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Tag: giornalismo

Gennaio 24 2013

L’Associazione Stampa Toscana mi ha chiesto di concludere oggi con uno scenario sul “giornalismo che verrà” un corso di formazione per uffici stampa comunali organizzato con Anci Toscana e Ordine dei giornalisti. Questi sono gli appunti su cui ho basato il mio intervento.

1.

Il giornalismo che verrà possiamo immaginarlo soltanto se cambiamo prospettiva. Al momento le nostre energie sembrano concentrate soprattutto sul trasportare nel modo più indolore e redditizio possibile l’informazione dai suoi veicoli consolidati, la carta e la tv, alla rete. La retorica della nostra categoria professionale è piena di conservare, garantire, sopravvivere. Siamo consapevoli che qualcosa cambierà, anche in profondità, ma ci preoccupiamo che questo assomigli il più possibile a ciò che c’era.

Se invece di concentrarci sugli ultimi centocinquant’anni di storia della comunicazione, ovvero sull’epopea dei mezzi di comunicazione di massa, allargassimo lo sguardo per abbracciare l’intera storia della società umana, centocinquantamila anni, la chiave di lettura ci apparirebbe diversa. Forse più pacifica. Abbiamo costantemente ridefinito la nostra relazione con il tempo e con lo spazio. In principio tutto era qui e ora. Con le iscrizioni rupestri abbiamo infranto il vincolo del tempo. Con le tavolette di argilla e creta quello dello spazio. La cultura permane e circola, subendo la spinta decisiva con l’invenzione della stampa. Poi l’elettricità, l’elettronica, i primi computer, le reti, internet, in un’accelerazione formidabile. Oggi le informazioni circolano ovunque e subito. Da uno a uno. Da uno a pochi. Da uno a molti. E oggi, potenzialmente, da tutti a tutti.

Le nostre difficoltà di oggi sono un accidente della storia. Hanno a che fare molto poco con la sopravvivenza dell’industria giornalistica e molto con il progresso della civiltà. La storia, di cui stiamo scrivendo l’inciso che ci spetta, non comincia con la penny press, ma dai versi elementari nella grotta di un nostro trisavolo. Mettere tutto in prospettiva rende forse più semplice accettare alcune premesse. Che l’industria era tale perché industriali erano le economie dei sistemi di trasporto dell’informazione (e, in un secondo tempo, anche le ambizioni di alcuni imprenditori del settore). Che la rete, non più mezzo di comunicazione ma sistema operativo della società, favorisce il ritorno all’artigianato, in un mondo di hobbisti. Che non è la fine delle mediazioni professionali, ma che alle mediazioni professionali, per sopravvivere, è richiesto un salto di astrazione.

2.

Una componente considerevole della professione giornalistica è stata, negli ultimi decenni, la gestione e l’organizzazione dei mezzi di comunicazione. Questo compito ci è stato tolto, o meglio è stato redistribuito tra tutti i cittadini. L’altra funzione essenziale era dare le notizie: cercarle, controllarle, confezionarle e diffonderle. Ma anche questo compito è stato almeno in parte redistribuito: oggi una parte delle notizie viene già prodotta, verificata e redistribuita senza l’intervento di un giornalista.

Invece che competere con i propri lettori e provare a ricostruire recinti e steccati, il giornalista deve imparare a lavorare insieme a loro. Non necessariamente accanto, ma in sinergia con essi. A una comunità che esprime già le sue istanze senza bisogno di mediazioni, il giornalista può ancora offrire continuità di impegno, strumenti professionali, esperienza, spirito di servizio. Il prodotto giornalistico ha l’opportunità di rinascere all’interno della comunità, come luogo di espressione, sintesi e perfezionamento delle sue istanze.

Significa, per esempio, cominciare ad aprire le nostre redazioni, ancora blindate e distanti sia fisicamente che metaforicamente dalla vita della comunità. Negli Stati Uniti, le sedi di alcuni giornali iperlocali sono diventati centri civici, luoghi di ritrovo, bar. Succede anche in Italia, in alcune web-tv.  Il giornalismo sta salendo a un livello logico superiore, dentro la sfera della complessità dell’informazione: è il momento di adeguare le pratiche, gli strumenti, i luoghi della nostra professione. Il prodotto ne è una conseguenza.

3.

Finora abbiamo vissuto di contenuti. I contenuti erano il fine del lavoro giornalistico e il valore che offrivamo e vendevamo alla società. Ma la rete ormai trabocca di contenuti, spesso di valore anche superiore ai nostri. Il contenuto cessa di essere il fine ultimo. Il contenuto diventa uno strumento, l’inizio di una relazione con altri contenuti e con le persone. Il fine del nostro lavoro, ma in realtà il fine di chiunque cerchi valore in rete, è dunque generare relazioni.

Non ricostruiremo un’economia sui contenuti, tanto meno difendendo i nostri articoli e mettendoli sotto chiave. I contenuti hanno bisogno di essere liberi, perché solo circolando liberamente hanno la possibilità di entrare in relazione con altri contenuti e con nuove persone. Lo zoccolo duro di lettori consisterà sempre meno in quelli che riusciremo a trattenere, ma in quelli che conquisteremo in giro per la rete, tra quanti ancora non sanno che esistiamo o che comunque non sapevano avessimo un contenuto interessante per loro.

Generare relazioni implica visione d’insieme, capacità di selezione e sintesi, connessione, condivisione, rilancio di attenzione. Il prossimo “giornale” di successo è un hub: un nodo della rete che, in funzione delle proprie caratteristiche e capacità, è in grado di connettere a sé e tra loro quanti più nodi possibili. Un hub è uno snodo vitale per la comunità interconnessa almeno quanto un giornale di carta è stato vitale per la società moderna che aveva bisogno di conoscere le notizie. È, dunque, sulla capacità di relazione che costruiremo probabilmente l’economia della conoscenza dei prossimi decenni. Anche se al momento non abbiamo ancora idea di come.

4.

Il primo passo potrebbe essere abbandonare concettualmente la centralità del prodotto. La logica dell’ipertesto scardina la sequenzialità dell’informazione e disgrega i contenitori convenzionali: frantuma giornali e palinsesti nelle loro unità minime di contenuto, rendendo l’informazione liquida e facilitandone lo scorrimento in situazioni e luoghi spesso imprevedibili in partenza.

Ragioniamo sempre meno per testate: i lettori citano e rilanciano singoli articoli in virtù del loro valore superiore e della loro originalità, indipendentemente dalla loro provenienza. La testata si riduce a piattaforma di lancio e marchio di fabbrica, che certifica, nella migliore delle ipotesi, la qualità dei processi editoriali, il metodo e la credibilità.

Stiamo progressivamente cedendo al lettore l’impaginazione delle notizie, la definizione degli ingombri e delle gerarchia di urgenza e valore. Il suo procedere per salti e immersioni crea un equilibrio tutto personale sia per varietà che per qualità. Possiamo facilitare questo processo, favorendo connessioni e suggerendo analogie, ma non dettiamo più noi l’agenda. I giornali online più maturi stanno progressivamente rinunciando all’home page strutturata, reinterpretazione digitale della prima pagina di carta, per sostituirla con un semplice elenco puntato di titoli di notizie. Il valore sta all’interno: ogni pagina, a modo suo, è una home page.

5.

Il fiume Mississippi, negli Stati Uniti, ha ancora oggi la fama di essere insidioso per la navigazione. Si racconta che nel XIX secolo, quando il fiume diventò una delle vie per la conquista del West, la navigazione fosse suddivisa in tante piccole tratte, ciascuna delle quali servita da un battello diverso. Ogni tratta aveva caratteristiche talmente peculiari, che ogni marinaio conosceva soltanto la sua tratta e per la successiva affidava i passeggeri al marinaio esperto del tratto successivo. I giornalisti saranno sempre più come i marinai del Mississippi, specializzati e interdipendenti tra loro. In una rete dove persone e contenuti si aggregano spontaneamente in gruppi di interesse e comunità di competenze, non basta l’occhio indistinto del generalista: serve l’esperienza di una specializzazione, occorrono riferimenti precisi e misure, capacità di inquadrare i problemi, strumenti per sviscerarli, interfacce collaudate per interconnettere specialità e sensibilità differenti.

La scrittura guadagna la terza dimensione, quella dei link e dei riferimenti ipertestuali, permettendo sintesi della complessità che non rinnegano più la possibilità di approfondimento o di argomentazione approfondita. A quali repertori di dati ha fatto riferimento il giornalista? Qual era il contesto originale di una citazione? Il link serve il lettore, aprendo nuove vie al suo percorso di documentazione e favorisce la credibilità dell’autore stesso, rendendo trasparente il suo metodo e le sue fonti. Il costo della verifica delle informazioni, sempre meno sostenibile perfino laddove dovrebbe essere garantito per prassi professionale, è così di fatto condiviso tra autore e lettore.

E ancora sui tagli dell’informazione online: non componiamo più moduli su un menabò, in rete abbiamo a disposizione tutto lo spazio che serve a una buona storia o a una buona causa. Inoltre ogni articolo continua a vivere anche dopo essere stato pubblicato. Si dice spesso che le notizie sul web debbano essere molto brevi ed essenziali, per venire incontro alla scarsa disponibilità di tempo e attenzione di un lettore frettoloso e distratto. Il più delle volte, il lettore non ha fretta: scappa, perché non trova contenuti all’altezza o perché trova l’ennesima copia di una notizia già letta altrove. È un problema di originalità, profondità e qualità della narrazione, non di lunghezza.

6.

Abbiamo ancora tanto da fare, tanto da inventare, tanto da sbagliare. Dentro e fuori la professione, perché intorno a noi stanno maturando fronti altrettanto interessanti e promettenti, come l’open data, il diritto all’accesso alle informazioni pubbliche, il superamento giuridico del copyright e la libera circolazione della conoscenza. Sono tutte battaglie culturali nelle quali spicca non soltanto l’assenza del contributo attivo della nostra comunità professionale, ma spesso addirittura la diffusa mancanza di consapevolezza. Significa che non siamo soli, che l’intera società è alla ricerca di nuovo senso, di nuove modalità operative, di nuove sintesi della complessità in cui siamo immersi.

È un cambiamento soprattutto culturale, perché sta cambiando il sistema operativo della società: dalla logica gerarchica delle mediazioni, stiamo passando a un’organizzazione reticolare, particolarmente efficiente perché corrisponde alla conformazione naturale della società e al modo in cui da sempre le persone si interconnettono le une alle altre. È un viaggio al buio che pone sfide  nel contempo angoscianti ed entusiasmanti a tutti noi: a chi governa, a chi informa, ma anche ai cittadini, che vedono un po’ per volta erodersi lo scudo delle deleghe che nella società dei processi di massa giustificava un atteggiamento spesso passivo e distaccato.

Abbiamo affrontato epici viaggi verso l’ignoto, nella storia dell’umanità. I grandi esploratori viaggiavano in assenza di vie consolidate e di destinazioni certe, ma si aggrappavano all’unico punto di riferimento certo e assoluto: le stelle e le costellazioni. Il giornalista oggi si mette in viaggio consapevole che deve spogliarsi di molte sovrastrutture e abitudini rassicuranti, ma ha in sé la certezza a cui aggrapparsi: il metodo giornalistico, basato su accuratezza, indipendenza, trasparenza, legalità. Può cambiare tutto nella professione, ma la sopravvivenza del giornalismo non può che passare attraverso questi tratti costitutivi.

Gennaio 18 2013

A Trento, ospiti di Fondazione Ahref, abbiamo passato una bella giornata a discutere di fact checking (#factchecking su Twitter), allargando lo sguardo dal fenomeno mediatico del momento, molto legato al periodo pre-elettorale che stiamo attraversando, alle sfumature giornalistiche, filosofiche, psicologiche e tecnologiche di questa pratica. Ne è venuto fuori un sano e stimolante esercizio di desemplificazione, nella via verso la costruzione di «uno spazio civico dove condividere un metodo», per dirla con le parole usate da Luca De Biase in apertura dei lavori.

Nei prossimi giorni Fondazione Ahref dovrebbe mettere a disposizione il video degli interventi. Io, intanto, come d’abitudine, metto a disposizione le slide del mio, un’introduzione alle principali esperienze italiane e internazionali e al contesto da cui prende avvio, oggi anche nel nostro paese, il fact checking collaborativo in rete.

Aggiornamento, 25 gennaio: sono disponibili le registrazioni video di tutti gli interventi della conferenza.

Novembre 28 2012

Ieri è uscito un interessante rapporto della Columbia Journalism School sullo stato del giornalismo e dell’editoria, redatto da C.W. Anderson, Emily Bell e Clay Shirky. Pier Luca Santoro ne fa una buona sintesi in italiano. Nel rapporto si parla apertamente di giornalismo post-industriale e di riallocazione (non sostituzione) della professione del giornalista a un diverso livello dell’ecosistema dell’informazione. Sono due concetti che trovo fondamentali e che avevo provato a mettere a fuoco qualche tempo fa nella prefazione di Giornalismo digitale, saggio di Davide Mazzocco uscito lo scorso ottobre per le Edizioni della Sera. La ripubblico qui.

 

Nel volgere di un quarto di secolo il giornalismo è passato dalla macchina per scrivere all’interazione liquida su internet. L’ultimo tratto di questo percorso non è stato soltanto un aggiornamento tecnologico o l’ennesima automazione dei processi, come poteva essere stata la digitalizzazione delle fasi di scrittura e composizione al tempo dei primi terminali e dei sistemi editoriali integrati. Con la diffusione di internet ha avuto inizio un processo che sta portando la comunicazione nella sua dimensione post-industriale, quasi un artigianato di ritorno. È un cambiamento soprattutto culturale, perché sta mutando il sistema operativo della società. I mass media erano la struttura portante di una società basata su gerarchie e mediazioni. Con internet stiamo abbracciando una logica reticolare, che si diffonde in fretta perché aderisce perfettamente al modo in cui le persone e le idee si interconnettono naturalmente le une alle altre.

Non è la fine delle mediazioni professionali, ma alle mediazioni professionali è richiesto un salto di astrazione. La società svolge da sé alcune delle funzioni essenziali di cui editori, giornalisti e comunicatori avevano il monopolio e oggi dispone di un acceleratore semplice, economico e distribuito per dare alle informazioni, alle competenze e alle opinioni una dignità pubblica sistematica. Il compito del giornalista sarà sempre meno quello di dare le notizie, perché le notizie saranno date a prescindere dalla sua partecipazione. Il suo ruolo deve dunque salire a un livello logico superiore, dentro la sfera della complessità dell’informazione, laddove un contributo professionale è determinante per fare sintesi competenti, per sviluppare approfondimenti originali, per generare relazioni.

Relazioni è la parola chiave per comprendere la logica operativa della rete, molto più che contenuti. I contenuti sono lo strumento necessario perché sia possibile generare valore, ma il valore nasce dalle interazioni che si creano tra i contenuti e tra le persone. Non è sufficiente che un contenuto sia disponibile, così come finora una notizia veniva semplicemente composta sulla pagina di un quotidiano: deve entrare in relazione con altri contenuti e farsi trovare nei percorsi delle persone che potrebbero esservi interessate. La logica dell’ipertesto scardina non soltanto la sequenzialità dell’informazione, ma i contenitori stessi: frantuma giornali e palinsesti nelle loro unità minime di contenuto, rendendo l’informazione liquida e libera di scorrere ovunque. Giornalista sarà in futuro chi saprà maneggiare questo nuovo liquido, sempre meno adattabile al concetto tradizionale di giornale o di testata. Giornalista sarà chi saprà ricostruire provenienze, certificare dati di fatto, moltiplicare le destinazioni, ovunque se ne presenti la necessità.

Nel social network della vita di tutti i giorni, il giornalista torna a essere nodo tra i nodi, uno tra pari. Non ha più strumenti eccezionali né superpoteri, ma alle capacità accresciute del cittadino comune può affiancare continuità e professionalità di impegno, maggiore completezza negli strumenti culturali e specializzazioni in grado di contribuire in modo significativo al filtro diffuso e collaborativo della società. Il giornalista è per vocazione un hub, uno snodo vitale della rete sociale per la sua capacità di alimentare e mettere in connessione altri nodi tra loro. Il giornale, qualunque forma esso possa assumere nel prossimo futuro, non potrà più essere uno strumento che entra nell’ecosistema da fuori: deve nascerci dentro, facendo sintesi di quanto al suo interno emerge e s’agita.

Siamo in transizione. Abbiamo abbandonato un punto di equilibrio e viaggiamo, agitati e precari, alla ricerca di nuovi punti di equilibrio. Non abbiamo certezze: sappiamo che cosa lasciamo, non sappiamo che cosa troveremo. Intuiamo che, nell’epoca dell’abbondanza dell’informazione, qualcuno che faccia ordine e aiuti a distillare senso serve ancora, più che mai. Quello che ancora ignoriamo è, per contro, come ricostruiremo l’economia di questa professione. Per le grandi organizzazioni editoriali la ricerca è particolarmente impegnativa, perché la complessità interna moltiplica le variabili e rallenta ogni tentativo di riconversione. Le rendite di posizione non le sorreggeranno a lungo: l’errore peggiore che possono fare è non mettersi in gioco, non sperimentare, non concedersi il lusso di commettere errori e accumulare esperienza. Per le piccole organizzazioni e per i professionisti indipendenti è invece un momento potenzialmente favorevole, perché la possibilità di guadagnare visibilità e posizioni di influenza aumenta man mano che il racconto della realtà viene innervato dalla rete.

Per tutti, comunque la si veda, è un momento drammaticamente fecondo, perché costringe a ripensare in profondità il senso, le pratiche e la qualità del proprio lavoro. E ogni occasione per approfondire il discorso – come questo testo di Davide Mazzocco, ricco di spunti e di esperienza – rappresenta un passo avanti per la comunità professionale.


(testo pubblicato originariamente come prefazione a Davide Mazzocco, Giornalismo digitale, Edizioni della Sera 2012)

Novembre 15 2012

Uno dei problemi del fact checking è che poco si adatta diventare prodotto. Certo, negli Stati Uniti un prodotto lo è già diventato: iniziative come Politifact e FactCheck.org hanno aperto e indicano brillantemente la strada. Ma dal mio punto di vista costituiscono un’eccezione, l’esasperazione di un metodo espulso per contenimento dei costi dal processo produttivo della conoscenza, che  nell’epoca della radicalizzazione dei format rischia di finire presto per fagocitare se stesso. Il fact checking è la certificazione del fallimento di un rapporto di fiducia: significa che il giornalista non ha fatto fino in fondo il suo dovere; che il politico sta effettivamente cercando di fregarci; che il rigore del metodo scientifico non è più un requisito sostanziale. Se abbiamo bisogno di Politifact significa che gli anticorpi della società hanno bisogno di una cura ricostituente. In Italia di antibiotici, probabilmente.

Questo non significa che non apprezzi il fiorire di iniziative anche nel nostro Paese, proprio io che sull’argomento negli anni scorsi ho raccolto e rilanciato appunti con grande entusiasmo. Sono felice che Ahref abbia lanciato la sua piattaforma per la verifica dei fatti (e che abbia incontrato sulla sua strada il Corriere della Sera). Mi rallegro che il già innovativo dibattito di Skytg24 con i candidati alle primarie di centrosinistra abbia scelto di integrare una funzione di controllo critico sugli argomenti della serata (pur finendo per dimostrare soprattutto i limiti di un fact checking in tempo reale e spettacolarizzato). Mi piace che nella stessa occasione siano emerse altre iniziative spontanee come Pagella Politica. Tutto bene, tutto bello, tutto utile.

Però mentre ci divertiamo a puntare il dito contro il giornalista distratto o il politico mendace, io guardo soprattutto alla nostra comune consapevolezza. Non vorrei che avessimo trovato solo un modo nuovo per abbaiare al potere e ripulirci la coscienza, perdendo di vista il fatto che il fact checking è soprattutto un’autocritica alla società nel suo complesso. Il principio isolato negli esperimenti di verifica dei fatti stimola ciascuno di noi al rigore degli atti pubblici, alla precisione dei riferimenti, alla ricerca di documentazione affidabile, alla collaborazione con le altre competenze. Dovrebbe costringere il nostro pensiero, soprattutto se esposto in pubblico, a diventare più ecologico: la nostra opinione non vale granché, se non contiene in sé collegamenti riconoscibili ai fatti, ai dati, al percorso intellettuale che l’ha generato. Non basta snocciolare dati per assumere un’aura di rigore: come diremmo sul web, servono i link. E i link devono essere quelli giusti. Possiamo pretendere che comincino politici e giornalisti, ma secondo me facciamo prima se cominciamo a dare, ciascuno nel suo piccolo, il buon esempio.

Luglio 23 2012

Ho seguito con molti motivi di interesse il processo che il Tribunale di Pordenone ha intentato contro la webtv pordenonese Pnbox in seguito alla denuncia dell’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia. Primo: a sollevare il caso era l’organismo di categoria a cui sono iscritto e che mi rappresenta in ambito professionale. Secondo: seguo e apprezzo dalla nascita le attività di Pnbox. Terzo: ho stima di Francesco Vanin, fondatore della società e unico imputato al processo (con cui, lo dico qui per trasparenza, mi capita anche occasionalmente di lavorare). Bene, qualche giorno fa la vicenda si è conclusa con l’assoluzione di Vanin: è andata, insomma, com’era logico che andasse, soprattutto in considerazione del fatto che il dibattimento si è andato restringendo fin dalla prima udienza non tanto sull’attività complessiva della webtv (la posizione dei redattori, del resto, era già stata archiviata da tempo), quanto semmai su quella specifica del suo amministratore, talmente al di sopra dei sospetti di abuso di professione che perfino il pubblico ministero ha finito col chiederne l’assoluzione.

Non ho mai nascosto le perplessità per la scelta dei miei rappresentanti regionali di risolvere una questione pur legittima e fondamentale (l’inquadramento delle attività di informazione in rete) nel modo più pavido e prepotente (chiedendo a un giudice di decidere sulla pelle del malcapitato di turno). In tutto il mondo, intere filiere editoriali, dall’editore all’ultimo dei collaboratori, si stanno confrontando sui cambiamenti epocali in corso nel mondo della comunicazione e del giornalismo, condividendo preoccupazioni, idee e sperimentazioni. Qui, nella nazione che già vanta con la corporazione professionale dei giornalisti un’anomalia più unica che rara, si passa direttamente alle denunce, senza nemmeno il dibattito. Tale era l’urgenza di venire a capo del problema che nessun rappresentante dell’Ordine ha assistito alla lettura della sentenza, per dire. Chiusa parentesi.

E ora? Non abbiamo concluso nulla, secondo me. C’è poco da festeggiare o di cui rammaricarsi. La situazione è esattamente com’era prima, non è stato sancito alcun nuovo diritto, tutte le criticità restano. Abbiamo semplicemente evitato che si generasse un grave precedente giuridico, com’era stata per esempio nel 2008 la condanna dello storico Carlo Ruta per il reato di stampa clandestina, perché il suo blog non era una testata registrata (caso risolto soltanto pochi mesi fa, dopo quattro anni di ricorsi, a dimostrazione di come certe cantonate facciano perdere tempo prezioso, mentre il resto del mondo corre). La legislazione di riferimento è ancora nel pieno del suo vigore, nonostante abbia visto la luce nel 1948 (la legge sulla stampa) e nel 1963 (la legge sull’ordinamento giornalistico) e i suoi limiti siano sempre più evidenti. È un po’ come se ci ostinassimo a regolare il traffico di oggi con il codice della strada di fine ‘800: a un certo punto le analogie con le carrozze e i velocipedi non funzionano più, semplicemente. Stabilire che quella di Pnbox non sia attività giornalistica a me non soddisfa affatto come conclusione, perché taglia con l’accetta un confine già oggi labile, ma che sarà sempre più difficile rilevare in futuro.

Da giovane giornalista ho molto creduto nei benefici di una professione definita con rigore, perché il sovrappiù di norme poteva garantire un importante margine di autoregolamentazione nella categoria. A quest’ora, però, avremmo dovuto avere come minimo il giornalismo migliore del mondo, mentre il fallimento dell’ambizioso progetto – generoso nelle intenzioni di chi lo ha istituito e difeso finora – è sotto i nostri occhi. L’Ordine oggi è quasi più un freno passivo per gli innovatori che un respingente per professionisti senza scrupoli. I giornalisti rischiano di diventare i peggiori nemici di se stessi, perché mentre difendono le carrozze e i velocipedi vengono travolti dal traffico molesto del 2000 e mancano le ultime scadenze utili per recitare un ruolo attivo e consapevole nella ricerca urgente di una mobilità dolce e sostenibile.

Così oggi ho anch’io sempre meno dubbi: dovremmo fare un salto in avanti. E lo dobbiamo fare – in questo mi ritrovo nelle posizioni di colleghi tutto fuorché avventati, come Mario Tedeschini Lalli – superando questa legislazione e non tentando di adeguarla o modificarla, col rischio di renderla magari ancor più insidiosa a forza di compromessi. La Costituzione già regola, concedendolo a ogni cittadino, il diritto di espressione, così come nei fatti è sempre più spesso il mercato a definire chi effettivamente eserciti le funzioni del giornalista e chi no. Nell’epoca in cui chiunque abbia qualcosa da dire può accedere in modo semplice ed economico a una platea globale, le eccezioni cominciano a essere talmente numerose da rendere impossibile quell’unità di intenti e di pratiche che aveva favorito la nascita della  corporazione. In questo calderone anche soltanto far rispettare la legge diventa difficile, mentre la certificazione di Stato che un tempo dava certezza oggi per paradosso tende a ottenere il risultato inverso. Io sono ancora convinto di quello che scrivevo nel 2010: è il momento migliore per essere giornalisti. Ma, appunto, il momento è adesso. Non il 1948.

Maggio 20 2012

Capisco sempre meno le polemiche sul ritardo dell’informazione mainstream in caso di notizie importanti e impreviste. Prendiamone atto e facciamocene una ragione: in piena notte, in orari periferici, in situazioni confuse, i giornalisti arriveranno sempre più tardi. Ed è molto meglio così. Preferisco un’informazione che si prenda il tempo di verificare i dettagli e che quando si esprime diffonde certezze, rispetto a dirette fiume improvvisate, che prendono notizie a casaccio da agenzie e flussi di rete, mancano alla loro missione essenziale basata sull’accuratezza e sulla sintesi. I social network ci hanno abituato a una velocità che prima semplicemente non esisteva. Ricordo bene terremoti come quello di stanotte, quando ero ragazzino: le edizioni straordinarie dei tg non si facevano con la facilità di oggi, non esistevano i canali all news (italiani), c’era solo il benemerito Televideo, embrione di flusso digitale nell’informazione giornalistica tradizionale, davanti al quale aspettavo non meno di un’ora l’aggiornamento chiarificatore. Ed era un’altra ansia, peraltro nemmeno condivisa come oggi.

Dovremmo considerare lo straordinario tempo reale condiviso attraverso Twitter e Facebook qualcosa in più, un arricchimento per tutti, non una competizione con le testate giornalistiche. “Se non ci fosse stato Twitter…”: invece c’è, ed è per questo che percepiamo la differenza. Stiamo parlando di due forme di informazione diverse, che hanno tempi e presupposti differenti. Non basta un tweet e una foto di un crollo per avere la notizia, giornalisticamente parlando: o meglio è un’informazione rilevante per me se il tweet mi arriva da @gluca, di cui ho fiducia e che ha l’avventura di vivere sull’epicentro del sisma di questa notte, ma dal Tg1, da Rainews o da Repubblica.it voglio qualcosa di diverso e di più che una collezione di tweet aggregati dalla rete. Non è semplice e lo è ancora meno oggi, che di fronte all’aumento di complessità del mestiere gli organici, i turni e il non necessario vengono selvaggiamente potati per contenere i costi. A volte penso a che cosa avrebbe potuto essere l’informazione giornalistica se mai avesse unito gli strumenti d’oggi alle risorse di ieri.

Non capisco nemmeno le polemiche sui tweet acquisiti più o meno sportivamente dalle testate: io non riesco proprio a concepirli come contenuti originali che ciascuno di noi compone in esclusiva per il proprio ininfluente canale Twitter (col sottointeso che, se utilizzati da canali professionali dovrebbero essere adeguatamente remunerati). Sono testimonianze che mettiamo a disposizione di un ecosistema e che, in contesti straordinari e auspicabilmente rari, diventano parte di una notizia e vengono amplificati dai media mainstream. La notizia non è soltanto copia-incolla, è un processo di validazione e costruzione complessa di senso che prescinde dalla sigola unità di informazione. Ieri si intervistavano le persone con un microfono, oggi esistono molti altri modi per mettere a sistema i loro punti di vista, in modo più veloce ed efficace.

Per inciso, di quello che io penso debba essere un approccio compiutamente giornalistico nell’epoca delle reti sociali ho riscontrato un solo caso all’altezza, stanotte. Ed è stato quello de Il Post, che ha saputo unire sangue freddo velocità di reazione, ricchezza di fonti, prudenza nella selezione e capacità di sintesi.

Aprile 3 2012

Poi, quando avrò tutti gli elementi per essere certo di quello che dico, parlerò della vicenda giudiziaria che vede opposti la webtv pordenonese Pnbox e l’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia. È un caso che – da giornalista, friulano, attivo da anni al confine tra informazione tradizionale e online – vivo con notevole disagio, a cominciare dal fatto che conosco bene e stimo Francesco Vanin e i ragazzi di Pnbox. Se la mia città sta incubando processi e occasioni contemporanei lo si deve a loro e a pochi altri. Qui, per ora, ci tenevo a condividere una piccola esperienza personale, per dire innanzitutto del rapporto ancora difficoltoso tra testata giornalistica e internet. Il mio caso è opposto rispetto a quello di Pnbox: io vorrei registrare una testata giornalistica. Poco importano qui i dettagli e i motivi, ci saranno altre occasioni. Fatto sta che, per registrare una testata, è necessario presentare domanda al tribunale della città in cui la pubblicazione ha sede e fornire alcuni dettagli: il titolo, la periodicità, la sede della redazione, il carattere, la tecnica di diffusione, il proprietario, l’editore, il direttore responsabile (necessariamente iscritto all’Ordine) e la tipografia. La legislazione di riferimento è degli anni ’40 e ogni virgola ne risente, ma il caso della testata telematica è ormai considerato e previsto: è necessario indicare il nome e l’indirizzo del service provider, gli estremi dell’autorizzazione del ministero delle Comunicazioni e l’Url del sito. Non è difficile, no? A meno che il tuo fornitore di spazio web non stia all’estero e tu non abbia alcuna intenzione di cambiarlo.

Io, per esempio, da alcuni anni utilizzo per un certo numero di buone ragioni Dreamhost, un provider statunitense che mi permette il pieno controllo di tutti i miei siti in un solo account. Sono costretto a comprare in Italia il dominio .it, se del caso, ma poi redirigo i dns (che cosa sono?) all’estero. Da parte mia non c’è alcun ragionamento politico o legale, semplicemente la scelta del fornitore più adatto e più conveniente rispetto alle mie esigenze contingenti. Il problema è che, in questa configurazione, io non potrò mai registrare una testata giornalistica. Il tribunale, infatti, vuole sapere dove stanno le mie pagine e chi le ospita per poter dar corso con facilità alle previsioni di legge nel caso io, pubblicazione online registrata, compia illeciti e reati vari previsti dalla legge sulla stampa. Per questo, però, non gli basta sapere che le mie pagine stanno a Brea, California. Vuole avere preventivamente un rapporto consolidato con quell’operatore, in modo che le forze dell’ordine, ricevuto l’eventuale ordine della magistratura, possano seguire procedure rapide e codificate. Da qui la necessità dell’autorizzazione ministeriale, che ovviamente richiedono soltanto i provider italiani e di una certa dimensione. Dunque la testata telematica, se proprio la voglio, devo aprirla necessariamente presso un provider italiano certificato. Oppure sperare che l’interpretazione prevalente riguardo a questa materia evolva rapidamente.

Ho provato a capire che cosa significherebbe per me dar corso all’intero procedimento. Dovrei togliere il mio sito potenzialmente giornalistico dal provider estero in cui già risiede con soddisfazione, affrontare una serie di complicazioni amministrative per trasformare il mio profilo contrattuale presso il provider che mantiene il mio dominio (che, guarda caso, è riconosciuto dal ministero degli Interni), chiedere il permesso anche al provider medesimo (perché naturalmente pure loro vogliono sapere preventivamente se posso procurare guai) e infine presentare la mia benedetta domanda al Tribunale, che la valuterà. E sapete che cosa? A questo punto, non avendo particolari urgenze di riconoscimento formale, ho pensato che chiedere a tutte queste persone il permesso per fare quello che già faccio liberamente come cittadino e che milioni di cittadini fanno quotidianamente  in tutto il mondo, era piuttosto lontano dal mio ideale di mondo perfetto. E che tutto questo non c’entrava nulla con quello che ho capito fin qui della rete. Così, almeno per il momento, ho deciso di temporeggiare nel mio intento.

Questa storia non è nemmeno troppo originale, a dirla tutta. Quelli di Bora.la l’avevano già raccontata a modo loro nel 2006.

Gennaio 12 2012

Qualche giorno fa i rappresentanti di istituto del mio vecchio liceo pordenonese, oggi Leopardi-Majorana, mi hanno invitato a partecipare a un’assemblea studentesca dedicata a libertà d’informazione, giornalismo e rete. Questo, su per giù, quello che ho raccontato loro.

Che cosa sta succedendo? Che al sistema dei media si sta affiancando, e talvolta sostituendo, l’ecosistema della conoscenza delle persone. Tanto il primo era verticale, unidirezionale e presidiato all’origine, così il secondo è orizzontale, reticolare, bidirezionale. Globale, soprattutto; ma animato da una globalizzazione sana, che esalta le differenze. È la differenza che genera informazione. Il sistema operativo di questo ecosistema è internet, un motore di relazioni prima che di contenuti. Non è un luogo altro, la rete: è il nostro spazio pubblico che si estende, dando a ciascuno di noi un frammento della potenza dei media.

Succede che non siamo più massa, ma torniamo a essere individui, ciascuno abilitato a creare contenuti, condividere idee, interagire con le idee di altre persone. Che è poi quello che gli individui fanno da sempre, ma oggi per la prima volta tutto ciò avviene in una dimensione pubblica e di straordinaria ampiezza. Tutti possono fare tutto, tutto ciò che ciascuno di noi ritiene opportuno diffondere è pubblicato, nessuno filtra. O meglio: tutti filtrano, mettendo a disposizione dell’ecosistema le proprie scelte e i propri percorsi di scrematura di ciò che merita attenzione. Internet non ha una redazione, ma un enorme filtro umano che, mettendo a sistema le scelte individuali, distilla segnali intelligibili dal caos e fa emergere ciò che aggrega interesse in modo diffuso.

All’idea della qualità certificata da un centro ordinatore si sostituisce un criterio molto relativo, che ha a che fare con la rilevanza di ciascun contenuto nel percorso di esplorazione contingente di ciascuna persona in un determinato momento. Se la rete vi sembra un grande caos o avete l’impressione che su Facebook tutti dicano scemenze, è soprattutto colpa vostra: state usando il web come usereste un giornale e non avete costruito la vostra rete di pari – il vostro primo e più rilevante filtro sociale per accedere a contenuti interessanti – in modo adeguato.

Mi chiedete di parlare della libertà di espressione. Io ritengo che non siamo mai stati così liberi come lo siamo oggi. E mi innervosisco quando sento i miei concittadini, soprattutto i più giovani, lamentarsi di un regime che è forte soltanto della loro superficialità o pigrizia. È vero che in Italia diverse e gravi anomalie nel sistema dei media condizionano pesantemente la qualità e la limpidezza dell’informazione mainstream. Ma in compenso oggi, se avete un’idea o l’urgenza di condividere un’informazione, avete accesso diretto alle persone, non dovete nemmeno aspettare che vi passino un microfono. Se un’idea o un contenuto hanno valore per un numero consistente di persone, in rete emergeranno. E chi vi può essere interessato ci arriverà da sé, attraverso le analogie feconde e i percorsi imprevedibili della rete.

Non è così facile, ma è molto più facile di come spesso pensiate o vi facciano credere. Il problema è che stiamo parlando di tecnologie dell’esperienza: non le capite – e dunque non le dominate – finché non vi ci immergete fino al collo. La sfida della vostra generazione è arrangiarsi in questo processo di avvicinamento, dimostrando buon senso, intuito e spirito di esplorazione. Pochi vi possono essere d’aiuto: chi non è già nodo attivo dell’ecosistema ragiona secondo schemi consolidati che vi porteranno fuori strada e vi faranno perdere tempo prezioso. La maggior parte dei vostri familiari, dei vostri insegnanti, dei giornalisti a cui vi affidate per conoscere e capire il mondo oggi manca, seppure in buona fede, nel compito di indicarvi con autorevolezza la strada.

A voi, per contro, sono richieste consapevolezza e responsabilità. Molto più di quanto ne venissero chieste a noi quando avevamo la vostra età, questo è sicuro. Il limite a questa eccezionale libertà di creare con le idee, infatti, è il danno che potete fare a voi stessi e agli altri. Siete responsabili del benessere dell’ecosistema, sentitevi azionisti per una sua piccola parte. Le vostre scelte influenzano il sistema, se il sistema è non è in salute ne ricevete danno voi per primi. In rete voi siete quello che raccontate, venite conosciuti per quello che condividete, venite apprezzati per il modo in cui interagite con gli altri e con i loro contenuti, il vostro capitale sociale si rivaluta o si svaluta in funzione delle cause che avallate. I vostri contenuti sono la vostra storia e dicono di voi. Anche quando pensate semplicemente di scherzare all’interno di un circolo ristretto di amici, in realtà appartenete già a una dimensione pubblica. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, diceva un intellettuale newyorkese degli anni Sessanta, Peter Parker.

Se posso permettermi di suggerirvi una direzione, andate sempre in cerca dei fatti. Dubitate di tutto ciò che capita alla vostra attenzione: sul web la regola è che tutto è falso fino a prova contraria. Spetta a ciascuno di voi trovare quella prova. Imparate a ricostruire la catena della fonti, fino a cercare conferme affidabili. I fatti vi rendono forti nelle vostre certezze e danno spessore alle vostre opinioni. Rispettate la verità degli altri almeno quanto amate la vostra, perché soltanto da un confronto intellettualmente onesto tra le differenze può venire crescita. Io sospetto ci sia un legame diretto tra il declino economico di questi anni e il respiro corto che l’informazione, la politica e in generale il dibattito pubblico hanno dimostrato negli ultimi decenni.

Voi, nonostante il degrado e i pessimi esempi che vedete intorno a voi, avete il dovere di fare meglio. Siamo al punto in cui non c’è più alternativa. Cominciate dalle vostre grandi passioni, quelle in cui siete in grado di discriminare con facilità il valore e l’immondizia. Non fate il verso ai media, date versi alla vostra unicità. La conoscenza è un mosaico che aspetta che il vostro tassello o una mano esperta e capace di restaurarlo. È sempre stato così, in realtà. La società è sempre stata una rete del cui benessere ogni nodo ha l’obbligo morale di sentirsi responsabile. Quello che è cambiato, così rapidamente da creare quasi una frattura nella comprensione del mondo,  è semplicemente che oggi abbiamo un sistema operativo più adeguato ad affrontarne la complessità.

Vent’anni fa, su per giù, io ero seduto esattamente al vostro posto, in questa stessa sala. Allora l’urgenza di comunicare ci portava a stampare giornalini scolastici con il ciclostile o a montare video che testimoniavano le nostre attività utilizzando la telecamera della scuola e i due videoregistratori del laboratorio di scienze. Potete immaginare il risultato. Se andava bene ne erano informati i nostri compagni di classe e alcuni insegnanti più curiosi. Potevamo addirittura uscire con le nostre idee fuori dall’edificio, se il video veniva abbastanza bene da competere al concorso video della Casa dello Studente. In quegli anni ci accontentavamo, nella migliore delle ipotesi, di fare il solletico ai media (locali, per giunta). Oggi voi potete comunicare direttamente al mondo, potete far arrivare le vostre idee ovunque in un attimo e, se sono valide e ben confezionate, potete assistere al miracolo di vederle sbocciare. Oggi voi potete ascoltare il mondo e potete parlare al mondo. Non accontentatevi di fargli il solletico.

Ottobre 9 2011
  • La prefazione al libro su LinkedIn di Antonella Napolitano, in uscita per Apogeo.
  • Una chiacchierata sulla “parte abitata della rete” con Massimo Mantellini per il suo Eraclito.
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