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Tag: giornalismo

Luglio 5 2011

(Pubblicato originariamente  su Apogeonline)

All’inizio pensavo fosse solo un mio momento di affaticamento oppure una congiuntura poco felice delle mie testate di riferimento. Dopo almeno un anno di disagio manifesto e crescente, prendo atto che forse sta irrimediabilmente cambiando il mio rapporto con l’informazione. Non provo più il piacere irrinunciabile di sfogliare un quotidiano, resto del tutto insensibile al fascino dei settimanali, lascio incellophanati i mensili a cui sono abbonato, non accendo quasi più la televisione. Sono sentimenti per me inediti: sono cresciuto col giornale in casa tutti i giorni, ho passato buona parte della vita guardando due edizioni al giorno di almeno tre telegiornali diversi, osservo con curiosità fin da molto giovane il modo in cui prende forma sulla carta o nell’etere il racconto dell’attualità. Oggi tutto questo non mi gratifica più, talvolta mi dà la sensazione di perdere tempo, molto spesso mi infastidisce. Perché? Mi sono interrogato a lungo, ho scansato con cura i luoghi comuni sulla qualità del giornalismo italiano nell’ultimo decennio (c’entrano, ma non sono il punto) e sono andato in cerca di indizi. Provo a condividerli, anche per la curiosità di capire se è qualcosa di più di una suggestione personale.

Immerso nel flusso

Amo dire che «vivo e lavoro in rete» da oltre quindici anni. Nell’ultimo decennio in particolare, ovvero da quando la nostra umanità e socialità ha cominciato a espandersi in modo significativo sul web attraverso blog e social network, il numero di persone e di idee con cui entro in contatto quotidianamente è cresciuto in modo esponenziale. Mi aggiorno in tempo reale grazie a servizi di informazione online, ma soprattutto attraverso le aggregazioni delle mie fonti preferite, professionali e amatoriali. Quando manco uno spunto che potrebbe essermi utile, il più delle volte l’informazione rientra nel flusso attraverso le condivisioni dei miei contatti su Facebook e Twitter. Flusso è il concetto chiave. Vivo immerso e sono parte di un flusso che scorre ininterrotto, portando con sé in giro per la rete notizie, esperienze, idee, contatti, emozioni. Quando intercetto qualcosa che mi interessa in modo particolare inizio ad andare in profondità: parto dal pretesto che mi ha incuriosito e risalgo la corrente fino alla fonte che ha dato origine a quel concetto o allargo il cerchio fino a farmi un’idea soddisfacente dell’argomento o della vicenda.

Il flusso non è un tritatutto unidimensionale, al contrario contiene in sé – grazie ai link, ai like, alle innumerevoli forme in cui in rete si generano relazioni tra persone e contenuti – tutti gli appigli per muoversi, ciascuno contemporaneamente, in grande libertà nel tempo e nello spazio. Ai miei studenti spiego che internet è un sistema operativo: ecco, io uso questo sistema operativo per decodificare la complessità secondo i miei bisogni contingenti. Uso internet per informarmi meglio, quando mi serve, per quello che mi serve. Uso internet per vivere meglio e avere le risposte che cerco nel momento in cui le cerco. Uso internet per lavorare in modo più efficace e dare spessore agli argomenti di cui sono chiamato a interessarmi. Tutto ciò contribuisce a fare di me un lettore per certi versi di frontiera nelle pratiche ed evidentemente sempre più frustrato da quanto non si plasma in tempo reale sulle sue esigenze e necessità. Non parlo solo di giornali: detesto anche i menu al ristorante, quando mi obbligano a chiedere chiarimenti a un cameriere distratto.

Raccontami, non raccontarmela. 

La prima risposta alle domande da cui sono partito, dunque, è scontata e ancora superficiale: internet è più comoda, più potente, più presente e più personalizzabile. Quando leggo un giornale soffro la superficialità di un articolo che si ferma a troppi passi da quello che intravedo come il nocciolo della questione e mi abbandona a me stesso dopo l’ultima parola. Quando leggo un periodico constato una ricorrente difficoltà a rientrare nel target al quale la redazione fa riferimento per massimizzare le entrate pubblicitarie e le vendite. Quando guardo la televisione unisco le due sensazioni e tendo a moltiplicarle. Ma c’è di più, secondo me. Per esempio, mi scopro intollerante alla messa in scena delle notizie: l’impaginazione eclatante, la presentazione che gronda retorica, la semplificazione eccessiva e talvolta irrispettosa dell’intelligenza del lettore.

Per loro costituzione, i mezzi di comunicazione di massa dispensano conoscenza da un palcoscenico: ci sono gli attori e c’è il pubblico. Per sua costituzione, internet abbatte quel palcoscenico, lasciando che i ruoli semplicemente si definiscano spontaneamente in base ai contesti. Quello che vale dentro internet non deve valere necessariamente per carta e etere, ma è inevitabile che col tempo le abitudini e le sensibilità di un numero crescente di persone ne escano ridisegnate. Tutto ciò che ricalca la supremazia del palcoscenico sui contenuti stessi – e spesso le gabbie, i progetti grafici, le scenografie più recenti sembrano esasperare questo concetto, quasi in forma di estrema difesa – finisce progressivamente per apparire stonato, artificiale, autoreferenziale, distante dalla realtà. Vorrei la notizia, l’idea, il commento, senza troppi giri di parole, senza immagini inutili, senza le calcificazioni ideologiche, di contesto e di stile che oggi caratterizzano molti giornalisti e molti progetti editoriali di successo.

Unità di senso

Non ne faccio affatto una questione di lunghezza. Considero un falso mito della rete la necessità di produrre testi asciutti, brevi, addirittura scomposti in più pagine se superano un taglio gestibile a colpo d’occhio. L’esperienza maturata negli ultimi cinque anni proprio qui su Apogeonline, che certo non si nega d’esser rivista di nicchia, mi racconta il contrario: la lunghezza è per definizione q.b., quanto basta, sta poi a chi scrive sostenere col proprio stile e col giusto equilibrio di sintesi e dettaglio l’attenzione e il giudizio del lettore. L’articolo torna a essere strumento di una relazione tra chi legge e chi scrive, non il mero prodotto finito di progetto editoriale. Il fatto è che una porzione consistente delle variabili che nel sistema tradizionale sono stati riserva del giornalista e delle redazioni finiscono in modo naturale e quasi trasparente nella disponibilità di chi usufruisce di contenuti attraverso la rete: la gerarchizzazione delle notizie, lo spazio e il livello di approfondimento destinati a ogni argomento dipendono dalle scelte di ciascun lettore, che può passare indifferentemente da un articolo a un altro, da un sito all’altro, avendo a cuore non certo il target, non certo la testata, non certo il piano editoriale, ma soltanto le sue esigenze contingenti e la sua curiosità.

Il lettore in rete non cerca la messa in scena del contenuto, cerca il contenuto e lo cerca all’altezza, altrimenti va altrove. Io, come lettore, mi sto abituando a scomporre la complessità in unità di senso, servendomi di ogni fonte disponibile. Cerco l’articolo prima che il giornale, il post prima che il blog, il messaggio di stato prima che il social network. Il processo di accesso all’informazione è capovolto e procede per ricombinazioni personali e non preventivabili all’origine. Non sto affatto insinuando che il giornale, la trasmissione, il palinsesto nel loro passaggio alla rete vengano superati, quanto piuttosto che diventano strumenti abilitanti al servizio dei contenuti. I nostri siti gravitano ancora concettualmente sulla home page, mentre l’esperienza del web contemporaneo ci sta dicendo che il baricentro si è spostato progressivamente nelle pagine interne e dunque, per come sono fatti gran parte dei siti più recenti, sulle unità di contenuto che quel sito ha da offrire alla rete. Non si spiegherebbe altrimenti perché, esempio tra i più efficaci di una tendenza consolidata nei siti di news statunitensi, CNN avrebbe ridotto la propria pagina principale a un anonimo elenco di link e spostato ogni cura all’interno delle ricchissime pagine interne.

Desemplificare i fatti

Io come lettore compio, insomma, una costante e consapevole opera di desemplificazione, laddove il ruolo dei giornali è stato fin qui soprattutto quello di semplificare e rendere accessibili questioni complesse. Ho più che mai bisogno dell’esperienza e della capacità divulgativa altrui, ma sono io a scegliere chi, quando e come. È il motivo per cui, anche tra i giornali online, scelgo soprattutto quelli che per vocazione si cimentano soltanto in questioni in cui sono in grado di fornire un consistente valore aggiunto, seminando il web di unità di contenuto di qualità, o quelli che per contro svolgono la meritoria funzione di ricostruzione del contesto nelle vicende più complicate, fornendo utili appigli per la selezione delle fonti più degne di interesse. Salvo da questo processo di disgregazione delle testate e dei contenitori il libro, a prescindere dalla sua progressiva (e irrilevante, da questo punto di vista) digitalizzazione in ebook, perché lo riconosco nella maggior parte dei casi compatibile con la ricerca di unità di contenuto sulle quali basare i miei percorsi di approfondimento personale.

Infine, sono un lettore alla disperata ricerca di fatti, di dati di fatto, di verità oggettive e sopra le parti. Ho la necessità di capire e di verificare, di giudicare potendo osservare il mondo intorno a me soltanto dopo aver appoggiato entrambi i piedi su un terreno consistente. Per questo mi sento tradito più volte al giorno da chi lo dovrebbe fare per me (insieme a me) e invece continua a ragionare più facilmente per battute, cartelle,pagine che per peso specifico di un articolo. Questo rende la necessità del fai-da-te o della ricombinazione personale dei testi e delle fonti più che mai necessaria e urgente, almeno quanto urgente è affrancare il filtro comunitario dei social media dalle emozioni e dalle urla di parte. Sono tutti processi complicati, che richiedono tempo e fatica, ma che avverto irrimediabilmente avviati, benché lontani da un approdo certo e rassicurante. So di non essere più il lettore di prima, non so ancora quale lettore sarò. Ma avverto la responsabilità di vivere in modo più che mai consapevole questo percorso.

Aprile 6 2011

Mercoledì prossimo comincia il Festival internazionale del giornalismo di Perugia. Io, se tutto va per il verso giusto, sarò lì da giovedì sera tardi e ci rimarrò fino a domenica mattina. Il programma, come al solito, è talmente ricco di temi e di nomi imprescindibili da generare ansia per le scelte da fare e rabbia per gli incontri che sarò costretto a saltare. Quest’anno sono stato coinvolto in alcuni panel, a diverso titolo.

Venerdì 15 aprile alle 10 partecipo a un incontro organizzato dalla Columbia Journalism Review su The news frontier: piccoli che fanno grandi storie, con Claudio Giua (direttore sviluppo e innovazione Gruppo Espresso), Charles Lewis (giornalista investigativo, fondatore del Center for Public Integrity), Justin Peters (direttore CJR online) e Paul Staines (Guido Fawkes blog).

Sempre venerdì 15 alle 16 partecipo alla cerimonia di premiazione del Premio Eretici Digitali, di cui sono giurato con Angelo Agostini, Sebastiano Caccialanza, Luca De Biase, Anna Masera, Marco Pratellesi e Mario Tedeschini Lalli.

Poco dopo, alle 17.30, modero un panel su Factchecking, il giornalismo che si ferma ai fatti, al quale partecipano Bill Adair (fondatore e direttore di PoliFact), Hauke Janssen (direttore del settore factchecking di Der Spiegel) e Luca Sofri (fondatore e direttore de Il Post).

Alle 19 c’è la presentazione dell’Online News Association, di cui sono diventato membro proprio quest’anno e che sta mettendo insieme un piccolo gruppo operativo anche in Italia (ricorderete l’incontro di novembre sul giornalismo iperlocale). Coordina Mario Tedeschini Lalli (direzione sviluppo e innovazione Gruppo Espresso) e partecipano gli ospiti internazionali che daranno vita a Perugia a una serie di tavole rotonde e workshop su cui torno tra un attimo.

Sabato 16 aprile alle 17.30, infine, partecipo a un panel su Open data e informazione: il mondo sta per essere sommerso di dati, i giornalisti sapranno dargli un senso? a cui prendono parte Ernesto Belisario (presidente dell’Associazione Italiana per l’Open Government), Jonathan Gray (coordinatore della community di Open Knowledge Foundation), Simon Rogers direttore del  Datablog e del Datastore di The Guardian). Modera Diego Galli, responsabile del sito di Radio Radicale.

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Per quanto riguarda gli incontri organizzati dall’Online News Association segnalo, oltre al già citato incontro di venerdì sera, due tavole rotonde e quattro workshop. Venerdì 15 alle 10.30 tavola rotonda sull’editorial cartooning con Maurizio Boscarol, Makkox, Mark Fiore (Premio Pulitzer 2010) e Dan Perkins. Domenica 17 alle 16 Elvira Berlingieri, Jon Hart, Guido Scorza e Mark Stephens (avvocato di Julian Assange) discutono di libertà di stampa e libertà di espressione.  I workshop sono dedicati alle narrazioni non lineari (venerdì alle 15), agli strumenti digitali gratuiti per il giornalismo (venerdì alle 17), allo smartphone come strumento per cronisti (sabato alle 9.30) e ai social media come strumenti per i cronisti (sabato alle 15). Sulla neonata pagina Facebook di ONA Italia, che segnalo a chi si occupa di giornalismo in ambito digitale, si trovano già i relativi eventi.

Dicembre 13 2010

Segnalo che è uscito il bando della seconda edizione del premio Eretici digitali per le eccellenze nelle inchieste online, di cui quest’anno sono giurato. C’è tempo fino al 28 febbraio 2011. Il bando è disponibile sul sito del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Gli autori di Eretici digitali e gli organizzatori del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia indicono la seconda edizione del premio giornalistico Eretici digitali.

Il premio prenderà in esame progetti di inchiesta giornalistica che promuovano un uso innovativo di internet (crowdsourcing, giornalismo collaborativo, mash-up, datajournalism, web 2.0) e degli strumenti del digitale per realizzare un reportage di cronaca attraverso video, audio, testo, fotografie, animazione o attraverso una combinazione degli strumenti sopra elencati. Saranno selezionati progetti che si distinguano per originalità, documentazione e approfondimento.

I reportage dovranno essere stati pubblicati online nel periodo tra il 01 gennaio 2010 e il 15 febbraio 2011.

[continua a leggere sul sito del Festival del Giornalismo di Perugia]
Novembre 13 2010

Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile, sostenuto, ospitato, promosso l’incontro di Roma sul giornalismo iperlocale, ma grazie soprattutto ai tanti che sono intervenuti, in sala e in rete. È stata una giornata bella e stimolante. Per chi c’era e per chi non c’era, questo è – per ora – ciò che ne resta:

(aggiungo link man mano che trovo contenuti)

Ottobre 22 2010

Ieri sera a Mestre – era un dibattito sul futuro del giornalismo, tra carta e rete – verso la fine è arrivata una domanda interessante da una persona in sala. Diceva, su per giù: ai miei tempi c’era un bel libro, ti insegnava come utilizzare in modo consapevole gli strumenti di comunicazione di allora. Era Come si legge un giornale di Paolo Murialdi. Come si intitolerebbe oggi un libro del genere?

Io – avevo appena finito di parlare dell’inadeguatezza delle leadership, che interpretano i problemi del 2010 con la testa del 1985, e della necessità di pensare non tanto alle regole da imporre, ma alla consapevolezza e alla responsabilità individuale da coltivare – ho risposto d’istinto Come essere buoni cittadini.

Ma m’è sembrata una domanda inconsueta e ricca di sfumature, e mi piacerebbe raccogliere qualche altra idea in proposito.

Ottobre 11 2010

È almeno dal Festival del giornalismo di Perugia del 2009 che sento Mario Tedeschini Lalli immaginare opportunità di ritrovo e condivisione per chi si occupa di giornalismo digitale in Italia:

Centinaia di persone in tutta l’Italia si occupano di giornalismo digitale, forse sono anche di più. Sono giornalisti con tanto di bollo e tesserino, studenti e studiosi della materia, ma anche tante, tantissime persone che per passione civile o interesse professionale ogni giorno “commettono atti di giornalismo”, per usare la felice espressione di Dan Gillmor. Gente che lavora per testate grandi e note con un loro sito web, per testate nate solo online, gente che scrive blog, che interagisce su Facebook, su Twitter o altre reti sociali. Tutta questa gente finora non ha avuto un “luogo” dove parlare del proprio lavoro, scambiarsi opinioni, verificare le proprie diverse esperienze, fondare una pratica e un’etica del giornalismo digitale. E sarebbe bene che l’avesse. [*]

Così, grazie alla determinazione di Mario e con la complicità di un gruppo di iscritti e simpatizzanti della Online News Association (tra i quali pure io), arriva la prima occasione d’incontro concreta:

Da qualche parte occorre cominciare, per questo con un gruppo di amici abbiamo deciso di organizzare un “meetup” a Roma, sabato 13 novembre, per parlare tra di noi e cominciare a ipotizzare i passi successivi. Il tema iniziale: il giornalismo digitale al livello locale. [*]

Tutti i particolari logistici si trovano in un wiki al quale ci si può iscrivere e nel quale si possono proporre temi e ipotesi di lavoro. Sarebbe bello fossimo in tanti.

Giugno 9 2010

Da questa mattina dovrebbe essere disponibile in buona parte delle librerie italiane Giornalismo e nuovi media. L’informazione al tempo del citizen journalism, il mio nuovo libro dedicato all’evoluzione della mia professione nel mondo di internet. Per vuole approfondire, oltre alla scheda su questo mio sito, sono disponibili anche una scheda su Apogeonline, dove si possono leggere sommario e introduzione, e una pagina di social-cose su Facebook.

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Giugno 3 2010

Nel libro che esce la prossima settimana concludo dicendo che è il giornalismo la via d’uscita alla crisi del giornalismo. Concetto qui generico e fuori contesto, ma che riconosco in pieno nella riflessione avviata la scorsa settimana da Mario Tedeschini Lalli sulla necessità, per chi fa informazione, di cominciare a lavorare seriamente sui dati.

Si tratta di cominciare a trattare di dati, gli elementi di base di ogni ricerca o indagine giornalistica per quello che valgono: cioè molto. Scoprirli, organizzarli, renderli commentabili e annotabili. E per dati possiamo intendere sia i numeri, le tabelle, le statistiche; sia i documenti, i testi originali ecc. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una funzione “archivistica”, io sostengo che mettere il pubblico in grado di scrutare e analizzare i dati sulla base del quale la politica o il potere in genere prendono le decisioni sia una funzione tipicamente giornalistica. Il bello di questo nuovo mondo digitale e che possiamo andare oltre i semplici “esempi” che possiamo mostrare o citare in un articolo o in una pagina e offrire al pubblico, al cittadino il materiale originale, tutto il materiale originale – in forma significativa. Da questo punto di vista occorre agire in due direzioni: verso le autorità pubbliche e verso i processi stessi di costruzione giornalistica.
[leggi tutto su Giornalismo d’altri]

In Italia il giornalismo online è ancora quasi completamente da costruire. Nelle pratiche, ma prima ancora nelle premesse culturali – tanto dei giornalisti quanto dei lettori. La nostra è una nazione ostinatamente abbarbicata all’approssimazione e all’emotività. Per motivi opposti e sventatezza comune, sia i disinformatori di massa sia gli attivisti della controinformazione indulgono pesatemente nel fanatismo e nell’esaltazione. È una strategia criminale per quanto riguarda i primi, suicida per i secondi. Una società che conservi un briciolo di amor proprio ha il dovere di tornare non tanto alla verità, quanto ai fatti. I fatti si possono ricostruire, quasi sempre, con freddezza e precisione. Internet e il giornalismo digitale aprono enormi opportunità in questo senso, altro che professione svuotata. È un campo che mi affascina molto e che sto esplorando da qualche tempo anche con FactCheck.it, un quaderno di appunti pubblico e collaborativo che un giorno mi piacerebbe aiutare a far crescere in una dimensione più attiva e propositiva.

In questo contesto si innesta la proposta di Tedeschini Lalli, che promette di rilanciare nei prossimi giorni. Siccome Mario è saggio, conosce bene lo stato dell’arte del giornalismo digitale e sa guardare più lontano di me, mette subito l’accento su una premessa indispensabile. Se vogliamo lavorare sui dati e sui fatti, dobbiamo prima fare in modo che quei dati e quei fatti siano disponibili e accessibili su larga scala. I dati sono patrimonio dei cittadini: oggi, in Italia, siamo ancora molto lontani da questo presupposto. C’è un gran lavoro di sensibilizzazione culturale e normativa da un lato, professionale dall’altro. Per quanto mi riguarda, come cittadino prima ancora che come giornalista, io sono a disposizione.


Aggiornamento, ore 10:
proprio stamattina a Frontiers of Interaction 2010 (streaming live) il ministro Renato Brunetta ha anticipato il lancio di un data.gov italiano (ovvero di una repository dei dati pubblici, sulla falsa riga degli esempi statunitense e inglese) entro la fine dell’anno.

Aprile 21 2010

La settimana che avrei voluto passare a Perugia (qui i video degli incontri, comunque), non solo non la passo a Perugia, ma pure orizzontale a superare una brutta influenza gastrointestinale mia e della mia famiglia. Peccato, perché è una settimana come ne capitano poche nell’informazione italiana e avrei voluto godermela con maggiore attenzione. Ieri è nato Il Post di Luca Sofri, un progetto che aspettavo con molto interesse e da cui mi aspetto grandi cose. Porta in Italia il modello dei vari Huffington Post e Daily Beast, riconducibile alla massima di Jeff Jarvis «cover what you do best and link to the rest». A margine del debutto del Post, da leggere anche le riflessioni di Giuseppe Granieri e Andrea Beggi. Sempre martedì Repubblica.it s’è data una bella sistemata all’impaginazione, mettendo finalmente ordine tra le mille testate del gruppo editoriale che reclamavano uno spazio in home page: non aggiunge novità travolgenti, ma oggi sembra un giornale più maturo. C’è curiosità intanto per il Corriere.it, che perde il suo caporedattore storico Marco Pratellesi (se ne va in Condé Nast) proprio mentre la redazione è in subbuglio a causa di alcune contestate scelte della direzione. Settimana ricca anche sul fronte degli aggregatori: lunedì è stato presentato ufficialmente BlogNation, progetto di Gianluca Neri e soci (finanziato da Telecom Italia), e Paperblog, localizzazione di un servizio popolare in Francia. In bocca al lupo a tutte le nuove iniziative.

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