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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Settembre 27 2007

A proposito della scelta del New York Times di abolire gli abbonamenti a pagamento e, più in generale, del benemerito “movimento per la liberazione degli archivi dei giornali online” (sull’una e sull’altra cosa si trova ispirata documentazione su Webgol), aggiungo al dibattito un dato di prima mano.

Dal 2006 dirigo Apogeonline, la rivista online di informazione tecnologica della casa editrice Apogeo. Apogeonline sta per compiere il suo primo decennio: il sito è stato fondato nel 1998 da Salvatore Romagnolo. Il suo archivio è sempre stato aperto: migliaia di articoli – alcuni palesemente desueti, altri ancora d’attualità ad anni di distanza – sono lì, a disposizione di chi cerca documentazione recente e meno recente sulla Rete e sulla tecnologia in Italia. Stiamo parlando di un nodo della Rete che macina in media 200 mila utenti unici e 3 milioni di pagine viste al mese – per quel che può valere il dato puramente numerico. 

Bene, nei giorni scorsi ho avuto modo di incrociare diverse informazioni relative al suo traffico. Tra le altre cose, ho calcolato quante delle consultazioni complessive sono dovute all’archivio storico della testata e quante invece agli articoli più recenti. Gli approfondimenti, le rubriche e le notizie di attualità sono ovviamente le pagine più viste nei giorni in cui sono pubblicati. Ai singoli pezzi d’archivio arrivano invece poche manciate di visite, instradate da vecchi link, da improvvise riscoperte e (soprattutto) da interrogazioni di motori di ricerca. Ma questo traffico apparentemente residuale, se visto nell’ottica della coda lunga (pochi link moltiplicati per moltissime pagine), diventa invece a dir poco interessante.

 

Nell’intero periodo in cui finora ho gestito la testata, dunque considerando l’arco temporale gennaio 2006-agosto 2007 (e considerando “attualità”, per praticità di calcolo, tutto ciò che è stato pubblicato nello stesso periodo), l’archivio storico di Apogeonline ha generato da solo il 63% di tutti gli accessi. La mia ipotesi di partenza era che si avvicinasse alla metà, ma la misurazione reale è andata decisamente oltre ogni previsione.

Ora, Apogeonline ha rinunciato da tempo allo sfruttamento pubblicitario intensivo, vuoi per coerenza con la propria vocazione editoriale, vuoi perché con Metafora AD Network sta scommettendo sulla valorizzazione dell’influenza più che su quella dei dati quantitativi di traffico. E magari quel 60% abbondante è dovuto a una serie di contingenze più uniche che rare. Ma se in media fosse anche soltanto un 40% in più della produzione corrente (e non credo) – posto che il materiale esiste già e che la gestione editoriale delle pagine va pressoché in automatico – adesso mi riesce molto più facile comprendere le valutazioni alla base delle scelte dei maggiori giornali online statunitensi. Contando su un mercato della pubblicità in forte crescita e su una logica dell’accesso a pagamento probabilmente già vicina alla saturazione, liberare gli archivi dovrebbe essere una scelta commercialmente vincente nel giro di pochi mesi.

Perfino ai nostri Repubblica.it, Corriere.it, LaStampa.it, che tanti meriti hanno ma non certo quello di averci risparmiato finora qualsivoglia declinazione della pubblicità online, non dovrebbe mancare poi molto per convincersi. Senza contare che qui da noi si festeggia ogni nuovo centinaio di migliaia di lettori, ma non si è sentito ancora mai nessuno vantarsi del numero di abbonati o degli incassi delle edicole a pagamento. Se fosse così semplice come appare a me in questo momento, la definitiva liberazione degli archivi delle notizie non solo farebbe contenti tanto gli editori quanti lettori. Ma probabilmente metterebbe in circolo un patrimonio di storia contemporanea pre-digerita tale da attivare un bel cortocircuito di contenuti, in una Rete che di connessioni e relazioni fa il suo motivo di esistere.

Settembre 24 2007

Pordenone 2.0

Pordenonelegge.it, la parte abitata della Rete/1

Rubo il titolo a Paolo, che ha condiviso con me una felice mattina di fine estate a Pordenonelegge.it. L’incontro che, col prestesto del libro, voleva parlare di opportunità in Internet per città e cittadini è stato soprendentemente intenso e decisamente piacevole. Come quasi sempre accade in questi casi, la differenza non la fa chi sta sul palco, ma chi ascolta. E poche volte mi è capitato un pubblico così attento, non facile all’entusiasmo, ma pronto a capire e a discutere. Sono piacevolmente sorpreso che questo sia accaduto nella mia città e nella cornice di quell’evento bibliofilo e tecnologicamente timido che per tante edizioni mi ha visto seduto nella platea delle stesse sale.

Difficile riportare tutto quello che è stato detto. Anche perché molto aveva a che fare con i progetti che il Comune di Pordenone sta cercando di realizzare nella parte abitata della Rete (rete WiFi gratuita e social networking, benedetti e finanziati dalla giunta Illy – di questo riparleremo, prima o poi). Ma due passaggi mi sono rimasti bene impressi.

Il primo è stata la risposta oltremodo franca che l’assessore comunale Gianni Zanolin, nostro ospite e motore della locale e-democracy, ha riservato a chi gli chiedeva del destino dei partiti in questo nuovo scenario internettoso e partecipato. Non hanno molto futuro, ha detto a titolo del tutto personale, e non tanto perché si voglia rinnegare la rappresentanza nelle sue manifestazioni tradizionali, ma perché la rappresentanza sta assumendo forme e tempi e interazioni del tutto nuove. Come a dire: non puoi più vivere cinque anni del voto di un momento, è necessario condividere le scelte più importanti, così come è possibile negoziare giorno per giorno la distribuzione delle responsabilità.

A volte, sulla via dell’innovazione digitale, quel che aspetti di sentir dire ai vertici istituzionali nazionali  succede invece di ascoltarlo nell’assessorato sotto casa.

Il secondo passaggio è stato l’intervento con cui una persona del pubblico ha, inconsapevolmente, tirato le conclusioni di quanto andavamo dicendo da un paio d’ore. E, su per giù, suonava così: dunque qui stiamo parlando di responsabilità. Finora potevamo addurre alibi per la nostra inattività, per il nostro lasciare che le cose andassero come andavano. Oggi no, abbiamo l’occasione e abbiamo lo strumento. Abbiamo la responsabilità – come prima, ma senza più alcuna scusa – del modo in cui vanno le cose.

Non c’era molto altro da aggiungere, no?

Settembre 20 2007

(Pubblicato originariamente  su Apogeonline)

Quattro pretesti recenti. Il primo. Il direttore del Tg1 Gianni Riotta, uno che dentro Internet ha maturato esperienze sconosciute alla maggior parte dei giornalisti italiani, sta provando a contaminare le notizie del telegiornale con gli spunti dalla Rete tutte le volte che se ne presenta l’occasione. Il risultato si nota, e non è poco, ma per ora non va molto oltre l’invito alla messaggistica compulsiva (“Scriveteci la vostra opinione”) o la divulgazione di bassa lega (“Il video più popolare del momento su YouTube è…”).

Il secondo. Il comico Beppe Grillo riempie i palasport e le piazze divulgando argomenti politici complessi e non lesinando mai particolari su quanto Internet gli abbia cambiato la vita. Racconta di aver fregato i media con un blog, ma non c’è una volta che spieghi ai suoi seguaci come nello stesso modo potrebbero fare a meno anche di lui, se lo volessero.

Il terzo. Le grandi testate d’informazione italiane guardano a Internet con curiosità. Morbosa, perlopiù, tant’è che non perdono occasione per raccontarne la cronaca nera più improbabile. Costituiscono un’eccezione le dichiarazioni istituzionali di quanti sentono l’urgenza di regolamentare, vincolare, proibire, restringere, codificare – inutilmente, ma loro non lo sanno. E le improbabili celebrazioni di anniversari che nessuno, dentro alla Rete, festeggia davvero.

Il quarto. Un manipolo di blogger in tutto il mondo sta imparando una nuova grammatica della comunicazione, provando a fare in prima persona molte delle cose per cui fino a poche stagioni fa dipendeva dalla mediazione altrui. I loro tentativi sono sempre più spesso rallentati o confusi da reazionari d’ogni sorta, i quali necessitano di continue misurazioni (quanti siete? quanti scoop avete fatto? quanti politici avete fatto dimettere? quante volte avete modificato l’agenda setting?) per tenere a bada il fenomeno e minarne le intenzioni.

Tutti questi segnali dicono una cosa, soprattutto: che stiamo perdendo un’occasione. Nella corsa alle libertà digitali stiamo perdendo di vista chi queste libertà dovrebbe esercitarle. Da questo punto di vista ciò che sta accadendo in Rete può essere sintetizzato in modo molto semplice: le persone hanno la possibilità di fare in prima persona e di condividere ciò che fanno con chiunque altro al mondo. Non è un invito a sostituire i mediatori tradizionali – i quali, se curano la propria ansia, vivranno ancora a lungo – quanto semmai un’occasione per ripensarci tutti quanti come attori sociali a tutto tondo, domatori di comunicazioni a due vie, amplificatori di messaggi all’interno delle proprie reti sociali, inventori di nuovi punti di vista. Anche mediatori, nella pratica, ma senza l’ambizione delle folle, perché le rivoluzioni copernicane del pensiero umano agiscono nel piccolo e senza fretta.

Internet non inventa nulla, da questo punto di vista. Ci restituisce a noi stessi come animali sociali, ci dona una socialità nuova che se è sconosciuta alle nuove generazioni forse non sorprenderebbe i nostri nonni. La partecipazione ha una via d’andata e una di ritorno, ma la prima, nella maggior parte dei casi, s’è atrofizzata. La Rete riapre quel canale, moltiplica i segnali e ci porta su una dimensione globale dove ogni segnale potenzialmente può entrare in contatto con ogni altro segnale presente o passato.

Ricordo che quando Howard Rheingold nel 1994 parlava di «enorme spostamento di potere» rimanevo perplesso: il grande ipertesto globale ci rende tutti autori e lettori, emittenti e riceventi, d’accordo. Ma è questione di potere? E soprattutto: è poi così enorme? Oggi ne sono convinto, e avverto l’urgenza del tentativo. Stiamo acquisendo potere non perché abbiamo la possibilità di contrastare quello dei centri istituzionalizzati, siano essi testate d’informazione, partiti politici, interessi economici o quant’altro. Non soltanto, almeno. Acquisiamo potere perché ci stiamo riappropriando di una voce pubblica individuale e di sistemi efficaci per farne sintesi ed elaborarla collettivamente. Lo strumento è una tecnologia abilitante – o meglio una serie di tecnologie abilitanti, tutte espressioni delle fondamenta del web – divenuta in poco tempo matura, semplice e accessibile a larghe fette di popolazione mondiale (benché ancora molto si possa fare in questo senso).

Abbiamo lo strumento e abbiamo l’occasione. Manca solo di farlo sapere a quante più persone possibile. E qui qualcosa s’è interrotto, negli ultimi mesi. Un circolo virtuoso inceppato, che gira su se stesso producendo meno valore del suo potenziale. Da un lato abbiamo ricominciato a prestare più attenzione del necessario allo strumento – e l’entusiasmo per il mercato ancora fittizio che gira a quello che tanti chiamano web 2.0 ha di certo fatto la sua parte. Dall’altro non riusciamo a fare a meno dei metri collaudati con cui siamo abituati a misurare il mondo: piccolo non è ancora bello, perché siamo assuefatti all’estetica del gigantesco di cui si alimentano media, partiti, aziende e personaggi del mondo in cui viviamo.

Così la ripresa d’autunno potrebbe diventare una scusa per ripartire e rimettere gli occhi sulla palla. I blog sono morti, come si affrettano a dire gli annoiati, i bastian contrari e i patiti dell’innovazione più veloce dell’assimilazione? Bene, pace all’anima loro, se il loro sacrificio sarà utile: non sono i blog la novità, sono un mezzo. Anche l’automobile è un mezzo e, salvo pochi fanatici, a quanto pare ci curiamo assai più della meta da raggiungere che delle caratteristiche del motore. Abbiamo e avremo altri mezzi, ma di certo dopo l’automobile non torneremo alla carrozza trainata da cavalli – e nel frattempo chiunque lo desideri può avere almeno un’utilitaria. Di nuovo, a prescindere, ci sono mattoncini della società che si riattivano per renderla un po’ migliore, in modi e in direzioni che – una volta tanto – nessuno ha stabilito in partenza.

Così, se fossi Gianni Riotta direi agli ascoltatori del maggiore tg italiano: ci siamo distratti, il video più visto della settimana su YouTube è un numero da circo, vale solo come testimonianza dei gusti diffusi in un dato momento all’interno di un certo servizio. La notizia, invece, è che il video lo puoi fare tu, che è molto più facile di quanto pensi, che è pieno di persone che ti possono aiutare a farlo, che magari poi il tuo video lo vedranno anche solo in quaranta, ma che diamine sei tu, è il tuo mondo, è il tuo punto di vista e tu l’hai messo in circolo.

Se fossi Beppe Grillo direi: ehi ragazzi, andiamo forte, ma non statemi tutti qui tra le palle, che i vostri commenti nemmeno li leggo, non ho né il tempo né la voglia. Moltiplichiamoci, apritevi un blog anche voi, diffondete il verbo, colonizzate le vostre reti sociali. È facile, basta andare su un sito come Splinder o Blogger o Typepad o WordPress, registrarsi e poi scrivere come su un blocco note o un elaboratore di testi. Se ci riesco io ce la potete fare anche voi. Orsù, andate e moltiplicatevi.

Se fossi un grande giornale italiano ricomincerei a pubblicare, come accadeva qualche anno fa, una mezza pagina dedicata a Internet. Un paio di articoli al giorno, non di più. Ma invece di seguire il fiuto del cronista di nera, metterei sotto torchio i migliori divulgatori che abbiamo oggi in Italia e li farei raccontare quello che succede. Succedono tante cose dentro Internet, non solo pruriginose e non solo riguardanti pezzi di plastica e silicio: ma così come un critico cinematografico non sarebbe capace di decodificare dignitosamente un processo penale, allo stesso modo per raccontare il nuovo che accade dentro uno strumento nuovo serve il cronista giusto.

E se infine fossi, come del resto sono, uno dei tanti blogger insignificanti che raccontano quello che gli gira intorno annotandolo sulle pagine del proprio siterello personale, me ne infischierei del numero dei miei lettori e non proverei alcuna invidia per le – orrida parola, triste concetto – blogstar e non mi lamenterei delle gerarchie fittizie, perché lo scopo è tutto quanto lì, in quelle parole composte e condivise il più delle volte con spirito gratuito: esistere, ragionare, offrire competenze, dialogare, collaborare, leggere il mondo attraverso altri sguardi.

In poche parole, rimettere in movimento le fondamenta della società a partire dal proprio ombelico. E poi stare a vedere che cosa succede. Non mi sembra un’opportunità da poco.

Settembre 13 2007

Di rientro dal rilassante RomagnaCamp, già si profila all’orizzonte lo sportivo GhiradaCamp. Benché straordinariamente vicino a casa, difficilmente potrò essere a Treviso in quei giorni (22/23 settembre). Le date infatti coincidono malauguratamente col weekend di Pordenonelegge.it, la festa del libro con gli autori, che è diventata uno dei pochi momenti dell’anno in cui vivere a Pordenone pone l’imbarazzo nello scegliere come riempire il proprio tempo libero. Dopo aver saltato le ultime tre edizioni a causa di trasferte di lavoro, quest’anno non solo sono intenzionato a seguire tutto il seguibile, ma mi è stato pure offerto un angolino di festa per presentare in patria La parte abitata della Rete.

Dunque per chi fosse interessato, l’appuntamento è per sabato 22 settembre alle 11.30 a Palazzo Gregoris (corso Vittorio Emanuele II 44, nel centro storico della città). Ospiti dell’assessorato alle politiche sociali, con cui ho collaborato di recente alla definizione di alcune strategie locali di e-democracy, approfondiremo in particolare le opportunità che Internet offre alle città e ai cittadini, beninteso che essere cittadini della Rete mal si presta al banale rispetto dei tradizionali confini territoriali.

Mi farà compagnia, insieme all’assessore comunale Giovanni Zanolin, il buon Paolo Valdemarin, che io insisto a indicare non solo tra gli sviluppatori di idee digitali fra i più aggiornati e collaborativi al mondo, ma soprattutto come divulgatore di opportunità in Rete come ne abbiamo pochi in Italia. Benché l’evento che ci concede spazio tenda a stritolare gli argomenti meno letterari (e di Internet in particolare non si parla più da quando ci si mise d’impegno Giulio Mozzi, credo), potrebbe essere quanto meno una piacevole occasione per aprire un dibattito con chi in zona si occupa di reti sociali e dintorni.

Agosto 31 2007

Questo pomeriggio nel corso di Baobab – il contenitore pomeridiano di Radio1 Rai, in onda dalle 16.10 15.35 alle 18.30 – parliamo di Internet e parte abitata della Rete, argomenti poco meno che inediti per quel palinsesto e a quell’ora. Durante la trasmissione verrà ricordato Franco Carlini, intellettuale cortese e profondo, un giornalista che farà sentire la sua mancanza nel gracile mondo della divulgazione tecnologica italiana.

I canali radiofonici Rai si possono ascoltare in tempo reale anche su Internet, sul sito dell’emittente nazionale.

Agosto 13 2007

Albergo Cpt

Stefano, quello della nuvola a Sharm, s’è fatto assumere al Centro di Permanenza Temporaneo di Gorizia. E a modo suo racconta quello che vede.

Agosto 1 2007

Segnalo con piacere il generoso speciale che il bimestrale di cultura, filosofia e costume Silmarillon ha dedicato ai blog nel suo numero di luglio/agosto. Non tanto per l’intervista che mi ha fatto Alida Padawan, quanto perché Francesca Pacini e i suoi collaboratori hanno provato a capire quello che sta succedendo in Rete e a raccontarlo al di fuori dei soliti ambienti della Rete con garbo e dedizione non comuni.

Luglio 31 2007

Questo pomeriggio ho ricevuto per email un comunicato di Nielsen//Netratings a proposito della rilevazione mensile dei dati di traffico sui maggiori siti italiani (che linkerei volentieri se lo trovassi online, ma poco male). Il senso del bilancio di luglio era: l’estate riduce i consumi della Rete, girano meno utenti e quei pochi stanno meno del solito sui siti più popolari. Ora, io non sono affatto un fanatico delle statistiche, tutt’altro. Ma quei dati mi hanno incuriosito, perché proprio in questi giorni mi aveva sorpreso il fenomeno opposto: su tutti i siti di cui conosco i numeri – quindi questo, Apogeonline e qualche altro attinente – gira più gente del solito e più interessata che mai, e non è usuale in piena estate. Nulla di travolgente, intendiamoci, ma abbastanza da attirare la mia attenzione e identificare una regolarità. Quindi mi chiedevo: quella che ho notato io è solo un’anomalia isolata? Oppure questi mesi stanno redistribuendo un po’ di attenzione? Ed è soltanto un fatto legato alle ferie e al caldo o è uno spostamento più rilevante? Semplici curiosità estive, che poi magari qualcuno ha altre osservazioni da aggiungere.

Luglio 25 2007

Franco Battiato sta suonando a non più di cento metri in linea d’aria da casa mia. Sera ideale: fresca e limpida, col profilo delle montagne a fare da cornice. Insomma, tutto è perfetto e io potrei stare in terrazza a farmi raggiungere dall’eco delle canzoni in santa pace. Non calcolavo il progresso e il business indotto: sono tappato in casa da questo pomeriggio per difendermi dal ronzio molesto e dagli scarichi puzzolenti del generatore del bar semovibile che s’è piazzato giusto sotto la mia finestra. Poi dici che ce l’hai con la modernità.

Luglio 17 2007

Nel giugno scorso ho partecipato a Intermediando, piacevole parentesi di studio e approfondimento sulla comunicazione e sui media organizzata da NetOne dentro un’oasi di verde e pace alle porte di Roma. La serata che il seminario internazionale dedicò a La parte abitata della Rete fu molto piacevole, grazie a un pubblico particolarmente accogliente e a una splendida Luisa Carrada, che si prese la briga di animare il dibattito (facendomi arrossire in più occasioni).

Di quella serata passata in una sala a due passi dalla pista di atterraggio dell’aeroporto di Ciampino esiste un filmato integrale, che ora è disponibile anche su YouTube. Come accade in questi casi, lo metto agli atti.

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