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Tag: liturgie laiche

Settembre 30 2026

Ti cercherò nei silenzi. Ma di silenzio non ce n’è stato mai, finora. Gli echi di settimane enormi ancora s’agitano nella testa. E poi pratiche da affrontare, archivi da ricostruire, decisioni da prendere. Il tentativo di chiudere i cerchi che hai lasciato aperti, per te e soprattutto per chi rimane. E poi tutto il resto, che reclama l’attenzione sottratta.

Mi nutro del ricordo dei congedi che abbiamo avuto: condivisi, complici, pieni d’amore e di riconoscenza. Del tuo gesto di tenerezza istintivo, poche ore prima della fine, mentre già cercavi la porta dell’infinito. Dell’inciampare in stupidi aggeggi diventati simboli dei nostri mesi in trincea. È stato un mese di paradossi, in cui improvvisamente non c’eri più e al tempo stesso eri ancora straordinariamente presente. Sguardi e pensieri si stanno ancora abituando all’assenza. Tutto ruota intorno a te, in queste prime settimane senza di te.

Non sono riuscito a piangerti, ancora. Vacillo, ogni tanto, di fronte a oggetti inoffensivi che mi raccontano qualcosa di unico su di te. Mi trafigge, talvolta, il dolore altrui. Ma è come se il mio fosse stato preso in contropiede. Forse è semplicemente rimasto in coda, come se il suo turno potesse arrivare soltanto dopo tutti gli altri. Avevo fatto pace da settimane con la possibilità di perderti, la fine non mi ha trovato impreparato. Mi ha trovato però svuotato, mentre eravamo a un passo da quello che prometteva di essere, almeno per un po’, un approdo dignitoso.

Non hai avuto davvero possibilità di farcela, mi hanno spiegato con delicatezza alcuni dei nostri compagni di viaggio più preziosi. In cuor mio lo sapevo. E lo sapevi pure tu. Ci abbiamo provato, ciascuno per le sue ragioni. Tu per mancanza di alternative. E in fondo pure io. Non ne conservo un brutto ricordo, almeno nei giorni in cui riesco a chiudere lo slalom fra ripensamenti e scrupoli con un percorso netto. In qualche modo doveva comunque finire, e ho il sospetto che non sia stato nemmeno il peggiore possibile.

Mi resta dentro un senso di incompiutezza. Saranno le mille carte che aspettano ancora di essere firmate. Sarà la distanza ancora da colmare tra la tua assenza e la consapevolezza della tua assenza. Sarà che il tuo modo schivo e riservato di essere presente mi sta parlando più ora che in tutta la vita passata insieme. Sarà che la banalità della morte scuote alle fondamenta le scemenze che ci raccontiamo in vita, e ci vuole tempo prima di capire che cosa ha davvero retto.

Fatto sta che questo viaggio per me non è ancora finito, e che in un certo senso lo stiamo vivendo ancora insieme.

Settembre 2 2026

È una responsabilità enorme cercare di raccontare papà in poche parole.

Perché lui avrebbe semplicemente alzato gli occhi al cielo e sbuffato. Come a ogni compleanno. Come a ogni anniversario. Come a qualsiasi cerimonia che lo prevedesse come protagonista.

Poi però credo che vi avrebbe guardato negli occhi e, riconoscendo l’amore, la stima, il fatto che vi siete scomodati per lui, sarebbe stato preso in contropiede e gli sarebbero brillati gli occhi. Gli occhi commossi di papà – solitamente una persona seria, schiva e taciturna – erano una delle cose per cui meritava vivere.

Papà non amava le parole a vuoto. E il rischio questo pomeriggio è alto. Diceva quello che serviva, il resto era un orpello inutile, perfino fastidioso. Mettere a proprio agio l’interlocutore con chiacchiere di circostanza non era una sua priorità. Una qualità che purtroppo non ho ereditato.

Papà diventava chiacchierone – appassionato, perfino concitato – soprattutto quando parlava in veneziano di Venezia con i suoi amici d’infanzia. Come un composto suonatore d’arpa che ti sorprende all’improvviso interpretando un assolo iconico di chitarra elettrica. 

La Venezia di papà era qualcosa più di un luogo di nascita. Era un’identità, un modo di essere, un codice segreto condiviso con poche persone, inaccessibile ai più. Della sua infanzia e giovinezza ho istantanee decontestualizzate: una madre – mia nonna Olga – rimasta vedova giovanissima con un figlio ancora piccolissimo, le corse mano nella mano verso il rifugio durante i bombardamenti sulla città, le uscite in campagna per procurarsi i viveri durante la guerra, una città magica come parco giochi, le bravate con un manipolo di fedelissimi amici, qualche viaggio alla scoperta del mondo. La Svezia, in particolare, sembrava colpire l’immaginario di quei giovani ragazzi veneziani. Immagino per via dei fiordi.

Per uno nato e cresciuto in laguna il continente doveva sembrare un luogo piuttosto ordinario. Papà ci arriva prima per gli studi in collegio, una delle esperienze che più hanno dato forma alla sua visione del mondo, e poi in cerca di lavoro. Geometra, inizia dall’edilizia e dalle vendite.

A Vittorio Veneto incontra mamma. 

Lui: un Gregory Peck di Cannaregio. Lei: ragazza triestina fresca di studi e di ideali, alle prime esperienze di insegnamento. Bellissimi, innamorati, genuini, riservati.

I loro racconti sono piuttosto reticenti rispetto a quel periodo, ma sappiamo di un’anziana gestrice del pensionato di cui entrambi erano ospiti piuttosto interdetta per l’iniziativa dei due giovani. 

In tre mesi si sposano, in una chiesetta di montagna, lontana da tutto e da tutti, di fronte a un ristretto manipolo di amici e parenti, e a don Luigi Vian, sacerdote di frontiera per cui mio padre nutriva un affetto molto speciale. Per poi – narra la leggenda familiare – allontanarsi dalla bicchierata celebrativa ben prima della sua conclusione. E del conto.

A Pordenone papà e mamma arrivano quando c’è da costruire la provincia e tutti i suoi apparati pubblici. Mamma trova facilmente una cattedra a scuola, papà un lavoro in Camera di Commercio. 

Quando nasco io, papà si trasforma da giovane trentenne inebriato dalla vita a integerrimo padre di famiglia. La responsabilità – fardello ingombrante nella linea maschile di casa Maistrello – veniva prima del divertimento e degli amici.

Però senza ansia.

Uno dei miei primissimi ricordi di vita è la sua calma risolutezza mentre scavalchiamo i calcinacci della parete crollata accanto alla mia cameretta la sera del 6 maggio 1976.

Gli è capitato in sorte un figlio docile e mansueto, che ha amato e rispettato moltissimo senza fare sconti al rigore, ma concedendogli sempre larghissime maglie di fiducia. 

Poche preoccupazioni, però sempre ben assestate. 

Poco docilmente, suo figlio ha seguito poi strade che lui non sempre riusciva a riconoscere. Sospendeva il giudizio, osservava con perplessità e, magari a consuntivo, apprezzava con orgoglio.

L’apprezzamento di papà – mai scontato, mai garantito, raramente esibito – era un’altra delle cose per cui meritava vivere.

Mio padre era una persona di principi, rigorosa, incapace di fingere. Credeva in modo quasi religioso, lui che dalle religioni si era allontanato presto, nell’onestà e nella sincerità.

Credo basti questo per spiegare perché il lavoro non gli diede mai enormi soddisfazioni o opportunità concrete di carriera. Fece il suo, lo fece con precisione, dedizione e discrezione, e quando ebbe la possibilità di uscirne non ebbe grandi rimpianti.

Andò in pensione con l’idea di viaggiare e fare cose, ma in fondo casa era il suo vero regno d’elezione. Lì ripeteva con metodica costanza le stesse abitudini, gli stessi ritmi, gli stessi rituali. Le passeggiate possibilmente con uno scopo e immancabilmente con il suo pesante borsello a tracolla.

Leggeva almeno un giornale e guardava diversi telegiornali ogni giorno, abitudine poi parzialmente sostituita da lunghe sessioni di navigazione in internet.

Ha fumato la pipa per decenni, trinciando periodicamente da sé le sue miscele e alternando, secondo schemi impenetrabili ai più, pipe, tabacchi, ambienti e momenti della giornata.

Era seriamente convinto che il fumo di pipa non facesse male. Con altrettanto candore sosteneva che acqua e vino contribuissero entrambi all’idratazione.

Per papà l’unica musica ammissibile era quella classica. E, nella musica classica, l’unica veramente degna di nota quella di Bach, Beethoven e Mozart. Qualche apertura di credito per Händel. Verdi proprio no.

L’unica attività extrascolastica che ricordo di aver fatto con lui è stato un corso di solfeggio a sei anni. Visti gli scarsi successi col figlio, ha tentato poi di iniziare agli spartiti tutti i nipoti reali e acquisiti che gli sono capitati a tiro. Un paio di loro riconoscono oggi che Bach ha cambiato loro la vita.

Come nonno, ha osservato crescere i nostri figli con prudente curiosità e limitate rivendicazioni di ruolo, fino a che nei suoi nipoti ha iniziato a riconoscere le persone che stanno diventando. A quelle ha riservato la forma più alta di amore e stima di cui era capace.

In famiglia mamma e papà erano chiamati benevolmente Sandra e Raimondo.
(Scusa mamma, so che mi odi in questo momento.) 

Si dividevano equamente i compiti: lei parlava, lui stava zitto. Lei sollevava interrogativi, lui li ignorava. Lei faceva la lavatrice, lui la lavastoviglie, stanze diverse.

Ma quando quest’estate hanno festeggiato 59 anni di matrimonio intorno a un letto di ospedale – lei gli occhi a cuore, lui gli occhi al cielo – li ho sentiti scambiarsi una frase che mi ha reinsegnato l’amore da capo: “Io lo rifarei ancora”. 

Quest’ultima estate è stata un viaggio terribile e insieme prezioso. 

Alla fine i ruoli si sono un po’ confusi. L’uomo che per tutta la vita era stata la persona più solida, composta, affidabile che abbia conosciuto, ha dovuto affidarsi agli altri.

Abbiamo avuto paura. Ci siamo arrabbiati. Ci siamo stancati. Abbiamo riso. Abbiamo litigato. Ci siamo presi in giro. Ci siamo tenuti per mano. Abbiamo parlato, qualche volta. Molto più spesso siamo rimasti semplicemente lì.

Allora forse oggi non serve davvero trovare una morale, una consolazione o una spiegazione. Papà, che nonostante tutte le cose serie che vi ho raccontato era soprattutto una persona ironica, avrebbe certamente alzato gli occhi al cielo anche davanti a quelle.

Possiamo limitarci a riconoscere quello che c’è stato.

Una vita lunga, seria, libera.

Un uomo difficile da impressionare e impossibile da comprare.

Un veneziano irriducibile trapiantato sulla terraferma.

Un marito che dopo cinquantanove anni avrebbe rifatto tutto da capo.

Un padre che non aveva bisogno di dire continuamente di esserci, perché c’era.

E una persona che, senza fare molto rumore, ha lasciato dentro alcune delle persone qui presenti qualcosa di sé: un principio, un’abitudine, una battuta, un pezzo di Bach, un modo di fare le cose per bene.

Adesso posso davvero lasciarti andare nella pace, papà.

Senza troppe parole.

Che già queste, lo so, ti saranno sembrate decisamente troppe.

Grazie di tutto.

Giugno 21 2026

Ieri, al matrimonio di amici che conosco da quando erano ragazzini, ho avuto una piccola epifania.

Forse c’entra anche l’età. In effetti, sono i primi matrimoni che vivo non più come coetaneo e compagno di scorribande degli sposi, ma come testimone del loro percorso. Li ho visti crescere, diventare adulti, trovare la propria strada.

E mentre ascoltavo la cerimonia nella sala consiliare di un piccolo comune montano, mi sono accorto che stavo guardando il matrimonio da una prospettiva un po’ diversa dal solito.

Quei due ragazzi vivevano già insieme. Si erano già scelti. Avevano già messo il loro legame alla prova delle prime rapide della vita. Non avevano bisogno di una firma per sapere chi erano l’uno per l’altra. Non era più quello il punto.

Il punto era che avevano deciso di rendere pubblica e pubblicamente rilevante la loro scelta privata. Stavano dicendo che il loro legame, che pure è profondamente personale, non appartiene soltanto a loro. Che nasce da una trama di relazioni, affetti, amicizie, esempi e luoghi. E che a quella trama intendono continuare ad appartenere e contribuire attivamente.

È una cosa che, soprattutto nel rito civile, sembra quasi nascosta dietro formule e articoli di legge. Eppure quelle formule, che ieri nella loro astrazione sono riuscite a emozionarmi, stanno dicendo esattamente questo.

Che nessuna relazione importante vive davvero nel vuoto. E che alcune scelte, pur essendo profondamente personali, diventano più forti quando vengono condivise con la comunità. Che il matrimonio non è soltanto una promessa che due persone si scambiano, festeggiati dai congiunti. È anche una dichiarazione rivolta agli altri: voi potete contare su di noi come coppia, come famiglia, noi contiamo su di voi.

Ed è così che una comunità continua a esistere: quando chi arriva dopo decide, liberamente, di esserne parte e di accettare di farsene a sua volta carico.

Aprile 7 2020

Per la cristianità sono i giorni simbolici della rinascita. Giorni metaforicamente potenti e universali, per chi ama leggere al di là dei riti e dei dogmi. Più che mai potenti quest’anno, nel pieno di una catastrofe che investe il mondo intero e un’intera idea di mondo.

Giovedì santo, l’ultima cena di Cristo con gli apostoli, la lavanda dei piedi. Una celebrazione che magari vivi con imbarazzato distacco, ma che intanto ti scava dentro. Chi vuole essere più grande, chi vuole essere il primo, si faccia servo di tutti. Non il piacere, ma la necessità di servire. Pensi ai medici, agli infermieri, agli operatori socio-sanitari, ai volontari, che si sono guadagnati sul campo e per sentimento popolare il ruolo dell’eroe di questa storia disgraziata. Pensi ai governanti senza più alcun privilegio né onore, schiacciati dal peso di una responsabilità inaudita, tanto più grandi, primi tra i loro pari, quanto più sapranno servire la porzione di umanità che è loro affidata e portarla in salvo. Pensi alla sfida posta a ciascuno di noi, nel riuscire a essere d’aiuto da dentro un isolamento forzato che annulla ruoli, identità e raggio d’azione. Pensi alla beffa di una situazione gigantesca che ai più richiede di essere grandi nel piccolissimo, avendo cura di piccole cose.

Venerdì santo, la passione lungo la via della croce. Le quattordici stazioni della via dolorosa, che in genere hanno per sfondo le mura di ogni chiesa e le vie di tanti quartieri, sono invece quest’anno le piazze vuote delle metropoli del mondo, spogliate d’ogni vita e della sostanza stessa della civiltà. Sono l’incapacità delle organizzazioni umane di concepire il mondo come epicentro dell’emergenza e mondiali i suoi rimedi. Sono le zone più derelitte della terra che sembrano risparmiate, perché la loro epidemia non ha forza di farsi notizia. Sono i senzatetto posteggiati come fossero auto. Sono la recita quotidiana dei numeri, sfinita tanto negli occhi di chi parla quanto in quelli di chi ascolta. Sono le auto che gridano ripetitive dai megafoni alle altre auto parcheggiate. Sono le file silenziose davanti ai supermercati, perché tutto quel che esce da quelle bocche potrebbe essere contagioso. Sono i lavori che continuiamo a fare dalle nostre case, per convincerci che dopo avranno ancora lo stesso senso. Siamo noi che non l’abbiamo vista arrivare finché non ci eravamo dentro fino al collo. Sono le piccole e grandi infrazioni con cui sfidiamo il coprifuoco. Siamo noi che rispondiamo con la mano sulla bocca e gli occhi spaventati alle offerte di aiuto dei nostri vicini. Sono le nostre case sprangate a nascondere il naufragio. Sono la codardia che ci impedisce di fare la differenza nelle sfide inedite di ogni giorno. Sono le morti dei nostri cari nella solitudine e senza commiato.

Sabato santo, la discesa agli inferi, il silenzio attonito, il raccoglimento disorientato, la meditazione costretta, l’introspezione che spaventa, la solitudine senza rito. Il nostro sabato dura ormai da settimane e ancora non si vede il tramonto. Giorno identico che si ripete uguale a se stesso, sfidandoci fino allo sfinimento a cavarne un senso e magari a uscirne migliori. Promessa di una luce che vincerà la notte, portata da chi l’avrà custodita e contagiata di candela in candela fino a riconoscere nella penombra la sagoma di una comunità stretta stretta, come nelle chiese durante le veglie della vigilia. Una vittoria che al bagliore del giorno non avrebbe potuto essere, perché allo scopo è necessaria la tenebra più oscura.

Domenica di Pasqua, Pasqua di risurrezione. Non esiste garanzia di risurrezione. Risurrezione non è sopravvivenza, non si risorge per tornare alla vita di prima. Non si risorge senza prima morire, almeno simbolicamente. Non si risorge fregando la morte, ma affrontandola per sperare di uscirne persone nuove in un mondo nuovo, rivoluzionari nella propria storia. Risurrezione è rinascita. Saremo capaci di rinascere da questa esperienza? Saremo capaci di farlo assieme? Sapremo interpretare il nuovo mondo che sarà riservato ai più fortunati tra noi? Sapremo consegnarlo ai nostri figli?

Felice come una Pasqua, scrive un’infermiera piemontese in una struggente testimonianza al sindaco del suo paese. Racconta di una madre in condizioni ormai critiche, disperata perché le viene negata la possibilità di congedarsi dai quattro figli amatissimi. L’infermiera spiega di averle prestato il proprio telefono e di aver improvvisato una videochiamata coi familiari. Riferisce la commozione e l’orgoglio nell’aver visto quei cerchi chiudersi appena in tempo, prima che quella vita si spegnesse, grata e tra parole di gratitudine. «Era felice come una Pasqua», dice l’infermiera, «e tu con lei». Ed è in quella felicità straziante, per quanto mi riguarda, che resta impigliato il senso di questa Pasqua straordinaria e terribile del 2020.

Dicembre 20 2019

Invece Babbo Natale esiste. Confesso: non ci avevo mai creduto, fino a oggi. Non ricordo nemmeno se hanno mai provato a rifilarmela, da bambino, la faccenda dei regali. Ma oggi l’ho visto coi miei occhi. E ti assicuro che era lui.

Il solito travestimento, ho pensato in un primo momento. Ben riuscito, questo toccava ammetterlo, ma pur sempre un travestimento. Mi ha incuriosito perché si comportava in modo strano: gentile, ma senza dare più confidenza del necessario. La voce dolce, ma niente smancerie. Non un solo oh oh oh. Guardava le persone negli occhi, con la dedizione di chi in quel momento non è da nessun’altra parte. Poi passava subito oltre, dando l’impressione che il suo sacco, invece di svuotarsi, si riempisse ad ogni incontro.

Eravamo nell’atrio di un ospedale, uno di quelli dove pensi che non andresti volentieri nemmeno a visitare un conoscente. Babbo arriva, preceduto da uno scampanellio ritmico quanto il suo incedere. Spinge una slitta pesante e zeppa di pacchetti, peluche, lavoretti in legno. Attira l’attenzione, naturalmente. Gli si fanno incontro, gli fanno foto, gli chiedono di posare per un selfie. Lui si presta, dignitoso e senza alcun compiacimento, come farebbe il patriarca di una casa reale. Quando si rimette in marcia gli offrono aiuto per dare abbrivio alla slitta ricolma, ma lui rifiuta sempre con decisione: la spingo da solo, dice. Non dice: ce la faccio. Dice, senza parole: è compito mio, lasciatemi fare, ma con l’intensità di un Cristo che sale il suo Calvario.

Nell’atrio c’è una natività di legno a dimensione naturale. Si ferma, la contempla per qualche secondo, poi allunga la mano e accarezza il bambinello con la dolcezza di uno di famiglia. Lì comincio a pensare: se è un attore, è molto convincente.

Poi prende l’ascensore per le lettighe e si inoltra nei reparti di degenza. Qui, a dire il vero, la poesia vacilla e il fact checker che è in me conclude che molto probabilmente le renne no, quelle non esistono. Non volanti, quanto meno. O magari erano impegnate altrove.

Ora però immagina la scena: metà pomeriggio in un corridoio semideserto. Non è ancora orario da parenti. Qualche infermiere, preso in contropiede nel mezzo del suo andirivieni, sorride. La teatralità c’è tutta: il passo marcato, il bastone che scandisce il ritmo, la slitta che diffonde soffuse musiche a tema. Una delle scene più improbabili a cui mi sia capitato di assistere. Penso che prima della fine del corridoio lo cacceranno in malo modo. C’è gente che sta male, qui. C’è gente che cerca pace, non carnevalate.

Ed è qui che ho avuto la dimostrazione che era proprio lui, che esisteva davvero e che era la cosa migliore che potesse accadere, proprio lì, in quel momento. Babbo si affaccia nelle stanze. In ogni stanza, una alla volta. Un letto alla volta. Vorrei augurarvi buone Feste, dice. Vi auguro buona guarigione. Dolce, serio, rispettoso. Una voce che abbraccia perfino te che origli e non avresti diritto a quel calore. In quell’istante, per tutte le persone a portata di vista e di udito, è magia. Infatti lo prendono tutti sul serio. Chi divertito, chi sorpreso, chi distaccato, nessuno indifferente.

Un uomo molto anziano, che passeggia col trespolo dei trattamenti e la maglia appoggiata alla buona sulle spalle si fa da parte, pensando che la sceneggiata non lo riguardi affatto. Quando gli arriva accanto, Babbo si ferma, lo fissa, gli si fa incontro. Quello quasi si spaventa e si ritrae. Quando lo saluta e gli porge il suo pacchetto, la sorpresa, la gratitudine, l’emozione ridisegnano il volto di quell’uomo in un’espressione che meritava un Michelangelo a darle eternità.

E così per due piani, due corridoi per piano. Giovani, adulti e anziani, uomini e donne, pazienti, medici e infermieri. Ripetendo tale quale la magia ogni volta. Qualcuno chiede: e la slitta? E allora lui esce, la afferra e la infila dentro la stanza, tra le esclamazioni di approvazione. Se ce ne stavamo a casa nostra questo proprio non lo vedevamo, commenta una donna in vestaglia col piglio orgoglioso di chi ha vinto il richiamo del divano per assistere uno spettacolo indimenticabile. Le vorresti ricordare che forse il cambio era vantaggioso, ma magari no.

Il giro finisce. L’ascensore ci riporta nell’atrio. Come è entrato, Babbo esce. Non un commento, non un’emozione esplicitata, salvo quella goccia di sudore che gli gronda tra gli occhiali e la guancia, la slitta pesante quanto prima. Chiede la direzione e va. Ti serve una mano? No. Qualcosa da bere? Niente. Arrivederci. Grazie. Ancora un selfie, Babbo. Poi via, la campanella si allontana, la musica non si distingue più e lui è già sparito.

Pensi di averlo solo sognato, e allora lo devi scrivere subito, per non dimenticartene. Che Babbo Natale esiste, è un uomo mite e rispettoso, ha un coraggio da leoni, sa comunicare amore solo con lo sguardo, non indulge nel sentimentalismo e lascia dietro di sé persone un po’ migliori.

Io non so se sono stato buono quest’anno, Babbo. In ogni caso il mio regalo l’ho già avuto. Grazie.

(Il post originale è su Facebook)