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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Giugno 26 2006

Nella mia provincia i sì hanno vinto con il 55,3%.

Giugno 24 2006

Il Manifesto è in crisi e chiede soldi. Io considero Il Manifesto il mio master quotidiano nell’arte di fare i titoli, che per il lavoro che faccio ha il suo bel perché. Una tassa universitaria volontaria ci può ben stare, in fondo. Poi sono d’accordo con Carlo Felice Dalla Pasqua: è un giornale intelligente, anche se non è sempre facile condividerne le posizioni, e di giornali intelligenti c’è molto bisogno. Così come abbiam bisogno di utopie come quella di una cooperativa autogestita in cui tutti, dal centralino alla direzione, prendono lo stesso stipendio.

Di referendum (come il Manifesto definisce la sottoscrizione in corso) in referendum: domani e lunedì si vota, di nuovo e – si spera – per l’ultima volta quest’anno (che un’altra campagna elettorale qui la si tollererebbe a fatica). Io voto no. Prima ancora che per gli obiettivi, alcuni perfino ragionevoli, per il modo in cui si è cercato di raggiungerli. E se proprio dobbiamo adeguare la nostra costituzione alla diversa complessità del mondo di questi anni, forse abbiamo bisogno di neo-padri della patria un po’ più credibili.

In questi giorni nel mio aggregatore è comparso il primo feed con banner pubblicitari. È stato davvero un peccato dover cancellare The Blog Herald dalla lista.

Giugno 22 2006

(Pubblicato originariamente  su Apogeonline)

Che cosa resta della retorica dell’innovazione alla fine della tormentata primavera elettorale? Poco coraggio e molta dispersione di risorse, soprattutto. E se all’amministrazione pubblica applicassimo le stesse intuizioni che stanno alla base di Internet? Il territorio come rete, il cittadino che dialoga, il municipio come social network: un’ipotesi tra Simcity e Monopoli

Col referendum confermativo sulla riforma costituzionale, si chiude un lungo e a dir poco sofferto periodo elettorale. Qui, su Apogeonline, si era aperto con una riflessione di Andrea Granelli sulla retorica dell’innovazione, così presente e al tempo stesso così assente dai programmi elettorali dei partiti politici alla ricerca di un voto. Il bilancio, tre mesi e tante parole dopo, non è confortante. L’impressione, per farla semplice, è che la via all’innovazione suggerita nei programmi politici della collezione primavera-estate 2006 sia ancora saldamente ancorata alla retorica di inizio 2000: le autostrade dell’informazione, il divario digitale, i corsi di informatica per i cittadini. È chic e impegna poco, ma soprattutto non serve.

E dunque, visto che si avvia alla conclusione questa stitica stagione di realpolitik e si può ricominciare finalmente a progettare un mondo migliore, proviamo a tracciare uno stato dell’arte per il governo della complessità attraverso tecnologie nuove ma a misura d’uomo. Immaginiamo, per esempio, di essere il sindaco di un comune italiano di medie dimensioni che si pone il problema di come tradurre in pratica questa benedetta innovazione. Abbiamo due scelte a disposizione: possiamo inseguire faticosamente le buone pratiche altrui, disperdendo a pioggia un budget che per definizione è contenuto; oppure possiamo immaginare di prendere tutti i soldi a disposizione e investirli in un progetto complessivo in grado di anticipare (per una volta) l’innovazione e dare vita spontaneamente a buone pratiche. Visto che questo è l’equivalente di Simcity e i soldi sono come quelli del Monopoli, prendere la seconda strada richiede soltanto un po’ di immaginazione.

La prima considerazione è che abbiamo un bene scarso, la connettività, e un bene talmente abbondante da andare sprecato, l’informazione. Affrontare il primo ci mette nelle condizioni di dominare il secondo e mettere in circolo esperienze e competenze altrimenti disperse. Si tratta, in altre parole, di trasferire la complessità di un territorio in un ambiente in cui la gestione sia più agevole: per fare questo è necessario – ricorrendo a una locuzione che piace molto alle amministrazioni locali – fare rete. Questa volta però non è una metafora: si tratta proprio di posare un po’ di cavi, montare punti di accesso senza fili (e quel Naaw di cui si parlava in questo spazio nei giorni scorsi casca a fagiolo), distribuire l’accesso a Internet quanto più possibile e quanto più liberamente concede oggi la legge – considerandolo, come presto potrebbe essere davvero, un diritto insito nell’idea stessa di cittadinanza. Un investimento di questo tipo è costoso e non dà risultati immediati, ma è il volano imprescindibile.

Se la città è una rete sociale, dotare ciascun nodo di una connessione (dunque della cittadinanza digitale) significa proiettare su Internet una mappa della realtà locale, con tutti i vantaggi che si ottengono in fatto di velocità, bidirezionalità e uniformità di scambio delle informazioni. La città in Rete sarebbe un classico esempio di applicazione basata su rete sociale, un social network in cui una volta tanto lo scopo non sarebbe soltanto quello di incontrare amici (MySpace, Orkut, Friendster), pubblicare fotografie e video (Flickr, YouTube) o cercare lavoro (LinkedIn), ma di diventare protagonisti di un territorio e rappresentarne la complessità. Le reti sociali ci stanno educando all’idea di emergenza: partendo da regole semplici si ottengono schemi complessi che la semplice somma delle parti non avrebbe lasciato immaginare. Le formiche e il formicaio, i neuroni e il cervello, l’uomo e la civiltà: la dimensione collettiva è l’evoluzione del sistema. Più il sistema è efficiente ed esalta l’azione del singolo, più il sistema cresce: in questo senso, lo strumento Internet – con tutta la dotazione di pratiche con cui ottenere il miglior ordine possibile dal caos – fornisce l’opportunità di fare un salto epocale d’efficienza.

Metti progressivamente tutti i tuoi cittadini su un social network cittadino, lasciali esprimere, stimolali a costruire punti di presenza personali, promuovi la creazione di reti di identità e di comunità di interesse, invitali a spendere il loro capitale sociale nelle cause che stanno loro a cuore: avrai uno strumento inaudito di interpretazione del territorio. Tutto ciò richiede evidentemente una profonda rivisitazione dei ruoli: l’amministrazione, in una logica reticolare, non è più il centro ma uno dei nodi della rete senza ragno, un hub di hub, il primo tra i pari. Se la città è l’insieme di tante visioni del mondo quanti sono i suoi cittadini, chi la governa è il nodo deputato alla sintesi di questo flusso di comunicazione che prorompe dal basso. La rappresentanza non è più soltanto un voto quinquennale, ma l’interpretazione costante del racconto della realtà di ciascun nodo, corrisponda esso a un cittadino, a un’associazione, a un’istituzione o a una realtà produttiva. Chi interpreta meglio, governa meglio.

A cascata vengono tutte le sfide complesse che già ci si pone urgentemente, pur senza avere un supporto tecnologico adeguato: il superamento delle barriere d’accesso, le difficoltà di dialogo sociale, le opportunità imprenditoriali. Il circolo virtuoso nasce con l’infrastruttura di comunicazione e con le tecnologie per la condivisione sempre più diffuse, facili da usare ed economiche: gli strumenti più maturi di Internet stanno abilitando le persone a esserci, a partecipare, a organizzarsi spontaneamente tra di loro, a contribuire con le proprie idee, a supportarsi a vicenda in caso di bisogno. Un patrimonio di conoscenza (più o meno locale) distribuita e facilmente accessibile – in grado di dare risposte al giovane e all’anziano, all’imprenditore e al disoccupato, all’immigrato extracomunitario e al turista, all’associazione e all’istituzione – è un motore formidabile per la crescita di un territorio. Se dai alle persone un motivo per esserci, e non solo generiche istruzioni per accendere un aggeggio e lanciare programmi, è molto probabile che ci saranno.

Fantascienza? Sì, se si dovesse immaginare un progetto del genere imposto dall’alto, da un giorno all’altro. Tuttavia i fronti più evoluti di Internet ci parlano di un pubblico sempre più attivo, che non ragiona più come massa ma è informato e soddisfa facilmente bisogni individuali che in precedenza dipendevano da catene di mediazioni di tipo culturale, politico, informativo o economico. Non chiede più di essere ascoltato, lo pretende. Dove non trova orecchie disponibili, si organizza da sé aggregando spontaneamente competenze per risolvere esigenze nuove in modo nuovo. La scelta, già oggi, è tra il presidio sempre più costoso e conflittuale degli accentramenti di potere e l’accoglienza progressiva di quest’onda lunga, che promette di ridefinire la società almeno quanto a suo tempo fece la scrittura. Le prime scelte, a cominciare da quella di mettersi in ascolto, devono essere fatte già oggi. L’alternativa è la solita: accumulare ritardo e perdere competitività.

Giugno 13 2006

Giovedì riparto. Torno a Torino, dove di blog e social network si parla sempre con un piacere tutto particolare. Questa volta l’occasione è il terzo incontro del ciclo sulla scrittura digitale nell’ambito delle manifestazioni legate a Torino Capitale Mondiale del Libro con Roma. Ospite Giuseppe Granieri, partecipano Antonio Sofi, Paolo Valdemarin e, in video, Luca De Biase. Trovo curioso il collegamento del tutto casuale che si è creato tra questo incontro e quello di una settimana fa a Milano: si parla sempre più di uomini e di società, sempre meno di tecnologia in quanto tale. Processi, più che strumenti.

(Poi, certo, speriamo che i tramezzini siano buoni.)

Peraltro segnalo che della tavola rotonda di giovedì scorso all’Everything But Advertising Forum sono disponibili una sintesi molto scrupolosa di Marlenek e la registrazione audio integrale dei Maestrini per caso. Metto nel mucchio anche la trascrizione integrale (in Pdf) del convegno di qualche settimana fa alla Federazione della Stampa, dove parlando di giornalismo e rete sono emersi alcuni punti di vista interessanti.

Giugno 6 2006

Giovedì pomeriggio alle 14.30 sono a Milano al Palazzo Affari dei Giureconsulti per l’Everything But Advertising Forum. Partecipo alla tavola rotonda Network, o del nuovo umanesimo digitale. Ospite Mafe De Baggis, assente quasi giustificato Giuseppe Granieri, presenti Carlo Annese (responsabile di QuasiRete de La Gazzetta dello Sport), Luca De Biase (caporedattore di Nova24-Il Sole 24 Ore), Marco Grossi (responsabile sviluppo web di Condé.Net), Marco Mazzei (responsabile Ricerca e Sviluppo di Mondadori Digital Publishing) e Paolo Valdemarin (co-fondatore di Evectors Software) e chiunque abbia qualcosa da aggiungere.

L’utilizzo di Internet come ambiente di incontro, confronto e condivisione di saperi è nato con la rete stessa: dagli anni ‘70 a oggi l’evoluzione degli strumenti di comunicazione mediata dal computer ha permesso a sempre più persone di affiancare alle esperienze sociali “fisiche” una fitta rete di rapporti online, una conversazione senza inizio e senza fine che spazia su qualunque argomento e permette di lavorare insieme, divertirsi, innamorarsi. Dalle BBS alle community, fino all’esplosione del “grassroots journalism” con i blog, all’integrazione con la telefonia e con il video: vivere online vuol dire vivere a una velocità diversa, con un’intesità maggiore e in un rapporto paritario con gli altri media e con i produttori di beni e servizi. Chi o cosa influenza le scelte – di acquisto e non solo – di chi vive intensamente la rete? Ed è ancora possibile pensare di farlo?

Maggio 25 2006

Cataste di libri da segnalare, di questi tempi, ma il tempo manca e spero almeno di recuperare entro l’estate. Due però devo proprio anticiparli, non fosse altro perché riguardano due carissimi amici.

Il primo è uscito ormai da mesi e io da mesi mi riprometto di parlarne come merita (con i risultati scarsi che sono sotto gli occhi di tutti). Si chiama Il campo giornalistico ed è una raccolta di saggi sui nuovi orizzonti dell’informazione, a cura di Carlo Sorrentino. Il libro approfondisce le evoluzioni di linguaggio e di formato che interessano la produzione giornalistica su carta, in Rete, in radio e in Tv: è una sorta di corso d’aggiornamento per chiunque si interessi di giornalismo e sia ancora fermo ai classici dell’argomento. Ma qui lo segnalo soprattutto perché nel libro c’è un approfondimento sull’informazione al tempo dei blog scritto da Antonio Sofi, che della materia considero – spogliandomi da ogni conflitto di interessi – uno dei più onesti e preparati interpreti. Il saggio raccoglie in modo organico tutte le intuizioni che Antonio da tempo propone su Webgol e nei recenti incontri in giro per l’Italia, ipotizzando in particolare tre campi di lavoro e di contaminazione con l’informazione tradizionale: i blog come testimonianza e giornalismo diffuso nei casi di emergenza, i blog come collettore di giornalismo residuale e i blog come approfondimento collaborativo verticale e orizzontale. Un testo che ha il pregio della sintesi e della visione dall’alto, e che potrebbe permettere a molti blogger e altrettanti giornalisti di capirsi un po’ meglio.

Il secondo libro, invece, è fresco di stampa ed è stato scritto da Dario Banfi. Si chiama Liberi professionisti digitali ed è una guida agli strumenti e alle pratiche che possono rendere molto più semplici le giornate di chi lavora in proprio o in una piccola azienda. È il classico libro che ha senso soltanto se non si limita a passare in rassegna freddamente procedure, siti e prodotti, ma riesce a creare un contesto funzionale all’interno del quale trasferire brandelli di esperienza concreta e mettere in luce tutti i collegamenti possibili tra le diverse attività quotidiane. In questo, secondo me, il libro è particolarmente ben riuscito, anche perché racconta molto del modo in cui Dario lavora e ha organizzato la sua professione di giornalista freelance, oltre che di quanto negli anni ha imparato lavorando a stretto contatto con avvocati, grafici, geometri e fotografi. Utile per qualunque libero professionista desideroso di prendere il meglio da Internet e dalle tecnologie di scaffale, imprescindibile per chi sta pensando di lanciarsi nella professione autonoma.

Maggio 22 2006

Giusto per concludere l’ideale trilogia, dopo quasi tre mesi ho risolto tutti i miei problemi con Tele2. Oggi, infatti, oggi ho ordinato l’Adsl a Telecom Italia.

Per la cronaca, Tele2 ci ha messo quattordici settimane, cinque riavvii di pratica e si è fatta sollecitare otto volte per scoprire la più semplice delle verità: la centrale a cui appartiene la linea in questione, che non è quella dei problemi Telecom qui sotto, non può soddisfare in partenza la mia richiesta. Me lo appunto, come sempre, per avere qualcosa di cui chiacchierare col prossimo addetto al telemarketing che mi proporrà di abbonarmi a Tele2.

Maggio 16 2006

– Signorina, non mi funziona l’Adsl.
– Guardi che questo è il commerciale, non sono in grado di aiutarla. Doveva chiedere dell’assistenza tecnica.
– L’ho fatto.
– Guardi, io sono del commericale.
– Ok.

(mezzora dopo, stessa combinazione di tasti)

– Signorina, non mi funziona l’Adsl.
– Sì, guardi, c’è un’interruzione programmata a livello generale, ci è stato comunicato.
– Ah, almeno a voi è stata comunicato, mi fa piacere…
– Il ripristino è previsto entro tre ore, c’è scritto.
– Tre ore a partire da quando?
– Ah, questo non lo so.
– Ecco.

17 maggio, ore 22:30. Magari sono stato un po’ precipitoso a dar per conclusa la faccenda: dopo mezza giornata di resipiscenza, da oltre 26 ore la mia Adsl non dà segni di vita. Problemi ai server, dicono a Telecom Italia. Per dire, a un certo punto della giornata mi sono ritrovato con due tecnici dello stesso ufficio in linea su due telefoni diversi contemporaneamente, uno per orecchio.

18 maggio, ore 11. 39 ore dopo tutto sembra tornato alla normalità. Speriamo bene.

18 maggio, ore 20.30. Ci risiamo, la linea è di nuovo in palla. Rimpiango di aver detto al tecnico che ha chiamato questo pomeriggio che tutto sembrava sotto controllo. Lavorare in queste condizioni, oltre alle strepitose quantità di tempo perso, è anche molto molto molto seccante. Sto cominciando a perdere la pazienza.

18 maggio, ore 22. La linea è ristabilita. Quanto durerà questa volta?

19 maggio, ore 8.20. Poco, infatti siamo di nuovo a piedi. Per ingannare l’attesa, ci prepariamo a girare una nuova soap opera, Connectful.

19 maggio, ore 11. Timidamente in linea.

Maggio 15 2006

Una persona dignitosa, autorevole, risoluta e poco liturgica. Forse la persona giusta al posto giusto. Un raggio di sole.

Maggio 4 2006

From our kitchen garden/1

From our kitchen garden/2

Stamattina è arrivata, come previsto, la prima spedizione di verdure dal Parco dei Buoi, la fattoria con cui abbiamo stipulato l’abbonamento stagionale all’orto. I baccelli sono stati raccolti ieri mattina, sono partiti dal Molise nel primo pomeriggio e oggi, entro l’ora di pranzo, erano sulla nostra tavola, in ottime condizioni. Non esattamente pronti da mettere in frigo, ma Francesco Travaglini ha subito spiegato il cambiamento di programma sul blog dell’azienda agricola. Per noi, ghiotti di piselli in scatola e poco in confidenza con le fave, è la prima occasione di riscoprire un diverso rapporto con le verdure di stagione e nuove ricette. In arrivo, nelle prossime settimane, pomodori, peperoni, melanzane, cipolle, fagioli, fagiolini, lattuga, spinaci, zucchine, zucca, puntarelle, patate e cime di rapa (che vediamo crescere grazie agli aggiornamenti). Intanto un ciuffo di prezzemolo in omaggio, uso che qui al Nord si è completamente perso, rallegrerà stasera il risotto.

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