Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
L’eroe mai cantato
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Questa iniziativa toscana mi sembra davvero bella:
Tutto cominciò un caldo pomeriggio di Luglio… eravamo in redazione, sommersi dal lavoro anche se tempo di ferie… quando la prof. Prato, direttrice del giornale, ci lanciò una proposta: “Perché non cantare noi gli eroi che, nonostante i loro meriti, non sono stati mai cantati?” La proposta ci sembrò interessante, ma era unimpresa davvero grande, forse troppo per noi umili giornalisti liceali…
Nasce così l’Eroe mai cantato,
ricerca da parte dei giovani di un Eroe da cantare, cioè di una personalità che non appare ai più eroica, ma che la ricerca dei giovani fa vedere nella sua vera sostanza. La Personalità può essere anche nota in una ristretta cerchia, e può non essere in vita. Limportante è che si desideri attirare lattenzione su di essa, affinchè i giovani possano trarre dal conoscerne la storia stimoli costruttivi.
Il primo Eroe mai cantato, proclamato nel 2003, è stato Mario Grossi, l’ingegnere aerospaziale che ha inventato il Tethered (una sorta di satellite al guinzaglio che ha partecipato nel 1992 alla missione spaziale STS-46 sullo Shuttle Atlantis),
un uomo che per tutta la vita si è dedicato con passione al suo lavoro senza però mai mettere da parte la sua umanità. Essere eroi infatti vuol dire soprattutto non arrendersi davanti alle difficoltà che la vita ci pone davanti, affrontare ogni prova, ogni sfida con energia e impegno, lavorare nellombra con la speranza che le proprie azioni possano essere utili per il progresso
Il premio biennale sta ora selezionando i candidati per l’edizione 2005. Le complesse tappe organizzative, che si possono consultare nell’ottimo sito, ben documentato, si snoderanno fino a marzo con numerose iniziative mirate a favorire la creatività dei giovani in diversi settori espressivi. Appuntamento conclusivo a Pisa dal 22 al 24 marzo con la Tre Giorni dell’Eroe mai Cantato 2004/2005.
Per la cronaca
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Oggi da queste parti è passato a trovarci Cips, l’autore di Frasi storiche, nonché uno dei primi recensori di Come si fa un blog.
Così, giusto per dire che gli aperitivi bloggosi non si fanno solo a Milano ma anche nel profondo Nord Est. 🙂
Il divano, però
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Perché il divano?
Il divano è il nostro compagno di mangiate e di dormite. Il divano di casa nostra, ma anche quello di casa di un amico, dei genitori, dei vicini, dell’ufficio. Il divano come luogo per riposarsi, per leggere, per dormire, per fare l’amore. Quanti film guardati su quel divano, quante partite, quante telefonate. E ancora il divano coperto da un telo colorato, il divano macchiato, il divano pieno di cuscini, il divano che ci aspetta quando rientriamo a casa. Perché in fondo ogni divano racconta un po’ di noi.
Da un’idea di Buba, una raccolta di immagini (e storie di vita) a tema.
Blog generation
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In verità vi dico che sta per arrivare un libro a cui il mio non è degno di allacciare i sandali. E che finalmente fornirà un supporto (teorico, ma non solo) a chi desidera approfondire le dinamiche delle nuove opinioni pubbliche favorite dalle reti di interazione digitale. Appuntamento a marzo (sperando ancora in un ripensamento sul titolo).
Postulato del freelance
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Vacanza è per il libero professionista quello sporadico periodo dell’anno in cui si lavora come sempre (se non di più), ma assistiti da una dotazione di strumenti e di collegamenti col mondo assai più precaria.
Il panorama però merita.
Gabbiani ipotetici
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Stasera, dunque, andremo in piazza. Un po’ meno spensierati e un po’ più vicini di altre volte. Non spareremo fuochi artificiali. Faremo una caciara contenuta. Ci faremo convincere a donare qualcosa (silenzio, pensieri, denaro), e andremo orgogliosi di questo. Accenderemo candele, le metteremo alle finestre. A mezzanotte non intaseremo le linee con messaggi idioti e magari festeggeremo il nuovo anno spedendo premure concrete. Saluteremo il nuovo anno; lui forse farà una smorfia a noi. Sorrideremo per le cose belle. Ce ne torneremo a dormire.
Tanti auguri. Auguri di svegliarci il giorno dopo pensando che c’è comunque tanto da fare ancora per meritare di dire ‘felicità’ o ‘giustizia’. Auguri di sentirci tutti i giorni la persona che può fare la differenza. Auguri di ricordare ogni giorno che i disastri, come del resto le guerre, le sconfitte e spesso anche le fatalità, cominciano sempre un po’ prima di quando accadono.
Auguri di buon anno. Poi si vedrà.
Notizie di NestoRe
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Io che non mi fido
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Io tendo a non fidarmi affatto delle raccolte di fondi e delle raccolte di firme, a maggior ragione se costruite sull’onda dell’emozione e se sono supportate da enti istituzionali. Figuriamoci se dietro alle collette ci sono aziende che non dimostrano cura nemmeno per i propri clienti.
Però questa volta ho mandato il mio Sms al 48580 (un euro, Iva esclusa, da qualunque rete mobile) e invito anche chi legge a fare altrettanto. Per questi motivi:
- perché è la prima volta che non ci pongono solo davanti a pur apprezzabili joint-venture della solidarietà (il giornale di qua con la tv di là, l’operatore x con il programma televisivo y, la carta di credito Ciapaqua con il pastificio Ciapala), ma tutti i soggetti di un settore si sono messi insieme per creare un unico centro di raccolta;
- perché l’iniziativa sembra talmente sincera che non esiste ancora una pagina Web che sia una sui siti degli operatori coinvolti che ne spieghi i dettagli;
- perché una volta tanto non sarà nessuna associazione di ispirazione alcuna a gestire gli aiuti, ma sarà la Protezione civile a coordinare e impiegare i fondi raccolti, com’è logico che sia;
- perché un euro a testa ce lo possiamo ancora permettere e moltiplicato per il numero di linee telefoniche mobili in Italia fa una gran bella cifra;
- perché una zona del mondo dove non esista ancora una rete di allarme in grado di preservare la propria popolazione, prima ancora che i propri ospiti, da un pericolo possibile non può che avere disperato bisogno di aiuto in queste ore.
Il libro sotto il faggio
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Una delle cose più belle che mi ha portato il libro è la serie di contatti umani che ne sono conseguiti. Sconosciuti che ti scrivono magari solo per dire che hanno apprezzato il tuo lavoro o che una certa frase che hai buttato lì non è passata inosservata: trattandosi di un banale manualetto che parla di cianfrusaglie tecniche, e non essendo affatto i lettori tenuti a farlo, la gratuità del loro gesto per me conta davvero molto, spesso più di una recensione.
Poi ti succedono anche cose divertenti, piccole scommesse inaspettate come quella che mi ha fatto conoscere Il Bar sotto il Faggio. Nei giorni in cui è uscito Come si fa un blog, Mauro di Polenta&Cammelli (ovvero Polenta; Cammelli è Marco) mi ha scritto proponendomi uno scambio che, in soldoni, diceva così: tu spedisci a me il tuo libro e io in cambio mando a te il nostro romanzo autoprodotto. Non conoscendo il fascino che riscuote in me il baratto (non è bella l’idea di persone che si procurano ciò di cui hanno bisogno scambiandosi i frutti del proprio lavoro?), Mauro si sentì in dovere di aggiungere che non me l’avrebbe proposto affatto se non avesse notato proprio in quei giorni la citazione di un libro di Stephen King sul mio blog e non gli fosse tornato in mente il chiodo su cui lo scrittore da giovane usava impilare le lettere di rifiuto degli editori (ne parla in On writing). «Nel mio c’è posto anche per le e-mail», concludeva, conquistandomi definitivamente.
Lo scambio è avvenuto, il Bar sotto il faggio è arrivato e me lo sono letto in… ok, vorrei dire in un soffio, come meriterebbe, ma per me non è proprio periodo da letture veloci. Ad ogni modo, me lo sono goduto dalla prima all’ultima riga. Mauro e Marco forse non lo sanno nemmeno, ma ne ho parlato con entusiasmo perfino alla radio svizzera, qualche settimana fa, durante un’intervista in cui uno dei conduttori si chiedeva che cosa mai leggesse un blogger. Servita su un piatto d’argento: un libro delizioso che forse mai avrei incontrato sulla mia strada se non mi fossi ritrovato nel mondo dei blog.
Delizioso il libro lo è davvero. Magari qualcuno lo ha già presente, perché i racconti di Polenta&Cammelli sono pubblicati a puntate sul loro blog (questo è il primo a vedere una rilegatura). Io non lo conoscevo e mi ha ricordato l’entusiasmo con cui quindici anni fa mi sono tuffato in Bar Sport di Stefano Benni: non li accomuna solo l’esercizio pubblico nel titolo, ma anche un certo gusto di raccontare l’umanità di un microcosmo e le storie universali che lo attraversano.
Per essere un libro fatto in casa – e con questo intendo dire solo: non sottoposto all’editing profondo con cui una casa editrice è solita trasformare un manoscritto fosse anche meno che decente e pieno di ingenuità in un potenziale bestseller – Il Bar sotto il faggio ha molte virtù e pochissimi vizi. In primo luogo è scritto molto bene. Ho amato molto l’ironia (a tratti è risata pura!), lo stile ricco, l’occhio sensibile a cogliere i particolari, la galleria di personaggi indimenticabili, l’equilibrio nei dialoghi, l’uso creativo del dialetto messo in bocca nel momento giusto alla persona giusta. Per contro – se recensione dev’essere, che lo sia fino in fondo – la storia è forse un po’ sbilanciata a danno dell’economia complessiva del racconto e del ritmo a tratti irregolare: sono gli stessi autori, del resto, a dichiarare nella prefazione che si tratta del frutto di un viaggio a puntate partito senza sapere dove sarebbe poi arrivato.
Per ignoranza (che vedrò di recuperare in fretta), non conosco bene la storia di Polenta&Cammelli. Di certo mi sembrano due autori che hanno parecchio da dire e sono stupito che nessuno abbia ancora dato loro un megafono.
Benvenuto a un altro libro
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Mentre il mio Come si fa un blog continua a vivere la sua vita parallela nell’altro blog (e comincia a contare le sue buone recensioni), nella stessa collana edita da Tecniche Nuove questa settimana abbiamo avuto un altro gioioso evento. È uscito, infatti, Come si fa un video digitale, il libro nato dall’esperienza del collettivo d’assalto cinematografico Bamboo Production, ovvero Pietro Izzo, Lorenzo Corvi e Marco Mion.
Non so se sono la persona giusta per dirlo (ho avuto la mia parte nella lavorazione del prodotto, come accade per alcuni titoli di quella collana), ma io sono molto soddisfatto di com’è venuto. Qualunque argomento, anche il più tecnico, è permeato di una sua – posso azzardare? – cultura: il senso di un libretto tascabile come questo (tascabile poi solo di formato, vista la quantità di parole che offre comunque questa serie) dovrebbe essere prima di tutto quello far entrare per gradi il lettore all’interno di questo contesto, fornendo in modo piacevole e creativo gli stimoli necessari ad avvicinarlo per gradi alla pratica. Ecco: in questo, che poi si chiama buona divulgazione, Pietro, Lorenzo e Marco sono riusciti davvero molto bene.
Il loro libro non si perde in stucchevoli dettagli tecnologici (pur dando tutte le coordinate essenziali), ma racconta prima di tutto di una passione. Lascia intravedere che con un’infarinatura di tecnica cinematografica (trasmessa ricorrendo a esempi d’impatto tratti da numerosi film famosi, con una leggera predilezione per Tarantino) è possibile ottenere risultati di buon livello anche utilizzando la videocamera digitale di casa, adeguando la strumentazione e gli accorgimenti al tipo di ripresa desiderata (dalle cerimonie familiari alla fiction, passando per i ricordi delle vacanze).
Accanto a ciò, Come si fa un video digitale dà altri due preziosi supporti: qualche dritta per affrontare il montaggio sul Pc (hardware, software e trucchi del mestiere) e un utilissimo compendio di risorse per dare una vita al proprio filmato una volta che è stato realizzato, sia per quanto riguarda il formato di distribuzione (Dvd, Rete o quant’altro) sia per quanto riguarda la promozione (siti Web e concorsi per corti, tanto per cominciare). Il tutto è frutto di anni di esperienza sul campo e anche sulla carta (Pietro Izzo, per esempio, ha scritto per anni di questi argomenti su Internet News e ancora continua a farlo su Internet Pro e Dvd Magazine).
A chi fosse attirato, consiglio di sfogliare il libro alla prima occasione (online c’è l’indice) per farsene un’idea: difficile non farsi conquistare dalla simpatia e dalla spontaneità degli autori. È stato davvero un piacere lavorare con loro. A loro buona fortuna!
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