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Category: Mi arrabbio

Settembre 16 2004

Tento un bilancio delle telefonate commerciali ricevute nei due mesi appena in cui la mia nuova linea fissa è stata attiva:

  • Telecom Italia, due giorni dopo l’attivazione, mi propone la sottoscrizione di Alice Adsl in promozione;
  • Tele2 mi consiglia di provare gratuitamente la preselezione automatica;
  • Tele2 mi suggerisce una seconda volta di sottoscrivere i loro servizi;
  • la voce sintetica di una ditta di accessori da giardino mi sottopone una fantastica offerta per l’acquisto di una lampada da giardino (vai tu a spiegare a un centralino automatico che non hai il giardino…);
  • Telecom Italia mi propone di tornare ai loro servizi (che non ho ancora abbandonato), annullando la preselezione con Tele2 (che non ho ancora attivato);
  • Banca Mediolanum cerca di convincermi a cambiare lavoro;
  • il messaggio registrato di un’azienda locale mi propone di usufruire di una fantastica offerta speciale.

Sono preoccupato: non si sono ancora fatti sentire i mobilifici, che da queste parti si affidano a tecniche di marketing aggressive.

Dov’è che si firma per l’opt out?

Settembre 8 2004

Suona il telefono di casa. Il numero è nuovo e non appartiene ancora ad alcun elenco, curriculum o banca dati che mi riguardi.

Operatrice (con marcato accento veneto): Buongiorno, è il signor Maistrello Sergio
Io: Sergio Maistrello, sì.
Op: Buongiono, qui è la Banca XY. La chiamo perché Banca XY sta cercando nuove persone da inserire nel suo organico, laureati e diplomati. Posso chiederle se lei è laureato o diplomato?
Io: Sono laureato.
Op: Benissimo! Banca XY la invita a un incontro in cui…
Io: Mi perdoni, la fermo subito: non sono interessato.
Op: E perché?
Io: …perché un lavoro ce l’ho già.
Op: Beh, e non vuole migliorare la sua posizione e guadagnare più soldi?
Io: Guardi, io sono molto soddisfatto del mio lavoro. La ringrazio per l’interessamento, ma non mi interessa.
Op (gelida): Uh, contento lei… Buongiorno.

Marzo 17 2004

Tre mesi dopo, l’Azienda Trasporti Milanesi decide di rifondere parte del costo dell’abbonamento (settimanale, mensile o annuale) ai viaggiatori rimasti a piedi durante gli scioperi selvaggi di dicembre e gennaio. Gesto onorevole. Se non fosse che, tre mesi dopo, i tagliandi con cui dovrei presentarmi allo sportello sono diventati terra per i ceci.

Febbraio 14 2004

Ogni anno, in questa stagione, trovo nella cassetta della posta il depliant pubblicitario di una ditta che installa impianti di condizionamento. Classico esempio di spam all’antica e di marketing fatto in casa, quest’anno il volantino ha adottato una linea aggressiva, basata su un articolo di giornale della scorsa estate:

Il caldo record ha falciato 660 anziani.
A Milano le vittime sono state il 60% in più

Climatizzati ora

Febbraio 5 2004

Benedetti orari automatici di Trenitalia. Inserisci la stazione di partenza, inserisci la stazione di arrivo e in pochi istanti hai la tua bella lista di treni a disposizione. Comodi, eh, tanto che ho perso completamente l’abitudine di consultare gli orari cartacei. Però talvolta sono scorretti: non sbagliati, ma furbini.

Che ottimizzassero i risultati in caso di coincidenze tra più linee, selezionando arbitrariamente le combinazioni più veloci e più comode (e quindi più costose) mi era chiaro. C’era però qualche conto che non mi tornava, e finalmente lo scorso weekend ho capito. Intere soluzioni sono ignorate sia sull’orario pubblicato su Internet sia su quello accessibile tramite i distributori self service. Una piccola astuzia per incentivare l’uso degli Eurostar, si direbbe, almeno a dar retta ai viaggiatori più scafati e ai ferrovieri meno cuciti.

Un esempio. Tra l’Eurostar delle 16.55 (con cambio a Mestre) e l’Intercity delle 19.10 (diretto) che collegano Milano con Pordenone il venerdì sera, l’orario automatico fornisce la sola alternativa di una combinazione Interregionale più Regionale da quasi 5 ore in totale. Possibile? No: infatti, spulciando a mano gli orari (o, più semplicemente, impostando due ricerche separate: Milano-Mestre e Mestre-Pordenone) si scopre che ci sono almeno altre tre possibilità. Due di queste prevedono un orario di arrivo a destinazione addirittura successivo rispetto all’IC delle 19.10, dunque sono giustamente escluse. Ne resta una, ottima: l’Intercity delle 17.05 che, con la coincidenza a Mestre del Regionale delle 20.07 (10 minuti d’attesa, dunque in linea con altre soluzioni proposte da Trenitalia), ti porta a Pordenone entro le 21.03, appena un quarto d’ora più tardi di quando saresti arrivato prendendo l’ES+R delle 16.55.

L’ostinazione è tale che, se vuoi fare il biglietto per la soluzione fastasma via Internet o ai distributori self service, sei costretto a ripetere la procedura di acquisto due volte, una per ogni tratta. Libera Trenitalia di adottare le politiche commerciali che ritiene più redditizie, per carità, ma almeno un avviso sul fatto che gli orari automatici potrebbero escludere deliberatamente alcune soluzioni di viaggio me lo sarei aspettato. Il problema non sono, evidentemente, i dieci minuti tra un treno e l’altro, anche se nel mio caso possono fare la differenza tra una sera passata in treno e una cena in famiglia. Il problema è la fiducia riposta dall’utente nello strumento e non è bello che questo preferisca farti aspettare due ore in stazione mentre il treno giusto sta partendo sotto il tuo naso.

La caccia ai treni fantasma è cominciata.

Dicembre 4 2003

Mi chiedevo giusto giusto come si potesse descrivere questa campagna su stampa e affissioni:
Uno dei soggetti della campagna pubblicitaria Rin
La risposta, con grande eleganza, su TvSette di questa settimana: «Il target giovanile della radio giustifica il tono trasgressivo e giocoso scelto dall’agenzia Ideogramma, improntato a scelte lessicali vicine al linguaggio adolescenziale. Al potenziale utente viene rivolto un invito, costruito intorno alla definizione di Rin come la “scelta migliore”.»

Novembre 13 2003

Giusto per chiudere la questione e dare a Cesare quel che è di Cesare: ho sbagliato la previsione che avevo chiuso in una busta dieci giorni fa. FastWeb ha risolto il problema. Non si è fatta sentire, questo no, ma da stasera il servizio richiesto funziona e il telefono, come volevasi dimostrare, è perfettamente compatibile.

Novembre 4 2003

Un paio di settimane fa me la prendevo con i call center, geniale difesa escogitata dai fornitori di servizi per difendersi dai propri clienti. Un’ora e un quarto è il tempo che ho impiegato stasera per non risolvere affatto un problema (piccolo, per giunta) con FastWeb.

C’è da dire che io con FastWeb ho una storia piuttosto travagliata. Non certo per la navigazione in fibra ottica, che va benone e dà le sue soddisfazioni. È la parte amministrativa che con me ha spesso fatto acqua. A volte non compaio, a volte compaio dove non dovrei essere, a volte compaio con un altro nome. Un anno sono nell’elenco abbonati, un anno no. Le bollette mi arrivano col nome storpiato, ma parlano di un servizio erogato al nome giusto. Ho provato a farlo notare, ma il risultato è che ho rischiato di far uniformare tutto al nome sbagliato. Persa la pazienza e considerata la difficoltà a farsi prendere sul serio, non mi arrischio più a segnalare errori che sarebbe nel loro solo interesse risolvere.

Il problema, questa volta, è stupido. Il modo di affrontarlo altrettanto, a quanto pare. Parte il servizio telefonico supplementare Chi chiama (il caller id sul display del telefono), rimandato per mesi e mesi. Lo attivo sul sito, come previsto, a fine settembre. Viene dato in attivazione sulla mia linea entro 12 ore. Dopo 384 ore di tolleranza mi scoccio e chiamo. Aspetto 25 minuti al telefono per passarne non più di tre in linea con l’operatore. Dice che a loro non risulta nessuna richiesta, che è strano: prende nota e assicura che mi richiameranno.

Oggi, dopo altre 412 ore passate senza un riscontro, mi scoccio un’altra volta e decido di investire ancora un po’ di tempo nella faccenda. Aspetto il mio turno per una buona mezzora, dopodiché l’addetta (molto cordiale) prende nota e conferma che a loro non risulta alcuna richiesta di attivazione per il servizio in questione e che, in effetti, è pendente per questo una segnalazione. Di fronte a una pacata presa d’atto sulla scarsa reattività dell’assistenza, mi risponde testualmente «Chi va piano va sano e va lontano». Siamo a cavallo. Impietosita, decide di «tentare» di mettermi in contatto direttamente con l’assistenza. Onore evidentemente negato ai più.

Mi preparo a un’altra attesa stimata in «oltre dieci minuti», con conto alla rovescia decantato da una voce preregistrata assai poco convinta e interrotta da loop musicali irritanti. Quando la coda di telefonate sembra essere esaurita, inspiegabilmente il conto ricomicia da dieci minuti. Poi resta in sospeso per un’eternità tra sei e sette minuti, avanti e indietro. Quando alla cornetta sento una voce umana è passata un’ora e cinque minuti dall’inizio della chiamata. Rispiego tutto dall’inizio. Il tecnico tace interdetto. Riflette, poi ha il colpo di genio: il telefono non è compatibile. Eccolo là, ci avrei giurato. Il telefono ha poco da essere compatibile finché non c’è un servizio attivo, gli faccio presente. Eh, ma non vuol dire, insiste. Gli chiedo: ma se la richiesta di attivazione non risulta nemmeno presentata, ed è questo l’unico problema, facciamo che me la fate partire da lì, ora, una volta per tutte, e festa finita. Poi tutte le belle ricerche sul perché non ha funzionato ve le fate per conto vostro, che a me non è che interessino così tanto. Ma il tecnico non è convinto, vuole gli estremi del modello di telefono, si premura di sapere come l’ho installato (guardi, una presa è nella corrente e una nella linea telefonica: sono stato bravo?), mi chiede se è dotato di display (no, pensavo che il numero del chiamante me lo venisse a dire il mio vicino, che diamine!). Neanche a dirlo, mi faranno sapere.

Io ho già messo in una busta sigillata la mia previsione sul prossimo sviluppo. Concedo il beneficio del dubbio e me la tengo per me. Vedremo se ho ragione.

Ottobre 16 2003

Sono stanco di lamentarmi di disservizi. Sarà l’autunno, ma non ho più voglia di lottare. Non ho la forza di attendere altri minuti con la cornetta in mano, tormentato da musiche frastornanti. Mi manca il coraggio di ricominciare da capo ogni volta che un filtro automatico mi indirizza all’operatore sbagliato. Mi sfugge il tempo da dedicare ai mille piccoli problemi tecnici e amministrativi che avrebbero buon diritto a una soluzione. Ho perso la pazienza di adattarmi a procedure prive di logica. Ho finito la comprensione per le difficoltà che non si spiegano. Non trovo la tolleranza per dimostrare ancora una volta di essere cliente. Peggio di tutto: non sono più capace di indignarmi.

Quindi così sia. Che i servizi continuino a degradare. Avete vinto voi, multinazionali della mediocrità e dei grandi numeri. Prendetemi per sfinimento, ignorate le mie richieste, continuate ad ascoltare lo stesso problema ogni volta per la prima volta. L’avrete vinta. Mi limiterò a subire, pagherò intero per ottenere frazioni, mi accontenterò di farmi compatire quando un incauto interlocutore mi chiederà nei cinque minuti sbagliati da chi mi faccio fornire un servizio. Sono l’anello debole della catena fallimentare.

Settembre 22 2003

Rassegnato all’idea che i miei proventi non dessero la minima speranza di ottenere a fine anno un interesse più che misero, tre anni fa feci quest’accordo con la mia banca: tenetevi i vostri 10 euro di contentino natalizio, ma in cambio non fatemi pagare neanche una lira per i movimenti. Abbiamo giusto quello che fa per lei, mi dissero alla Cariplo (oggi Banca Intesa). Mi proposero questo conto corrente a interesse praticamente nullo, ma privo di spese (escluso il canone dell’home banking, la quota per la carta di credito, l’imposta di bollo e la spedizione degli estratti conto). Sa, mi raccontò contrito l’impiegato, la congiuntura economica non ci permette di concedere tassi troppo favorevoli.

Eh capisco, feci io.

Oggi la mia banca ci tiene a farmi sapere per iscritto e senza troppi complimenti che questo tipo conto corrente è nato alla metà degli anni Novanta e in uno scenario completamente diverso. Oh bene, penso: finalmente mi possono dare anche un tasso d’interesse che non cominci con zero virgola zero. Sbagliato. Perché sa, caro cliente, la congiuntura economica e l’introduzione della moneta unica hanno provocato un aumento del costo del denaro del 6,5%.

Non vi è andata neanche male, dico tra me e me: io le zucchine le pago anche il 30% in più.

Caro cliente, faccia poco lo spiritoso e si scordi le sue spese zero – mi richiama all’ordine la banca. Anzi no, le spese zero se le può anche tenere, aggiunge, ma in cambio ora d’ora in poi ci pagherà un fisso trimestrale. E ringrazi che ci teniamo sul groppone un pezzente come lei. Poi vede, caro lei, se per una giacenza media inferiore ai 500 euro ci dovrà 30 euro ogni tre mesi, le basterà dimostrare di saper scendere a patti con la congiuntura economica e lasciare in deposito più di 500, 2.000 o 8.000 euro e il canone calerà fino a 10 euro. Per mantenere le sue attuali condizioni, conclude trionfante la lettera, le basterà avere nel suo conto non meno di 15.000 euro.

(Io qui non dico più nulla: penso all’ultimo estratto conto e scoppio a ridere)

Ora, io di fronte a una lettera del genere mi arrabbio e neanche poco. Prima di tutto perché penso che se non hanno avuto alcuno scrupolo a disturbarmi sul cellulare per propormi l’acquisto dei loro meravigliosi fondi d’investimento, forse potevano trovare un modo meno freddo di comunicare anche questa novità. In secondo luogo perché pone un ultimatum molto poco cortese: la nuova gestione prenderà possesso del suo conto corrente dal primo ottobre, caro cliente; lei ha tempo 15 giorni per prendere le sue cose e levarsi di torno, se non l’aggrada. Ma si sbrighi, perché in piccolo e dopo averla distratta con altre minuzie le comunichiamo pure che le spese di chiusura conto passeranno da 0 a 41,31 euro in una botta sola.

Certo, in realtà la lettera dice «… bla bla bla… siamo costretti a rivedere le condizioni del suo conto… bla bla bla…», però io non riesco proprio a immaginarmi questi signori minacciati pistola in pugno a variare tassi e canoni nottetempo. E nemmeno a tenere in ufficio le lettere dal 9 settembre (data ufficiale della comunicazione) all’altro ieri (quando mi è stata effettivamente recapitata) per il dispiacere di separarsene, riducendo in questo modo della metà l’intervallo di tempo in cui il loro adorato cliente può fare quattro confronti con altri prodotti bancari.

Mi arrabbio anche perché detesto che qualcuno cerchi di fregarmi fingendo pure di farmi un piacere: di fronte a un aumento potenziale delle spese di 120 euro all’anno, trovo quanto meno di cattivo gusto proporre come arricchimento dell’offerta l’accesso gratuito ai servizi di home banking e alla carta di credito (valore commerciale complessivo 33,49 euro).

Mi arrabbio, infine, perché mi sfugge proprio quali spese abbia dovuto sopportare finora la mia banca per mantenere il mio conto corrente, considerato che sono io a pagare i 20 euro scarsi di tasse annuali, le spedizioni delle comunicazioni e il forfait di 1,03 euro per l’estratto conto della carta di credito; sono sempre io a inoltrare i bonifici bancari e a consultare ogni genere di dato via Internet, limitando l’apporto umano; sono io ad aver impegnato il prezioso tempo dei dipendenti della banca per non più di dieci minuti complessivi in tre anni e mezzo; e sono sempre io ad aver fatto transitare finora una cinquantina di mensilità di stipendio presso il loro istituto, che qualche contributo indiretto ai loro investimenti in grado di ripagare il disturbo avranno pur dato.

Evidentemente non ne so abbastanza di come funzionano le banche. Vorrà dire che nei prossimi 8 giorni mi farò una cultura comparando tutto ciò che offre il mercato.

(Caro cliente, lei è un illuso: le altre banche hanno già da tempo adeguato i loro conti zero spese alla congiuntura economica – si diverte a sbeffeggiarmi la lettera, arrogante fino all’ultimo. E poi di che si lamenta? Sul contratto che ha firmato c’era scritto chiaramente che avremmo potuto essere antipatici fino a questo punto.)

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