WiFi cittadine, ancora

Fuggetta rilancia il discorso sulle reti WiFi cittadine con una versione estesa e argomentata del sassolino gettato nello stagno l’altro giorno. Da leggere. In sostanza: la pur benemerita iniziativa pubblica dovrebbe sì sostenere la diffusione dell’accesso a Internet, ma senza disperdere investimenti o mettersi a fare un lavoro che non è il suo. Interessante soprattutto quando sottolinea il rischio che l’avventatezza di oggi potrebbe fossilizzare il problema, piuttosto che risolverlo in modo più veloce ed efficiente.

Mi sto convincendo del fatto che la maggior distanza tra il suo punto di vista e il mio è che quando parliamo di WiFi cittadine pensiamo a due realtà molto diverse. Lui a Milano, io a Pordenone. Un milione e mezzo di persone (che raddoppiano durante il giorno)  in un caso, cinquantamila nell’altro. Chiaro: investimenti, opportunità e potenzialità vanno di pari passo; ma non solo. Parliamo di maturità, stili e consapevolezze molto diversi in fatto di comunicazione. Parliamo di opportunità, molto diverse, anche. E di primi passi che forse Milano ha già fatto da tempo, con le sue reti civiche antelucane e i suoi servizi in tempo reale, mentre Pordenone – così come tante altre località medio-piccole alla periferia dell’impero – ancora deve immaginare di poter compiere.

Insisto dunque sul mio punto, di un valore che so molto residuale rispetto al ragionamento proposto da Fuggetta: vivo la costruenda rete WiFi della mia città come una grande opportunità culturale, molto prima che tecnologica. E mi piace l’entusiasmo candido e genuino che le sta girando intorno. Mi piace che quando i tecnici – comunali e delle società regionali specializzate, secondo un peculiare modello di outsourcing comunque interno alla pubblica amministrazione – installano una nuova antennina in una via del centro si formi subito un capannello di gente. Mi piace che il telefono dei referenti in Municipio suoni spesso, e che questi rispondano di problemi tecnici che stanno cercando di risolvere e non di accordi commerciali ancora da definire. Mi piace che laddove il Comune tentenna in cerca di soluzione, i cittadini comincino a proporre la loro idea. Mi piace che le persone si lamentino del fatto che il loro quartiere non è ancora raggiunto.

Sono certo, pur non potendo supportare la mia affermazione con argomenti da tecnico o da imprenditore, che la chiavetta di una telecom non avrebbe lo stesso impatto sulla comunità. Almeno oggi, almeno per un po’. Fatto il primo passo, stimolata una domanda di rete e un’offerta di contenuti/servizi/relazioni, le esigenze forse saranno altre e ne potremo riparlare. Ma viste le cifre in gioco (per ora l’equivalente di quattro o cinque rotonde, a Pordenone), mi sento di appoggiare l’investimento, fosse anche a fondo perduto. In fondo stiamo parlando di come arrivare nello stesso posto, soltanto seguendo strade diverse ed entrambe ancora da esplorare.

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4 pensieri su “WiFi cittadine, ancora”

  1. Sto seguendo il vostro dibattito, denso di spunti che ondeggiano tra il tecnico ed il politico-culturale. Sono anch’io convinto della non trascurabile forza di alcuni motivi simbolici dell’operazione che stiamo vivendo a Pordenone, il primo dei quali è la dimensione della partecipazione comunitaria che si sta innescando; si sta costituendo un campo di narrazione, ed i tempi come questi Dio sa se non abbiamo storie da raccontarci e condividere.

    Senza contare (e torno in fondo a quel che ho scritto al’inizio) che, quando in un domani vicinissimo farò lezione in classe con più o meno tutti gli studenti dotati di portatile (a proposito: ecco cose da incentivare ancora di più) in grado di accedere alla rete civica, ci sarà il senso di essere parte di una comunità che si riconosce simbolicamente anche nell’accesso: cosa che non va assolutamente sotovalutata.

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