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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Febbraio 11 2006

I nuovi media e l’innovazione
Poichè il ruolo di questo comparto è cruciale per promuovere e diffondere l’innovazione, la politica di sviluppo che l’Unione adotterà per la comunicazione e la multimedialità avrà un effetto moltiplicatore sull’insieme dell’economia nazionale. Attueremo politiche volte a favorire la nascita di un’industria multimediale e audiovisiva in grado di competere sui mercati globali. I punti di forza da cui partire saranno il cinema italiano e la produzione audiovisiva in generale.
[Per il bene dell’Italia, Programma di Governo 2006-2011]

Ho aspettato 19 ore, tot minuti e una manciata di secondi (con tanto di tristissimo conto alla rovescia, nemmeno fosse l’embargo per il nuovo Harry Potter) per sfogliare il programma dell’Unione (pdf) per la prossima legislatura. Duecentoottantuno pagine di principi generali, nelle quali dei temi che io ritengo fondamentali se c’è traccia è soltanto per diffondere affermazioni di una superficialità disarmante, buone per tutte le stagioni.

L’innovazione? Cinema, audiovisivi e qualche banalità su Internet. Sull’ambiente una botta di concretezza: mettiamo la tutela tra i principi costituzionali. Buona idea, certo. Ma così, dopo aver passato mezza legislatura a menarcela sulle sfumature del principio, a malapena avanzerà tempo per prendere decisioni concrete, di cui abbiamo disperatamente bisogno. La ricerca: eh, sì sì, è importante, individuazione, coordinamento, complementarietà, credito d’impresa. Capito tutto, pure la Casa delle Libertà cinque anni fa diceva cose simili, poi s’è visto. E poi garanti, garanti e ancora garanti: terzializzazione delle responsabilità e del controllo come se piovesse, come se un garante in Italia fosse mai riuscito a impedire che ciascuno faccia poi come gli pare. Qualcosa di più organico si trova nella sezione dedicata al lavoro, ma nulla che spieghi davvero come saranno trasformate in pratica alcune constatazioni di buon senso da supermercato. Non mi sorprende che l’abbiano sottoscritto tutti i partiti della coalizione, un programma del genere. Per quanto è generico potrebbe firmarlo perfino Berlusconi, credo.

Questo è quanto di meglio in fatto di visione del mondo ed efficacia di intervento sono in grado di partorire tre, se non quattro, generazioni di sinistra? Sono molto perplesso. Non vedo un cambiamento, non vedo un punto di rottura, non vedo una visione del mondo che prenda atto delle sfide urgentissime che ci troviamo di fronte. L’obiettivo sembra soltanto essere presentabili per le elezioni, e in questo l’Unione raggiunge il Polo in quanto a miopia. Ero scettico sulla scelta delle persone, ora comincio a essere pesantemente scettico anche sulle idee (di conseguenza, sulla capacità di metterle in pratica).

Sarà pure il linguaggio della politica, sarà che serve una capacità di leggere tra le righe che possiedono solo gli iniziati, sarà che un programma tocca proprio presentarlo ma poi ci s’improvvisa giorno per giorno. Ma io comincio a pensare che sulle questioni che riteniamo importanti non ci sia più altra strada che la mobilitazione dal basso (Chico was here propone un primo e semplice passo). Idee ne stanno girando parecchie, mi pare. Se cominciamo a lavorare sulla raccolta e sui meccanismi di sintesi, magari qualcosa di buono in tempo per il 2011 ne viene fuori. Abbiamo un vantaggio: a quanto pare corriamo molto più veloci di loro.

Febbraio 10 2006

Alla fine a Genova ho raccontato ben poco di quanto mi ero appuntato sull’essere autore in cortocircuito tra la carta e il Web. Al contrario mi sono ritrovato a parlare molto più del previsto di politica e Rete, in improvvisata sostituzione di ospiti ben più titolati.

Avrei voluto raccontare meglio, per esempio, di quanto a mio parere la personalità e lo stile di una persona trascendano il mezzo su cui ci si esprime e poco importa a quel punto il libro, la rivista o il Web. Ha ragione Antonio: qualunque contrapposizione ci sia oggi, se davvero esiste, è destinata a finire a tarallucci e vino. Per esempio, mi sarebbe piaciuto citare un pomeriggio, qualche settimana fa, in cui, viaggiando per lavoro tra una galleria e l’altra nel profondo Friuli con la radio accesa, dal flusso indistinto di chiacchiere via etere mi si è fissata l’attenzione su una voce. Ero affascinato da quel modo appassionato e divertito di raccontare, e pur non avendola mai conosciuta di persona ho pensato che quella voce si accompagnava perfettamente all’idea che mi ero fatto di Placida Signora (alter ego con cui Mitì Vigliero partecipa alle conversazioni in Rete). Era Placida Signora, ho scoperto poi. Combinazione ancor più buffa, non solo a Genova ho finalmente incontrato Mitì, ma proprio a lei toccava il compito di moderare il nostro incontro sulle scritture. Peccato mi abbia fatto parlare di me, cosa che da sempre mi riesce malissimo, perché questo aneddoto (che lei già conosce) lo avrei ricordato volentieri.

Invece ho trovato modo di dire la mia su un altro tema che mi sta a cuore in questo periodo. Si parlava di politica, ma il discorso si può estendere a molti altri campi. Credo che quanti tra noi sono arrivati in anticipo nel cogliere certe opportunità (nel nostro caso mezzi di espressione e di interazione in Rete, primi barlumi della società digitale) hanno il dovere non solo di diffonderle, ma anche e soprattutto di essere pazienti con chi è ancora in cammino. Dovremmo cambiare marcia: abbiamo la responsabilità di essere costruttivi, prima che cedere al facile impulso di criticare o farci beffa degli insuccessi altrui. È fin troppo facile dire che la politica capisce molto poco di Internet, come sparare sulla croce rossa: il nostro compito dovrebbe essere quello di non cedere a conclusioni definitive e provare invece ad assumere il ruolo di ponte. Dobbiamo interagire, capire il loro punto di vista per poi proporre il nostro, suggerire alternative: le contrapposizioni a uso e consumo delle pagine di colore dei giornali non ci porteranno lontano. Questo, peraltro, vale per tutti quei casi in cui la ricerca del primato (di accessi, di rilancio di una notizia, di guadagno) finisce per mettere i piedi sulla testa della blogosfera intesa come organismo collettivo – l’unico peraltro che ci possa portare a qualcosa di nuovo. Vale come autocritia, prima che come critica.

Per il resto, Genova è stata una bella occasione di rivedere tante persone a cui voglio bene e di cui ho stima. L’aggregatore umano si è arricchito di conferme e nuove scoperte, da approfondire un po’ per volta. Tra tutti, Andrea Beggi ha rivelato tutta la generosità e sensibilità di cui lo ritenevo capace, mentre Paolo Attivissimo ha aggiunto al rigore che già gli riconoscevo attraverso il suo blog anche dosi abbondanti di ironia e disponibilità.

Nota mangereccia: se già provavo simpatia istintiva per le iniziative cultural-blog-gastronomiche di Antonio Tombolini, la sua presentazione appassionata (etica, mi verrebbe da dire) e il gustoso banchetto che ha offerto domenica a InEdita mi hanno definitivamente conquistato. La sua Blog Farm è un bell’esempio di iniziativa coraggiosa, che fa affari in Rete puntando su numeri contenuti, sulla trasparenza e sulla comunicazione reciproca tra produttore e consumatore. Tra l’altro Tombolini ci ha anticipato la conferma che l’orto si farà, mentre io ho subito approfittato dell’offerta promozionale Pesto al Blogger (anche perché sono in debito con Stefania di un piatto di trofie al pesto degno della città che ci ospitava).

Fine delle note personali. Chi vuole mettere insieme i pezzi dei quattro giorni di Genova trova pane per i suoi denti nel blog collettivo gestito da Marina Bellini (che ringrazio per la disponibilità), negli archivi di Technorati e, naturalmente su Flickr, dove svettano le centinaia di scatti dell’instancabile Samuele Silva.

Febbraio 2 2006

Genova InEdita

A Genova già stanno parlando. Io ci arrivo domani sera, dopo una breve tappa a Milano. Sabato pomeriggio si parla di scritture e di cortocircuiti tra carta e web in ottima compagnia. Intorno a noi, tanti libri.

Gennaio 24 2006

Mettiamola così. Io non voterò nessuno (nessun partito, vista la nuova legge elettorale) che avrà investito i mesi che ci separano dal 9 aprile nella delegittimazione dei propri avversari, nel battibecco rituale e nel parlar per luoghi comuni.

Cerco gente di poche ideologie e molti fatti, che non riempia migliaia di pagine di principi assoluti, né occupi ore di trasmissioni garantite, né riduca la campagna in barzellette sei-metri-per-tre, ma diffonda pochi semplici schemi di idee applicabili in meno di cinque anni (e qualche linea più generale di continuità extra mandato). Vorrei capire, senza correre il rischio di interpretarli troppo tardi, che cosa i nostri aspiranti deputati e senatori intendono fare per garantire l’inizio di una nuova fase di sostenibilità nell’ambiente e in economia (nulla di più fantasioso che riaprire le centrali a carbone in disuso? niente di meglio che rimandare a oltranza il crollo di Alitalia?); quanto Pil contano di riversare nella ricerca (non se, ma quale percentuale minima e fin dalla prima finanziaria); come pensano di poter sviluppare le infrastrutture digitali (non se, ma come pensano di farlo); come ritengono di posizionare l’Italia rispetto ai grandi temi di politica estera (con gli slogan si fa poco, preferisco tanto realismo a questo punto) e come intendono garantire che il rischio di impresa non continui a trasferirsi progressivamente sui lavoratori (e sui lavoratori giovani, in particolare).

Se un qualunque partito di qui ad aprile avrà dato risposte convincenti a tutti questi punti – e, a parità di proposte, ci aggiungerà dell’altro – avrà il mio voto. Fosse anche il partito dell’amore.

Nel frattempo, entrambi i maggiori schieramenti stanno cercando il dialogo (un link a sinistra, un link a destra). Mi piacerebbe che il buon senso che spesso riconosco ai blog si trasformasse in pressione positiva, in stimoli, in dibattito. Ci stanno chiedendo di discutere le idee, e io penso che forse è una buona occasione per vedere se sono ancora capaci di ascoltare.

Gennaio 22 2006

Reduce dal carrozzone caciarone e ipersponsorizzato della fiamma olimpica, stasera ho particolare simpatia per gli attivisti no global.

Gennaio 21 2006

Ci abbiamo pensato qualche giorno, poi Stefania e io abbiamo deciso di abbonarci all’orto. Ci piace l’idea, ci piace la filosofia d’altri tempi, ci piace che il produttore mostri i suoi conti, ci piace che il contadino racconti come va il raccolto, ci piace l’idea di ricevere di tutto un po’ (anche quello che forse normalmente non compreremmo), ci piace il clima familiare.

Gli unici punti su cui nutrivamo perplessità sono la distanza dalla fattoria, che sta in Molise, e la dipendenza dai viaggi del corriere espresso. A parità di condizioni, infatti, cerchiamo di preferire i prodotti che non incentivano il trasporto su gomma. Dubbi che sono compensati dalla sensazione di avere a che fare con persone responsabili e molto vicine all’idea che ci siamo fatti di come dovrebbe funzionare il mondo.

Lo prendiamo come un esperimento, alla fine dell’anno facciamo il bilancio.

Gennaio 9 2006

Mi butto?

Mi serve un computer portatile che garantisca molta leggerezza, molta autonomia e molta connettività. Tutto il resto, perfino la potenza, è secondario. Ho bisogno di un computer che mi permetta di scrivere e comunicare ovunque, senza portarmi dietro ogni volta un mattone ingombrante che poi dipende dalle spine burlone di Trenitalia.

Ne ho visti un tot, in questi giorni, e sono sempre più orientato verso un passo a suo modo storico per il sottoscritto (benché del tutto trascurabile per l’umanità). Tra i costosissimi Sony Vaio e i prematuri, ma interessanti ed economici, Philips Freevents X50, tra il Toshiba Portégé R200 e l’Asus W6A, mi sto orientando verso l’Apple iBook (nella versione 12.1″).

Non ho particolari preclusioni per i sistemi Macintosh, semmai al contrario ho una forte curiosità verso quella nicchia di mondo informatico che finora ho frequentato davvero poco (e comunque senza mai possedere un Mac). Tuttavia l’idea di far convivere due mondi così diversi un po’ mi spaventa: due sistemi operativi, due set di programmi, due versioni distinte da gestire, due modi di operare… Di buono, seppure non determinante, c’è che sull’iBook potrei far girare quel Devon Think di cui Giuseppe parla un gran bene.

Avete tutto il pomeriggio per farmi cambiare idea. 🙂

Gennaio 7 2006

– Buongiorno signora XY, sono Sergio Maistrello. Si ricorda di me?
– Buongiorno. Il nome non mi è nuovo, in effetti. Può aiutarmi a ricordare?
– Ci siamo sentiti diverse volte l’anno scorso per sistemare un problema piuttosto complicato nella fatturazione delle connessioni Adsl…
– Ah sì, certo, ricordo. Mi faccia rivedere la sua scheda. Avevamo sistemato tutto, vero?
– Sì sì, avevamo sistemato tutto. Infatti la chiamavo per augurarle buon anno, prima di tutto.
– Oh, ma è molto gentile. Buon anno anche a lei!
– Grazie. Poi però c’è un altro problema.
– Non mi dica…
– Purtroppo sì. Oggi ho ricevuto il nuovo conto telefonico e c’è un nuovo addebito non giustificato.
– Mi faccia guardare sul computer…
– Sulla bolletta trovo una voce “servizi non fatturati in precedenza”. Mi fanno pagare…
– Oh, ma sono andati a ripescare connessioni del 2004!
– Già. Si riferiscono allo stesso periodo in cui è nato il problema precedente.
– Santo cielo, ma questi hanno contato… Oh, questo vuol dire che devo andarmi a riaprire tutte le posizioni sistemate a suo tempo.
– Mi dispiace, in effetti sono… come dire… stupito anch’io.
– Non si preoccupi, le storno subito la cifra.
– Grazie, signora XY.
– A presto, signor Maistrello.
– Le direi che spero di no, signora XY. Ma che vuole, lei è gentile e io mi sto affezionando. Al prossimo intoppo!
(ridono entrambi allegramente)

Gennaio 5 2006

Se n’è parlato di recente da Luca, poi Giuseppe m’ha tirato in mezzo. Sintetizzo alcune idee un po’ radicali riguardo alla pubblicità, che valgono per me quando sono libero di scegliere. Facendo un lavoro che in molti casi è (indirettamente) finanziato dalla pubblicità, spesso mi trovo nella condizione di dover scendere a compromessi. Finora, per fortuna, sono stati piccoli compromessi.

E dunque:

  • La pubblicità può essere arte. Ed essendo una delle poche forme d’arte contemporanee economicamente molto ben sostenute, talvolta lo è davvero.
  • La pubblicità è un servizio. Serve a informare le persone su servizi/prodotti/idee che verosimilmente non conoscono e che potrebbero loro interessare. Spesso se lo dimentica.
  • La pubblicità può fare molto bene. Quasi sempre si accontenta, invece, di fare i suoi interessi.
  • La pubblicità è troppa. Quando troppe persone parlano contemporaneamente, il livello della voce sale. Anche le persone più rispettose, quando si trovano in mezzo alla confusione, devono alzare la voce e diventano moleste. Tante persone moleste insieme diventano un mal di testa. Se fossi uno che ritiene di avere cose interessanti da dire, non parlerei in mezzo alla confusione.
  • La pubblicità reagisce male alle difficoltà. Se tante persone urlano in una stanza, più di qualcuno si ritiene autorizzato a strattonare. Qualcuno pensa che, per attirare l’attenzione di chi dovrebbe fidarsi di lui, anche i calci negli stinchi siano del tutto giustificati. Quando l’approccio creativo e quello fisico non ottengono risultati, non resta che mettere in discussione la dignità. E c’è chi è ben contento di fare pure quello.
  • La pubblicità è preziosa per gli editori dei mezzi di comunicazione tradizionali, che devono sostenere alti costi di accesso ai canali di pubblicazione o emissione. I costi scendono per pubblicare online. Si azzerano per la pubblicazione di contenuti personali. Se ciascuno si accontentasse di quel che è sufficiente per operare e non desse alla pubblicità più importanza degli stessi contenuti, forse oggi la comunicazione, l’informazione, la televisione, l’economia e la cultura sarebbero migliori. Paradossalmente, la stessa pubblicità sarebbe migliore.
  • La pubblicità, con crescente malafede a partire dagli anni ’80, ha contribuito a diffondere uno stile di vita e di relazioni insostenibile. Ha reso le persone molto peggiori di quanto avrebbero potuto essere. È corresponsabile della piega criminale che sta prendendo questo mondo. E il bello è che lo ha fatto con la complicità di ciascuno di noi, che nel nostro piccolo avremmo potuto fare delle scelte.
  • La pubblicità che alza il volume anche se non potrebbe, la pubblicità che non ha rispetto, la pubblicità ovunque, la pubblicità che invade gli spazi privati, la pubblicità che pensa di essere intelligente perché arriva dove non ti aspetti, la pubblicità che si mette davanti a quello che vuoi vedere così sei costretto a guardare prima lei, la pubblicità di nascosto, la pubblicità che mente, la pubblicità che se mi guardi di sbieco io sono meglio di quell’altro, la pubblicità che gode nell’umiliare le persone e la loro intelligenza… insomma, tutta la pubblicità che nega se stessa, è quanto di peggio sia riuscito a fare di recente l’uomo su questa terra (dopo la guerra umanitaria, probabilmente). E io per questa pubblicità, che mi spinge ad arrabbiarmi e a boicottare, non ho più né tolleranza né pietà.

Fatta questa premessa, che spiega forse il mio atteggiamento comunque molto scettico, io non ho alcuna intenzione di inserire pubblicità nei miei siti personali o amatoriali. E nelle mie collaborazioni professionali, quando ho voce in capitolo, cerco di far capire che oggi – soprattutto su Internet – il meno è più, che uno solo è meglio di troppi, che rispettare i tuoi lettori a tutti i livelli è la sola strategia che ti consente di sopravvivere, che tutto ciò che non è percepibile come un servizio gioca contro di te.

Fatto sorprendente, forse ho trovato un editore che la pensa come me. Uno di questi giorni magari racconterò anche quest’altra storia.

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