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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Settembre 25 2004

«Oggi l’imperativo etico, più che ama il prossimo tuo come te stesso, è acquisisci il maggior numero di informazioni possibili sugli altri e fornisci agli altri il maggior numero di informazioni su di te.»

Ferdinando Camon, all’intervento di apertura di Pordenonelegge.it, parlando del perché si legge e del perché si scrive. Parte del suo intervento è ispirato ad alcuni pensieri sull’etica dello scrivere che si possono leggere anche sul sito dell’autore.

Settembre 16 2004

Tento un bilancio delle telefonate commerciali ricevute nei due mesi appena in cui la mia nuova linea fissa è stata attiva:

  • Telecom Italia, due giorni dopo l’attivazione, mi propone la sottoscrizione di Alice Adsl in promozione;
  • Tele2 mi consiglia di provare gratuitamente la preselezione automatica;
  • Tele2 mi suggerisce una seconda volta di sottoscrivere i loro servizi;
  • la voce sintetica di una ditta di accessori da giardino mi sottopone una fantastica offerta per l’acquisto di una lampada da giardino (vai tu a spiegare a un centralino automatico che non hai il giardino…);
  • Telecom Italia mi propone di tornare ai loro servizi (che non ho ancora abbandonato), annullando la preselezione con Tele2 (che non ho ancora attivato);
  • Banca Mediolanum cerca di convincermi a cambiare lavoro;
  • il messaggio registrato di un’azienda locale mi propone di usufruire di una fantastica offerta speciale.

Sono preoccupato: non si sono ancora fatti sentire i mobilifici, che da queste parti si affidano a tecniche di marketing aggressive.

Dov’è che si firma per l’opt out?

Settembre 15 2004

Di fatto oggi l’Italia ha chiesto agli Stati Uniti, con inusuale fermezza per uno zerbino, di «moderare l’azione militare» in Iraq in modo da «evitare la morte di civili innocenti». Non sono tanto stupido da non capire perché lo chiede oggi e perché lo fa con quelle parole.

Comunque sia, prendo atto che ci sono voluti un anno e sette mesi di guerra, 1.148 morti e oltre 7.100 feriti negli eserciti della coalizione internazionale, tra 4.895 e 6.370 militari iracheni morti, tra 12.721 e 14.751 civili iracheni (dico, ma siete ancora capaci di indignarvi per quello che avete appena letto: ventimila morti a voler essere prudenti, secondo Antiwar.com), decine e decine di miliardi dollari buttati al vento (vedi Cost of War) e una lunga, indecorosa, plateale serie di balle documentate o di sbugiardamenti sulle giustificazioni stesse alla guerra per restituire un po’ di dignità ai non pochi cittadini italiani che ritenevano questa guerra un errore. Emergency e tutti quegli altri pericolosi sovversivi, del resto, erano davvero tendenziosi: non 9 su 10, per ora solo 2 su 3 morti sono civili. Bella soddisfazione.

Mentre rimugino acidamente su queste considerazioni, trovo un pensiero lasciato oggi da Pfaall. Mi ci ritrovo, ritrovo le giustificazioni che mi racconto spesso:

«Da mesi evito per quanto posso di occuparmi della situazione in Iraq. È pudore. Il malessere di assistere a un disastro peggiore di quanto le più pessimiste fra noi vituperate Cassandre arrivassero a temere mentre gli stupidini si emozionavano per gli hamburger arrivati a Bagdad»

E, sempre grazie a Pfaall, recupero il brano di un articolo di Alessandro Baricco pubblicato ieri su Repubblica:

«Dire e insegnare che la guerra è un inferno e basta è una dannosa menzogna. Per quanto suoni atroce, è necessario ricordarsi che la guerra è un inferno: ma bello. Da sempre gli uomini ci si buttano come falene attratte dalla luce mortale del fuoco. Non c’è paura, o orrore di sé, che sia riuscito a tenerli lontani dalle fiamme: perché in esse sempre hanno trovato l’unico riscatto possibile alla penombra della vita. Per questo, oggi, il compito di un vero pacifismo dovrebbe essere non tanto demonizzare all’eccesso la guerra, quanto capire che solo quando saremo capaci di un’altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre. Costruire un’altra bellezza è forse l’unica vera strada verso una pace vera. Dimostrare di essere capaci di rischiarare la penombra dell’esistenza, senza ricorrere al fuoco della guerra. Dare un senso, forte, alle cose senza doverle portare sotto la luce, accecante, della morte. Poter cambiare il proprio destino senza doversi impossessare di quello di un altro; riuscire a mettere in movimento il denaro e la ricchezza senza dover ricorrere alla violenza; trovare una dimensione etica, anche altissima, senza doverla andare a cercare ai margini della morte; incontrare se stessi nell’intensità di luoghi e momenti che non siano una trincea; conoscere l’emozione, anche la più vertiginosa, senza dover ricorrere al doping della guerra o al metadone delle piccole violenze quotidiane. Un’altra bellezza, se capite cosa voglio dire.»

Settembre 13 2004


Come si fa un blog

Come si fa un blog, il libro, è in stampa.
Come si fa un blog, il sito, è online.

Settembre 8 2004

Suona il telefono di casa. Il numero è nuovo e non appartiene ancora ad alcun elenco, curriculum o banca dati che mi riguardi.

Operatrice (con marcato accento veneto): Buongiorno, è il signor Maistrello Sergio
Io: Sergio Maistrello, sì.
Op: Buongiono, qui è la Banca XY. La chiamo perché Banca XY sta cercando nuove persone da inserire nel suo organico, laureati e diplomati. Posso chiederle se lei è laureato o diplomato?
Io: Sono laureato.
Op: Benissimo! Banca XY la invita a un incontro in cui…
Io: Mi perdoni, la fermo subito: non sono interessato.
Op: E perché?
Io: …perché un lavoro ce l’ho già.
Op: Beh, e non vuole migliorare la sua posizione e guadagnare più soldi?
Io: Guardi, io sono molto soddisfatto del mio lavoro. La ringrazio per l’interessamento, ma non mi interessa.
Op (gelida): Uh, contento lei… Buongiorno.

Settembre 2 2004

Il progettino

Tempo fa ho fatto qualche accenno in merito a un progettino che avrebbe dovuto riguardare i blog. Ora credo che i tempi siano finalmente maturi per parlarne: si chiama Come si fa un blog ed un libro che sta per uscire per la collana informatica tascabile di Tecniche Nuove.

Si tratta di un manualetto – 192 pagine in formato 11×18 cm – pensato per le esigenze di quanti si avvicinano per la prima volta al mondo dei blog, perché vogliono aprirne uno o perché vogliono semplicemente capire come funziona. Poche chiacchiere e molta pratica, insomma. Se tutto fila liscio, potrebbe essere in distribuzione nelle librerie entro il mese di settembre.

Avrei voluto coinvolgere i blogger un po’ più di quanto sono poi riuscito a fare. Ciononostante sono davvero contento di poter dire che il testo è impreziosito da due interventi… sui quali per ora non vi anticipo nulla. Sono molto soddisfatto anche della partecipazione estesa alla revisione delle bozze, che grazie ad alcuni di voi è stata molto utile per la rifinitura del lavoro. Una volta di più mi sono convinto che Internet è un eccezionale strumento per la collaborazione a distanza.

Se non è stato possibile organizzare uno sforzo collettivo per il libro, spero invece che si possa fare di meglio per la sua estensione online. Infatti Come si fa un blog sarà anche un sito: un blog, naturalmente. Ci lavorerò nei prossimi giorni, ma quello che ho in mente è uno spazio interattivo per raccogliere le novità del settore, presentare servizi per cui non c’è stato spazio nel libro e risolvere i dubbi e le prime difficoltà di quanti saranno convinti ad aprire il proprio sito. Di questo riparleremo presto.

Agosto 12 2004

Io lo segnalo, perché magari a qualcuno un giorno potrà  essere utile (e Poste Italiane, in questo caso, non si spreca in pubblicità) Metti che un giorno cambi residenza: lasci un appartamento, lasci proprio la città ti trasferisci a due regioni di distanza e non puoi nemmeno contare su vicini e portieri compiacenti. Che cosa fai se arriva ancora posta importante nella (ormai non più tua) cassetta delle lettere? Certo tu lo hai segnalato a tutti, il nuovo indirizzo: ma lo sai bene che arriverà. Oh, ci potresti addirittura scommettere.

Allora guardi sul sito delle Poste. Nulla di illuminante, nessun appiglio rivelatore. Provi con il motore di ricerca: “variazione indirizzo”, “nuova residenza”, “inoltro corrispondenza”… niente di niente. Chiami il call center e ti dicono che sì c’è qualcosa che fa per te, aspetta un po’ che non trovo la scheda, resti in linea…

Il servizio c’è e si chiama Seguimi. Buffo: se digiti “seguimi” nel motore di ricerca del sito lo trovi subito. Ad ogni modo funziona così: vai in qualsiasi ufficio postale, compili un modulo e il gioco è fatto. Il tuo postino di zona sarà istruito perché racimoli ogni pezzo di carta col tuo nome sopra e lo inoltri al tuo nuovo indirizzo, ovunque tu sia andato a nasconderti sul territorio nazionale. Il costo è contenuto: 8 euro per 3 mesi, 10 euro per 6 mesi, 12 euro per 12 mesi.

Ecco, ora lo sapete. Tutto qui.

Agosto 7 2004

Il trasloco

Sì, lo so che aspettate con ansia qualche particolare sulle disavventure del trasloco. Ma è andato tutto alla perfezione. Sì sì, proprio bene. Beh, quasi.

Il furgone, per esempio, alla fine c’era davvero. Certo, ho avuto un mancamento quando mi hanno chiesto ancora una volta come volevo il Ducato, ma insomma ci siamo capiti in fretta questa volta. Stefania è riuscita perfino a farci avere uno sconto per aver fatto da interprete a una coppia di anziani canadesi per nulla convinti di partire a bordo di una super cabrio sportiva decapottabile.

Poi, certo, all’Ikea i nostri mobili erano tutti prenotati da giorni. Dunque nessuna sorpresa. Beh, a parte quella struttura portante, malauguratamente esaurita. Ma non c’è problema, perché basta attraversare la città da Carugate a Corsico, seguire l’inesistente segnaletica, elemosinare indicazioni ai divertiti residenti della zona, rifare tutto il variopinto percorso del negozio da capo e caricare con gioia anche l’ultimo pezzo. Due ore perse, neanche avessi da caricare casa e attraversare il Nord Italia entro la nottata.

Oh, poi c’è il portiere. Gran comodità. «Senta, io sabato trasloco. Ho noleggiato un furgone, posso aprire il port…» «Ah, ma sabato non si può mica!» «Ascolti, io sabato trasloco. Punto. So che è il suo giorno libero, ma mi chiedevo se si potesse comunque aprire il portone grande, magari con una chiave che poi le restituis…» «Non si può, il sabato non si può solo durante la settimana. E poi non mi lascerete mica aperto il portoncino, eh?! Che poi entrano i malintenzionati, no no no, non si può mica.» «Guardi, io sono più proccupato di lasciare le mie cose in strada, se è per quello, ma mi conosce abbastanza da sapere che farà tutta l’attenzione possibile.» «No, perché poi la gente entra e…» «Arrivederci, grazie.»

Il portiere è il miglior amico del condòmino. Tranne nel suo giorno libero. E soprattutto se gli parcheggi il furgone davanti al suo passo carrabile, che incidentalmente è anche il portone del palazzo, nonché l’unico posto utile per caricare scatole e mobili nell’arco di cento metri. Così quando tornerà con la sua station vagon e voi, incidentalmente, avrete appena finito di stivare tutto, assentandovi cinque minuti per prendere fiato prima di partire, comincerà a strombazzare, mobilitare gli inquilini, suonare a casaccio i campanelli fino a che, capitato a tiro per spostare il mezzo, vi farà una solenne lavata di capo, come se non avesse mai saputo chi mai stesse traslocando quel sabato, come se non sospettasse nemmeno che il vostro equilibrio psichico è già sotto stress da ore, come se negli ultimi quattro anni avesse avuto come vicino di casa un pericoloso criminale. E quando avrà finito di urlare lui, comincerà  sua moglie, sbraitando del pericolo che le avete fatto correre costringendola ad attraversare la deserta strada milanese di un pomeriggio di fine luglio. Ecco: in quel preciso momento, già  provati dalla fatica e dal sudore, che vi sentirete i protagonisti di una scadente commedia dell’assurdo.

Per il resto, tutto ok. Traslocare in agosto è una grande idea, ora ve lo posso dire. Togli il caldo, l’umidità l’esodo autostradale, le vacanze di buona parte degli amici che avrebbero potuto darti una mano, gli orari ridotti degli esercizi commerciali in cui avresti potuto cercare conforto, i lavori in corso che-tanto-in-agosto-non-c’è nessuno… insomma, per il resto è davvero il periodo ideale.

E ora scusatemi, ma entro la giornata devo finire di montare casa. Che con domani le vacanze son finite. Finalmente.

Luglio 22 2004

Cerchi e specchi

Non è che per il momento ci stia pensando molto. Al trasloco, dico. Un po’ è perché fino all’ultimo il lavoro e gli adempimenti burocratici non daranno tregua. E poi, in un monolocale, o ci vivi o ci metti gli scatoloni: tanto vale pensarci all’ultimo. Una cosa è certa: chi dice «un monolocale? non avrai poi molte cose da preparare!» – e non sono stati pochi finora -, non deve aver mai vissuto in un miniappartamento.

Quello che mi colpisce, in queste settimane di sospensione, è soprattutto riscoprire gli oggetti che appartengono ai primi mesi passati a Milano. Rileggo gli stessi libri, ascolto gli stessi dischi, mi capitano in mano le cose che il tempo ha spinto in fondo ai cassetti. La sensazione è strana, come guardarsi in uno specchio e vedersi quattro anni più giovane: rivivo le attese, l’emozione, le speranze di quel ventottenne sbarcato da un giorno all’altro nella metropoli. Mi riconosco, ho l’orgoglio di non aver tradito quel ragazzo. Ma è tempo di andare avanti, crescere altri quattro e poi quattro anni ancora. E questi, come direbbe Stefania, sono solo gli echi di un cerchio che si sta chiudendo.

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