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Tag: giornalismo

Marzo 31 2009

Sono in partenza per Perugia. Mi sono preso tre giorni sabbatici per andare a sentire quel che si dice di questa mia professione. È un anno molto particolare, questo: la polvere nascosta per anni sotto il tappeto è diventata una montagnola e sta cominciando a franarci addosso. La crisi epocale che soltanto l’altro ieri ci sembrava l’esagerazione del saggista di turno oggi ci sta sommergendo persino più impetuosa del previsto. Io da freelance la vivo con molto timore, ma al tempo stesso anche con la speranza che sia l’occasione di un importante ripensamento collettivo (non solo di una professione).

A Perugia vado ad ascoltare le idee di colleghi molto più preparati e navigati di me, non ho molto da dire. Conto di essere domani sera alla sessione su internet e partecipazione (Sofi, Tedeschini Lalli, Bradshow, Beccaria) e mercoledì sera all’incontro della Online News Association; per il resto improvviso e mi faccio guidare dal momento e dall’istinto (aggiornamenti via Twitter e Facebook, al limite). Mi sarebbe anche piaciuto cogliere l’occasione del MediaCamp per buttare giù un po’ di idee che mi frullano per la testa da un qualche tempo, ma non riesco a fermarmi in Umbria fino a domenica. Comincio intanto ad appuntare in modo molto disordinato alcune premesse su cui sto rimuginando.

Crisi di un’industria. Non è tanto il giornalismo a essere in crisi, quanto la sua industria. Non è vero che non ci sono (stati) soldi per la qualità: abbiamo semplicemente scelto di investire quei capitali in modi che, alla prova dei fatti, non si sono rivelati proficui sul lungo periodo. In tutto questo il giornalismo c’entra relativamente poco, perché molto poco giornalismo c’è nei prodotti giornalistici contemporanei.

Il senso di un mestiere. Io credo sia ora di superare la differenza tra coprire un argomento e riempire uno spazio. E non credo troveremo mai un modello di business per l’informazione online finché non prescinderemo dalla forma mentale delle lunghezze, del palinsesto e delle foliazioni. Non un tanto al chilo, ma il meglio che si può fare, giorno per giorno, senza troppi paletti. La misura non è il numero di cartelle, ma il gruppo di lavoro.  Qualunque sia la strada per la remunerazione degli investimenti e del lavoro nel prossimo decennio, non la troveremo di sicuro continuando a copiare e incollare lanci di agenzie.

Tornare ai fatti. C’è un enorme spazio da riempire, in Italia, sul fronte della rispondenza alla realtà. Giornalisti come notai dell’attualità, filtri di realtà che si mettano in testa non tanto di dire una verità assoluta (non esiste, e la nostra comunque non è interessante), quanto piuttosto di evidenziare tutte le storture, le menzogne e le montature che appesantiscono la nostra dieta informativa. È un compito che rivendichiamo spesso, ma a cui – alla prova dei fatti – preferiamo generi minori come il commento saccente o il pettegolezzo da salotto.

Iperlocale. Se avessi da parte un gruzzolo, investirei con decisione sull’informazione locale. Non la città: il quartiere, la via, il condominio, le microreti che innervano la comunità locale. Internet risponde già a molti bisogni informativi, tranne forse a quelli che toccano più da vicino la quotidianità delle persone. Non in alternativa a fenomeni embrionali come gli urban blog, laddove esistano, ma semmai proprio a partire da quelli. Lavorando, serve dirlo?, di rete, di presenze, di persone. Ho il sospetto che l’informazione locale sarà l’ultima ad andare in crisi, ma sarà anche l’ultima a soddisfare il lettore, nel suo dubbio mix di opportunismo, superficialità e agile cavalcatura di squallori di provincia. Si può far molto per far crescere un territorio, ma è necessario ripensare il modo in cui le testate locali mettono in comunicazione le persone e le idee. È una ricetta che, opportunamente messa a sistema, potrebbe valere anche a livello nazionale.

Febbraio 23 2009

Su una cosa ha ragione, secondo me, Francesco Alberoni: ci vuole una moratoria. Ma a differenza di Alberoni, che per salvare gli insulsi giovani d’oggi spegnerebbe per due mesi l’anno YouTube, le chat e le discoteche (e ZetaVu spiega bene perché ha preso una cantonata), penso che a tacere dovrebbero essere, ma tipo per almeno dodici mesi l’anno, tutti coloro che non hanno idea di che cosa stiano parlando (ivi compresi molti miei colleghi giornalisti che rinnegano quotidianamente la loro professione, buona parte degli opinionisti buoni per ogni emozione, gran parte degli esperti di tutto e niente, e la quasi totalità della classe politica contemporanea). Di questi illetterati annacquatori di dibattiti digitali, criminali sabotatori di opportunità democratiche, assassini del buon senso non abbiamo alcun bisogno e io ne provo crescente orrore – appena mitigato nei casi, come credo sia quello di Alberoni, in cui mi immagino lo sforzo che la buona fede deve aver fatto per arginare l’arroganza delle dita mentre battevano sulla tastiera.

Poi se la prendono coi blogger. Ma i blogger – qualunque cosa siano – almeno parlano in rete, lasciando l’iniziativa e il filtro a ciascuno di noi. Siamo noi, immersi in una conversazione ricca e solidale, a contestualizzare e a valutare quel che fa per noi o che riteniamo sensato, paradossalmente arricchendo e non fossilizzando il nostro punto di vista. In tv, in radio, sui quotidiani – ancora molto influenti verso le grandi praterie non ancora connesse – no: il filtro è a priori, si suppone una scrematura della qualità e del pensiero che, quanto meno, dovrebbe ovviare ai deliri e alle distorsioni palesi della realtà (laddove ci si aspetterebbero opportunità divulgative e dibattiti costruttivi tra chi, conoscendo a menadito media digitali e network sociali, legge in modo differente opportunità e rischi). Invece da mesi si spara su internet dicendo, ventilando e legiferando colossali scemenze. Che peraltro non raggiungeranno nemmeno il loro scopo, perché minate alla base dalla stessa mancata comprensione dello strumento che ne ha dato origine. Ma che intanto stanno facendo perdere innumerevoli treni a questa nazione già molto mal consigliata, tra le risatine nemmeno più trattenute di mezzo mondo (perfino uno di solito misurato e accademico come Weinberger, voglio dire). Non è per le risatine, è per il nostro destino miserevole e decadente, che tutti vedono così chiaramente tranne noi che siamo impantanati fino al collo.

Io insisto, per reazione, sulla linea del reality check. Su Apogeonline stiamo provando a darci dentro, come anche oggi sul decreto Carlucci (un monumento a Elvira, si dovrebbe fare). E il reality check prevederebbe il distacco delle emozioni facili e al contrario l’amplificazione dei fatti, capaci da soli, se ascoltati, di far impallidire la reputazione del falsario di turno. Però. Però queste ultime settimane sono state imbarazzanti, umilianti e deprimenti, oltre ogni decenza e con un solo segnale in controtendenza. Questi parlano di cose che non sanno, inseguendo soluzioni che spesso già esistono: si fa quasi fatica a starci dietro, tanto ci si sente accerchiati da ignoranti, pigri e in malafede. E a un certo punto tocca anche dirlo.

Febbraio 9 2009

Stanno accadendo cose sorprendenti e terribili, in Italia, nelle ultime settimane. Ne sono oltremodo preoccupato e indignato. Tuttavia credo che la cosa migliore che si possa fare, più che aggiungere emotività di seconda mano al dibattito (emotività in cui io stesso privatamente indulgo), sia tornare alla realtà. Una delle cose che ho apprezzato della campagna elettorale di Barack Obama è stata la capacità di abbassare i toni e reagire ai peggiori attacchi a colpi di realtà. Reality check, li chiamava: a ogni attacco degli avversari lo staff di Obama rispondeva nel giro di minuti (minuti: non ore o giorni) con minuziose analisi delle dichiarazioni in cui erano evidenziate invenzioni, storture e artifici retorici. Quella che ne usciva era pur sempre una verità di parte, ma la puntualità dell’analisi, la dovizia di riferimenti concreti e il basso profilo adottato sottraevano spesso il candidato a quel ring emotivo che sembrava essere diventata l’unica dimensione possibile per la politica e l’informazione contemporanee.

Reality check. Ecco, secondo me potrebbe essere una buona via d’uscita da questa pericolosa fase della vita democratica italiana, in cui chi parte per la tangente detta le regole del gioco e si porta dietro tutti, invece di essere energicamente richiamato all’ordine. Viviamo una realtà spesso costruita su certezze di terza o quarta mano, abbiamo bisogno di ingenti verifiche di corrispondenza con la realtà. Non saltuarie, ma costanti e distribuite. A cui ciascuno di noi è chiamato contribuire secondo le proprie competenze. Oggi abbiamo la voce pubblica per farlo, abbiamo il canale per mettere a disposizione quanto sappiamo. E penso che il prossimo ciclo politico sarà gestito dalla prima coalizione di volonterosi in grado di raccogliere competenze ed esercitarle in modo rigoroso per allontanarsi dall’attuale arena di eccessi e menzogne.

Un buon esempio di quello che ho in mente è il composto e pacato esame che fa oggi Elvira Berlingeri su Apogeonline a proposito dell’ultimo, maldestro tentativo di regolare la libera espressione dentro internet (dichiaro il conflitto di interessi: lavoro per Apogeonline ed Elvira è una mia diretta collaboratrice). L’emendamento 50-bis inserito al volo dal Senato nel decreto sicurezza del Governo dimostra avventatezza e scarsa conoscenza del funzionamento dei network digitali. Corre il rischio di non risolvere nessuno dei problemi per cui sarebbe stato concepito (impedire il proliferare di gruppi a sostegno di mafiosi e criminali su Facebook) e invece di condizionare pesantemente la libera circolazione delle idee. Peggio ancora, crea un pessimo precedente riguardo alla separazione dei poteri dello Stato, mescolando competenze giudiziarie con iniziative ministeriali in modo irrituale e poco opportuno.

In genere quando si tocca la libertà di espressione su internet si grida subito al complotto e alla censura. E magari sarà anche vero, ma a me pare che si finisca per fare soltanto la fine del coro greco sullo sfondo della tragedia di qualcun altro. Nella maggioranza dei casi invece c’è dietro ignoranza e superficialità, e i fatti nudi e crudi fanno più rumore delle nostre urla scomposte. Farli conoscere e diffonderli con la maggior neutralità e compostezza possibile credo sia oggi il modo migliore per salvare la nostra democrazia. Che si tratti delle reti di comunicazione che innerveranno la nostra società di domani, del rispetto per i ruoli istituzionali o di stabilire gli impegnativi confini tra la vita e la morte sul suolo della repubblica.

Gennaio 28 2009

Il punto, rilanciato nei giorni scorsi da New York Times, Columbia Journalism Review, e qui da noi da Giuseppe Granieri e Mario Tedeschini Lalli, è più o meno questo: ora che un governo – come sta concretamente facendo Obama negli Stati Uniti – può parlare direttamente ai cittadini, disintermediando un rapporto che prima passava prevalentemente attraverso giornali e televisioni, chi è la figura terza e indipendente in grado di discriminare le informazioni di pubblica utilità dalla propaganda? Chi si fa garante degli interessi dei cittadini? Può un governo, il cui compito è appunto governare, diventare anche il soggetto deputato a raccontare le proprie gesta senza scadere nella demagogia? Può permettersi di trattare con sufficienza i canali preferenziali con la stampa, non avendo più quell’unica urgenza nello spiegarsi al popolo?

Evidentemente la questione va molto oltre la contingenza delle attività online della nuova amministrazione americana e molto oltre la sfera politica. Ora che internet sta scomparendo dentro la realtà, ora che le tradizionali mediazioni stanno attraversando una crisi epocale, il punto diventa paradossalmente trovare nuove mediazioni, nuovi equilibri per bere dall’idrante personale nel momento in cui non siamo più tenuti a fare la fila al rubinetto pubblico. Non voglio in alcun modo banalizzare una questione che io stesso avverto fondamentale per lo sviluppo futuro del web sociale, com’è quella che mi viene da chiamare la reintermediazione della disintermediazione. Vorrei però annotare alla rinfusa un po’ di pensieri, a mo’ di taccuino per chiarirmi le idee io per primo e scriverne in modo più organico in futuro.

Dove stoltamente ridimensiono il problema. Nell’ultimo decennio, con crescente determinazione, molti di noi hanno auspicato e benedetto la disintermediazione della democrazia (e dell’informazione e del mercato eccetera). Bene: eccola la disintermediazione. Libertà e democrazia emergente nell’accesso alle fonti. Libertà e democrazia emergente nel raccontare le proprie storie. Mille punti di luce laddove c’erano soltanto un paio di lampioni pubblici. Ognuno fa luce dove vuole e quando vuole, rispondendo a se stesso ma anche ai suoi pari, che lo emendano e lo giudicano tutte le volte che accende la propria lampadina. E sì, vale anche per chi gestisce l’illuminazione pubblica e anche per gli inquilini della Casa Bianca, mica soltanto per i post-adolescenti che si riabbracciano incanutiti su Facebook. Ci manca già così tanto la mediazione?

Dove rifletto sulla storia delle mediazioni. Ci scambiavamo informazioni anche prima che esistessero giornali e televisioni. Acquistavano beni anche prima che inventassimo la moneta. Poi il mondo s’è complicato, e per gestire la complessità ci siamo organizzati con tutte le mediazioni del caso. Oggi, per la prima volta, stiamo invertendo la tendenza: grazie ai network digitali ogni cittadino può affrontare la complessità del mondo in cui vive, per lo meno nella sua dimensione informativa e relazionale, dando soddisfazione ai bisogni individuali spesso con maggiore efficacia che attraverso le stanche mediazioni consolidate.

Dove le mediazioni vanno in crisi. Le quali stanche mediazioni consolidate spesso reagiscono giustificando se stesse per il semplice fatto di essere esistite fino ad oggi. E, naturalmente, per l’impatto che un loro abbandono avrebbe sull’economia. Spesso generando per reazione paradossi e giri d’affari artificiali. Il mio preferito è il mercato dell’acqua minerale: le bottiglie che dal nord finiscono al sud, le bottiglie che dal sud vanno al nord. Conviene all’intera filiera del settore, fuorché al consumatore (il quale peraltro potrebbe tranquillamente farne a meno e bere l’acqua del rubinetto, risparmiando e inquinando meno in un sol colpo). Da Obama all’acqua minerale: l’avevo detto che andavo alla rinfusa.

Dove prendo la tangente delle mediazioni giornalistiche. Una delle mediazioni la cui crisi si sta cominciando ad avvertire in modo più drammatico è quella del giornalismo, e lo dico da giornalista e da lettore insieme. Il problema non sono tanto i giornalisti, ma la sovrastruttura editoriale. La sovrastruttura editoriale è moribonda, schiacciata dalla velocità del progresso tecnologico e da un tirare a campare spesso poco coraggioso, quando non anche poco assennato. Il ruolo del giornalista (qui inteso come generico addetto professionale all’informazione, al di là di qualunque inquadramento corporativo) si restringe, in parte perché sostituito da un diffuso fai-da-te nel reperimento e nella digestione delle notizie, in parte perché il lettore medio si sta estinguendo ed è sempre più complicato confezionare un prodotto generalista. Si estende, in compenso, lo spazio del giornalista (o di chi per lui, intendiamoci sui termini), il quale torna utile – se non necessario – nelle mille nuove situazioni in cui sono richieste sintesi, competenza consolidata, verifica accurata delle fonti, velocità e qualità nella confezione. Questo è un vecchio pallino, che mi porto dietro dal 1998: la testata si disgrega, ma il giornalista resta.

Dove torno improvvisamente a bomba. Obama, controllando un canale di comunicazione diretto coi cittadini, può fare la storia dell’amministrazione pubblica, ma può anche scadere nella più bieca demagogia. Davvero? Non mi metto nemmeno a discutere di quanto, poco o tanto che sia, la mia categoria abbia fatto negli ultimi decenni per evitare gli eccessi di propaganda dei regnanti di mezzo mondo, perché è una questione che credo ci porterebbe di molto fuori strada. Il punto, secondo me, è altrove. Il garante tra Obama e il cittadino americano iscritto alla sua mailing list o al social network della Casa Bianca secondo me esiste ed è il cittadino stesso in quando parte di una comunità di suoi pari inserita in un ecosistema ricco di punti di vista (Giuseppe, in proposito, ha avuto in passato efficaci argomenti). La Casa Bianca, per quanta forza mediatica non filtrata possa riuscire a sviluppare sui media digitali, sarà sempre una tra le tante fonti digerite dalla comunità attiva e interconnessa a cui si rivolge. Isole di fanatici acritici esisteranno domani, come del resto esistono oggi pur con tutti i guardiani del potere che tradizione vuole. Dalle stelle alle stalle: che cos’è successo nel momento in cui Beppe Grillo da inaspettato profeta della libertà digitale s’è trasformato, come molti temevano, in una parodia di capopopolo? Che nel giro di pochi mesi una consistente fetta dei suoi ammiratori più attenti l’ha lasciato andare per la sua strada, deluso dai non detti, dalle cause eclatanti ma avventate, dalla comunicazione unidirezionale. Il re è quanto meno poco vestito e il suo popolo, che oggi sarà meno garantito ma in compenso ha una coscienza più distribuita che in passato, se n’è accorto piuttosto in fretta.

Di dove rivaluto l’intelligenza individuale e sociale. Io credo che se il problema esiste – e come nota giustamente Mario non possiamo escluderlo a priori, limitandoci a immaginare che la tecnologia sia buona di per sé – la soluzione non sta nella costruzione di nuove sovrastrutture, ma semmai nel suo opposto. Forse i tempi sono maturi per smettere di ritenere imprescindibili forme aggiornate di balia sociale, che peraltro negli ultimi anni non ci ha risparmiato i peggio scempi politici ed economici, e iniziare invece a scommettere sull’intelligenza individuale e della società nel suo complesso. A cominciare proprio dai mezzi di comunicazione di massa, che se fossero davvero preoccupati delle sorti della loro audience potrebbero piuttosto cominciare a divulgare un po’ di sana cultura digitale e veicolare i primi, fondamentali anticorpi per sopravvivere alle inevitabili storture che qualunque medium porta con sé.

Di dove sbraco citando Facebook. Un banco di prova l’abbiamo avuto negli ultimi mesi con Facebook. Milioni di persone finora impermeabili a qualunque entusiasmo digitale, e parlo per esperienza, si sono gettati senza remore nella mischia diventando da un giorno all’altro i più instancabili tra i dispensatori di link, foto, entusiasmi passeggeri e intime malinconie. Un gioioso e salutare branco di parvenu, che a suo modo sta ridisegnando gli equilibri del social networking. Bene: abbiamo visto di tutto, dai gruppi di sostegno alla mafia alle petizioni razziste, dalle goffaggini degli Obama de noaltri alle vibranti proteste contro il villano di turno. Ma al di là di un po’ di sana caciara, nulla ha ancora spopolato in modo dissennato (neppure il gruppo Scommetto di poter trovare 1.000.000 di utenti che odiano Silvio Berlusconi, fermo dieci volte più lontano dall’obiettivo, ed è tutto dire).

So what? Io credo che chi voleva farsi prendere in giro dal potere (e dai media e dalle aziende eccetera) ha lasciato che questo accadesse già ai tempi dei tradizionalissimi cani da guardia “1.0” della democrazia. Così come chi ritene che la parola di un presidente degli Stati Uniti (e di un amministratore delegato e di un editorialista eccetera) sia solo una delle verità possibili, e nemmeno la più disinteressata delle verità, probabilmente continuerà a incrociare le proprie fonti e a farsi un’idea personale della situazione. Gli ingenui continueranno a farsi prendere in giro, i più smaliziati no. Poiché ho la sensazione che nella maggior parte delle occasioni abbiano fin qui prevalso gli ingenui, non credo che la situazione potrà peggiorare poi di tanto. La differenza, secondo me sostanziale, è che la società nel suo complesso sarà comunque più forte, risvegliata nella sua dimensione attiva e interconnessa da un intreccio di legami forti e deboli. Condivido l’idea che in tutto questo i giornalisti debbano avere ancora un ruolo fondamentale: questa volta non più per difendere il cittadino, ma per armarlo e spronarlo a combattere la battaglia di cui avrebbe dovuto essere sempre il protagonista.

Settembre 18 2008

Stefania, mia moglie, me lo segnala abbagliata probabilmente dalla mia proverbiale gioventù interiore (ahem…). Tuttavia viene fuori che io sono ampiamente fuori dalla pur generosa definizione continentale di “giovane giornalista”. Così questa è una segnalazione per tutti i giornalisti o aspiranti tali di età compresa tra i 18 e 30 anni: avete ancora una settimana per iscrivervi agli European Youth Media Days. L’opportunità è passare tre giorni a Bruxelles in ottobre a fianco di giovani colleghi provenienti da tutta Europa per ragionare sulla comunicazione e ripensare il nostro lavoro in un contesto europeo, con particolare curiosità per i nuovi formati e per i media digitali. Tutto spesato, naturalmente. Se ci andate, poi fatemi sapere.

Agosto 5 2008

In questi primi giorni di quasi-vacanza sto cercando di recuperare un po’ di letture interrotte o accantonate. Al momento ho in mano Post giornalismo di Furio Colombo, una raccolta di scritti e articoli recenti del giornalista, scrittore e parlamentare sull’evoluzione e degenerazione dell’informazione. Annoterò le mie impressioni sul mio scaffale su aNobii, come faccio di solito con i libri letti di recente, ma un passaggio me lo voglio appuntare qui:

Ciò che è accaduto nel mondo a partire dall’11 settembre – uno shock immenso che ha potuto toccare e devastare l’integrità leggendaria della struttura giornalistica americana – si è facilmente espanso, contaminando come una radiazione inarrestabile un mondo più debole.

Strano non si sia notato che, indebolendo il percorso e la credibilità delle notizie, si consentiva al terrorismo di combattere ad armi pari, propaganda contro propaganda, sventolamento di ideali e bandiere contro sventolamento di ideali e bandiere. Si è perduta la straordinaria superiorità, ovvia persino agli avversari, di un mondo capace di dire la verità su se stesso.

Luglio 17 2008

Ehi, ho scritto il mio primo articolo in friulano!

Simpri plui gjornâi e rivistis a sielzin di meti a disposizion i lôr contignûts e i lôr archivis storics su Internet. Il segnâl di chest cambiament di sensibilitât al è rivât tal autun passât di un dai cuotidians plui impuartants dal mont, chel New York Times che ancje dai abonaments online al cjapave alc come 10 milions di dolars ad an. Dentri de primevere di chest an, si jerin convinçûts parfin i doi plui grancj gjornâi talians, il Corriere della Sera e La Repubblica, che il lôr pluridecenâl patrimoni di notiziis si pues consultâ vuê liberementri tai rispetîfs sîts web. Ce sburtial chescj grups editoriâi potents a fâ di mancul ancje des pocjis sodisfazions monetariis che vuê e pues garantîur la Rêt? Dôs rispuestis, une cetant concrete e une altre ideâl.
[Continua a leggere su La Patrie dal Friul]

(Ok, non è proprio vero: io l’ho scritto in italiano, poi Dree l’ha tradotto per me. Che a capirlo, il friulano, ancora ancora ci arrivo, ma a parlarlo e scriverlo no – nonostante la contiguità geografica. L’argomento è: perché ha senso che i giornali rendano disponibili i propri articoli su web e perché è utile anche a una pubblicazione così di nicchia come un mensile in friulano.)

Maggio 2 2008

Non è sempre così, ma così è in molti casi. Le redazioni online – meglio: le redazioni delle riviste online – non sono sempre un luogo fisico e al contrario vivono soprattutto negli spazi sociali della Rete. Per Apogeonline, per esempio, succede qualcosa di simile: il quartier generale, motore principe delle idee apogeiche, sta certamente nella sede della casa editrice a Milano ed è sempre in fermento. Ma la maggior parte delle persone che contribuiscono a dare vita al sito – io per primo che lo coordino, aggiungo a mo’ di disclaimer – sono sparse per l’Italia e per il mondo, e si  incontrano, si accordano sui contenuti, gestiscono fisicamente i contenuti dalle località più disparate. Una redazione c’è e della redazione ha tutte le caratteristiche fondamentali, ma non quella dello spazio comune dove trovarsi e incontrarsi faccia a faccia giorno per giorno.

Tutto ciò evidentemente ha una serie di pro e una serie di contro. Un potenziale limite mi piacerebbe approfondirlo, ed è la mancanza di un luogo fisico permanente in cui, come si dice, insegnare il mestiere a chi abbia voglia di mettersi alla prova. Le vecchie redazioni dei giornali erano anche questo – oggi lo sono molto meno, per noiosi limiti industriali e sindacali. Grazie alla posta elettronica e agli instant messenger, dentro la Rete il contatto è perfino più immediato, ma la trasmissione dell’esperienza è una pratica che richiede sempre più autonomia e iniziativa da parte dell’inesperto (il che non è sempre un male, per carità: seleziona rapidamente i perditempo). Tuttavia, mentre con una mano toglie fisicità, con l’altra Internet regala in continuazione nuove risorse. Second Life, per esempio, è uno spazio di interazione/socializzazione/approfondimento ancora da esplorare in questo campo.

Tutto questo per segnalare una prima iniziativa in imminente partenza, organizzata da Apogeonline e da unAcademy: un laboratorio pratico di giornalismo online attraverso cui vorremmo provare a raccontare qualcosa di questo mestiere e, nello stesso tempo, aprire a chi si vuole mettere in gioco le porte di una testata di primo piano nel settore dell’informazione tecnologica italiana. Un po’ di teoria e molta pratica: ai partecipanti saranno assegnati dei compiti a casa, ovvero un articolo giornalistico su uno o più temi dati. Tutti gli articoli saranno pubblicati sul sito dell’Accademia, ma il migliore della settimana finirà direttamente in prima pagina su Apogeonline e, opportunamente contestualizzato, sarà aperto al commento dei lettori. Un’opportunità e un’esperienza. E chissà, magari un’occasione felice di incontro tra la rivista e nuovi suoi potenziali collaboratori. Tutte le informazioni e le iscrizioni qui e qui.

Aggiungo: i posti disponibili sono dieci, più altri cinque per chi partecipa ai soli incontri in aula. Gli interessati non si facciano scoraggiare dalla lista già abbastanza nutrita: tra uditori, persone che già collaborano con Apogeonline (che verranno classificati d’ufficio come uditori) e iscritti da confermare, dovrebbero esserci ancora diversi posti disponibili. Senza contare che unAcademy, che pure ha i suoi buoni motivi tecnologici per limitare l’accesso, è in genere piuttosto incline alle eccezioni su questo fronte.

Aprile 21 2008

Visto che questi giorni, complice l’imminente giornata esclamativa di Grillo, in tanti sollecitano opinioni in merito, sintetizzo la mia. Io credo che l’Ordine dei giornalisti abbia un senso di esistere, ma che esista malamente da troppo tempo per avere una giustificazione a continuare. Lo abolirei, dunque? No, al contrario spingerei per farlo funzionare per quel che dovrebbe essere: prima che una corporazione (che forse non è mai esistita), un soggetto di autocontrollo in grado di fare le pulci al lavoro di tutti gli iscritti. Di tutti gli iscritti, tutti i giorni – cosa che adesso evidentemente non è, o non è in modo soddisfacente.

Quella che ai più sembra un’anacronistica barriera sulla via della libertà di cronaca – una barriera che mi pare abbia scoraggiato ben poca gente, anche laddove a scoraggiare era il mercato – è invece, in potenza, la più alta garanzia di libertà, etica e qualità dei giornalisti italiani, soprattutto in un momento storico in cui conflitti di interessi sempre più plateali fanno abbandonare agli editori i loro ultimi scrupoli sulla via dell’industrializzazione selvaggia dei processi editoriali. Fare a pezzi quest’istituzione, che non ha nemmeno la forza di portare a casa un contratto nazionale di lavoro da tre anni, credo non sia né la via più breve né la più efficace per risolvere i problemi dell’informazione italiana. Una vittoria piccola piccola, insomma.

Per fare buona informazione servono editori illuminati, giornalisti professionali (più che professionisti) e lettori maturi. L’Ordine si colloca idealmente molto più vicino agli interessi dei lettori che a quelli degli editori, motivo per cui chiedere la sua testa mi sembra accontentarsi del pesce piccolo e sperare che il pesce grande muoia di fame.

Marzo 14 2008

Ok, questa è un’idea vecchia e scontata, che si scontra con una lunga serie di ostacoli imprenditoriali (perché invece la tecnologia è matura quanto basta), ma che ciononostante io aspetto con impazienza. Voglio un’edicola online. Non sto parlando degli inflazionatissimi elenchi di link a fonti giornalistiche su Internet, non sto parlando di aggregatori di feed di giornali online, non sto parlando degli abbonamenti scontati alle riviste, non sto parlando nemmeno di vetrine online per edicole (ne esisteva almeno una, che ora non trovo più), né tanto meno di rassegne stampa sul web. Sto parlando dei buoni vecchi giornali di carta, quelli che qualcuno vorrebbe estinti entro pochi anni, soltanto nella loro versione digitale.

Quello che vorrei è un servizio web che si ponesse come intermediario in Rete tra editori e lettori. Tra tutti gli editori e i lettori. A me è capitato abbastanza spesso di abbonarmi per qualche mese alla volta alle versioni digitali di Corriere della Sera, La Repubblica, Messaggero Veneto, Internazionale, L’Espresso. Significa che pago un tot (parecchio: un anno dei maggiori quotidiani in questa versione costa 120-140 euro, comunque meno che se acquistassi tutti i giorni la loro versione cartacea in edicola) per accedere a un servizio in cui posso sfogliare rappresentazioni digitali del giornale in edicola oppure scaricarne direttamente il pdf. Ogni giornale significa un abbonamento diverso, una piattaforma diversa da cui ogni volta farsi riconoscere, una gestione diversa del servizio. Farsi una mazzetta dignitosa significa pagare molte centinaia di euro all’anno, entrare e uscire in continuazione da siti differenti e stare dietro ogni volta a un certo numero di scadenze e pratiche amministrative.

È troppo presto per pensare che qualche operatore indipendente offra bouquet a prezzi ragionevoli di quanti più giornali in versione digitale sia possibile? Ok, mettere d’accordo tutti gli editori rispetto a una piattaforma comune è inverosimile, ma quasi tutti prevedono la distribuzione del giornale in pdf, è già una buona base di partenza. Scegli il tuo abbonamento, costruisci la rassegna quotidiana con le fonti che desideri, versi una quota annuale proporzionale al numero e al tipo di testate selezionate et voilà. Ogni mattina entri in quell’unico servizio e trovi tutti i tuoi pdf belli e aggiornati che ti aspettano – i pdf di quel giorno e di tutti i giorni precedenti, naturalmente. Un po’ quello che già fa Kataweb Extra per i giornali nazionali e locali del proprio gruppo editoriale, ma allargato a tutti i giornali e con significativi sconti progressivi.

Questo non ha nulla a che vedere né rinnega le varie frontiere dell’informazione su Internet che pure seguo e auspico, come la “liberazione” degli archivi, l’evoluzione polimediale della testata o le forme di informazione partecipata. È un fronte differente, molto più pratico e contingente. Vorrei fare una cosa che farei comunque – leggere quanti più giornali e riviste possibile – nel modo più pratico, economico ed ecologico oggi possibile, tutto qui. Quanto sarei disposto a pagare per un servizio del genere? Qualche centinaio di euro all’anno, credo. Per un accesso illimitato a tutte le edizioni disponibili (ma penso a qualche sostanziosa decina, magari anche a qualche testata internazionale) non riterrei fuori luogo un forfait annuale intorno ai 500/700 euro all’anno. Diciamo 50 euro al mese, toh. In fondo una piattaforma satellitare come Sky, che pure nel rivendere contenuti altrui ha i suoi bei costi industriali, con 50 euro al mese dà accesso a una bella quantità di canali specializzati, no?

Più che a un servizio commerciale, io che come al solito imprenditore non sono, penso a qualcosa tipo un gruppo d’acquisto o un marketplace dell’editoria periodica: un soggetto collettivo (che riunisce giornalisti, addetti ai lavori, freelance, blogger e assimilabili) scende sul mercato e tratta le migliori condizioni possibili per fornire ai suoi aderenti il servizio più pratico ed economico oggi possibile. Sogno? Beh, allora magari quell’altra teoria che la distribuzione gratuita sarebbe addirittura il futuro del commercio – cavallo di battaglia dell’imminente nuovo saggio di Chris Anderson, ripreso a fondo sull’ultimo numero di Wired – me la tengo per un’altra occasione, mi sa che è meglio.

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