Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
È nato Giorgio
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Una ragione in più
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C’è questo portale internazionale del turismo italiano, presentato già a più riprese da due governi differenti, che costa una fortuna e rotti e che ancora non dà segni di vita. Oggi, poi, il ministro Rutelli era in tv all’ora di pranzo per presentare turistiprotagonisti, un sito che dovrebbe raccogliere i racconti di viaggio dei cittadini italiani per estrapolarne idee utili a rilanciare la nostra immagine appannata nel mondo.
Tutto ciò ha fatto saltare la mosca al naso a Paolo Valdemarin, il quale ci si è messo d’impegno e ha provato a immaginare come spenderebbe lui 50 milioni di dollari per mettere in piedi questo benedetto Italia.it. Come sarà evidente a chiunque leggerà i dettagli del progetto, io – che già avevo la massima fiducia nelle capacità di imprenditore, consulente e divulgatore di Paolo – non posso che sostenere incondizionatamente le sue proposte e impegnarmi in attività di lobbing a qualunque livello.
Io e il P2P
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Lorenzo Facchinotti sta conducendo un’indagine sul consumo di contenuti in formato digitale in relazione ai circuiti di distribuzione peer to peer. La ricerca mira ad aggiornare una tesi di dottorato che, grazie ai nuovi dati ottenuti, diventerà in seguito un e-book. Chi è disponibile a collaborare non ha che da compilare un questionario anonimo della durata di pochi minuti. Lo segnalo con piacere perché, sebbene esistano già alcuni studi sul peer to peer e sulle relative implicazioni in campo musicale e cinematografico, raramente questi sono condotti in Italia, da persone che sembrano sapere di che cosa parlano e magari perfino per vie indipendenti dagli interessi dalle major.
Il 28 luglio di due anni fa si spegneva Tiziano Terzani. Questa sera in molte piazze italiane i suoi estimatori meno timidi si incontreranno per leggere ad alta voce ai passanti le pagine del giornalista fiorentino che stanno loro più a cuore. Il mio cortile, per oggi, è questo. Le pagine che mi stanno più a cuore sono di sicuro in Un altro giro di giostra, ma è un libro da cui è difficile estrarre brani sufficientemente immediati ed evocativi, va letto da cima a fondo. E allora fate finta che stia leggendo ad alta voce questo, da Lettere contro la guerra:
Aria, acqua, terra e fuoco, che tutte le antiche civiltà hanno visto come gli elementi base della vita – e per questo sacri – non sono più com’erano, capaci di autogenerarsi naturalmente da quando l’uomo è riuscito a dominarli e a manipolarne la forza ai propri fini. La loro sacra purezza è stata inquinata. L’equilibrio è stato rotto. Il grande progresso materiale non è andato di pari passo col nostro progresso spirituale. Anzi: forse da questo punto di vista l’uomo non è mai stato così ricco. Da qui l’idea che l’uomo, coscientemente, inverta questa tendenza e riprenda il controllo di quello straordinario strumento che è la sua mente. Quella mente, finora impegnata prevalentemente a conoscere e ad impossessarsi del mondo esterno, come se quello fosse la sola fonte della nostra struggente felicità, dovrebbe rivolgersi anche all’esplorazione del mondo interno, alla coscienza di sé. [..] Allora fermiamoci. Immaginiamoci il nostro momento di ora dalla prospettiva dei nostri pronipoti. Guardiamo all’oggi dal punto di vista del domani per non doverci rammaricare poi d’aver perso una buona occasione. L’occasione è di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con l’etica della coesistenza, che nessuno ha il monopolio di nulla, che l’idea di una civiltà superiore a un’altra è solo frutto di ignoranza, che l’armonia, come la bellezza, sta nell’equilibrio degli opposti e che l’idea di eliminare uno dei due è semplicemente sacrilega.
Segnalo inoltre che oggi, venerdì – nel pomeriggio su RaiNews24 e in seconda serata Raitre – verrà trasmesso Tutti i colori di una vita, un documentario che raccoglie alcuni estratti delle registrazioni originali dei dialoghi tra Folco e Tiziano Terzani da cui è nato il libro postumo La fine è il mio inizio.
Giovedì a Trieste
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Giovedì 20 luglio alle 18 sarò a Trieste, nella sede della Camera di Commercio, per partecipare al primo dei tre incontri organizzati nell’ambito dell’anteprima del Premio Luchetta. Si parlerà di blog e della loro influenza sull’informazione giornalistica. Copio e incollo dall’Agenzia del Consiglio Regionale:
(ACON) Trieste, 18 lug – COM/RC – E’ un’occasione preziosa per avviare riflessioni, incontri, dibattiti e valorizzare nel modo migliore i tanti giornalisti, direttori di giornali e testate, esperti di comunicazione richiamati dal Premio giornalistico Luchetta 2006, su argomenti di grande attualità nel mondo dell’informazione.
Franco Del Campo, presidente del Comitato regionale per le comunicazioni del Friuli Venezia Giulia (Corecom FVG), ha presentato così la prima edizione di Antepremio – “I Linguaggi della Comunicazione”, realizzato assieme al Premio giornalistico Luchetta 2006 a cui hanno aderito anche il quotidiano triestino “Il Piccolo” e la Camera di Commercio di Trieste, la quale ospiterà nella sede di piazza Borsa gli incontri in calendario per giovedì 20, venerdì 21 e sabato 22 luglio, dalle 18.00 alle 19.00.
Alla presentazione dell’iniziativa alla stampa hanno partecipato Ilaria Celledoni, vicepresidente del Corecom FVG, Enzo Angiolini, presidente della Fondazione Luchetta, Ota, D’Angelo, Hrovatin, e Giovanni Marzini, caporedattore del TGR del Friuli Venezia Giulia e tra i promotori di Antepremio. E’ stato proprio lui a spiegare i dettagli: si svolgerà in tre tappe, nell’Atrio della CCIAA triestina, attraverso tre interrogativi-chiave che saranno posti ad esperti della comunicazione e a giornalisti impegnati sul campo, sul modello di un talk-show, in 60 minuti.
Ilaria Celledoni ha ricordato l’importanza di sapersi muovere in modo consapevole, soprattutto da parte dei giovani, nella rete Internet, mentre Enzo Angiolini ha ricordato l’attività della Fondazione Luchetta, che offre assistenza a tanti bambini che vivono in zone colpite dalla guerra e che a Trieste trovano le cure a cui tutti avrebbero diritto.
Il primo incontro, giovedì 20, sarà dedicato a “Blog, l’informazione del futuro?” e sarà introdotto dalla Celledoni, moderatore il giornalista Roberto Morelli: interverranno il giornalista-blogger Pino Scaccia del Tg1 Rai (già vincitore del Premio Luchetta), Sergio Messina, giornalista e musicista, Sergio Maistrello, giornalista e autore del libro “Come si fa un blog”, e lo studente-blogger Beniamino Pagliaro.
Venerdì 21, il secondo quesito, “Informazione ed intrattenimento: attrazione fatale?”, sarà aperto da Franco Del Campo e moderato da Roberto Collini, direttore della sede Rai Friuli Venezia Giulia, con la partecipazione dei giornalisti Franco Di Mare (TG1), Maurizio Martinelli (TG2), Giovanna Botteri (Tg3) e del rettore dell’Università di Udine, Furio Honsell.
Infine, sabato 22 si tratterà di un tema all’ordine del giorno: “Informazione e privacy: servono nuove regole?”. Condotto e moderato da Franco Del Campo, vedrà la partecipazione di Angela Buttiglione, direttore del TGR e presidente della giuria del Premio Luchetta, Sergio Baraldi, direttore del quotidiano “Il Piccolo”, e Pino Aprile, direttore del settimanale “Gente”.
Antepremio – “I Linguaggi della Comunicazione” si avvarrà della collaborazione de “Il Piccolo” con due pagine redatte dagli studenti triestini. Altra novità di questa terza edizione del Premio, l’utilizzo del web. All’indirizzo www.premioluchetta.it, infatti, ogni giorno da mercoledì 19 a domenica 23 luglio, alle ore 10.00, sarà on line “il Quotidiano” del Premio giornalistico Marco Luchetta – ideato e coordinato da Beniamino Pagliaro con la collaborazione tecnica di Antonio Giacomin – notiziario realizzato dalla web tv Riflessivisivi.net in italiano e inglese, con video, immagini e articoli in diretta dal Premio. Oltre alle notizie, saranno disponibili tutti i filmati completi degli incontri di Antepremio, le interviste con gli ospiti e i vincitori, lo staff, la gente, gli artisti e i responsabili della Fondazione Luchetta Onlus.
Minoranza dentro
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Nella mia provincia i sì hanno vinto con il 55,3%.
Dichiarazioni, anzichenò
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Il Manifesto è in crisi e chiede soldi. Io considero Il Manifesto il mio master quotidiano nell’arte di fare i titoli, che per il lavoro che faccio ha il suo bel perché. Una tassa universitaria volontaria ci può ben stare, in fondo. Poi sono d’accordo con Carlo Felice Dalla Pasqua: è un giornale intelligente, anche se non è sempre facile condividerne le posizioni, e di giornali intelligenti c’è molto bisogno. Così come abbiam bisogno di utopie come quella di una cooperativa autogestita in cui tutti, dal centralino alla direzione, prendono lo stesso stipendio.
Di referendum (come il Manifesto definisce la sottoscrizione in corso) in referendum: domani e lunedì si vota, di nuovo e – si spera – per l’ultima volta quest’anno (che un’altra campagna elettorale qui la si tollererebbe a fatica). Io voto no. Prima ancora che per gli obiettivi, alcuni perfino ragionevoli, per il modo in cui si è cercato di raggiungerli. E se proprio dobbiamo adeguare la nostra costituzione alla diversa complessità del mondo di questi anni, forse abbiamo bisogno di neo-padri della patria un po’ più credibili.
In questi giorni nel mio aggregatore è comparso il primo feed con banner pubblicitari. È stato davvero un peccato dover cancellare The Blog Herald dalla lista.
Internet, la città e la rete sociale
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(Pubblicato originariamente su Apogeonline)
Che cosa resta della retorica dell’innovazione alla fine della tormentata primavera elettorale? Poco coraggio e molta dispersione di risorse, soprattutto. E se all’amministrazione pubblica applicassimo le stesse intuizioni che stanno alla base di Internet? Il territorio come rete, il cittadino che dialoga, il municipio come social network: un’ipotesi tra Simcity e Monopoli
Col referendum confermativo sulla riforma costituzionale, si chiude un lungo e a dir poco sofferto periodo elettorale. Qui, su Apogeonline, si era aperto con una riflessione di Andrea Granelli sulla retorica dell’innovazione, così presente e al tempo stesso così assente dai programmi elettorali dei partiti politici alla ricerca di un voto. Il bilancio, tre mesi e tante parole dopo, non è confortante. L’impressione, per farla semplice, è che la via all’innovazione suggerita nei programmi politici della collezione primavera-estate 2006 sia ancora saldamente ancorata alla retorica di inizio 2000: le autostrade dell’informazione, il divario digitale, i corsi di informatica per i cittadini. È chic e impegna poco, ma soprattutto non serve.
E dunque, visto che si avvia alla conclusione questa stitica stagione di realpolitik e si può ricominciare finalmente a progettare un mondo migliore, proviamo a tracciare uno stato dell’arte per il governo della complessità attraverso tecnologie nuove ma a misura d’uomo. Immaginiamo, per esempio, di essere il sindaco di un comune italiano di medie dimensioni che si pone il problema di come tradurre in pratica questa benedetta innovazione. Abbiamo due scelte a disposizione: possiamo inseguire faticosamente le buone pratiche altrui, disperdendo a pioggia un budget che per definizione è contenuto; oppure possiamo immaginare di prendere tutti i soldi a disposizione e investirli in un progetto complessivo in grado di anticipare (per una volta) l’innovazione e dare vita spontaneamente a buone pratiche. Visto che questo è l’equivalente di Simcity e i soldi sono come quelli del Monopoli, prendere la seconda strada richiede soltanto un po’ di immaginazione.
La prima considerazione è che abbiamo un bene scarso, la connettività, e un bene talmente abbondante da andare sprecato, l’informazione. Affrontare il primo ci mette nelle condizioni di dominare il secondo e mettere in circolo esperienze e competenze altrimenti disperse. Si tratta, in altre parole, di trasferire la complessità di un territorio in un ambiente in cui la gestione sia più agevole: per fare questo è necessario – ricorrendo a una locuzione che piace molto alle amministrazioni locali – fare rete. Questa volta però non è una metafora: si tratta proprio di posare un po’ di cavi, montare punti di accesso senza fili (e quel Naaw di cui si parlava in questo spazio nei giorni scorsi casca a fagiolo), distribuire l’accesso a Internet quanto più possibile e quanto più liberamente concede oggi la legge – considerandolo, come presto potrebbe essere davvero, un diritto insito nell’idea stessa di cittadinanza. Un investimento di questo tipo è costoso e non dà risultati immediati, ma è il volano imprescindibile.
Se la città è una rete sociale, dotare ciascun nodo di una connessione (dunque della cittadinanza digitale) significa proiettare su Internet una mappa della realtà locale, con tutti i vantaggi che si ottengono in fatto di velocità, bidirezionalità e uniformità di scambio delle informazioni. La città in Rete sarebbe un classico esempio di applicazione basata su rete sociale, un social network in cui una volta tanto lo scopo non sarebbe soltanto quello di incontrare amici (MySpace, Orkut, Friendster), pubblicare fotografie e video (Flickr, YouTube) o cercare lavoro (LinkedIn), ma di diventare protagonisti di un territorio e rappresentarne la complessità. Le reti sociali ci stanno educando all’idea di emergenza: partendo da regole semplici si ottengono schemi complessi che la semplice somma delle parti non avrebbe lasciato immaginare. Le formiche e il formicaio, i neuroni e il cervello, l’uomo e la civiltà: la dimensione collettiva è l’evoluzione del sistema. Più il sistema è efficiente ed esalta l’azione del singolo, più il sistema cresce: in questo senso, lo strumento Internet – con tutta la dotazione di pratiche con cui ottenere il miglior ordine possibile dal caos – fornisce l’opportunità di fare un salto epocale d’efficienza.
Metti progressivamente tutti i tuoi cittadini su un social network cittadino, lasciali esprimere, stimolali a costruire punti di presenza personali, promuovi la creazione di reti di identità e di comunità di interesse, invitali a spendere il loro capitale sociale nelle cause che stanno loro a cuore: avrai uno strumento inaudito di interpretazione del territorio. Tutto ciò richiede evidentemente una profonda rivisitazione dei ruoli: l’amministrazione, in una logica reticolare, non è più il centro ma uno dei nodi della rete senza ragno, un hub di hub, il primo tra i pari. Se la città è l’insieme di tante visioni del mondo quanti sono i suoi cittadini, chi la governa è il nodo deputato alla sintesi di questo flusso di comunicazione che prorompe dal basso. La rappresentanza non è più soltanto un voto quinquennale, ma l’interpretazione costante del racconto della realtà di ciascun nodo, corrisponda esso a un cittadino, a un’associazione, a un’istituzione o a una realtà produttiva. Chi interpreta meglio, governa meglio.
A cascata vengono tutte le sfide complesse che già ci si pone urgentemente, pur senza avere un supporto tecnologico adeguato: il superamento delle barriere d’accesso, le difficoltà di dialogo sociale, le opportunità imprenditoriali. Il circolo virtuoso nasce con l’infrastruttura di comunicazione e con le tecnologie per la condivisione sempre più diffuse, facili da usare ed economiche: gli strumenti più maturi di Internet stanno abilitando le persone a esserci, a partecipare, a organizzarsi spontaneamente tra di loro, a contribuire con le proprie idee, a supportarsi a vicenda in caso di bisogno. Un patrimonio di conoscenza (più o meno locale) distribuita e facilmente accessibile – in grado di dare risposte al giovane e all’anziano, all’imprenditore e al disoccupato, all’immigrato extracomunitario e al turista, all’associazione e all’istituzione – è un motore formidabile per la crescita di un territorio. Se dai alle persone un motivo per esserci, e non solo generiche istruzioni per accendere un aggeggio e lanciare programmi, è molto probabile che ci saranno.
Fantascienza? Sì, se si dovesse immaginare un progetto del genere imposto dall’alto, da un giorno all’altro. Tuttavia i fronti più evoluti di Internet ci parlano di un pubblico sempre più attivo, che non ragiona più come massa ma è informato e soddisfa facilmente bisogni individuali che in precedenza dipendevano da catene di mediazioni di tipo culturale, politico, informativo o economico. Non chiede più di essere ascoltato, lo pretende. Dove non trova orecchie disponibili, si organizza da sé aggregando spontaneamente competenze per risolvere esigenze nuove in modo nuovo. La scelta, già oggi, è tra il presidio sempre più costoso e conflittuale degli accentramenti di potere e l’accoglienza progressiva di quest’onda lunga, che promette di ridefinire la società almeno quanto a suo tempo fece la scrittura. Le prime scelte, a cominciare da quella di mettersi in ascolto, devono essere fatte già oggi. L’alternativa è la solita: accumulare ritardo e perdere competitività.
L’uomo al centro della Rete
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Giovedì riparto. Torno a Torino, dove di blog e social network si parla sempre con un piacere tutto particolare. Questa volta l’occasione è il terzo incontro del ciclo sulla scrittura digitale nell’ambito delle manifestazioni legate a Torino Capitale Mondiale del Libro con Roma. Ospite Giuseppe Granieri, partecipano Antonio Sofi, Paolo Valdemarin e, in video, Luca De Biase. Trovo curioso il collegamento del tutto casuale che si è creato tra questo incontro e quello di una settimana fa a Milano: si parla sempre più di uomini e di società, sempre meno di tecnologia in quanto tale. Processi, più che strumenti.
(Poi, certo, speriamo che i tramezzini siano buoni.)
Peraltro segnalo che della tavola rotonda di giovedì scorso all’Everything But Advertising Forum sono disponibili una sintesi molto scrupolosa di Marlenek e la registrazione audio integrale dei Maestrini per caso. Metto nel mucchio anche la trascrizione integrale (in Pdf) del convegno di qualche settimana fa alla Federazione della Stampa, dove parlando di giornalismo e rete sono emersi alcuni punti di vista interessanti.
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