Sai che cosa? A me la ramanzina dei giornalisti ai turisti che si fanno la foto davanti ai luoghi del terrorismo fa più impressione delle foto stesse. Mi chiedo che cosa abbia da insegnare a quei turisti una testata che nelle stesse ore manda i suoi cronisti ad assediare la casa di una famiglia in lutto per cannibalizzare ricordi e lacrime. E quale esempio sociale dia la gara indiscriminata delle tv a esserci e a far vedere di più e meglio, come se non esistesse più alternativa a essere comunque in prima fila.
Tag: giornalismo
Cornuti il bue e l’asino
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Le eredità dei giornali elettronici
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Nora Paul è stata un faro delle mie ricerche ai tempi della tesi sui giornali elettronici. Ho cominciato a lavorarci tra il 1995 e il 1996: allora il giornalismo online in Italia muoveva i primissimi, timidi e stentati passi, mentre negli Stati Uniti le maggiori testate online avevano già qualche progetto interessante. C’era questa sensazione di un territorio nuovo da conquistare. Molte promesse, molto entusiasmo, poca disponibilità a rischiare. Negli anni sono arrivati i capitali (poi sono scappati e quindi ritornati con circospezione), ma la disponibilità a rischiare è ancora limitata. Che cosa è rimasto delle promesse di allora? Quali opportunità sono state colte? Quante siamo ancora in tempo per cogliere? Quali invece si sono rivelate impraticabili?
A queste domande riponde, per l’appunto, Nora Paul sulla Online Journalism Review, ripresa, in parte tradotta e approfondita ieri in un bel post di Mario Tedeschini Lalli:
1) Il “pozzo senza fondo” (Illimited newshole), l’idea che gli spazi illimitati del web avrebbero consentito di scrivere tutto ciò che una pagina di carta no poteva ospitare
2) Di tutto e di più (Give me more), l’idea che ci fosse nel pubblico una attesa spasmodica di sempre maggiori informazioni
3) Hyperlinking, l’idea che ogni pezzo andasse arricchito da rinvii contestuali a materiale proprio o altrui
4) Communicazione giornalista/lettore, la possibilità di interazine tra autore e fruitore dell’informazione
5) Come ho scritto il pezzo, l’idea che sul web fosse possibile “dar conto” di ciò che più sinteticamente si fosse scritto/trasmesso altrove
6) Nuovi stili espressivi di giornalismo
7) Dare un seguito alle storie, la possibilità di seguire lo sviluppo di un fatto
8) Nuovo rapporto tra parole e grafica, ovvero: le tecnologie (es.: Flash) che consentono nuove strutture narrative.
[leggi il resto su Giornalismo d’altri]
Il bilancio di Paul e di Tedeschini Lalli è misto (invito ad approfondire i rispettivi articoli e, a giorni, l’intervista che Giuseppe Granieri ha fatto a Tedeschini Lalli per internet.pro di aprile): si è fatto qualcosa, si poteva fare di più, qualcos’altro si è rivelato inaspettatamente deludente. Dice Tedeschini Lalli:
Personalmente, molto presto nella mia esperienza di otto anni di giornalismo online ho scoperto che la gran parte del pubblico naviga poco e pochissimo in profondità: uno sguardo alla home, ogni tanto un click su un pezzo specifico, molto raramente sfrutta la contestualizzazione fornita dai link (a meno che non si tratti di un documento ritenuto centrale e magari pruriginoso, come il rapporto dello Special Prosecutor sul Monicagate di Bill Clinton). Il fatto è che agiamo in un mercato, che è il mercato dell’attenzione, e che libridazione dei mezzi e la convergenza delle piattaforme consente una concorrenza più stretta al giornalismo da parte di informazioni diverse (entertainment, giochi, comunicazione interpersonale, ecc.).
[ancora da Giornalismo d’altri]
Tutto vero, tutto interessante. Ma a me qualcosa ancora non torna: se la disponibilità dell’utente medio a seguire i collegamenti ipertestuali è assai bassa, come si spiega il prorompente dilagare dei blog, che di abbondanza di link e di continui rilanci di attenzione fanno parte della propria ragion d’essere? Sia chiaro: non mi basta come risposta il fatto che i blog sono ancora composti di nicchie di utenti evoluti, perché almeno negli Stati Uniti questo non è più del tutto vero.
E ancora: non staremo forse cadendo nell’equivoco dei palinsesti televisivi, entrati in circolo vizioso al ribasso in cui l’offerta scade per incontrare i gusti predominanti del pubblico, il quale a sua volta si lamenta della poltiglia uniforme e sempre più inguardabile? Un passaggio chiave che né Nora Paul né Mario Tedeschini Lalli approfondiscono, secondo me, è quella fase – più o meno tutto ciò che è stato tra il 1999 e il 2001, se non oltre – in cui l’informazione online ha assorbito più caratteristiche dall’info-intrattenimento televisivo piuttosto che dalla tradizione cartacea da cui più spesso proviene. Un’eredità che i giornali online stanno cominciando a togliersi di dosso appena ora, e forse non è un caso che proprio ora le maggiori testate stiano ricominciando a guadagnare consensi (e qualche avanzo pubblicitario). Vale, per quanto mi riguarda, la stessa obiezione che muovo ai portali: avete agglomerato, replicato, appiattivo contenuti con il solo scopo di tenere il maggior numero di utenti in un recinto chiuso per il tempo più lungo possibile, snaturando ogni peculiarità della Rete, e ora dite che Internet non funziona?
La mia idea è, invece, che bilanci stringati, entrate inesistenti e scarsa dimestichezza con la Rete abbiano fatto propendere i grandi gruppi editoriali per la via più breve e più facile, redditizia in fatto di volumi di traffico ma limitata e perfino suicida nelle prospettive. Forse non saranno mai disponibili capitali a fondo perduto per provare davvero a inventare qualcosa di nuovo, né esisterà mai un modello economico in grado di soddisfare nel contempo le esigenze di editori e lettori; ma non limitiamoci a dire “è andata così, non funziona, accontentiamoci”. Perché solo oggi, dieci anni dopo, il Web comincia ad assomigliare a se stesso, e c’è ancora molto da (ri)costruire. Beata l’ora che esistono le Nora Paul e i Mario Tedeschini Lalli che, dieci anni dopo, hanno ancora la passione di discuterne.
Il Grande Link
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Lascia stare che è dedicato al Grande Fratello e che i link restano ancora tutti all’interno dello stesso sito, ma questo è forse il primo articolo vocatamente ipertestuale che io ricordi di aver notato sul sito di una testata mainstream italiana.
Buon segno, sette anni dopo l’inizio delle sperimentazioni. Insieme ai feed Rss e ad altre piccole intuizioni (come le “dirette”, con la raccolta cronologica dei lanci di agenzia su un argomento caldo) significa cominciare ad apprendere dall’ambiente in cui ci si trova, dopo aver cercato in tutti i modi di colonizzarlo. D’ora in poi può solo migliorare.
Gli scheletri dell’Adsl
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Alessandro Longo è forse il giornalista che di questi tempi più sta andando al cuore dei problemi della connettività a Internet in Italia (che non sono pochi). Da non perdere oggi la nuova inchiesta sugli scheletri dell’Adsl, pubblicata su Punto Informatico. E, per chi l’avesse mancata, ecco quella di un mese fa, quella che lancio il dibattito sulle differenze di costi tra l’Italia e altri Paesi europei.
Internet News reloaded
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È nata internet.pro. È nato anche il sito di internet.pro.
Pregi e difetti dell’articolo 21
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«Aver oscurato il sito di Indymedia è stata una cosa buona e giusta: non si trattava di controinformazione, ma di un sito che sputava fango e veleno, pieno di oscenità». Lo ha dichiarato Mario Landolfi, portavoce di Alleanza Nazionale (secondo Ansa, Repubblica.it, Corriere.it e altri).
Magari bastava chiedere
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A volte tirar giù in modo plateale i server del più potente network internazionale di controinformazione, a quanto pare solo per cancellare una foto indiscreta, non è solo una procedura screanzata, ma anche il modo migliore per mettere migliaia di attivisti sulle tracce dei contenuti che si vogliono nascondere.
Poco bello è anche che a un atto così grave non segua, dopo oltre 36 ore dal sequestro del server di Indymedia presso il provider inglese, qualche certezza sulle responsabilità dell’operazione, al momento apparentemente condivisa tra Fbi e governi di Italia e Svizzera.
Simpatica o antipatica che vi stia Indymedia, che in fondo qualche merito sul campo se l’è guadagnato, immagino che se mai vi dovessero sequestrare gli hard disk non vi dispiacerebbe sapere quanto meno chi lo sta facendo, per conto di chi, per quale motivo e con quali conseguenze.
Sviluppo locale
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A me l’idea di Giuseppe Granieri di dar vita a un notiziario locale dei blog italiani non dispiace affatto. Certo, si potrebbe pensare più in grande. Certo, si rischia di andare alla deriva. Certo, dopo un mese voglio vedere quanti si saranno già stufati di raccontare. Ma ho l’impressione che nemmeno i blog, con quel po’ di buono e di strutturato che hanno introdotto nel Web italiano, siano stati pianificati a tavolino. Un passo per volta, per come la vedo io.
IlNuovo.temp
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In attesa di tornare regolarmente su www.ilnuovo.it, il quotidiano telematico “Il Nuovo” abita temporaneamente su www.hdcmultimedia.it. La vicenda è riassunta in un’inchiesta della redazione.
Tenerezza informatica
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Da quando ho cominciato a usare i computer, avrò avuto dodici anni o poco più, ho provato tenerezza ogni volta che ho visto una persona anziana avvicinarsi alle nuove tecnologie.
Ricordo che da piccolo cercavo di convincere mia nonna a giocare a tombola sul Commodore 64. Lei, che viveva in una città dove non hanno circolato mai nemmeno le automobili, mi guardava stranita, faceva un sorriso di circostanza, stava al gioco per qualche minuto e poi si faceva distrarre dalla prima cosa che le dava occasione di occuparsi d’altro. Di fronte alla mia insistenza, non le restava che provare a spiegarmi con dolcezza come quel gioco per lei fosse fatto di cartoncino (per le cartelle) e fagioli (per coprire i numeri chiamati) e quanto trovasse inutilmente complicato stare a guardare una televisione che faceva tutto da sola.
Non credo che mia nonna abbia mai saputo quanto quelle parole abbiano contribuito a formare il mio rapporto con la tecnologia: da allora, ogni volta che mi trovo di fronte a un produttore entusiasta o a un programmatore eccitato, mi chiedo prima di tutto quanta umanità preservi l’innovazione di turno e quanto spirito di servizio (piuttosto che autocompiacimento o marketing) animi il progetto. Magari qualche cantonata di troppo, in questi anni di tecno-follia, me la sono anche risparmiata.
Ripensavo a tutto questo oggi leggendo di Oreste Del Buono, uno dei primi giornalisti di cui ho imparato a riconoscere la firma. Di Del Buono ricordo una testimonianza pubblicata nel 1996 su quella bella rivista che un tempo è stata Telèma. Scriveva: «Ho cominciato a scrivere a macchina a sei anni, con un’enorme Underwood. Soltanto nel dopoguerra ho acquistato una Olivetti portatile e quando mi sono fatto convincere a prenderne una elettrica me ne sono subito pentito. Non ho più l’età per imparare a usare il computer ma non potrei più vivere senza quel provvidenziale aggeggio che trasmette dovunque e in ogni momento le pagine che scrivo, il fax».
Per qualche strano motivo, sono sempre stato un appassionato lettore di anneddoti di chi, trovandosi a scrivere per mestiere e non più giovanissimo d’età, sia stato travolto dall’innovazione e costretto a confrontarsi con un progresso di cui magari non ha avvertito alcuna esigenza. Un’ineluttabilità di cui è stato sofferto interprete un fedelissimo della Lettera 22 come Indro Montanelli: «Confesso che non ho ancora capito che cosa sia il giornale on line. Immagino che si tratti di qualcosa attinente alla televisione, cioè un giornale non di carta e di parole, ma di video e d’immagini, sul quale la mia opinione muove da un pregiudizio di antipatia corretta dal riconoscimento di una realtà ineluttabile. Questa: che per il giornalismo quale io l’ho appassionatamente amato e praticato non c’è più mercato. Non so cosa sarà mai un giornale on line. So soltanto che non sarà mai il mio giornale, anche se è quello dell’avvenire».
Ci sono anche gli entusiasti come Arrigo Levi: «Io uso il computer nel modo più elementare: come archivio di cose scritte da me, e condivido il rimpianto di altri per non averlo avuto a disposizione tutta la vita (ma chissà come mi orienterei in mezzo a quella foresta di pagine ben conservate!), e come strumento di scrittura. Ora, gli strumenti di scrittura, come gli strumenti di espressione, non sono senza effetto sulla scrittura e su quello che c’è dietro, che è il pensiero. Non so bene come ciò accada, ma so che è così». Aggiunge: «Per questo, e per la sua silenziosità, lo amo».
Oppure Giorgio Bocca, che parla di computer e stampatrici con gratitudine: «Finalmente ho trovato la mia protesi giusta, questa macchina chiamata computer, che ad altri serve a operazioni raffinate e complesse, a viaggi per Internet, a calcoli astronautici e che a me serve solo a cancellare errori di battuta, subito, con poca fatica, che per voi sarà poco o niente ma che per me è una liberazione dall’incubo della scarsa manualità, la liberazione da una fatica continua e crescente».
Infine le note di un arzillo (e temo mai abbastanza riconosciuto) innovatore come Sergio Lepri, che ricorda come «Il passato dell’elettronica è pieno di previsioni mancate o di previsioni sbagliate: l’Olivetti che nel 1969 non si accorge che un suo ingegnere ha inventato il personal computer (molti anni prima degli americani) e decide di rinunziare all’elettronica perché “non c’è mercato”; i giapponesi che spendono anni di studio e miliardi di yen dietro la televisione ad alta definizione, senza prevedere il passaggio dall’analogico al digitale e quindi l’eliminazione del problema; e Internet? sono passati venti anni prima che ci si rendesse conto di che cosa volesse dire, e potesse rappresentare (anche qui nel bene e nel male), la planetaria rete delle reti».
Dice: che vuoi dimostrare? Nulla, solo che a ripensarci mi hanno fatto tenerezza.
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