il prodotto di quei no. La nostra comunità, impreparata e timorosa, è il frutto delle scelte testarde a non provare, a non approfondire, a non separare il fatto tecnologico dal fatto sociale e culturale, a non provare per crescerci dentro, a non concedere per provare semmai a dominare e indirizzare. Ma il fenomeno evolutivo se ne frega dei no, una volta abilitato. Come uno tsunami: non soltanto travolge, ma cresce, cresce, cresce, cresce. Continua a crescere. E continuerà. Ecco, in questo momento è come se fossimo travolti da due tsunami contemporaneamente, quello da cui non abbiamo saputo difenderci prima e quello nuovo della pandemia, che spazza quel poco che faticosamente stava ancora in piedi.

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Il mondo in cui vi siete trovati improvvisamente a vivere in queste settimane è il mondo in cui io vivo da 25 anni, tolte le mascherine e il distanziamento sociale. Benvenuti. È un mondo dinamico e veloce, in cui è facile e normale vincere le distanze e affrontare i problemi con la tecnologia. Dove si imparano a scegliere gli strumenti non perché graziosi o semplici o inoffensivi, ma perché in grado di reggere un impatto di larga scala (e quanto tempo perso questi giorni, lasciatemelo dire, nel difendere tecnologie indifendibili, inadeguate, naïve, pur di non ascoltare i consigli di chi ci era già passato!).

È un mondo dichiaratamente in equilibrio precario, perché l’equilibrio non è più dato per circolare ministeriale, ma è la sintesi quotidiana degli sforzi e dei contributi di tanti, distribuiti e solidali. Un mondo in cui chi guida è colui o colei che è capace di servire meglio degli altri la comunità. Un mondo in cui la mediocrità non è sostenibile, semplicemente perché facilmente aggirabile. Un mondo in cui il sapere è sempre più distribuito, accessibile, pensato per essere ricombinabile. E le vostre scuole e i vostri insegnanti hanno il compito vitale di insegnare metodi per gestire tutte le decisioni e le ricombinazioni che ogni individuo sarà chiamato a sostenere nella sua vita, in modo più solitario e frequente che mai nella storia dell’umanità. La sfida che questo mondo pone al mondo a cui ancora la vostra scuola appartiene fin nel midollo non è tecnologica, non è questione di aule informatiche e collegamenti a banda larga e lim e software da aggiornare. È culturale.

Se dobbiamo trovare un aspetto positivo di Covid-19, e certo faccio fatica, beh forse questo potrebbe essere che ha riavvicinato questi due mondi. Ha fatto fare al nostro Paese un balzo forzato di digitalizzazione che non stento a definire epocale. E che ha spinto voi rappresentanti delle istituzioni gerarchiche che regolano il mondo della burocrazia a confrontarvi un po’ di più, ad ascoltare un po’ di più noi nerd rompiscatole. Comunque poco, vi siete fidati pochissimo (e in molti casi sulla pelle dei ragazzi, aggiungo), ma riconosco a tanti di voi il merito di averci provato e di aver avviato un dialogo. Questo dialogo è preziosissimo. Questo dialogo sono la calce e i mattoni di cui la nostra società avrà bisogno per cominciare la ricostruzione, quando lo tsunami della pandemia avrà cessato di fare i suoi danni.

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Da genitore e da nerd, quello che posso lasciarvi per alimentare questo dialogo sono un paio di sensazioni che proprio queste settimane mi hanno aiutato a circoscrivere.

La prima è che, su tutto, vince l’umanità. Se dovessi scegliere un aspetto che ha fatto veramente la differenza in positivo o in negativo in queste settimane, questo non è stato la stabilità dei collegamenti, la piattaforma scelta, il numero di ore di lezione a distanza o il modo in cui avete deciso di valutare gli studenti in questa congiuntura, tutte cose che sembrano starvi (legittimamente) molto a cuore, ma l’umanità con cui la scuola è andata (oppure non è andata affatto, o ci è andata malvolentieri) in soccorso dei propri alunni. Esserci, esserci con empatia, esserci sapendo di avere un compito che prescinde dalle materie e dai calendari, esserci anche se così è difficile e bisogna reinventarsi di giorno in giorno. Esserci al di là di ciò che la norma e il contratto di lavoro potevano immaginare.

Io credo che noi genitori in questa occasione abbiamo riscoperto proprio questo aspetto, ovvero il modo in cui la scuola integra e completa il nostro ruolo educativo, e si prende cura dei nostri figli. Ci ha commosso quando questa cura si è rivelata davanti ai nostri occhi, generosa e attenta, e ci ha fatto arrabbiare quando ne abbiamo avvertito l’assenza, con le giustificazioni tipiche di chi omette un soccorso. Su questo punto, credo che l’asticella si sia alzata a un livello tale da non permettervi più di giustificare con graduatorie, motivi sindacali o altre scuse formali i gruppi classe che non funzionano. In questo periodo ho sentito una quantità sorprendente di famiglie prendere in considerazione per il futuro l’home schooling e ho sentito una quantità sorprendente di ragazzi trovare più stimoli in un TED Talk. E se non vi fa male sentire questo, forse avete un problema.

La seconda sensazione è che la scuola può essere a distanza. Non è l’ideale, non è la prima scelta, ma può. E il discrimine non è affatto la tecnologia, ma l’insegnante. Gli insegnanti che erano già pronti, culturalmente e logisticamente, hanno reinventato forme di didattica piene e in grado di agganciare sia il singolo che il gruppo, prenderlo per mano e portarlo avanti in questo inaspettato e tortuoso sentiero che ci è capitato. Nella classe per cui sono rappresentante dei genitori, una classe 2.0 che lavora in modalità capovolta, siamo ripartiti il lunedì dopo Carnevale, non abbiamo perso un colpo, e oltre ad aver tenuto il ritmo rispetto al programma di lavoro per l’anno in corso, alle maestre non ho visto sfuggire una sfumatura, un malessere, una necessità, individuale o di gruppo, esattamente come sarebbe avvenuto in presenza. Riti, ironie, abitudini e gesti si sono adattati di conseguenza. Certo ci vuole talento, passione, preparazione e allenamento, tanto allenamento, ma si può fare. E bisogna volerlo fare. L’insegnamento si fonda sullo spingere ogni giorno i ragazzi un po’ al di là della loro zona di comfort, perché è lì che avviene la magia, è lì che si cresce. Il giorno in cui questo principio non varrà più anche per gli insegnanti e per i dirigenti, quel giorno la scuola comincerà a morire.

A questo proposito, lasciatemi aggiungere che raramente avverto nelle scuole quel salutare processo di rinnovamento generazionale che ci aspetterebbe col passare degli anni e che in altri settori sembra naturale – fatta la tara al fatto che l’Italia è, in genere, un Paese per senatori. Gli sperimentatori più trascinanti ed entusiasti che ho incontrato nel mondo della scuola sono spesso alle soglie della pensione. Non so se sia perché i giovani fatichino a emergere, non so se sia perché serve una carriera per avere la meglio sui mille lacci normativi, non so se sia perché a 60 anni, in un settore sostanzialmente privo di progressioni verticali, senti di avere molto poco da perdere. Ma se fosse vero, e non fosse solo una mia percezione distorta, questo sarebbe un problema. Un sistema che non riesce ad accogliere e valorizzare, o per altri versi a formare, idee nuove e giovani insegnanti in grado di saperle incarnare, di nuovo, è una scuola moribonda.

La terza e ultima sensazione riguarda il gruppo. Io sono convinto che la didattica a distanza di questi giorni avesse valore soprattutto in quanto forma di preservazione e di riscoperta del gruppo, a maggior ragione in una situazione così estrema e improvvisa. Ai singoli, al benessere dei singoli, idealmente provvedevamo già noi genitori. Ma una classe significa soprattutto comunità, relazioni, condivisione. Che cos’era più prezioso che la condivisione o il confronto con un adulto esterno alle dinamiche familiari per elaborare e digerire questa congiuntura, nel pieno dell’emergenza? Mi è sembrata invece una priorità molto sbiadita. La facilità con cui si è pensato e si pensa ancora di dimezzare o parcellizzare le classi per favorire la stabilità dei collegamenti o la qualità dell’insegnamento frontale o in futuro andare incontro alle prescrizioni sanitarie mi continua a stupire.

Una delle cose per cui più sono grato alla scuola, nel percorso dei miei figli, è proprio il modo in cui – attraverso le dinamiche di gruppo – la scuola ha saputo esporli alle differenze. Vivendo in comunità le situazioni in cui erano loro a eccellere, ma non si poteva procedere finché tutti gli altri non li avevano raggiunti. E quelle in cui invece erano loro a rimanere indietro, ed erano loro quelli che il gruppo si fermava ad aspettare. Sono convinto che molte cose i miei figli avrebbero comunque potuto impararle altrove, ma il confronto quotidiano con chi è più abile di te o diversamente abile, con chi è nato nel tuo stesso palazzo o molti confini più in là, con chi è molto più ricco o molto più povero, più curato dalla propria famiglia o meno curato, più talentuoso di te anche nella materia in cui pensi di eccellere, tutto questo è la vera essenza della scuola (pubblica, mi verrebbe da aggiungere, pur nel rispetto per chi fa altre scelte) e la vera grandezza del suo progetto educativo e di civiltà. Perché è qui che impari a mettere te stesso e le tue ambizioni in prospettiva, ed è qui che impari che non potrai mai procedere da solo, ma che è l’unione di tante differenze a fare di te qualunque cosa vorrai diventare un giorno.

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Vi lascio qui, a uno snodo della storia, in cui alla scuola a quanto pare non bastano impiegati, ma servono eroi. Sogno una scuola a cui i cittadini mandino spontaneamente dolci o battano le mani dai balconi, come a medici e infermieri nei giorni scorsi. Voi dovrete essere sempre più maestri d’orchestra della complessità. Esperti in contemporaneità. Virtuosi del buon senso. Traghettatori tra il mondo che era (e difficilmente sarà ancora) e il mondo che sarà, e che per molti di noi (e tra questi buona parte dei vostri alunni) già è. Come nella leggenda di San Cristoforo, voi siete i giganti maestosi e terribili che possono aiutare il fanciullo mite e grazioso ad attraversare il fiume impetuoso, barcollando sotto il suo peso, perché quello a sua volta porta sulle spalle il peso del mondo intero. Se vi spaventate davanti alla corrente oppure eccepite che non sta scritto da nessuna parte che sia compito vostro attraversare quel fiume impetuoso, il fanciullo molto probabilmente sarà destinato a restare lì con voi. E il mondo con lui. A voi però, molto più che a tanti altri in questo momento, sta decidere come proseguirà la sua storia.

Settembre 26 2019

Buine sere, ciase scure
ciase scure in miez dai ciamps
e jo spieti te criure
che ti illuminin i lamps

Vedi, maestra Maria Carla, che me la ricordo ancora oggi, almeno la prima strofa? Dio, che fatica imparare a memoria quella poesia. Ricordo ogni lacrima versata per lo sconforto. Un testo lungo e difficile, scritto in una lingua per me allora straniera. Forse la capisco davvero solo oggi, che la scuola dell’obbligo la vivo da padre, la tua ostinazione nel farcela imparare: la necessità di mettersi alla prova, di fare un po’ più fatica di quella che viene semplice, di riscoprire le radici della tua terra perché possa diventare davvero tua.

Mi capita di ripensare a quegli anni. Dico spesso che avere dei figli è spolverare e rivestire di senso le memorie della propria infanzia. Misuro quello che ricevono oggi i miei figli anche in funzione di quel che io a suo tempo ho ricevuto da te e dalle altre maestre della Collodi. Tre maestre ho avuto, in anni ancora di maestro unico: tu ci lasciasti alla fine della terza, perché pretendevi già troppo dai figli di un’epoca che andava cambiando, e non avevi vita facile.

Ognuna di voi mi ha lasciato qualcosa di fondamentale. Chi il gusto per quel che si può fare mettendo le parole una in fila all’altra. Chi l’importanza di non trascurare le materie scientifiche, perché sono l’altra lingua imprescindibile della convivenza. La tua eredità era più complessa e si è rivelata nel tempo: l’etica dell’impegno, l’attenzione per la forma, la cura senza sconti, la tensione verso la parte migliore di noi.

Hai continuato a insegnarmi da adulto quel che il bambino non poteva capire, né serviva capisse. Quando riscopri dietro all’insegnante che aveva tutte le formule e tutte le soluzioni la persona che, come tutti, tutti i giorni, fa i conti col proprio vissuto, coi propri tormenti, con la propria resilienza. Ti danno un bagaglio di arnesi quando sei bambino, e poi semplicemente speri di trovare quello giusto al momento giusto, e non è facile per nessuno, neanche per una maestra.

A noi, finché è stata tua responsabilità, quel bagaglio l’hai fatto riempire bello stipato, e speriamo basti per tirarci fuori da questi tempi complicati. Grazie di tutto. Che tu possa ora risplendere nella pace.

Ottobre 12 2015

L’Istituto superiore  Evangelista Torricelli di Maniago, in provincia di Pordenone, mi ha invitato a intervenire in occasione dell’inaugurazione del sistema di accesso WiFi d’istituto, e-Vangelista. Questo è quello che ho raccontato agli insegnanti e agli studenti presenti questa mattina.

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Ci troviamo qui stamattina per inaugurare una manciata di scatolotti di plastica e di circuiti elettronici, un po’ di antenne e qualche centinaio di metri di cavi. Perché è importante, al punto da spingere il vostro dirigente scolastico a impegnare per l’occasione mezza mattina del nostro tempo? Perché quegli scatolotti, quelle antenne, quelle onde radio sono una porta aperta. Avete idealmente spalancato una porta tra le vostre idee e attività e le idee e le attività di tutti gli altri, là fuori.

Certo, molto probabilmente non avevate bisogno del WiFi di istituto per aprire quella porta. Molti di voi ne avranno sicuramente una a portata di mano, in tasca, nel vostro telefonino. E a casa. E nei vostri luoghi di ritrovo preferiti. Accendere un WiFi dentro una scuola è però una dichiarazione programmatica di accoglienza del cambiamento, di senso del presente, di voglia di mettersi in gioco. Dove se non a scuola? Dove se non nel luogo in cui si formano i cittadini di un mondo che è sempre più basato sulla capacità di aprire porte e far circolare rapidamente le idee?

Quello che stiamo vivendo è un cambiamento frenetico, esponenziale. Non facciamo in tempo a venire a capo delle sfide avanzate da ieri che siamo già in forte ritardo per affrontare quelle di domani. Gran parte delle discussioni sul futuro che impegnano in questi anni le classi dirigenti di questo Paese, e a cui noi facciamo da ingenuo coro greco, con ogni probabilità suoneranno ridicole quando vivremo effettivamente il futuro che oggi stiamo immaginando e pianificando. Sta succedendo tutto molto più velocemente di quanto siamo pronti ad assecondare. E questi cambiamenti stanno incidendo sulla forma della nostra società molto più profondamente di quanto siamo preparati a riconoscere e a gestire. Allora un WiFi acceso in una scuola è un piccolo segno di accettazione di questa velocità e della volontà di sperimentare insieme nuove dimensioni operative, nuove velocità, nuove connessioni, ognuno nel suo ruolo.

(Naturalmente trovare modi nuovi per copiare la versione di latino o il tema di italiano da parte degli studenti, e arginare in modo altrettanto aggiornato queste furbizie da parte degli insegnanti, lo considero parte integrante di questo percorso di apprendimento condiviso.)

In questo senso, e-Vangelista mi sembra un nome particolarmente evocativo. Mi rendo conto che è quasi un caso, avrebbe potuto essere e-Ugenio o e-Rmenegildo se solo mamma e papà Torricelli avessero scelto diversamente. Ma mi ha fatto tornare in mente quello che diceva lo scrittore Ferdinando Camon inaugurando un’edizione precoce di Pordenonelegge, diversi anni fa. Camon in verità parlava delle ragioni della lettura e della scrittura, ma mi colpì molto quando a un certo punto suggerì che l’imperativo etico dei nostri giorni, prima ancora che “ama il prossimo tuo come te stesso”, avrebbe dovuto essere “acquisisci il maggior numero possibile di informazioni sugli altri e fornisci agli altri il maggior numero di informazioni su di te”. Sulla disponibilità e sullo scambio di informazioni, diceva, si fonda il dialogo tra le persone, l’incontro delle culture, il senso della civiltà.

Acquisisci informazioni. Fornisci informazioni. Imperativo etico. Senso della civiltà. Io trovo che sia una meravigliosa, quanto probabilmente involontaria, definizione della rete come piattaforma sociale, almeno per come ho avuto la fortuna di viverla io nell’ultimo paio di decenni. Internet si fonda sulla possibilità garantita a ciascuno di contribuire con il proprio tassello a uno sterminato mosaico universale della conoscenza. Più siamo capaci di rappresentare sulla Rete le nostre idee, le nostre esperienze e le nostre competenze e più è probabile che queste trovino interlocutori interessati con cui dialogare, con cui collaborare, con cui fare affari. Vale per i singoli, ma vale a maggior ragione per le nostre comunità territoriali, che sono così ricche di identità e di specificità. Quel che la globalizzazione del lavoro e delle merci ha tolto al manifatturiero delle lavatrici, dei frigoriferi, dei televisori, dei mobili, dei coltelli, oggi la globalizzazione della conoscenza potrebbe restituire ai nostri eventi culturali, alle nostre imprese innovative, alle tante eccellenze nelle professioni e nelle arti, alla manifattura e all’artigianato che assecondano la smaterializzazione dei beni.

Se la circolazione della conoscenza è il fattore strategico, il tempo è il fattore competitivo. I centri maggiori, le città d’arte, le metropoli saranno sempre più appetibili della nostra periferica e contenuta provincia. Ma oltre a essere più interessanti, le grandi città sono anche più complesse: fare sistema a Milano è, in proporzione, molto più complicato che farlo a Pordenone o a Maniago. Questo è il momento storico in cui hanno maggiori possibilità di emergere le città a misura d’uomo, ricche di identità e propense alle relazioni, coese intorno a una visione di futuro. Provinciale un tempo era chi veniva raggiunto a fatica dalle storie del mondo. Oggi provinciale è chi non si adopera per far arrivare le sue storie nel mondo.

Internet in questo senso è il sistema operativo imprescindibile: aderisce alle reti naturali della nostra società, esalta le affinità tra le persone e tra i contenuti, costruisce ponti tra i territori e le specializzazioni, permette alle informazioni interessanti di diffondersi velocemente. È più semplice da usare di quel che sembra, ma rema contro decenni di alfabetizzazione mediatica e in questo senso è controintuiva: per esempio, chiede di lasciare andare i lettori se vogliamo che tornino, di collaborare con i concorrenti se vogliamo competere, di regalare i nostri prodotti se vogliamo venderli. Sono tecnologie dell’esperienza, come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare: una volta trovato l’equilibrio, diventa una competenza acquisita.

Lo scarto più sensibile è culturale, non tecnologico. La Rete non è una vetrina né una bacheca dove appendere locandine: prima che uno strumento di pubblicazione è uno strumento di relazione, che diventa tanto più potente e utile quanto più impara a conoscerci. Il comunicato stampa occasionale serviva poco prima e serve sempre meno ora, comunicare in Rete significa alimentare un progetto narrativo coerente che crei contesto e lo sviluppi giorno per giorno. La storia passata è la fonte della reputazione e del capitale sociale, che nell’economia della conoscenza sono le valute da spendere al mercato delle opportunità. Ditelo per esempio ai nostri festival di dignità nazionale e internazionale, che si ostinano a chiudere gli archivi in un cassetto.

Lo sforzo non può che essere collettivo e distribuito: l’iniziativa del singolo o dell’istituzione può essere di stimolo, ma non basta. Il volano si avvia soltanto se tanti si mettono in gioco e se ognuno fa la sua piccola parte. Del resto la redistribuzione delle responsabilità in ogni aspetto della nostra vita comune sarà un processo inevitabile e colossale, al termine di questo cambiamento che da otto anni chiamiamo crisi. Crisalide, la chiama Luca De Biase: terminerà quando avremo saputo interpretare la transizione.

Voi, cari e-Vangelisti, oggi diventate a tutti gli effetti un nodo al servizio di questo sforzo collettivo. Avete scelto di fare rete, di tessere rete al vostro interno, ma in questo modo ora siete inevitabimente connessi da nodo ad altri nodi. Da questo momento il vostro compito non è già più semplicemente amministrare i vostri hotspot, i vostri punti di accesso interni. Dovrete avere cura del benessere delle reti delle comunità a cui appartenete – la comunità territoriale maniaghese e pordenonese, ma anche le comunità di interessi specifici, come quella del mondo della scuola per esempio. È una responsabilità che viene insieme all’accesso, compresa nel prezzo per così dire. Ed è un ecosistema: ogni vostra azione, nel suo piccolo, influenzerà in bene e in male i destini della comunità, e dunque il vostro stesso destino nel lungo periodo.

Mi chiedo – e lo chiedo in particolare agli studenti presenti oggi – se vi rendiate conto dello spostamento di potere che quello scatolotto e quelle antennine implicano. Non più di venti o trent’anni fa, io ero seduto al vostro posto, in una sala simile a questa, in una scuola che peraltro il vostro preside conosce molto bene. Allora l’urgenza di comunicare ci portava a stampare giornalini scolastici con il ciclostile e a montare video che testimoniavano le nostre attività utilizzando la telecamera della scuola e i due videoregistratori del laboratorio di scienze. Già il fatto che la scuola avesse acquistato una telecamera e la facesse usare agli studenti, in quegli anni, era straordinario. Potete ad ogni modo immaginare il risultato. Quei giornalini e quei video li vedevano, quando andava bene, alcuni nostri compagni di classe e forse gli insegnanti più curiosi. Potevamo addirittura uscire con le nostre idee fuori dall’edificio, se per esempio il video veniva abbastanza bene da competere al concorso video della Casa dello Studente o se l’articolo del giornalino solleticava la curiosità del giornale locale.

Oggi voi potete comunicare direttamente al mondo, potete far arrivare le vostre idee ovunque in un attimo e, se sono valide e ben confezionate, potete assistere al miracolo di vederle sbocciare. La scuola, con iniziative come quella che celebriamo oggi, vi aiuta a farlo. Potete ascoltare il mondo e potete parlare al mondo. Fornite informazioni, acquisite informazioni. Avete nelle vostre mani un potere enorme, rispetto a quello che avevamo noi alla vostra età. Ma anche molto spesso rispetto a quello che hanno ancora oggi gli adulti che, dalla famiglia alle istituzioni, sono incaricati di guidarvi.

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, diceva negli anni ‘60 Ben Parker (lo zio di Spiderman, per capirci). Questo è il compito che avete davanti nei prossimi mesi, dal mio punto di vista, ora che la rete è fatta. Comprendere quali sono le responsabilità di cui dovete farvi carico in quanto nodi della vostra comunità scolastica e cittadina. Responsabilità rispetto al modo in cui trattate le informazioni e rispettate l’oggettività dei fatti. Responsabilità nel selezionare i contenuti più interessanti per voi stessi, per i vostri percorsi di approfondimento, perché le vostre scelte, i vostri commenti, i vostri apprezzamenti indirizzano le scelte altrui e permettono alla comunità di far emergere solo ciò che merita davvero. Responsabilità nel riconoscere e difendere l’interesse generale di una comunità, un valore che oggi sembra drammaticamente trascurato dentro i gruppi di discussione locale nei social network. Responsabilità nelle cause che decidete di sostenere o combattere, sapendo che la rete è un grande alleato di chi si spende in positivo a favore di ciò in cui crede e che il modo migliore per boicottare ciò che non ci piace è semplicemente ignorarlo.

Insomma, credevate di avere per le mani semplicemente una rete di hotspot WiFi. State invece inaugurando un piccolo laboratorio sociale, dove imparare a diventare comunità intelligente, scuola intelligente, cittadini del mondo intelligenti. Fatene buon uso.

Gennaio 17 2014

Qualche giorno fa mio figlio Giorgio, che ha sette anni e va in seconda elementare, è tornato a casa eccitato perché a scuola era stato nell’aula di informatica e la maestra gli aveva spiegato che cos’è, com’è fatto e da dove viene il computer. L’hanno presa un po’ classica – unità centrale, tastiera, mouse, schermo, stampante, videoscrittura – ma ha fatto subito breccia nella sua immaginazione.

Giorgio mi ha sempre visto lavorare su computer, tablet e smartphone, ma finora non ha manifestato in modo evidente i comportamenti precoci che si è soliti attribuire ai nativi digitali. Il suo unico interesse ricorrente sono stati i giochi e le applicazioni ludiche dell’iPhone di sua madre, quando sta con i suoi amici e perché li vede usare ai suoi amici. Io finora non ho promosso alcuna interazione con questi strumenti che non nascesse da una sua richiesta e dal suo percorso di scoperta del mondo.

Quel giorno Giorgio ha unito vari puntini isolati negli anni e ha capito che il pc di suo padre e di suo nonno gli potevano servire, oltre che per vedere cartoni animati a richiesta, per fare delle cose. Per creare lui, prima che per godere delle creazioni altrui. Così quello stesso pomeriggio ha scritto frasi, ha stampato su carta e poi ha mostrato orgoglioso a tutti il risultato. Visto l’improvviso entusiasmo, nei giorni seguenti gli ho proposto di continuare i suoi esperimenti su un vecchio iBook che non ero mai riuscito a dare via e che stava vivendo la sua obsolescenza programmata nell’imballo originale. In un certo senso lo tenevo lì per lui, e lui ne è stato felice.

Dopo aver preso le misure, Giorgio si è chiesto che cosa poteva farne, che cosa poteva scrivere. Gli ho suggerito che invece di scrivere qualcosa, poteva scrivere a qualcuno. Anzi, poiché gli era appena nata l’urgenza di chiedere un’informazione a una persona che non avrebbe incontrato presto di persona, gli ho spiegato che poteva mandargli un messaggio di posta elettronica. La prospettiva l’ha ulteriormente appassionato e in un paio d’ore aveva il suo primo indirizzo email, la prima password da ricordare e un messaggio nella casella della posta inviata. È stato un gran pomeriggio, altroché. Che è proseguito, nei ritagli di tempo dei giorni seguenti, e ha generato nuove conversazioni in rete con amici e parenti lontani.

Riflettevo stasera su quello che sto facendo con Giorgio. Cercavo di guardare questa esperienza con gli occhi di un settenne e di provare a decodificare l’affastellamento di stimoli, le azioni che gli venivano semplici e quelle che invece lo mettevano in difficoltà. Mettevo in discussione la piega che ha preso per me l’accompagnarlo in questa scoperta. Per noi è stato così diverso, ci siamo cresciuti dentro poco alla volta, molto lentamente. Per loro lo stato dell’arte sono aggeggi che stanno in tasca, che si toccano e che hanno imparato a nascondere buona parte della loro complessità, facendoti fare cose complicate senza preoccuparti di che cosa succede sotto quello schermo. Discussioni che, tra genitori nerd, abbiamo già fatto molte volte, esaminandone i pro e i contro.

Alla fine ho capito che stavo impostando male il mio ragionamento. Perché, più o meno consapevolmente, io non stavo già più insegnando a mio figlio a usare il computer. A capire come funziona il computer. Quello verrà da sé, un po’ per volta, assecondando curiosità e opportunità, con me o a scuola o con gli amici geek. In realtà in questi giorni noi due stiamo già facendo tutt’altro: stiamo imparando insieme a costruire e ad estendere la sua rete di relazioni, solo in un modo diverso da quelli che già conosceva. Non lo strumento, ma l’azione sociale. Non tecnologia, ma cultura e umanità. Non il computer: le relazioni.

Che poi è lo stesso scarto mentale che è chiamata a fare la nostra società, e intorno al quale s’è aggrovigliato in questi anni il mio lavoro. Solo che questa sera, grazie a Giorgio, ci sono arrivato attraverso un sentiero nuovo.

 

Gennaio 12 2012

Qualche giorno fa i rappresentanti di istituto del mio vecchio liceo pordenonese, oggi Leopardi-Majorana, mi hanno invitato a partecipare a un’assemblea studentesca dedicata a libertà d’informazione, giornalismo e rete. Questo, su per giù, quello che ho raccontato loro.

Che cosa sta succedendo? Che al sistema dei media si sta affiancando, e talvolta sostituendo, l’ecosistema della conoscenza delle persone. Tanto il primo era verticale, unidirezionale e presidiato all’origine, così il secondo è orizzontale, reticolare, bidirezionale. Globale, soprattutto; ma animato da una globalizzazione sana, che esalta le differenze. È la differenza che genera informazione. Il sistema operativo di questo ecosistema è internet, un motore di relazioni prima che di contenuti. Non è un luogo altro, la rete: è il nostro spazio pubblico che si estende, dando a ciascuno di noi un frammento della potenza dei media.

Succede che non siamo più massa, ma torniamo a essere individui, ciascuno abilitato a creare contenuti, condividere idee, interagire con le idee di altre persone. Che è poi quello che gli individui fanno da sempre, ma oggi per la prima volta tutto ciò avviene in una dimensione pubblica e di straordinaria ampiezza. Tutti possono fare tutto, tutto ciò che ciascuno di noi ritiene opportuno diffondere è pubblicato, nessuno filtra. O meglio: tutti filtrano, mettendo a disposizione dell’ecosistema le proprie scelte e i propri percorsi di scrematura di ciò che merita attenzione. Internet non ha una redazione, ma un enorme filtro umano che, mettendo a sistema le scelte individuali, distilla segnali intelligibili dal caos e fa emergere ciò che aggrega interesse in modo diffuso.

All’idea della qualità certificata da un centro ordinatore si sostituisce un criterio molto relativo, che ha a che fare con la rilevanza di ciascun contenuto nel percorso di esplorazione contingente di ciascuna persona in un determinato momento. Se la rete vi sembra un grande caos o avete l’impressione che su Facebook tutti dicano scemenze, è soprattutto colpa vostra: state usando il web come usereste un giornale e non avete costruito la vostra rete di pari – il vostro primo e più rilevante filtro sociale per accedere a contenuti interessanti – in modo adeguato.

Mi chiedete di parlare della libertà di espressione. Io ritengo che non siamo mai stati così liberi come lo siamo oggi. E mi innervosisco quando sento i miei concittadini, soprattutto i più giovani, lamentarsi di un regime che è forte soltanto della loro superficialità o pigrizia. È vero che in Italia diverse e gravi anomalie nel sistema dei media condizionano pesantemente la qualità e la limpidezza dell’informazione mainstream. Ma in compenso oggi, se avete un’idea o l’urgenza di condividere un’informazione, avete accesso diretto alle persone, non dovete nemmeno aspettare che vi passino un microfono. Se un’idea o un contenuto hanno valore per un numero consistente di persone, in rete emergeranno. E chi vi può essere interessato ci arriverà da sé, attraverso le analogie feconde e i percorsi imprevedibili della rete.

Non è così facile, ma è molto più facile di come spesso pensiate o vi facciano credere. Il problema è che stiamo parlando di tecnologie dell’esperienza: non le capite – e dunque non le dominate – finché non vi ci immergete fino al collo. La sfida della vostra generazione è arrangiarsi in questo processo di avvicinamento, dimostrando buon senso, intuito e spirito di esplorazione. Pochi vi possono essere d’aiuto: chi non è già nodo attivo dell’ecosistema ragiona secondo schemi consolidati che vi porteranno fuori strada e vi faranno perdere tempo prezioso. La maggior parte dei vostri familiari, dei vostri insegnanti, dei giornalisti a cui vi affidate per conoscere e capire il mondo oggi manca, seppure in buona fede, nel compito di indicarvi con autorevolezza la strada.

A voi, per contro, sono richieste consapevolezza e responsabilità. Molto più di quanto ne venissero chieste a noi quando avevamo la vostra età, questo è sicuro. Il limite a questa eccezionale libertà di creare con le idee, infatti, è il danno che potete fare a voi stessi e agli altri. Siete responsabili del benessere dell’ecosistema, sentitevi azionisti per una sua piccola parte. Le vostre scelte influenzano il sistema, se il sistema è non è in salute ne ricevete danno voi per primi. In rete voi siete quello che raccontate, venite conosciuti per quello che condividete, venite apprezzati per il modo in cui interagite con gli altri e con i loro contenuti, il vostro capitale sociale si rivaluta o si svaluta in funzione delle cause che avallate. I vostri contenuti sono la vostra storia e dicono di voi. Anche quando pensate semplicemente di scherzare all’interno di un circolo ristretto di amici, in realtà appartenete già a una dimensione pubblica. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, diceva un intellettuale newyorkese degli anni Sessanta, Peter Parker.

Se posso permettermi di suggerirvi una direzione, andate sempre in cerca dei fatti. Dubitate di tutto ciò che capita alla vostra attenzione: sul web la regola è che tutto è falso fino a prova contraria. Spetta a ciascuno di voi trovare quella prova. Imparate a ricostruire la catena della fonti, fino a cercare conferme affidabili. I fatti vi rendono forti nelle vostre certezze e danno spessore alle vostre opinioni. Rispettate la verità degli altri almeno quanto amate la vostra, perché soltanto da un confronto intellettualmente onesto tra le differenze può venire crescita. Io sospetto ci sia un legame diretto tra il declino economico di questi anni e il respiro corto che l’informazione, la politica e in generale il dibattito pubblico hanno dimostrato negli ultimi decenni.

Voi, nonostante il degrado e i pessimi esempi che vedete intorno a voi, avete il dovere di fare meglio. Siamo al punto in cui non c’è più alternativa. Cominciate dalle vostre grandi passioni, quelle in cui siete in grado di discriminare con facilità il valore e l’immondizia. Non fate il verso ai media, date versi alla vostra unicità. La conoscenza è un mosaico che aspetta che il vostro tassello o una mano esperta e capace di restaurarlo. È sempre stato così, in realtà. La società è sempre stata una rete del cui benessere ogni nodo ha l’obbligo morale di sentirsi responsabile. Quello che è cambiato, così rapidamente da creare quasi una frattura nella comprensione del mondo,  è semplicemente che oggi abbiamo un sistema operativo più adeguato ad affrontarne la complessità.

Vent’anni fa, su per giù, io ero seduto esattamente al vostro posto, in questa stessa sala. Allora l’urgenza di comunicare ci portava a stampare giornalini scolastici con il ciclostile o a montare video che testimoniavano le nostre attività utilizzando la telecamera della scuola e i due videoregistratori del laboratorio di scienze. Potete immaginare il risultato. Se andava bene ne erano informati i nostri compagni di classe e alcuni insegnanti più curiosi. Potevamo addirittura uscire con le nostre idee fuori dall’edificio, se il video veniva abbastanza bene da competere al concorso video della Casa dello Studente. In quegli anni ci accontentavamo, nella migliore delle ipotesi, di fare il solletico ai media (locali, per giunta). Oggi voi potete comunicare direttamente al mondo, potete far arrivare le vostre idee ovunque in un attimo e, se sono valide e ben confezionate, potete assistere al miracolo di vederle sbocciare. Oggi voi potete ascoltare il mondo e potete parlare al mondo. Non accontentatevi di fargli il solletico.

Marzo 10 2009

È dalla settimana scorsa che mi gira per la testa la notizia dell’introduzione nei programmi scolastici dell’ora di Cittadinanza e Costituzione. Che, in fin dei conti, è solo un restyling pret-a-comuniché della vecchia e sempre trascurata educazione civica. Rilanciarla tanto male non potrà fare. Però. Mi chiedo: non sarebbe meglio insegnare a questi ragazzi la civiltà nella pratica, facendoli sentire cittadini fin dai banchi di scuola? Tu per primo, Stato, tratti da decenni bambini e adolescenti come voce di spesa da contenere, li releghi per buona parte della loro giornata in catapecchie cadenti, offri loro una didattica inadeguata ai tempi che vivono, investi sempre meno nel loro futuro, sei sordo ai loro tentativi di dialogo, permetti ai loro parenti di risolvere ogni ostacolo all’italiana, ma poi gli rifili il pippozzo scolastico sui principi della civiltà a cui dovrebbero attenersi? Se invece questi vengono su arrabbiati, refrattari, sfiduciati e rinchiusi nelle loro tribù, io non mi stupisco.

Né mi stupisco se tornano da una gita scolastica a Roma con la delusione che oggi leggo sul giornale locale, per dire:

Hanno messo giacca a cravatta nello zaino per entrare nella Camera dei deputati, a Roma. Il souvenir di 20 studenti dell’Isa Galvani di Cordenons nel viaggio-premio in Parlamento, è stato lo stupore. «Banchi vuoti nell’emiciclo e pochi deputati presenti attaccati al cellulare o a facebook sul computer portatile: che è ‘sta cosa?». Lo ha chiesto Tobia, al commesso con i guanti bianchi che lo scortava nel tempio della democrazia. «Cari studenti, nel momento delle interrogazioni va chi è interessato – ha scalato la marcia dell’indignazione ingenua, il funzionario -. E’ una prassi». Tribune a sbalzo semi-deserte, però chiassose. «I deputati presenti parlavano, si alzavano e facevano una gran confusione – è stato il report di Stefy, Rita e Athena studenti dell’Isa -. Leggevano giornali, chattavano al computer, telefonavano. L’aula fa impressione, perché sembra un mercato dove non si ascolta chi parla, in quel caso l’unico ministro presente Alfano. Ci siamo rimasti male, perché siamo più educati noi in aula a scuola».

[Messaggero Veneto del 10 marzo, ed. Pordenone, pag. 4 – non online]

Marzo 4 2009

Non so quanti, qualche settimana fa, abbiano visto questa puntata di Presa diretta dedicata alla scuola. Più che i soliti casi di frontiera italiani, mi impressionò il reportage girato in Svezia. Dove nelle periferie più povere e sfavorite stanno le scuole migliori, dove l’intero sistema sa che investire su formazione e ricerca è l’unica scommessa possibile per garantire il futuro di un piccolo stato europeo, dove gli immigrati sono messi nelle condizioni di competere con gli autoctoni sulla base del merito, dove l’impressione generale è che un giovane si senta effettivamente accolto e messo nelle condizioni di dare il meglio di sé. Ripensavo a tutto questo leggendo stamattina, sul giornale locale di quest’angolo ancora ricco di nord-est, del commissariamento di un liceo cittadino:

Commissario in arrivo al liceo Grigoletti di Pordenone: il consiglio d’istituto non ha approvato il bilancio 2009. Fumata nera, nella seduta di venerdì scorso: «E’ stata una scelta mirata, quella di non affrontare l’esame del piano annuale 2009 – ha spiegato il presidente dell’organo collegiale Mario Canzi -. In piena coerenza con la nostra battaglia per ottenere l’incasso del credito di 261 mila euro dal ministero dell’Istruzione, maturato dal 2006». Un atto di protesta politica della scuola contro lo Stato insolvente, quindi. […] «Il nostro credito nei confronti del ministero ammonta a 261 mila euro, cumulato dal 2006 al 2008 – ha confermato il direttore dei servizi amministrativi Oscar Poles -. La prima rata di risorse 2009, accreditata dal ministero dell’Istruzione, è di 74 mila 685 euro e permetterà di affrontare le spese di funzionamento per un trimestre. Il rientro dei residui attivi pari a oltre 6 milioni di euro è fondamentale nel Pordenonese, per le casse del liceo e di altre 48 scuole». Il rischio è una scuola con la liquidità e la qualità a terra. Il rischio è di non pagare le supplenze, gli esami di Stato 2009, di aumentare il ticket a mille 300 liceali.

[dal Messaggero Veneto, ed. Pordenone, pag. 1, non online]

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