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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Gennaio 9 2006

Mi butto?

Mi serve un computer portatile che garantisca molta leggerezza, molta autonomia e molta connettività. Tutto il resto, perfino la potenza, è secondario. Ho bisogno di un computer che mi permetta di scrivere e comunicare ovunque, senza portarmi dietro ogni volta un mattone ingombrante che poi dipende dalle spine burlone di Trenitalia.

Ne ho visti un tot, in questi giorni, e sono sempre più orientato verso un passo a suo modo storico per il sottoscritto (benché del tutto trascurabile per l’umanità). Tra i costosissimi Sony Vaio e i prematuri, ma interessanti ed economici, Philips Freevents X50, tra il Toshiba Portégé R200 e l’Asus W6A, mi sto orientando verso l’Apple iBook (nella versione 12.1″).

Non ho particolari preclusioni per i sistemi Macintosh, semmai al contrario ho una forte curiosità verso quella nicchia di mondo informatico che finora ho frequentato davvero poco (e comunque senza mai possedere un Mac). Tuttavia l’idea di far convivere due mondi così diversi un po’ mi spaventa: due sistemi operativi, due set di programmi, due versioni distinte da gestire, due modi di operare… Di buono, seppure non determinante, c’è che sull’iBook potrei far girare quel Devon Think di cui Giuseppe parla un gran bene.

Avete tutto il pomeriggio per farmi cambiare idea. 🙂

Gennaio 7 2006

– Buongiorno signora XY, sono Sergio Maistrello. Si ricorda di me?
– Buongiorno. Il nome non mi è nuovo, in effetti. Può aiutarmi a ricordare?
– Ci siamo sentiti diverse volte l’anno scorso per sistemare un problema piuttosto complicato nella fatturazione delle connessioni Adsl…
– Ah sì, certo, ricordo. Mi faccia rivedere la sua scheda. Avevamo sistemato tutto, vero?
– Sì sì, avevamo sistemato tutto. Infatti la chiamavo per augurarle buon anno, prima di tutto.
– Oh, ma è molto gentile. Buon anno anche a lei!
– Grazie. Poi però c’è un altro problema.
– Non mi dica…
– Purtroppo sì. Oggi ho ricevuto il nuovo conto telefonico e c’è un nuovo addebito non giustificato.
– Mi faccia guardare sul computer…
– Sulla bolletta trovo una voce “servizi non fatturati in precedenza”. Mi fanno pagare…
– Oh, ma sono andati a ripescare connessioni del 2004!
– Già. Si riferiscono allo stesso periodo in cui è nato il problema precedente.
– Santo cielo, ma questi hanno contato… Oh, questo vuol dire che devo andarmi a riaprire tutte le posizioni sistemate a suo tempo.
– Mi dispiace, in effetti sono… come dire… stupito anch’io.
– Non si preoccupi, le storno subito la cifra.
– Grazie, signora XY.
– A presto, signor Maistrello.
– Le direi che spero di no, signora XY. Ma che vuole, lei è gentile e io mi sto affezionando. Al prossimo intoppo!
(ridono entrambi allegramente)

Gennaio 5 2006

Se n’è parlato di recente da Luca, poi Giuseppe m’ha tirato in mezzo. Sintetizzo alcune idee un po’ radicali riguardo alla pubblicità, che valgono per me quando sono libero di scegliere. Facendo un lavoro che in molti casi è (indirettamente) finanziato dalla pubblicità, spesso mi trovo nella condizione di dover scendere a compromessi. Finora, per fortuna, sono stati piccoli compromessi.

E dunque:

  • La pubblicità può essere arte. Ed essendo una delle poche forme d’arte contemporanee economicamente molto ben sostenute, talvolta lo è davvero.
  • La pubblicità è un servizio. Serve a informare le persone su servizi/prodotti/idee che verosimilmente non conoscono e che potrebbero loro interessare. Spesso se lo dimentica.
  • La pubblicità può fare molto bene. Quasi sempre si accontenta, invece, di fare i suoi interessi.
  • La pubblicità è troppa. Quando troppe persone parlano contemporaneamente, il livello della voce sale. Anche le persone più rispettose, quando si trovano in mezzo alla confusione, devono alzare la voce e diventano moleste. Tante persone moleste insieme diventano un mal di testa. Se fossi uno che ritiene di avere cose interessanti da dire, non parlerei in mezzo alla confusione.
  • La pubblicità reagisce male alle difficoltà. Se tante persone urlano in una stanza, più di qualcuno si ritiene autorizzato a strattonare. Qualcuno pensa che, per attirare l’attenzione di chi dovrebbe fidarsi di lui, anche i calci negli stinchi siano del tutto giustificati. Quando l’approccio creativo e quello fisico non ottengono risultati, non resta che mettere in discussione la dignità. E c’è chi è ben contento di fare pure quello.
  • La pubblicità è preziosa per gli editori dei mezzi di comunicazione tradizionali, che devono sostenere alti costi di accesso ai canali di pubblicazione o emissione. I costi scendono per pubblicare online. Si azzerano per la pubblicazione di contenuti personali. Se ciascuno si accontentasse di quel che è sufficiente per operare e non desse alla pubblicità più importanza degli stessi contenuti, forse oggi la comunicazione, l’informazione, la televisione, l’economia e la cultura sarebbero migliori. Paradossalmente, la stessa pubblicità sarebbe migliore.
  • La pubblicità, con crescente malafede a partire dagli anni ’80, ha contribuito a diffondere uno stile di vita e di relazioni insostenibile. Ha reso le persone molto peggiori di quanto avrebbero potuto essere. È corresponsabile della piega criminale che sta prendendo questo mondo. E il bello è che lo ha fatto con la complicità di ciascuno di noi, che nel nostro piccolo avremmo potuto fare delle scelte.
  • La pubblicità che alza il volume anche se non potrebbe, la pubblicità che non ha rispetto, la pubblicità ovunque, la pubblicità che invade gli spazi privati, la pubblicità che pensa di essere intelligente perché arriva dove non ti aspetti, la pubblicità che si mette davanti a quello che vuoi vedere così sei costretto a guardare prima lei, la pubblicità di nascosto, la pubblicità che mente, la pubblicità che se mi guardi di sbieco io sono meglio di quell’altro, la pubblicità che gode nell’umiliare le persone e la loro intelligenza… insomma, tutta la pubblicità che nega se stessa, è quanto di peggio sia riuscito a fare di recente l’uomo su questa terra (dopo la guerra umanitaria, probabilmente). E io per questa pubblicità, che mi spinge ad arrabbiarmi e a boicottare, non ho più né tolleranza né pietà.

Fatta questa premessa, che spiega forse il mio atteggiamento comunque molto scettico, io non ho alcuna intenzione di inserire pubblicità nei miei siti personali o amatoriali. E nelle mie collaborazioni professionali, quando ho voce in capitolo, cerco di far capire che oggi – soprattutto su Internet – il meno è più, che uno solo è meglio di troppi, che rispettare i tuoi lettori a tutti i livelli è la sola strategia che ti consente di sopravvivere, che tutto ciò che non è percepibile come un servizio gioca contro di te.

Fatto sorprendente, forse ho trovato un editore che la pensa come me. Uno di questi giorni magari racconterò anche quest’altra storia.

Dicembre 29 2005

Alessandro Longo – oggi uno dei giovani giornalisti più esperti e più apprezzati in fatto di telefonia, connettività e Internet Provider – ha aperto il suo primo blog.

Dicembre 19 2005

È rimasta aperta la pratica Les Blogs. Lasciar passare un po’ di tempo, oltre che una questione di priorità lavorative, è stato un buon filtro. Chi cercava dettagli freschi, del resto, ha già a disposizione ogni ben di dio nelle centinaia di post archiviati in Technorati o di immagini pubblicate su Flickr. Il mio bilancio è misto: Les Blogs 2.0 è stato un ottimo punto d’incontro internazionale fra quanti si rimboccano le mani in questo settore, ma sul versante di contenuti poteva osare molto di più.

Il che da un lato mi dà sensazioni positive: forse in Italia non siamo poi così indietro e negli ultimi anni (penso al Nuovo e Utile Web dello scorso maggio a Firenze) qualche spunto interessante su come riunirsi a parlare di blog c’è stato anche da noi. Per esempio, sono più che mai convinto del fatto che la separazione tra palco e platea – almeno quando si parla di tecnologie che rinegoziano i ruoli tradizionali – sia una barriera che rallenta incredibilmente lo scambio proficuo. E non c’è backchannel (ovvero la chat che si sviluppa parallelamente al convegno) che regga il confronto.

D’alto canto, mi aspetto che chi si presenta a uno dei maggiori incontri internazionali dedicati a una presunta rivoluzione della comunicazione non ricorra a forme troppo tradizionali di divulgazione. In quasi tutte le sessioni è mancato uno stato dell’arte condiviso da cui partire, i tempi a disposizione dei relatori erano molto ridotti e molti si sono accontentati di girare intorno a concetti noti e rassicuranti. Forse per disincentivo della stessa organizzazione, non ne ho idea, ma solo un paio di relatori ha fatto ricorso a slide schematiche attraverso cui mostrare ciò di cui parlava e fornire una traccia utile per seguire il discorso (considerato anche che l’inglese faceva da territorio linguistico franco per per una ventina di diversi idiomi nazionali).

Mi ha colpito soprattutto l’atteggiamento delle aziende. Io non so se la sponsorizzazione dell’evento era una conseguenza dell’essere stati invitati a parlare o se, viceversa, alcuni relatori sono stati invitati perché la loro azienda sponsorizzava l’evento. Tant’è che la sufficienza e/o la preparazione sommaria che hanno dimostrato molti tra quelli che avevano la responsabilità di parlare del rapporto tra interessi commerciali e blog sono state imbarazzanti. Fatto che considero, insieme ad altri autogol appena più marginali, piuttosto stupefacente. Se finanzi un incontro dedicato a uno strumento che permette a chiunque di esprimersi senza mediazioni su scala mondiale, il primo a essere messo sotto i riflettori sei inevitabilmente tu. Non basta metterci i soldi, devi anche convincere.

Detto ciò, non sono stati pochi nemmeno gli stimoli positivi. Che legherei, più che a una specifica sessione, a persone particolarmente interessanti per quello che hanno raccontato e per come lo hanno raccontato. Adriana Cronin-Lukas, per esempio, è una consulente dalle idee molto chiare e ha retto il confronto con Ceo e blogger d’azienda convinti di poter prendere dai blog solo quanto fa loro comodo, sottraendosi qualora il confronto diventi complesso o faticoso. Mi ha affascinato molto Global Voices, una sorta di hub di hub che utilizza l’aggregazione dei contenuti dei blog per dare vita a un progetto di informazione globale su scala più vasta di quanto si sia visto in giro finora (build bridges between cultures, costruire ponti tra le culture, è la parola d’ordine): guarda caso, dietro a un progetto interessante ci sono persone interessanti come Ethan Zuckerman e Rebecca MacKinnon. Mena Trott, padrona di casa dal carattere piuttosto franco, è andata forse sopra le righe, ma ha il merito di aver avviato un confronto piuttosto interessante sulla responsabilità dei blogger, concetto molto caro da queste parti. Bei personaggi, che mi riservo di scoprire meglio, sono Hugh MacLeod e Marc Canter, a ciascuno dei quali va il merito di aver proposto una visione sull’evoluzione della socializzazione in Rete non scontata e molto etica. Mi è piaciuto moltissimo David Sifry, gran capo di Technorati, che chissà perché mi aspettavo in veste di manager rampante alla conquista della Rete, e che al contrario si è rivelato una persona generosa, appassionata e molto rispettosa dei processi di Rete – il che mi rassicura sul destino di uno degli snodi più importanti della “nuova” Rete. Infine Ben Hammersley, di cui mi ero perso il chiacchierato intervento fiorentino, ha portato a Parigi la visione forse più incisiva, combattiva e divertente: siamo a una svolta culturale tra aperture e chiusure, il blog in sé è solo uno strumento, ma uno strumento che ci permette di influire con le nostre scelte sulla direzione che sta prendendo il mondo.

L’altra sensazione, scontata ma più che mai netta, è che siamo tagliati fuori. Noi italiani, dico, ma in generale tutti quelli che si esprimono solo con la loro lingua nazionale nei loro siti. Da amante delle sfumature che solo la lingua madre ti consente, sono il primo ad avere resistenze nello scrivere i miei post in inglese. Ma a Parigi mi sono reso conto una volta di più, e in modo più sfacciato di quanto mi fosse capitato in passato, che la conversazione della Rete si svolge in inglese; tutto il resto è destinato a perdersi o a sollazzare piccole comunità locali, insignificanti rispetto all’enormità della comunità della Rete. Se l’Italia conta poco, oggi, nella blogosfera mondiale, non è tanto per il numero esiguo di voci (che pure incide) o per i fantasiosi limiti alla libertà di espressione che ci attribuiscono in Europa (ne parlava Zoro), quanto semmai perché non siamo in grado di farci ascoltare. Ho la sensazione che in Italia si sia diffuso un dibattito teorico “puro” più vivace che in altre nazioni, come gli Stati Uniti, dove prevale l’eccellenza nella realizzazione di strumenti o nella sperimentazione di modelli di business compatibili. Peccato semplicemente che non valichi le Alpi, dunque di fatto resti sterile. Ci viene richiesto impegno e sacrificio, insomma, ma su questo io per primo prendo colpevolmente tempo.

-°-

La sensazione in merito al fatto che in Italia vengano organizzati incontri all’altezza, in realtà, s’è smontata già venerdì a Roma, al convegno su Internet e Politica organizzato alla Camera dei Deputati. Che ha finito per diventare l’ennesima replica dell’ormai francamente insopportabile recita autoreferenziale tra l’esponente di turno di centrosinistra e l’esponente di turno di centrodestra, e ben poco di più.

La mia conclusione, se dovessi basarmi su quello che ho sentito nella Sala del Cenacolo, è che la politica italiana ha capito pochissimo di Internet. E fin qui poco male, se non fosse che al contrario i politici non sembrano avere molte remore nel riempirsi la bocca di verità che non possiedono, violentando tutto ciò che la Rete mette a loro disposizione. Come se non bastasse, ci si mette pure la ricerca di turno, generosa ma fondata su presupposti ed equivoci pesantemente old media, ad accreditare le scelte miopi e egocentriche dei partiti. Il mio stupore è moltiplicato dal fatto che Paolo Gentiloni e Antonio Palmieri con Internet hanno a che fare da tempo e sono tra le persone più accreditate in materia nei rispettivi schieramenti. E se Marco Montemagno aveva una comprensibile fregola di accreditare blog e nanoblog come modello di un successo misurabile secondo numeri rassicuranti per i non addetti ai lavori, a ben poco è servito l’onesto tentativo di Luca De Biase di riportare l’attenzione sull’orizzontalità di Internet e sul rischio di fraintendere i suoi meccanismi. Era tardi, ormai, quando l’hanno lasciato parlare.

Mi dispiace non tanto per l’occasione in sé, che forse aveva altre premure rispetto a quella di fare divulgazione di nuove pratiche, quanto per la sensazione sempre più allarmante che la politica stia andando altrove, indipendentemente da quanto di buono si costruisce in giro per il mondo. Lo diceva bene Giuseppe ieri: non è più questione di destra, di centro o di sinistra. È questione di ricollegare la politica alla realtà. E se queste sono le premesse su cui anche la frangia più tecnologica (dunque, indipendentemente da Internet, quella che si presuppone più reattiva di altre nel prendere atto di ciò che si muove nel mondo) pensa di costruire il suo futuro, c’è di che esserne preoccupati. Molto preoccupati.

Dicembre 19 2005

Per uno di quei casi buffi della Rete, Carla mi stimola a riprendere in mano la mia tesi di laurea. Su questo sito è sempre stata disponibile una presentazione di quel lavoro di ricerca, ma la consultazione integrale era rimandata a Tesionline. In linea col resto del sito, da oggi l’intera tesi – Quel che resta del giornale: evoluzione e implicazioni dell’informazione giornalistica sul World Wide Web, discussa all’Università di Trieste nel 1998 – è consultabile in forma integrale (in Pdf) anche qui.

Com’è inevitabile, il testo risente in modo pesante degli anni passati. Buona parte dei riferimenti ai siti e alle pubblicazioni online, per esempio, sono stati superati dall’evoluzione del Web. Alcune parti sono evidentemente ingenue, benché spero che la allora giovane età – mia e del Web – siano un’attenuante sufficiente. Tuttavia sono convinto che l’impianto teorico (tutta la faccenda dell’arcipelago di Internet, del recupero della località e della disgregazione della testata – in pratica il capitolo 5) abbia ancora un senso. L’impressione è che Internet – dopo il boom e lo sboom degli anni passati – abbia fatto un lungo giro intorno a se stesso e solo da poco abbia ripreso le fila del discorso.

L’affido, dunque, una volta per tutte alla Rete.

Dicembre 17 2005

Il seminario all’Università di Firenze è stato interessante: quanto meno io mi sono divertito parecchio e ho la sensazione che anche gli studenti presenti abbiano reagito bene all’esplorazione della parte abitata della Rete. Per l’occasione ho ripreso e adattato alcune slide che avevo già presentato a Milano qualche tempo fa, con l’aggiunta di un’appendice nuova nuova basata su alcune idee che ritengo fondamentale conoscere, almeno se si frequenta un corso sociologico sulla comunicazione e sui nuovi media. Come di consueto, li metto a disposizione.

La parte abitata della Rete e otto idee con cui potrebbe essere utile familiarizzare (slide in Pdf, 1,8 MB)

Appunti in forma di testo sulle otto idee (Pdf, 35 KB)

Dicembre 15 2005

Oggi Firenze e Bologna, domani Roma. Più tempo in treno che altro, ma il programma è fitto di impegni e promette incontri stimolanti. Oggi, tra l’altro, racconto la “parte abitata della Rete” ad alcuni studenti dell’Università di Firenze, ospite di Antonio Sofi. Venerdì, poi, conto di essere nel pomeriggio alla Camera dei Deputati per il convegno su Internet e Politica organizzato da Blogosfere.

In questi giorni di consegne urgenti e di bagagli disfatti e rifatti manca giusto il tempo di riflettere sulle cose. Di Parigi, per esempio, ho ancora un po’ di idee da smaltire, ma di questo passo dovranno attendere ancora per un po’. Intanto Diego “Z di Zoro” Bianchi ha quasi finito il montaggio e, questione di ore, dovrebbe essere online il suo video su Les Blogs 2.0: una ventina di minuti sarcastici e irriverenti, ma – che diamine! – quel ragazzo ha classe da vendere. Per chi c’era e per chi non c’era: chi c’era ride di più, ma non è detto.

Dicembre 13 2005

CNN ha lanciato in questi giorni un nuovo servizio di distribuzione a pagamento dei video in Rete, Pipeline (ne parlava l’altro giorno anche Massimo Russo). Sono sempre stato critico verso tutte le iniziative che cercano di mungere soldi dal Web o che si ostinano a trasformare Internet in una televisione complicata – un peccato da cui nemmeno l’emittente americana si è tenuta lontana in passato. Ad ogni modo, e di primo acchito, questa volta la novità non mi dispiace.

Sto provando CNN Pipeline da qualche ora e trovo che risponda ad alcuni criteri etici minimi nell’interazione con la Rete. Per esempio, non cerca necessariamente di piegare lo stumento ai suoi fini, ma si limita a ricorrere a quelli che io chiamo “gli occhi di Internet” per guardare ciò che sta all’esterno di Internet. In questo senso è un ottimo sistema di interazione con la televisione: dà il meglio della tv (soprattutto per chi non ha ancora installato una parabola), aggiungendo alcune virtù basilari della Rete. In secondo luogo: è a pagamento, ma quanto meno l’abbonamento (contenuto) azzera qualunque intromissione pubblicitaria e permette di contare su un servizio di buona qualità. Resta un problema più ampio, che non dipende dal singolo operatore: troveremo mai il modo di gestire in modo meno frammentato tutti questi microabbonamenti con i singoli fornitori? Terzo punto: una volta tanto, il servizio è pensato per fare solo il suo lavoro e non cerca di essere tante cose insieme. L’equivalente di un telefono che volesse solo gestire alla perfezione le telefonate, senza distrarsi con fotografie, giochi o agende varie.

Che fai con CNN Pipeline? Ci vedi la CNN, fondamentalmente. Ma hai a disposizione quattro sorgenti video simultanee e puoi scegliere in qualunque momento quale visualizzare nello schermo principale. Per esempio: questa mattina la tv all-news era monopolizzata dai collegamenti legati all’esecuzione capitale in California e i quattro feed in diretta davano lo straming di CNN International, il flusso originale delle conferenze stampa dei testimoni e degli avvocati, le riprese della troupe esterna che passeggiava tra i manifestanti di San Quintino e le previsioni del tempo. Inoltre hai accesso ad alcune biblioteche di video su richiesta. Usato bene, quanto meno in caso di notizie di particolare rilevanza, sembra uno strumento che può dare le sue soddisfazioni, consentendoti di aggirare tagli e scelte redazionali (questa mattina no: mi sentivo solo un’intruso che viola la privacy altrui).

Il fuso orario certo rema contro. Spenti i riflettori in California, questa mattina due dei flussi sono andati in stand-by: di notte c’è poco che giustifica l’attenzione degli Stati Uniti. E questo significa che, per buona parte del giorno, in Italia possiamo usufruire di una versione molto ridotta del sistema. Staremo a vedere.

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