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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Luglio 15 2007

In un paese sempre più spaventato dalle idee (indipendentemente dal buon gusto con cui le idee sono confezionate), questa piccola notizia friulan-europea mi sembra un adeguato segnale di buon senso:

UDINE. Si era sposato un anno fa, il 1° luglio 2006, e aveva chiesto il congedo matrimoniale alla Regione. Solo che Giulio Papa, 36 anni, udinese, funzionario dell’ufficio di rappresentanza della Regione Friuli Venezia Giulia a Bruxelles è gay. E davanti al sindaco di Anversa ha sposato Dirk Van den Eede, 38 anni, militare dell’esercito belga. Così, dopo un anno di “sospensione” del congedo matrimoniale per accertamenti, la Regione ha deciso di dire sì ai 15 giorni previsti per tutti i dipendenti, applicando la normativa Ue. Il caso legale non ha precedenti in Italia. E il governatore Riccardo Illy lo sa bene. Ma alla richiesta degli uffici tecnici alla giunta regionale di richiedere un parere giuridico al tribunale italiano, la Regione ha risposto di no. E questo non solo perché ai tribunali non si possono chiedere pareri – la persona interessata al fatto avrebbe potuto rivolgersi al giudice – ma anche, spiega Illy, «perché sarebbe stato umiliante per il nostro collaboratore».

[Leggi tutto l’articolo di Tommaso Cerno – tratto dal Messaggero Veneto – su GayNews]

Premetto che io in questa storia (fatta di molti particolari che l’edizione cartacea di oggi del Messaggero Veneto, ahimé solo su carta oppure a pagamento, raccoglie con cura) sono decisamente di parte: Giulio non è soltanto una persona di rare etica e magnanimità, ma è soprattutto un amico carissimo. E Dirk è perfino più simpatico. Ero presente al loro matrimonio e conosco, seppur per sommi capi, le vicissitudini burocratiche che hanno contraddistinto quest’anno di – come li chiamano con pudore i verbali – accertamenti.

Può sembrare una piccola cosa, questa di un governatore che si assume la responsabilità politica di preferire una normativa europea laddove lo Stato italiano mantiene forti incongruenze. E che la preferisce non soltanto perché in buona parte del continente strabuzzano gli occhi se gli racconti le nostre discriminazioni per legge, ma anche perché ci sono dei limiti sul modo in cui le virgole della burocrazia possono mettere in discussione la dignità di una brava persona.

Tutto questo non è scontato, nel 2007, in un’Italia più occupata a inventarsi nuovi acronimi a misura di salotto televisivo che ad affrontare apertamente i propri nervi scoperti. Tanto che una svolta in fin dei conti piuttosto logica come questa finisce che l’accogli con un moto di sano stupore. Così oggi io non sono felice soltanto per l’esito favorevole che riguarda un amico mio, ma sono un po’ contento anche per tutti noi.

Giugno 28 2007

Di’ quel che vuoi, ma io – tra tante notizie balorde, brutte o semplicemente insulse – quella della flotta di paperelle di gomma disperse nell’Oceano Pacifico quindici anni fa e oggi in avvicinamento alle coste dell’Inghilterra, dell’Australia, dell’Indonesia e del Sud America la trovo nel suo piccolo deliziosa.

Giugno 26 2007

Tra le 13.35 e le 13.55 sono ospite (telefonico) di Marco BoscoloPigreco, trasmissione di divulgazione scientifica di Radio Città del Capo, radio metropolitana di Bologna. Si parla di Web 2.0, blog, social network: in altre parole, la parte abitata della Rete. Chi non abita in provincia di Bologna, Modena o Ferrara (dove la radio si ascolta sui 94.7 FM) può comunque ascoltare Radio Città del Capo anche in webcasting (dal menu in alto a destra sul sito dell’emittente).

Aggiornamento: è disponibile il podcast della trasmissione.

Giugno 16 2007

Lunedì sera (18 giugno) sono ospite di NetOne, nell’ambito del seminario internazionale di creatività e comunicazione Intermediando (qui il programma della settimana). La mia “lezione” sui temi del libro è diventato per volontà degli organizzatori – e ringrazio in particolare Maria Rosa Logozzo e Marcello Cerruti – un incontro pubblico aperto a tutti, con tanto di diretta web. Luisa Carrada mi fa un doppio regalo: sapevo che avrebbe partecipato, sono onorato che abbia accettato di condurre la serata. Saremo a Ciampino in via Doganale 1 (mappa); si comincia alle 20.30. Chi non può essere presente in carne e ossa troverà sul sito di NetOne le istruzioni per seguirci via Internet.

Aggiornamento: l’indirizzo per vedere la diretta web dovrebbe essere questo: http://easylink.playstream.com/winlive/stream.wvx. Richiede Windows Media o comunque un lettore di file Wvx (su Mac si può utilizzare Windows Media Component for QuickTime, evidentemente avendo già installato Quicktime). Registrandosi su NetOne è possibile partecipare anche alla chat e interagire con la sala dell’incontro. Ad ogni modo, tenete presente il sito degli organizzatori per aggiornamenti o indicazioni specifiche.

Giugno 15 2007

Durante Web 2.0ltre, in particolare nel corso della prima giornata, mi è tornata in mente la storiella dei ciechi che vanno allo zoo a scoprire l’elefante. Dovendo usare le mani per scoprire il grande animale ne traggono ciascuno un’analogia differente: l’elefante è come un serpente (chi toccava la proboscide), l’elefante è come un palazzo (chi toccava il busto), l’elefante è come un albero (chi toccava la gamba). E via dicendo. Così per il Web 2.0: ognuno l’ha analizzato da una prospettiva differente, in una gamma di sguardi che andava dall’esaltazione alla negazione di qualsivoglia motivo di novità. Mi sembra una buona cosa per un convegno, e per un convegno a pagamento destinato a delle aziende in particolare.

Io ho vissuto le due giornate da un punto di vista privilegiato, e lo dico a mo’ di disclaimer rispetto a tutto quello che sto per dire. Ma qui parlo da spettatore, soprattutto. L’ho trovato un incontro molto stimolante, forse perché alle persone e ai concetti consueti si sono aggiunti stimoli e persone che non conoscevo. Ho la piacevole sensazione di aver rimesso in moto il cervello su alcuni temi che da troppo tempo doòormai per consolidati. Qualche appunto sparso.

Pecore e supereroi. Ho amato in particolare l’intervento di Bernard Cova. È una di quelle persone in grado di catturare il tuo sguardo sulle cose e spostarlo per mezzora qualche metro più in avanti. Difficile rendere giustizia alla sua carrellata di suggestioni a cavallo tra sociologia, antropologia, economia e tecnologia, ma il concetto cardine è che le persone stanno cambiando, stanno rispolverando la necessità di creare quotidianamente e nel tempo stesso di appartenere. Non più gregge di pecore, ma supereroi che agiscono insieme. La comunità, l’essere insieme, la we-ness è parte integrante dell’identità. Il marketing si capovolge, i consumatori diventano produttori di senso, le aziende devono reinventarsi (ma con buon senso). Tutto questo avviene – e su questo passaggio sto rimuginando ancora – non come conseguenza del Web 2.0, perché al contrario è la tecnologia che si sta adeguando al capovolgimento della società. E se il Web 1.0 non ha funzionato, aggiunge Cova, è anche perché l’evoluzione della società era già avviata.

Il Web 2.0 non esiste. Delle due l’una. O molte aziende convertitesi tra le fanfare al Web 2.0 non hanno ancora capito nulla del Web 2.0. Oppure stanno provando a cavalcare il fenomeno per ristabilire al più presto gli stessi recinti in cui eccellevano nel Web 1.0. Sentire Alice, Yahoo! Italia e Dada (ma anche altre aziende minori qua e là in altri momenti del convegno) parlare delle loro strategie, di revenue, di fatturati, di cpm, di cpa, di acquisizioni, di utenti che vogliono solo divertirsi e diverse altre amenità mi ha fatto sentire come un extraterrestre misantropo paracadutato per un errore di rotta nel bel mezzo del SuperBowl. In alternativa: me stesso alle conferenze stampa milanesi delle dot-com sei o sette anni fa. Ora, è evidente: loro stanno facendo milionate di euro, e nella scala di valori che va per la maggiore questo significa rispetto estremo e deferenza. Ma non credo ci sia stata una singola frase del panel di chiusura della prima giornata (Show me the money: ritorno degli investimenti e modelli di revenue del Web 2.0 nel mercato italiano e globale) che io, in qualche modo un addetto ai lavori, mi sia sentito di condividere. Anzi sì, una sola, quella che ha fatto più scalpore, ma in fondo anche la più onesta: il Web 2.0 non esiste, è il solito web partecipativo di cui parliamo da oltre un decennio (provocazione attribuibile, nello specifico, a Giancarlo Vergori di Alice). Ecco, nel loro caso – e benché mi faccia specie mettere nel mucchio anche una società che annovera servizi come Flickr o del.icio.us – forse è davvero così.

Basta poco. Una delle conversazioni più piacevoli è stata quella dedicata al corporate blogging. Ne conservo una conclusione a modo suo illuminante. E divertente, dal mio punto di vista. Le aziende restano sorprese che qualcuno voglia davvero parlare con loro. Le persone restano sorprese che un’azienda voglia davvero parlare con loro. Passata la paura si raccontano casi di successo. Non è così difficile, evidentemente. (Alessio Jacona, che moderava il panel, approfondisce il concetto)

L’email è morta. Se sul Web 2.0 si sono scontrate visioni diverse, dai relatori (quelli internazionali in particolare – e Lee Bryant il più incisivo in proposito) è emerso un dato tutto sommato condiviso: la posta elettronica ha fatto il suo tempo. Internet è un flusso, l’email è uno stagno che fa perdere troppo tempo. Bye bye email. Io non sono pronto, lo dico subito. Uso pesantemente le applicazioni più mature di Internet, buona parte dei contenuti di cui usufruisco passa per un feed Rss, converso e attingo alla conversazione. Ma no, non toccatemi ancora l’email. Sì, c’è lo spam. Sì, è una comunicazione più statica e faticosa. Ok, non è molto scalabile. Vero, in contesti collaborativi professionali ambienti integrati blog+wiki+aggregatori+feed funzionano meglio. Ma io considero ancora l’email come una componente fondamentale delle mie attività online, parte della mia identità digitale. Mi sono sentito spesso in anticipo sui tempi, negli ultimi giorni. Ma rispetto a questa prospettiva no, ho risvegliato quel poco di reazionario che c’è in me.

Pubblicità 1.1. Enrico Gasperini è stato bravo e coinvolgente. Ma da presidente di Audiweb ha fatto il suo mestiere, ovvero ha parlato della pubblicità degli investitori tradizionali che utilizzano strategie tradizionali all’interno di canali poco meno che tradizionali. Dunque dentro i banner, il marketing virale, il passaparola artificiale. Zooppa, tutt’al più, è la terra di confine. ReviewMe, Pay-per-post, Federated Media – per non parlare dell’unico vero avamposto di pubblicità 2.0, ovvero quel The Deck a cui nel mio convegno ideale dedicherei un’intera mattinata di studio – nemmeno di striscio. Molto si è detto di cost per click/impression/action, durante il convegno, ma non ho sentito un solo relatore citare anche solo per caso il cost-per-influence. Come se non bastasse, a un certo punto Gasperini ha rimarcato la difficoltà di raggiungere con la pubblicità online le fasce più giovani, perché i loro modelli d’uso di Internet sono talmente estremi, rapidi e peculiari da lambire appena le vie battute dai grandi investitori. È un bel problema! Questi qui come li andiamo a colpire?, si è lasciato candidamente sfuggire Gasperini. E io, che avevo un microfono acceso davanti alla bocca durante la sua pausa ad effetto, mi sono morso la lingua giusto un attimo prima di notare ad alta voce che non è mica obbligatorio colpirli, che non è certo un servizio pubblico e che forse potremmo anche lasciarli in pace, poracci. Ma è evidente che io ho un problema consolidato con la volgarità dei termini di marketing (colpisci tua sorella, se t’aggrada) e con le pretese universali dei pubblicitari rispetto alla necessità di raggiungere sempre e comunque tutti, notte e giorno, in qualunque contesto, a qualunque costo.

-o-

Milano sullo sfondo. Io e Milano abbiamo un rapporto strano. Amore e odio. Il secondo vince regolarmente alla volata. Arrivare a Milano mi mette sempre di uno strano umore, probabilmente dovuto al rapido processo di assuefazione alla perenne incazzatura e fretta di cui risente qualunque atomo a quella latitudine. Ogni volta mi porto a casa una manciata di aneddoti. Il migliore, stavolta, nei bagni della hall del Marriott Hotel (qualche nota in proposito anche da Marco Formento), dove entro seguito da un businessman in completo grigio e faccia scura, con auricolare bluetooth all’orecchio e tanta, tanta fretta. Entriamo in due toilette contigue, separati da un pannello di compensato. Facciamo quello che dobbiamo fare, ciascuno per conto proprio. Dopo venti secondi sento il mio vicino dire a voce alta e scandendo bene le sillabe, con accento meccanico: «Te-re-sa-Me-noz-zi». Pausa, sospensione nell’aria. «Ah ciao Teresa, sono Adalberto, volevo dirti che per quella riunione poi ho pensato che» – sciaquone nella terza toilette, che non turba minimamente il mio vicino – «forse è il caso di anticiparla a domattina, perché» – ventola ad alta potenza per l’asciugatura delle mani, scatarrata di un altro avventore nella zona lavabi – «è molto importante che incontriamo quelle persone al più presto e facciamo» – tiro lo sciacquone io, sogghignando – «il punto della situazione. Puoi» – sciacquone suo – «pensarci tu e richiamarmi» – ci laviamo le mani uno accanto all’altro, serissimi e apparentemente incuranti l’uno dell’altro – «appena hai notizie? … Bene… Perfetto… Grazie… Ciao, ciao». Usciamo dal bagno, si schianta la poesia.

Giugno 15 2007

Io e il Web 2.0

A proposito di Web2.0ltre, metto agli atti la traccia del breve intervento con cui ho aperto la prima giornata di lavori. Cito in modo abbastanza esplicito World of Ends, Joi Ito e diversi spunti ormai digeriti collettivamente che ho già raccolto in modo esteso nel libro.

Buongiorno a tutti.

Sono molto grato a Reed Business non soltanto per avermi chiamato a presiedere questa conferenza, ma soprattutto perché ci dà l’’opportunità di fare per la prima volta in Italia un punto della situazione riguardo all’’evoluzione di Internet, con particolare attenzione alle dinamiche business di nuova generazione.

Io, e spero di non rovinarvi la festa prima ancora che sia cominciata, sono uno scettico del Web 2.0. Del termine Web 2.0. (Al contrario il nome che definisce queste due giornate mi suona benissimo: Web 2.0ltre.) Sono scettico perché, ormai è chiaro a tutti, non c’è proprio nulla di nuovo. È sempre il nostro caro, vecchio Web di sempre. Quello che è cambiato è il nostro modo di percepire il ruolo della Rete.

Ci abbiamo messo oltre un decennio per capire che una rete come Internet produce valore soltanto se lasciamo che il valore si crei spontaneamente ai margini. E che continuare accentrare contenuti, interessi e investimenti in centri fittizi non avrebbe funzionato. Ci abbiamo messo diversi anni a renderci conto che la televisione è la televisione e che Internet è Internet.

Ma la novità più rilevante, che fa da sfondo a questo nostro incontro, è che le persone si sono riappropriate dei nodi della Rete. Lo stanno facendo grazie ai blog, ai podcast, ai wiki, ai social network, ma poco importano gli strumenti: un numero esplosivo di persone ha iniziato a utilizzare gli strumenti più maturi di Internet per esprimere punti di vista, per condividere competenze, per alimentare una nuova opinione pubblica, per trovare nuove mediazioni tra le diverse visioni del mondo.

Oggi tutti possono comunicare con tutti, contemporaneamente. Possono conversare, come amiamo dire in termini un po’ geek. Non c’’è limite strutturale, non c’è filtro all’entrata. Ognuno ha la possibilità di mettersi in gioco, di acquisire una voce pubblica, di dare palestre tecnologiche ai propri talenti. E poco importerebbe forse delle opportunità e dei talenti del singolo, se non fosse che a livello aggregato abbiamo finalmente raggiunto le prime soglie critiche. Internet sta raggiungendo in buona parte del mondo il numero di giri che gli consentono di andare a regime, di produrre valore, di alimentare nuove forme di relazione tra le persone, tra le idee, tra i contenuti.

La sfida passa anche, soprattutto, per incontri come questo. Perché siete, siamo tutti chiamati a inventare le nuove piattaforme operative della società. La nostra società ha grossi problemi di scala: le nostre istituzioni politiche, i nostri mercati, i nostri sistemi di convivenza sono stati inventati quando tutto era enormemente più piccolo e più semplice. Viviamo in un mondo globale e veloce, che i modelli consolidati stanno banalizzando e impoverendo.

Io ho l’’illusione che i social software stiano stimolando le persone a mettersi in gioco e a collaborare in modo nuovo. Penso che se mai esisterà una società digitale, questa nascerà anche dalle idee e dalle applicazioni che usciranno dalle vostre società.

Mi sembra bello, e utile, che possiamo dedicarci due giorni per parlarne insieme.

Vi ringrazio, vi auguro di passare due giorni stimolanti e diamo subito inizio ai lavori.

Gli stessi concetti, su per giù, ho raccontato ai ragazzi di DolMedia che tanto gentilmente mi hanno intervistato in una pausa della conferenza.

Giugno 12 2007

Sono a Milano. Domani e giovedì partecipo a Web 2.0ltre, prima conferenza italiana di taglio business sulle opportunità che i social software possono offrire alle aziende. Emanuele Quintarelli, che dell’evento è l’anima dei contenuti, mi ha chiamato a fare il chairman, onore che probabilmente non merito, ma che cercherò di onorare nel migliore dei modi. Mi piace l’invito ad andare oltre che questo incontro rilancia fin dal titolo: è un motto che sa di lavori in corso, di nuove cose da costruire, di idee da approfondire. E domani sera, salvo (miei) contrattempi, cena di gruppo con alcuni amici di vecchia data e nuove persone da conoscere.

Maggio 31 2007

I barcamp e gli eventi affini sono ormai talmente tanti, e sempre alla legittima ricerca di visibilità, che a parlare di tutti si finirebbe per fare tante copie del già ottimo BarcampItalia, il blog dedicato alle non-conferenze italiane creato da Giovy. Faccio con piacere un’eccezione per il PubCamp, il barcamp anomalo che Massimo Marino sta organizzando per il 23 giugno in un pub di Chieti. L’idea della birreria va di pari passo con quella di favorire la divulgazione non specialistica dei blog e delle altre applicazioni mature di Internet, tra una birra e l’altra. Un po’ barcamp un po’ blogfest, dice Massimo. Il paradiso degli interstizi, a occhio.

Luogo e data, per me, sono fuori portata. Il destino dei barcamp di provincia – e quando dico provincia parlo con rispetto e cognizione di causa – è quello di contare, più che sui grandi numeri, su una coda lunga di partecipanti, vuoi perché barcampeggiatori sfegatati, vuoi perché vicini di casa, vuoi per felici coincidenze. Ecco, ne parlo perché spero di alimentare qualche felice coincidenza, buttando lì un po’ di link. E a Massimo, che in questi giorni chiede un po’ di supporto morale, un augurio – soprattutto – di buon divertimento.

Maggio 25 2007

Se è vero che il destino di una nazione lo si può leggere nei fondi delle assemblee condominiali, allora le mie previsioni per il futuro sono quanto meno fosche.

Questa sera un vicino di casa, uno di quelli che per millesimi e carattere hanno il potere di stroncare sul nascere ogni germoglio di costruttiva convivenza, ha a lungo argomentato riguardo a una supposta ingiustizia che sarebbe stata perpetrata a suo danno nei secoli dei secoli e sulla sua conseguente intenzione di fare causa anche al padreterno, a meno che non fossero state accettate una serie di bizzarre richieste (che, per correttezza, si sarebbe astenuto dal votare). Il tutto scrupolosamente sostenuto da una fumosa collezione di citazioni giuridiche confezionate dal suo avvocato, collegate tra loro da deduzioni quanto meno personali.

Alla richiesta di produrre documentazione scritta e circostanziata in merito a pretese così sorprendenti, acciocché l’assemblea potesse in seguito valutare e rispondere nel merito, la risposta è stata più o meno: eh, col cavolo, che io questa ricerca qui me la sono pagata coi miei soldi, ora mica vi dò la pappa pronta, arrangiatevi.

Maggio 14 2007

Nô che i sin stâts
laris di cjariesis,
sassins di bausiis,
presonîrs di svui,
plens di fan di peraulis,
cjocs di avignî.
[Giuliana Pellegrini, Nô…]

Non ho mai parlato di Giuliana, ed è ora di rimediare. Giuliana Pellegrini è uno di quei regali inaspettati che ogni tanto mi fa la Rete, grazie a vie che sembrano misteriose e non lo sono poi molto. Tempo fa mi contattò Rosanna (coautrice del blog Dal Blu), finita in questo sito per via di alcuni post dedicati a dischi e concerti di Eugenio Finardi – e Finardi, suo malgrado, è il filo rosso che unisce tutte le persone citate in questa storia. Mi dice Rosanna: ho letto sul tuo sito che hai radici friulane; una mia amica ha scritto un libro in friulano e me ne ha regalate due copie; vorrei regalarne una a qualcuno che possa apprezzarla, ma nessuno dei miei amici parla o capisce il friulano; a te piace Finardi, e di solito chi apprezza Finardi è una bella persona; posso mandartelo?

Ora, per uno di quegli scherzi della geografia, la mia città sta sì in Friuli, ma ha le orecchie rivolte già in Veneto. Il friulano lo parla, slavato, soltanto chi ha parenti e amici nell’alta provincia Udinese o in Carnia. Perché il friulano – come ci insegna Dree Venier, mente del blog ILfurlanist – non è nemmeno un dialetto, ma una lingua a tutti gli effetti. Io non ho radici che affondino sopra Gemona, ma alcuni dei miei amici più cari vivono lì e hanno l’abitudine di parlarmi spesso in friulano. Abbastanza da azzardare che qualche parola qui e là la capisco. E abbastanza da dire a Rosanna: mi farebbe molto piacere, mandamelo.

Me lo mandò, il libro, e attraverso quel libro ho poi conosciuto – prima per via digitale, poi anche di persona – l’autrice, che corrisponde a quella severità piena di dolcezza e generosità d’animo con cui identifico la gente della sua terra. Il libro è La none e conte (La nonna racconta), ed è adorabile. La nonna in questione è Giuliana e i racconti sono fiabe della sua terra pensate per la sua nipotina Benedetta. Spiega Giuliana:

Ho scoperto che diventare nonna è una magnifica avventura. Ed ho sentito l’’urgenza di lasciare qualcosa dei miei ricordi, del mio mondo, a lei, che avrà venti anni nel 2025. Sono, mi sento tenacemente friulana, mi piace parlare la madrelingua, mi piace ascoltarla. Questa terra, aspra e dolcissima, ferita e umiliata da terremoti, da barbariche invasioni, da varie sudditanze, svela, nel linguaggio, l’orgoglio di un popolo diverso. Non migliore o peggiore, diverso. Popolo di migranti, di miseria, di sacrificio, troppo lontano dall’’Italia, troppo di confine, di passaggio. Gente di avare parole, di gesti parchi, gente abituata a lavorare. Eppure, nonostante le consonanti sorde ed i suoni gutturali tipici, il friulano è una lingua incantata. Alcune parole sono suono puro, altre hanno significato e memoria.

Tutto avviene nel microcosmo di un prato, abitato da animali e insetti dai tratti umani: Marquart lo scorpione musicista, Lisute la rana extracomunitaria, Ghessie la topolina disturbatrice della quiete pubblica, Checo il gallo balbuziente, Napoleon il gatto istruito, Menie la capra comunista, Bladimir il pipistrello nobile, Nerute la coccinella sarta e poi il grillo Roc, il riccio Sismont, la rondine Lole. E io, che proprio in quei mesi stavo diventando padre, mi sono oltremodo intenerito. La none e conte sta ora nella piccola biblioteca che aspetta mio figlio Giorgio appena sarà più grande.

Da qualche mese Giuliana Pellegrini ha pubblicato anche un secondo libro, Contis dal prât incjántât (Racconti dal prato incantato), altrettanto felice, e questa volta alla portata di tutti perché dotato di traduzione a fronte in italiano. Si può consultare e acquistare anche online, peraltro. In italiano si perde parte della magia dei suoni, ma le fiabe sono deliziose di per sé, come del resto i disegni di Katia Zaghi. Del libro segnalo in particolare la poesia che fa da introduzione (un frammento della quale apre anche questo post), che trovo particolarmente bella ed evocativa anche tradotta.

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