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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Febbraio 25 2005

– Varda, el xe ‘rivà. Senti la banda.
– Ah, ma la signora Franca no la xe.
– No, il Gasetìn dise che la ga l’influensa.
– Ehhh, ma che pecà…
– Ah, i xe tanto carini!
– Signora, davvero una bella coppia!
– I xe cussì unìdi. Proprio carini.
– Che lui xe un bon presidente. Almen lu xe visìn a la gente.
– Oh sì, guardi. Mi ogi go preso ferie per vegnir qui.
– Ah, ma che pecà che no la xe la Franca…

Febbraio 21 2005

Non sarà forse il primo docente che apre un blog per informare i suoi studenti, ma di sicuro Mauro è il primo prof che io conosca a dotarsi di feed Rss.

Febbraio 19 2005

MILANO, 19 FEB – Troppi telefoni sotto controllo: è stato raggiunto il numero limite di disponibilità di apparecchi intercettabili e per ora non si possono mettere in atto nuove intercettazioni. Con questa comunicazione la Tim avvisa le Procure di tutta Italia, la Direzione Nazionale Antimafia e il Ministero della Giustizia che si è creato un problema. È stato registrato, dice la Tim (telefonia mobile) un continuo incremento di «attivazioni di intercettazioni telefoniche», e quindi è stato raggiunto «il limite delle cinquemila linee intercettabili, limite massimo attualmente disponibile».

via Corriere.it, Repubblica.it

Febbraio 15 2005

Vabbé, visto che il fatto è diventato pubblico con tanto di nome e cognome (su Punto Informatico Solido di febbraio), ne parlo. Anche perché, a quanto pare, la faccenda non è ancora finita.

Succede questo. Nel giugno scorso cambio casa e chiedo a Telecom Italia di installare una linea domestica. Due giorni dopo l’attivazione mi chiama un’impiegata del marketing per propormi Alice Free in promozione gratuita fino a metà settembre. “Ma poi posso cambiare in qualunque momento?”, chiedo io. “Certo”, fa lei.

Navigo le mie buone dieci ore al giorno fino a inizio settembre, quando chiedo al 187 di trasformare la promozione in scadenza in un profilo Alice Flat. “Tutto ok!”, fa l’addetto. “Tutto ok?”, mi assicuro io. “Significa che non devo fare nient’altro ed entro il 15 settembre, quando scade la promozione, subentra il nuovo profilo?”. “Nemmeno un giorno scoperto”, conferma lui.

A inizio novembre arriva la bolletta del bimestre settembre-ottobre: 303 euro e spiccioli. “Capperi!”, dico io, “Fammi sentire il 187”. Dove la malcapitata di turno, imbarazzata e non sapendo che pesci pigliare, mi risponde qualcosa del tipo: “È colpa sua, avrebbe dovuto controllare”. Controllare che cosa? E soprattutto: come? A questo punto, per la prima volta, mi inquieto e scrivo una raccomandata piuttosto piccata all’operatore, spiegando tutto per filo e per segno.

Negli stessi giorni parlo per caso dell’accaduto con Alessandro Longo, che stava cominciando la sua inchiesta sui call center poi comparsa sul primo numero di Punto Informatico Solido. Dopo avermi chiesto il permesso, propone l’accaduto come caso emblematico nel corso di un’intervista con un pezzo grosso di Telecom Italia. Il quale prende atto e ammette alcuni errori di procedura. Naturalmente dopo questo episodio a me arrivano una serie di telefonate premurose dall’amministrazione dell’operatore telefonico, desiderose di sistemare lo spiacevole malinteso e scusarsi per l’errore.

Ne veniamo a capo. Con qualche lungaggine e un paio di contraddizioni contabili, ma dignitosamente ne veniamo a capo. “Succederà lo stesso per la prossima bolletta”, mi allertano, “perché la variazione formalmente entra in vigore solo oggi. La richiamiamo noi fra due mesi”. “Nessun problema, basta che alla fine i conti tornino”, dico io. Dopo un po’ di giorni ci ripensano: “Guardi, evitiamo di aspettare la prossima bolletta, sistemiamo ora i conti e la chiudiamo qui”. Prendo atto.

Poco prima di Natale arriva la seconda bolletta. Dalla quale correttamente sono stati stralciati corrispettivi non dovuti per alcune centinaia di euro. Nella stessa bolletta, però, facevano la loro comparsa oltre 40 euro di una fantomatica installazione Alice e un’idennità di ritardato pagamento che non aveva ragione di esistere. Ennesima contraddizione, inoltre, non era ancora stato calcolato il canone mensile di Alice Flat.

Avendo imparato a mie spese che per questioni del genere si fa prima a spedire una raccomandata al Servizio Clienti Residenziali piuttosto che tentare la sorte al 187, spedisco una paziente richiesta di revisione del conto telefonico. Dopo le Feste mi richiamano dall’amministrazione e sistemano di nuovo i conti. Io resto perplesso per come certe cifre compaiano o scompaiano con tanta facilità dalla mia bolletta, ma mi arrendo di fronte alla disponibilità dell’impiegata che si è presa a cuore la mia situazione.

Faccenda finalmente chiusa? Ma sì, ora non mi resta che controllare per scrupolo la prossima bolletta e dopo oltre sei mesi potrò dichiarare chiuso lo spiacevole disguido contabile.

Col cavolo. L’altro giorno mi arriva per posta un assegno non trasferibile di 259,27 euro con cui Telecom Italia si premura di rifondermi i soldi erroneamente addebitati in una bolletta che, per accordo con la stessa Telecom Italia, io non ho mai pagato. Richiamo la mia gentile referente, che ha l’aria di chi ormai non si stupisce nemmeno più, ma si accontenta di trovare soluzioni e in fretta. Mi conferma che mi tocca proprio intascarlo, quell’assegno, nato probabilmente da un fraintendimento tra due diverse sedi amministrative dell’operatore telefonico, perché non lo si può annullare senza creare disastri amministrativi. Dopodiché dovrò trasferirli nuovamente a Telecom Italia e considerare la partita chiusa.

Tutto risolto, questa volta? Beh, insomma, quasi: dopo qualche ora suona il telefono. È un’allarmata impiegata di Telecom Italia: “Lei ha ricevuto un assegno che non le spetta!”.

Arriva tardi, signorina, arriva tardi.

Febbraio 7 2005

E’ prevista, infine, dallo stesso decreto la sperimentazione dello scrutinio elettronico, limitatamente alle elezioni regionali, che avverrà in una sola regione previa intesa con la regione stessa.

Newsletter di Palazzo Chigi.

Febbraio 2 2005

Visti dal di fuori, osservati da chi non ha troppo tempo per confrontarsi con la diversità e con l’assenza di standard comunicativi di un medium nuovo con regole nuove, siamo un gruppo di individui un po’ naïf. Siamo difficili da prendere sul serio, perchè -tra tutti- esprimiamo poca qualità. Gli argomenti contro la democrazia (sin dai tempi dell’Atene del V secolo a.C.) hanno sempre centrato le critiche sulla qualità. In chiave moderna: C’è un sacco di Fuffa, c’è un sacco di gente che parla senza averne gli strumenti, eccetera eccetera. Ora, educati alla Rete, dovremmo essere in grado noi per primi di capire che ciascuno parla come ritiene e che le sue idee troveranno il consenso che naturalmente meritano. Se a qualcuno piacciono, avranno link e visiilità. Se non piacciono a nessuno, evidentemente, no. Eppure, noi stessi, dentro la Rete, fatichiamo a considerare la popolarità delle idee popolari come un fatto di sistema. Così come siamo ancora troppo disponibili a meravigliarci che esistano cose che non ci piacciono e che sono popolari. Se sono popolari, è perchè a qualcuno piacciono. E questo qualcuno ha il diritto di avere i suoi gusti. Tracciare una mappa delle idee popolari è come tracciare una mappa della cultura che tra tutti esprimiamo. Può essere interessante ragionarci, osservare, discutere. Ma sicuramente non censurare. Questa delle idee che si misurano liberamente con il pubblico (e trovano il “loro” consenso) è la cosa più democratica che mi venga in mente. E’ una richezza di cui, una volta tanto, noi siamo portatori e custodi. L’uso che ne faremo, determinerà il risultato.

Giuseppe Granieri, Noi, i naïf della Rete, Internet Pro.

Gennaio 26 2005

Le ombre

Le ombre parlano… Con le ombre ci parlo – dice Fausto – e loro pure parlano a me. Ci sono due specie di ombre. Le ombre delle persone e le ombre delle cose. Le ombre delle persone sono sempre contente. Quando che stanno davanti alla persona pare che guardano dove metterà il piede: su un sasso liscio, su un pezzo di carta o sulla morbida terra. Quando che invece stanno dietro alla persona pare che passano sull’impronte che ha lasciato con una certa curiosa nostalgia. Le ombre delle persone c’hanno rispetto della persona loro! Un rispetto che diventa pure venerazione. Una cosa seria, insomma.
Mentre le ombre delle cose sono tutte differenti. Quello che nelle ombre delle persone è rispetto e venerazione, nelle ombre delle cose diventa rabbia e invidia. Le ombre delle cose odiano le cose, perché delle cose invidiano la loro immobilità. Le cose stanno immobili. A volte ci restano per un vita, per un’eternità… e le ombre delle cose gli si muovono attorno come bestie al guinzaglio. E c’hanno un’invidia terribile dell’immobilità delle cose. Io le ascolto, ci parlo, è una cosa che si capisce.

Ascanio Celestini, Fabbrica, Donzelli Editore 2003 – pag. 51.

Gennaio 24 2005

Oggi, invece, si gioca a SimCity a casa di Antonio ed Enrico.

Gennaio 23 2005

Beppe Severgnini sul Corriere della Sera di giovedì 20 gennaio:

Invece di portare la lingua quotidiana sui monumenti, abbiamo accettato che la lingua dei monumenti conquistasse la vita quotidiana. In pubblico, la gente dice lustri e non cinque anni, volto e non faccia, ventre e non pancia. Presenta omaggi, e non fa regali. Molti esordiscono con Chiarissimo scrivendo a professori universitari specialisti in manovre oscure, e tutti chiudono le lettere con Voglia gradire i più distinti saluti. Chi li distingue, quei saluti? Nessuno. Ma il mittente si sente tranquillo.
Ricordo Silvio Berlusconi, al tempo degli ostaggi in Iraq: il presidente del Consiglio non diceva “Continuiamo a parlare…”, ma “Abbiamo un’interlocuzione continuativa…”. Il movente psicologico è lo stesso che lo spinge a usare “Mi consenta…”: un’insicurezza verbale di fondo, che attraversa la società italiana come una corrente (da Palazzo Chigi alle case popolari). Il linguaggio come polizza di assicurazione. Anzi: come vestito buono da indossare per le fotografie, e poi rimettere nell’armadio.
Non è solo la lingua ufficiale a comportarsi così. I nostri discorsi sono disseminati di segnali di cautela e d’incertezza. “In Veneto – mi diceva un veneto – molti iniziano le frasi dicendo Con rispetto parlando… Quando chiedono nome e cognome, a Venezia e a Padova c’è chi risponde: “Mi saria Tonon Giovanni..”. Io sarei Giovanni Tonon: ma potrei essere anche qualcun altro, se risultasse necessario”. Lo stesso, universale, italianissimo “ciao” deriva da schiao (pronuciato sciao). In dialetto veneto: schiavo, servo suo. Un esordio umile, poi si vedrà.

Gennaio 22 2005

Visite

L’altra notte Stefania si è svegliata di soprassalto dal dormiveglia per un rumore strano. Abbastanza strano da farla alzare a controllare se fosse tutto a posto. Era tutto a posto. È bastato poco per farle concludere che si era trattato di un semplice assestamento del bastone della pioggia (uno strumento sudamericano: un tronco cavo riempito di sassolini o semi secchi). L’avevamo usato la sera prima, non c’era molto da stupirsi. Capita spesso, quando è stato spostato da poco e qualcuno lo sfiora appena. In questo caso nessuno l’aveva sfiorato, ma era plausibile che qualche sassolino fosse rimasto in bilico fino a quel momento.

Tornando verso il letto, Stefania dice di aver sentito un accenno di profumo intenso. Un profumo che identifichiamo bene perché è quello che usava mia nonna. Noi viviamo nella casa che molto tempo fa mia nonna ha abitato per qualche anno. Stefania non ha conosciuto mia nonna, ma conosce quel profumo così peculiare e sa che lei lo usava. Suggestione, probabilmente. Come suggestione sembrerebbero le parole che dice di aver percepito dentro di sé. Un pensiero dolce nei miei confronti. Nei confronti di entrambi, in effetti.

Mentre me lo racconta, Stefania si ferma a pensarci un po’ su, incuriosita e intenerita allo stesso tempo dai ricordi sbiaditi della notte precedente. Poi, come se fosse un dettaglio inutile, aggiunge di aver avvertito insieme al profumo qualcosa di simile all’odore di fumo. Sigaretta, dice, ma non il classico odore di sigaretta. E descrive un aroma che mi fa affiorare l’immagine dell’inconsueto pacchetto di sigarette che mia nonna era solita fumare (gustare, avrebbe detto lei). Stefania non sapeva quali sigarette fumasse mia nonna. Per quante cose io possa averle raccontato di lei, credo non sapesse nemmeno che fumava.

Ci siamo guardati e ci siamo scambiati d’istinto un sorriso. Pensando, a dispetto di tutte le interpretazioni razionali, che era bello immaginare che mia nonna fosse passata a farci visita, l’altra notte.

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