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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Aprile 29 2006

L’augurio di non dovermi vergognare della coalizione che, pur con qualche perplessità, ho contribuito a votare è già stato in più occasioni smentito dai fatti. Se dell’irresponsabilità del centrodestra (o, per lo meno, di un certo centrodestra) pensavo già ogni male possibile, per questo centrosinistra – ingenuo o magari perfino in malafede – provo già imbarazzo con una frequenza che non avrei augurato a questo paese. Pur nell’ordine della ricerca di equilibrio che contraddistingue ogni avvio di legislatura, mi sorprende vedere tanta superficialità nel perdere di vista il senso della rappresentanza, il senso delle regole e il senso della misura.

Spero con tutto il cuore che almeno il moto di rinnovamento che si sta agitando nelle retroguardie meno attempate possa portare a qualche spiraglio di dignità. In realtà quando leggo dell’incontro del 6 maggio a Roma con cui un gruppo eterogeneo di (più e meno) giovani di centrosinistra intende riaprire vigorosamente il dibattito sul ricambio generazionale in politica, a pelle provo due sensazioni poco conciliabili. Da una parte avverto disagio per quella che a me continua a sembrare una forma di dipendenza edipica rispetto agli stessi ambienti stantii che si vogliono contestare (una considerazione, quella per i canali consolidati, che mi trova ahimé nell’età più rivoluzionaria e irrispettosa). Dall’altra, avendo mancato per negligenza altri momenti di risveglio collettivo, provo un impulso non del tutto razionale ad andare a giudicare di persona.

Distanza e impegni non mi consentiranno di essere lì, benché nel dubbio di cui sopra penso che rischiare la delusione sarebbe attitudine assai più adatta a questi tempi balordi, ma seguirò comunque con attenzione e disponibilità. Sarei felice di sapere anche solo che in quell’occasione, per cominciare, saranno ripiegate le bandiere e riposte nell’armadio le magliette di questa o quella associazione, poiché troverei uno spreco inaudito di energie abbattere steccati portando addosso i cancelli con cui sostituirli.

Aprile 21 2006

Poiché qualcuno s’è affezionato al caso e mi chiede aggiornamenti, torno sulla vicenda Tele2. A quasi due mesi dalla prima richiesta di attivazione di una linea Adsl, siamo ancora in alto (altissimo) mare. Ero arrivato al terzo intervento sulla pratica ribelle, ancora ferma al via per motivi vieppiù inspiegabili. Poi ci sono stati il quarto, il quinto e il sesto, uno diverso dall’altro.

Il quarto, un ragazzo sveglio: senta, guardi per esperienza le dico che questo tipo d’errore lo abbiamo quando si verifica qualche intoppo con Telecom. Lei è sicuro che non sia già attiva un’Adsl di un altro gestore su quella stessa linea? Sicuro sicuro? Se vuole un consiglio, chiami comunque il call center Telecom e faccia verificare che la linea risulti effettivamente libera, senza alcun servizio Adsl attivato.

Telecom risponde che la linea è illibata. A ruota richiamo Tele2 e tocca al quinto intervento, una ragazza distaccata e apatica a cui ricostruisco in breve quanto consigliatomi dal suo collega e gli effetti di quel tentativo: no, ma guardi che qui è tutto a posto, sa? Una pratica in errore? No no, qui è attiva, non mi risulta nessun problema, è tutto a posto, deve solo aspettare. Guardi glielo ripeto, non so di quale errore parla, il mio collega si sarà sbagliato.

Che non si dica poi che non ho fiducia nei confronti dei giovani sottopagati e maltrattati dei call center italiani: mi bevo persino questa, pur sentendomi preso in giro e pregustando l’arrabbiatura che ne sarebbe seguita. Lascio quindi passare altri dieci giorni, Pasqua e Pasquetta, e torno alla carica. E siamo a sei, ragazza sicura e particolarmente gentile, a cui si deve quel colpo di genio che uno si sarebbe aspettato fin dal primo reclamo: eh, ho capito bene di che cosa parla, mi faccia guardare bene, che cerchiamo di risolvere stavolta. Sì sì, guardi, in effetti la pratica continua a bloccarsi e non è chiaro perché. Lei ha già verificato che non esistano altre Adsl attive? Senta guardi, qui è chiaro che non se ne esce, a questo punto è il caso di segnalare il problema al reparto tecnico. Mi lasci un recapito a cui la potranno richiamare al più presto, vedrà che stavolta combiniamo.

Il 25 aprile, festa della Liberazione, facciamo due mesi tondi tondi. Pessimismo e molto, molto, molto fastidio.

Aprile 12 2006
Aprile 7 2006

Arrivo stremato alla fine di questa campagna elettorale. Non certo perché mi sia impegnato in prima persona: ho fatto soltanto il cittadino responsabile in cerca di rappresentanza. Ho ascoltato, ascoltato, ascoltato e ascoltato. Ho letto. Ho perfino risposto alle telefonate di chi nel 2006 ritiene ancora decoroso sollecitare i propri conoscenti per racimolare qualche voto in più. Vorrei essere onesto e al tempo stesso costruttivo, ma francamente ho ancora molti dubbi su dove metterò le mie crocette (tranne forse per le amministrative comunali, perché qui in Friuli-Venezia Giulia abbiamo la fortuna di chiudere tutti i conti in una volta sola). A poche ore dal voto ho poche certezze, in compenso sono molto avvilito.

Trovo curioso che l’occasione in cui si dovrebbero esprimere i massimi ideali si sia trasformato in uno dei momenti più bassi della nostra storia democratica. Non è emerso il meglio del manipolo di persone che ha scelto di darsi da fare; gli ultimi sei mesi sono stati giocati invece sui nostri peggiori istinti. Stiamo regredendo come popolo, abbiamo ceduto a lungo a chi ci mostrava la via più facile (e certo Silvio Berlusconi è una figura chiave in questo processo, benché non sia il solo responsabile). Siamo assuefatti perché abbiamo assunto la remissività a piccole dosi giorno dopo giorno per anni. Non dal 2001 o né dal 1994, ma molto prima. Ogni giorno accettiamo che il mondo vada impercettibilmente peggio con la complicità delle nostre scelte, osiamo sempre meno e ci accontentiamo sempre di più: sul momento non te ne rendi conto, ma se ti volti indietro ti accorgi che a forza di sfiorare i paletti li abbiamo spostati ben oltre ciò che solo un decennio fa avremmo ritenuto tollerabile. Il risultato è che la popolazione italiana è immune all’indignazione, ha fatto gli anticorpi all’orgoglio.

Io per primo, voglio dire. Mi ha umiliato, e per questo gliene sono grato, Claudio Magris ieri sul Corriere della Sera, a proposito della «loquela sboccata» di Berlusconi. Il vero insulto, ricorda Magris, non è la volgarità specifica (che in questo siamo un po’ tutti presidenti del Consiglio), ma è l’offesa a chi vota senza pensare al proprio interesse. «La maturità politica — di un individuo, di una società, di un popolo — consistono nella capacità di collegare il proprio interesse con quello generale, di capire la loro reciproca indissolubilità, e si misurano col metro di questa capacità.» Diamine, è questo il punto! Ma ero talmente distratto dalle ironie sulle parole e dai botta e risposta in televisione che non ci avevo nemmeno fatto caso.

All’inizio della campagna elettorale mi ero ripromesso di dare il voto a chi avesse dato l’idea di soddisfare alcune istanze secondo me particolarmente urgenti in questo momento: ambiente, ricerca, infrastrutture digitali, politica estera e lavoro. La campagna elettorale ha toccato questi temi, quasi mai andando oltre la generica dichiarazione d’intenti (di cui già si parlava a proposito del programma dell’Unione). Alla fine voterò ancora una volta per semplice reazione a una visione del mondo che non posso condividere: il vantaggio personale, la forzatura delle regole, l’illusione di potersi chiudere nelle proprie città, nelle proprie case, nelle proprie aziende sono una reazione incomprensibile e pericolosa alla complessità del mondo che ci circonda. Ovunque cadrà il mio voto all’interno dell’Unione, sarà comunque un ripiego poco gioioso, da cui mi aspetto poca cosa. Sarei contento anche solo se riuscissi ad arrivare alla fine della legislatura senza dovermi mai vergognare delle persone a cui ho affidato il mio sostegno.

Comunque vada, mi aspetto sinceramente che gli abissi della dignità toccati in queste settimane diventino l’occasione per un sussulto, l’inizio di una ripresa diffusa non tanto per merito di chi avrà più seggi al Parlamento ma perché sempre più persone sentiranno di doversi impegnare in prima persona affrontando la realtà e tutte le sfide complicate che, ci piaccia o meno, ci aspettano nei prossimi decenni. All’anima della tasserella sulla prima casa o sull’immondizia: i nostri figli avranno orrore di noi, se non sapremo guardare un po’ oltre.

Il 2011 è dopodomani, è dietro l’angolo. È già ora di darsi da fare.

Aprile 3 2006

Accidenti, mi toglieva anche l’Iva e lo votavo. Con l’Irpef gli consegnavo il Quirinale di persona. Ma solo l’Ici, capisci, è proprio pochetto, mi sembra solo un contentino elettorale. Quasi una presa in giro. E a me non piace chi mi prende in giro sotto gli occhi di tutti.

Aprile 3 2006

A Gubbio ho imparato (molto), mi sono divertito (di più), mi sono emozionato (diverse volte), ho conosciuto persone belle e coraggiose (tante), e ho ritrovato fiducia nelle potenzialità dei più giovani (speriamo che duri). Dei blog didattici avevo una conoscenza bidimensionale: l’ho completata con uno spaccato a tre dimensioni che abbraccia specificità, complessità e difficoltà molto più varie di quanto immaginassi. Su tutto ho apprezzato la concretezza e la capacità di non parlarsi addosso, qualità preziose in chi tratta di blog. Atti e slide del convegno credo testimonieranno presto il gran lavoro di sperimentazione e studio, ormai perfino accademico, che sta dietro a queste pratiche. Devo invece il titolo di questo post a un passaggio della relazione di Raffaele Mazzella (Indire); mi pare renda bene l’attitudine di chi dal pulpito è sceso da tempo.

Io lo considero l’inizio di un approfondimento, un tema su cui tornare presto. Ringrazio di cuore Maria Teresa Bianchi, che del seminario di primavera in Umbria è il motore, e con lei tutte le sue colleghe (ma fatemi citare almeno Carla Astolfi, che di questo blog è amica da tempo): la trepidazione di dare un volto a un header non era soltanto loro.

Ai liceali che hanno avuto la pazienza di ascoltare il mio intervento mattutino, venerdì scorso, ho chiesto un favore: di voler bene a questi docenti coraggiosi, che spesso a proprie spese sperimentano qualcosa di nuovo e che fanno i salti mortali per conciliare tutto ciò con i programmi ufficiali. Non era un modo di ingraziarsi i presenti: era un ringraziamento a chi – una ventina d’anni prima di questi professori, ma in modo molto simile a loro – ha contribuito a rendermi persona più curiosa e in grado di esprimersi con gli strumenti che quell’epoca metteva a disposizione. Pochi, forse di secondo piano, ma decisivi per la mia storia.

Come d’abitudine, condivido le slide dei miei due interventi:
Diventare cittadini della società digitale (Pdf, 750 KB circa)
Guida turistica alla parte abitata di Internet (Pdf, 1,80 MB circa)

Ho citato in più occasioni gli otto punti su cui lavoro da un po’ di tempo: chi dovesse cercare qualche dettaglio in più, può consultarli in formato Pdf e tra gli appunti in forma di wiki.

Marzo 28 2006

Quello che mi fa impazzire che poi ti abbandonano al tuo destino. Ricevo telefonate periodiche e insistenti da Tele2, che cerca di convincermi ad abbonarmi ai loro servizi di telefonia e Adsl. Poi cedi – sì, ok, questa volta non sulla mia linea, ma questo è un altro discorso ed è tutto sommato ininfluente – e dopo più di un mese ti ritrovi senza alcuna traccia dell’Adsl, nonché appeso alla cornetta a dipendere una volta alla settimana dall’estrosa soluzione dell’addetto di turno al call center.

Funziona così. Per evitare di fare la fila al call center, di cui per esperienze negative con altri gestori concorrenti ti fidi come di un panda nella stagione del letargo, richiedi l’attivazione di una Adsl flat utilizzando la form che compare sul sito della società. La linea in questione risulta coperta dalla rete, si procede: immetti tutti i dati richiesti, controlli e invii il tutto. Tutto ok, dice il servizio automatico, ma per conferma riceverai un’email. Ricevo l’email. Bene, ora non resta che attendere fino a tre settimane (per via del passaggio burocratico attraverso Telecom Italia) perché arrivi la letterina con i codici.

Nel frattempo, si accomodi pure nel pratico servizio di monitoraggio dello stato di evasione della pratica. Magari con l’accortezza di attendere un giorno lavorativo perché sia inserita nel database. Due giorni dopo, niente. Quattro giorni dopo, niente. Una settimana dopo, niente. Chiamo il call center: «Non si preoccupi, quel database non è mai aggiornato». Passano tre settimane: niente database e niente lettera. Richiamo. «Scusi, ma quale richiesta?». E viene fuori che la gestione del servizio di iscrizione via Internet è in carico a una società terza, che evidentemente si è persa per strada i dati. E quindi? «Tocca ricominciare da capo, mi dia i suoi dati». Altre tre settimane? «Provi a chiamare tra una-settimana-dieci-giorni, che magari siamo fortunati e possiamo anticiparle le chiavi di accesso al telefono». Ma la società terza? «Che ci vuole fare…».

Passa una settimana. Le chiavi di accesso? «Acc, qui mi dà un errore, non capisco. Di solito è quando la linea non è coperta dalla nostra Adsl, lei ha controllato che il suo numero fosse raggiunto dal servizio?». Certo, un mese fa. Controlli anche lei. «Sì, è coperto». E quindi? «Mah, non so, aspettiamo ancora qualche giorno e vediamo se si risolve». Aspettiamo ancora qualche giorno e vediamo se si risolve. «No, in effetti la pratica è in errore». E dunque? «I dati corrispondono e la linea è coperta, ma a volte ci si bloccano, non sappiamo perché. L’unica possibilità è ricominciare da capo». Un’altra volta? «Un’altra volta». È la terza, funzionerà? «Speriamo». Riprovo tra una-settimana-dieci-giorni? «Riprovi tra una-settimana-dieci-giorni».

Che, come al solito, chi se ne importa del caso specifico e della società specifica, non è questo il punto. Capita, sfortuna, sprechi solo energie a prenderla sul personale. È che ne senti ogni giorno di casi specifici, per un errore, un imprevisto o un accidente, tanto che ti chiedi quale sia la normalità e se esista. La verità è che, considerando anche solo la mia storia recente di cliente, io un’idea me la sono fatta su come vanno queste cose: non conti nulla. Conti solo finché decidi di abbonarti e poi quando devi pagare: sei solo un’arancia da spremere, in realtà ti detestano, altrimenti non si spiegherebbe. Ma questo i loro spot non lo dicono.

Marzo 28 2006

Ho perso l’abitudine di appuntarmi qualche nota sui libri che transitano per casa. È ora di ricominciare, anche se sono giorni intensi che non lasciano molto tempo alle divagazioni extralavorative.

Ho chiuso da poco il nuovo libro di Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio, uscito postumo e curato dal figlio Folco. Di Terzani ho già parlato con entusiasmo qualche mese fa, dopo aver letto il meraviglioso Un altro giro di giosta. L’entusiasmo di oggi non è lontano. Il libro è il delicato invito a prendere parte a sorta di testamento spirituale che un padre consegna a suo figlio. C’è la vita del giornalista dall’infanzia agli ultimi giorni, c’è la professione nei suoi tempi d’oro, ci sono gli alti e ci sono i bassi, c’è l’Oriente e c’è l’Occidente, c’è la ricerca di un senso universale e il tentativo (straordinariamente riuscito) di affrontare con serenità la fine imminente. Sui temi della ricerca profonda di sé il libro precedente resta il capolavoro, ma queste nuove pagine, frutto di un dialogo tra Terzani e suo figlio durato settimane, sono qualcos’altro. Sono una visione dall’alto, il racconto a voce alta di un cerchio che si chiude e la testimonianza dal vivo di un’anima che si dona in eredità ad altre vite.

Non suoni troppo irriverente: per qualche strana associazione mentale, mentre leggevo mi è tornato in mente Mork e Mindy, il telefilm anni ’80 interpretato da un giovanissimo Robin Williams. L’extraterreste Mork arriva sulla terra dal pianeta Ork per studiare da vicino i suoi abitanti, salvo poi innamorarsi della bella terrestre che lo ospita eccetera. Mi veniva in mente in particolare il resoconto che alla fine di ogni puntata dello sceneggiato Mork faceva a Orson, il capo del pianeta che l’aveva mandato in missione sulla Terra, raccontando dal suo svagato punto di vista stranezze e tenerezze della vita umana.

Le conversazioni trascritte da Folco Terzani ricordano quei dialoghi in cui l’uomo contemporaneo veniva guardato con lucidità e compassione, per raccontarne i difetti e gli slanci inaspettati. Nelle settimane prima di morire, nell’estare del 2004, Terzani questo faceva, con spessore certo maggiore di un telefilm: un bilancio sulla vita umana con gli occhi distaccati di chi è già altrove, lontano dalle contingenze, trovando il filo rosso – della propria esistenza, certo, ma non solo – da consegnare alla propria famiglia e, tramite questa, a chiunque ne avesse desiderio. Un esempio straordinario, come del resto fuori dall’ordinario è stata la sua vita. Un esempio felice, soprattutto, come felice è un uomo che in punto di morte ha la lucidità e la serenità di raccontarsi, forte della propria compiutezza.

Quello che resta a me è soprattutto la conferma della sensazione che tutto sia ciclico, ripetitivo nel bene e nel male, e che la via di uscita che renderà migliori noi e renderà migliore questo mondo non stia affatto dove oggi ci ostiniamo a cercarla.

Marzo 5 2006

Se c’era un convegno legato ai blog in cui mi sarebbe piaciuto andare a sentire che cosa si diceva quest’anno, questo era il seminario dei blog didattici, che da tre anni si tiene a Gubbio a inizio primavera. Provo, infatti, grande curiosità e altrettanto rispetto per quello che alcuni temerari stanno sperimentando tra mille difficoltà all’interno del sistema scolastico italiano. Neanche a farlo apposta, Maria Teresa Bianchi e la Fondazione Mazzatinti hanno anticipato i miei desideri invitandomi a raccontare qualcosa sulla società digitale e sulla parte abitata della Rete. Lo considero un grande onore. Appuntamento a Gubbio il 31 marzo e 1° aprile, come da programma.

Febbraio 21 2006

Perché scrivere zucchero sul barattolo dello zucchero ci può aiutare a trovarlo prima e a non confonderlo più col sale. Ci faremo largo con i tag (Pdf, 350 KB circa), un articolo da Monthly Vision di marzo 2006.

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