Giacomo Mason propone di sollecitare agli editori la pubblicazione della prolifica opera di Walter Ong, noto in particolare per l’imprescindibile Oralità e scrittura.
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Petizioni editoriali
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Poteva piovere
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I ragazzi di Bamboo Productions, quelli che hanno scritto Come si fa un video digitale, si sono rimessi al lavoro e stanno girando per le strade di Torino il nuovo corto, Souvenir. Il loro diario di produzione è uno spasso, come sempre.
Dite ciao a Fabio
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Le eredità dei giornali elettronici
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Nora Paul è stata un faro delle mie ricerche ai tempi della tesi sui giornali elettronici. Ho cominciato a lavorarci tra il 1995 e il 1996: allora il giornalismo online in Italia muoveva i primissimi, timidi e stentati passi, mentre negli Stati Uniti le maggiori testate online avevano già qualche progetto interessante. C’era questa sensazione di un territorio nuovo da conquistare. Molte promesse, molto entusiasmo, poca disponibilità a rischiare. Negli anni sono arrivati i capitali (poi sono scappati e quindi ritornati con circospezione), ma la disponibilità a rischiare è ancora limitata. Che cosa è rimasto delle promesse di allora? Quali opportunità sono state colte? Quante siamo ancora in tempo per cogliere? Quali invece si sono rivelate impraticabili?
A queste domande riponde, per l’appunto, Nora Paul sulla Online Journalism Review, ripresa, in parte tradotta e approfondita ieri in un bel post di Mario Tedeschini Lalli:
1) Il “pozzo senza fondo” (Illimited newshole), l’idea che gli spazi illimitati del web avrebbero consentito di scrivere tutto ciò che una pagina di carta no poteva ospitare
2) Di tutto e di più (Give me more), l’idea che ci fosse nel pubblico una attesa spasmodica di sempre maggiori informazioni
3) Hyperlinking, l’idea che ogni pezzo andasse arricchito da rinvii contestuali a materiale proprio o altrui
4) Communicazione giornalista/lettore, la possibilità di interazine tra autore e fruitore dell’informazione
5) Come ho scritto il pezzo, l’idea che sul web fosse possibile “dar conto” di ciò che più sinteticamente si fosse scritto/trasmesso altrove
6) Nuovi stili espressivi di giornalismo
7) Dare un seguito alle storie, la possibilità di seguire lo sviluppo di un fatto
8) Nuovo rapporto tra parole e grafica, ovvero: le tecnologie (es.: Flash) che consentono nuove strutture narrative.
[leggi il resto su Giornalismo d’altri]
Il bilancio di Paul e di Tedeschini Lalli è misto (invito ad approfondire i rispettivi articoli e, a giorni, l’intervista che Giuseppe Granieri ha fatto a Tedeschini Lalli per internet.pro di aprile): si è fatto qualcosa, si poteva fare di più, qualcos’altro si è rivelato inaspettatamente deludente. Dice Tedeschini Lalli:
Personalmente, molto presto nella mia esperienza di otto anni di giornalismo online ho scoperto che la gran parte del pubblico naviga poco e pochissimo in profondità: uno sguardo alla home, ogni tanto un click su un pezzo specifico, molto raramente sfrutta la contestualizzazione fornita dai link (a meno che non si tratti di un documento ritenuto centrale e magari pruriginoso, come il rapporto dello Special Prosecutor sul Monicagate di Bill Clinton). Il fatto è che agiamo in un mercato, che è il mercato dell’attenzione, e che libridazione dei mezzi e la convergenza delle piattaforme consente una concorrenza più stretta al giornalismo da parte di informazioni diverse (entertainment, giochi, comunicazione interpersonale, ecc.).
[ancora da Giornalismo d’altri]
Tutto vero, tutto interessante. Ma a me qualcosa ancora non torna: se la disponibilità dell’utente medio a seguire i collegamenti ipertestuali è assai bassa, come si spiega il prorompente dilagare dei blog, che di abbondanza di link e di continui rilanci di attenzione fanno parte della propria ragion d’essere? Sia chiaro: non mi basta come risposta il fatto che i blog sono ancora composti di nicchie di utenti evoluti, perché almeno negli Stati Uniti questo non è più del tutto vero.
E ancora: non staremo forse cadendo nell’equivoco dei palinsesti televisivi, entrati in circolo vizioso al ribasso in cui l’offerta scade per incontrare i gusti predominanti del pubblico, il quale a sua volta si lamenta della poltiglia uniforme e sempre più inguardabile? Un passaggio chiave che né Nora Paul né Mario Tedeschini Lalli approfondiscono, secondo me, è quella fase – più o meno tutto ciò che è stato tra il 1999 e il 2001, se non oltre – in cui l’informazione online ha assorbito più caratteristiche dall’info-intrattenimento televisivo piuttosto che dalla tradizione cartacea da cui più spesso proviene. Un’eredità che i giornali online stanno cominciando a togliersi di dosso appena ora, e forse non è un caso che proprio ora le maggiori testate stiano ricominciando a guadagnare consensi (e qualche avanzo pubblicitario). Vale, per quanto mi riguarda, la stessa obiezione che muovo ai portali: avete agglomerato, replicato, appiattivo contenuti con il solo scopo di tenere il maggior numero di utenti in un recinto chiuso per il tempo più lungo possibile, snaturando ogni peculiarità della Rete, e ora dite che Internet non funziona?
La mia idea è, invece, che bilanci stringati, entrate inesistenti e scarsa dimestichezza con la Rete abbiano fatto propendere i grandi gruppi editoriali per la via più breve e più facile, redditizia in fatto di volumi di traffico ma limitata e perfino suicida nelle prospettive. Forse non saranno mai disponibili capitali a fondo perduto per provare davvero a inventare qualcosa di nuovo, né esisterà mai un modello economico in grado di soddisfare nel contempo le esigenze di editori e lettori; ma non limitiamoci a dire “è andata così, non funziona, accontentiamoci”. Perché solo oggi, dieci anni dopo, il Web comincia ad assomigliare a se stesso, e c’è ancora molto da (ri)costruire. Beata l’ora che esistono le Nora Paul e i Mario Tedeschini Lalli che, dieci anni dopo, hanno ancora la passione di discuterne.
While the hero goes free
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Con indecoroso ritardo (e stimolato definitivamente da Dario), ho finalmente messo alla prova Skype. Skype, per i non addetti, è un software che permette di comunicare con la voce via Internet. Si comporta come un instant messenger (tipo Icq, MSN Messenger) per tutto quello che riguarda la gestione dei contatti e le connessioni tra gli iscritti, ma alla prova dei fatti è un telefono. Il grande vantaggio, evidentemente, è che due persone che utilizzano Skype per parlarsi non spendono una lira, anche se si trovano all’altro capo del mondo (esclusi, va da sé, i costi di connessione a Internet). Anche le eventuali interconnessioni con la rete fissa, oggi possibili, sono piuttosto convenienti. Inoltre, a differenza di tecnologie simili che l’hanno preceduto, è eccezionalmente facile da usare.
Io, che amo sempre meno il telefono, di Skype finora ho temuto gli aspetti più vicini al messenger: la facilità di contatto e la gratuità ne fanno potenzialmente un terzo telefono (dopo quello di casa e il cellulare) dallo squillo poco controllabile – benché si possano impostare diversi “stati” per spiegare al prossimo quanto la sua chiamata sarà benevenuta in un dato momento. Inoltre, continuo a pensare che il fascino della parola scritta, in questo ambiente virtuale, sia di gran lunga superiore, almeno per tenersi in contatto e fare due chiacchiere veloci.
Detto questo: per un po’ tengo attivo Skype accanto a Icq (12-801-705) e MSN Messenger (sergiomaistrello@hotmail.com). In via sperimentale, diciamo. Scrivo questo perché mi piacerebbe invogliare alcuni amici più lontani, che spesso passano per questo sito, a provarlo. Così magari tagliamo un po’ la bolletta e ci sentiamo più spesso. Il mio nome utente (fatene buon uso) è “sermai”.
Benvenuto, BG!
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Quando hai un blog e scrivi un libro, finisce che poi nel blog ti scappa di raccontare come vanno le cose al libro, cosa ne dice la gente ecc ecc. Poi magari sembra che te la tiri, mentre invece sei solo giustamente contento (o giustamente nervoso, dipende). [..] In ogni caso, il 3 marzo Blog Generation sarà in libreria. Da queste parti si tengono le dita incrociate. 🙂
[Blog Notes]
Quelli che ti danno soddisfazione
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Non sarà forse il primo docente che apre un blog per informare i suoi studenti, ma di sicuro Mauro è il primo prof che io conosca a dotarsi di feed Rss.
L’eroe mai cantato
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Questa iniziativa toscana mi sembra davvero bella:
Tutto cominciò un caldo pomeriggio di Luglio… eravamo in redazione, sommersi dal lavoro anche se tempo di ferie… quando la prof. Prato, direttrice del giornale, ci lanciò una proposta: “Perché non cantare noi gli eroi che, nonostante i loro meriti, non sono stati mai cantati?” La proposta ci sembrò interessante, ma era unimpresa davvero grande, forse troppo per noi umili giornalisti liceali…
Nasce così l’Eroe mai cantato,
ricerca da parte dei giovani di un Eroe da cantare, cioè di una personalità che non appare ai più eroica, ma che la ricerca dei giovani fa vedere nella sua vera sostanza. La Personalità può essere anche nota in una ristretta cerchia, e può non essere in vita. Limportante è che si desideri attirare lattenzione su di essa, affinchè i giovani possano trarre dal conoscerne la storia stimoli costruttivi.
Il primo Eroe mai cantato, proclamato nel 2003, è stato Mario Grossi, l’ingegnere aerospaziale che ha inventato il Tethered (una sorta di satellite al guinzaglio che ha partecipato nel 1992 alla missione spaziale STS-46 sullo Shuttle Atlantis),
un uomo che per tutta la vita si è dedicato con passione al suo lavoro senza però mai mettere da parte la sua umanità. Essere eroi infatti vuol dire soprattutto non arrendersi davanti alle difficoltà che la vita ci pone davanti, affrontare ogni prova, ogni sfida con energia e impegno, lavorare nellombra con la speranza che le proprie azioni possano essere utili per il progresso
Il premio biennale sta ora selezionando i candidati per l’edizione 2005. Le complesse tappe organizzative, che si possono consultare nell’ottimo sito, ben documentato, si snoderanno fino a marzo con numerose iniziative mirate a favorire la creatività dei giovani in diversi settori espressivi. Appuntamento conclusivo a Pisa dal 22 al 24 marzo con la Tre Giorni dell’Eroe mai Cantato 2004/2005.
Il divano, però
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Perché il divano?
Il divano è il nostro compagno di mangiate e di dormite. Il divano di casa nostra, ma anche quello di casa di un amico, dei genitori, dei vicini, dell’ufficio. Il divano come luogo per riposarsi, per leggere, per dormire, per fare l’amore. Quanti film guardati su quel divano, quante partite, quante telefonate. E ancora il divano coperto da un telo colorato, il divano macchiato, il divano pieno di cuscini, il divano che ci aspetta quando rientriamo a casa. Perché in fondo ogni divano racconta un po’ di noi.
Da un’idea di Buba, una raccolta di immagini (e storie di vita) a tema.
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