Ti cercherò nei silenzi. Ma di silenzio non ce n’è stato mai, finora. Gli echi di settimane enormi ancora s’agitano nella testa. E poi pratiche da affrontare, archivi da ricostruire, decisioni da prendere. Il tentativo di chiudere i cerchi che hai lasciato aperti, per te e soprattutto per chi rimane. E poi tutto il resto, che reclama l’attenzione sottratta.

Mi nutro del ricordo dei congedi che abbiamo avuto: condivisi, complici, pieni d’amore e di riconoscenza. Del tuo gesto di tenerezza istintivo, poche ore prima della fine, mentre già cercavi la porta dell’infinito. Dell’inciampare in stupidi aggeggi diventati simboli dei nostri mesi in trincea. È stato un mese di paradossi, in cui improvvisamente non c’eri più e al tempo stesso eri ancora straordinariamente presente. Sguardi e pensieri si stanno ancora abituando all’assenza. Tutto ruota intorno a te, in queste prime settimane senza di te.

Non sono riuscito a piangerti, ancora. Vacillo, ogni tanto, di fronte a oggetti inoffensivi che mi raccontano qualcosa di unico su di te. Mi trafigge, talvolta, il dolore altrui. Ma è come se il mio fosse stato preso in contropiede. Forse è semplicemente rimasto in coda, come se il suo turno potesse arrivare soltanto dopo tutti gli altri. Avevo fatto pace da settimane con la possibilità di perderti, la fine non mi ha trovato impreparato. Mi ha trovato però svuotato, mentre eravamo a un passo da quello che prometteva di essere, almeno per un po’, un approdo dignitoso.

Non hai avuto davvero possibilità di farcela, mi hanno spiegato con delicatezza alcuni dei nostri compagni di viaggio più preziosi. In cuor mio lo sapevo. E lo sapevi pure tu. Ci abbiamo provato, ciascuno per le sue ragioni. Tu per mancanza di alternative. E in fondo pure io. Non ne conservo un brutto ricordo, almeno nei giorni in cui riesco a chiudere lo slalom fra ripensamenti e scrupoli con un percorso netto. In qualche modo doveva comunque finire, e ho il sospetto che non sia stato nemmeno il peggiore possibile.

Mi resta dentro un senso di incompiutezza. Saranno le mille carte che aspettano ancora di essere firmate. Sarà la distanza ancora da colmare tra la tua assenza e la consapevolezza della tua assenza. Sarà che il tuo modo schivo e riservato di essere presente mi sta parlando più ora che in tutta la vita passata insieme. Sarà che la banalità della morte scuote alle fondamenta le scemenze che ci raccontiamo in vita, e ci vuole tempo prima di capire che cosa ha davvero retto.

Fatto sta che questo viaggio per me non è ancora finito, e che in un certo senso lo stiamo vivendo ancora insieme.