Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
Personal Democracy Forum, pure io
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Il racconto di Antonella lo scorso anno, la presenza dell’organizzatore Joshua Levy a State of the Net, l’anno gravido di implicazioni e soprattutto l’ampia sezione di programma che privilegia la partecipazione dal basso e le iniziative civiche mi hanno convinto: a giugno vado al Personal Democracy Forum di New York. Antonella, che quest’anno naturalmente torna, è già lì che balla. Stiamo lavorando ai fianchi un paio di temporeggianti o indecisi. Chi si vuol unire al gruppo, naturalmente, è il benvenuto.
Dieci domande
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Una postilla al post dell’altro giorno: ieri è nato 10 domande, iniziativa con cui Nova24–Il Sole 24 Ore ed Elastic portano in Italia un’idea di Techpresident. Le dieci domande sono in video: ognuno può caricare la propria (fino al 23 marzo), il filtro collettivo fa emergere le più votate, le prime dieci costruiranno un’intervista corale che – dal 24 marzo e fino alle elezioni – sarà rivolta ai canditati premier. Le video-risposte dei politici saranno a loro volta sottoposte a voto diffuso. Esperimento interessante, da seguire nella sua evoluzione quotidiana. Dal mio punto di vista, più che di un esame di maturità digitale per i politici, potrebbe rivelarsi un interessante termometro della maturità civica dei cittadini.
La parte ristampata della Rete
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Una buona notizia dall’editore: a un anno giusto dalla sua uscita, La parte abitata della Rete va in ristampa, che la prima tiratura è andata esaurita. Ne approfitto per ringraziare tutti voi che l’avete letto, apprezzato, commentato, prestato, regalato, consigliato – in una parola: gli avete dato vita. Ho scritto quel libro pensando soprattutto a chi non ha ancora familiarità con Internet, ma curiosamente sta ottenendo riscontri soprattutto da parte di chi già vive e lavora in Rete: chissà che queste nuove scorte non riescano a spingersi là dove spiegare quanto di buono sta accadendo grazie a Internet sembra più difficile.
Già che ci siamo, aggiungo che sta invece concludendo il suo ciclo di vita il buon vecchio Come si fa un blog, di fatto già introvabile da qualche tempo in libreria. Per essere un libro del 2004 – e di taglio piuttosto pratico, dunque legato a strumenti e pratiche che nel frattempo si sono evolute parecchio – ha avuto una vita sorprendentemente lunga. Tanto che oggi ricevo quasi più richieste e commenti di quando è uscito. Mi è stato chiesto più volte di aggiornarlo, ma per me l’aggiornamento che avrei potuto scrivere esiste già ed è appunto La parte abitata della Rete. In compenso sto cercando di convincere l’editore a non chiuderlo in un cassetto, facoltà che contrattualmente gli compete, ma a lasciarlo in qualche modo a disposizione in versione elettronica per quanti ancora hanno voglia o necessità di consultarlo.
NetMonitor e le conversazioni politiche
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Mi piace, questo NetMonitor. Dicevo ieri sera in unAcademy, nel corso dell’incontro con Mario Tedeschini Lalli, di come le imminenti elezioni potrebbero essere un bel momento per far dialogare di più e meglio i vari ambiti della Rete. Quest’iniziativa di Repubblica.it mi sembra un bel segnale proprio in questa direzione. Nulla di innovativo nel formato, magari: la digestione e il rilancio dei contenuti emersi spontaneamente in Rete è una pratica che Giuseppe Granieri inaugurò sul vecchio sito di Internet Pro (teneva la rubrica un giovane Luca Conti), che oggi esercitiamo ancora su Apogeonline grazie al lavoro puntuale di Federico Fasce e che viene utilizzata in declinazioni e contesti peculiari tutte le volte che si cerchi di costruire ponti tra diversi arcipelaghi di Internet.
Ma sarebbe sciocco non percepire come questo passo contenuto per la Rete sia in realtà un salto enorme per un grande giornale online in Italia, dove il racconto di massa dell’attualità spesso non sa riconoscere e altrettanto di frequente fraintende le voci libere delle persone che si esprimono attraverso la Rete. Di più, secondo me, ed è questa è la sfida più difficile che dovrà affrontare Vittorio Zambardino nel gestire i contenuti di NetMonitor: Repubblica.it ha scelto di adottare un registro ancora non usuale nel linguaggio giornalistico, intercettando questi segnali in un formato e in un contesto che da quelle stesse voci libere assimila molto. Mi sembra una bella contaminazione, positiva, contagiosa – peraltro strillata con coraggio in prima pagina da ieri pomeriggio e non imboscata tra le rubriche di secondo piano tanto per vedere che effetto fa.
Se funzionerà, se il giornale saprà farne tesoro, se i lettori sapranno intravederne l’utilità – e il mio consiglio è stato solo uno: allargate il più possibile il campo di osservazione, superate ogni steccato o divisione tradizionale (destra-centro-sinistra, ma anche amici fidati-nemici impenitenti) – potrebbe diventare un bello strumento per il rilancio nell’agenda elettorale di opinioni e di percezioni di nicchia, così come uno specchio utile a valutare come sono assimilate e magari rigettate le badilate di marketing politico unidirezionale su cui da qualche anno di troppo si decidono i destini della nazione. Buon lavoro, dunque.
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Sempre in tema di risorse utili per decifrare tutte le campagne che ci circondano (e ancora abbiamo visto poco), ne approfitto per recuperare una citazione orgogliosa dell’ottimo lavoro che stanno facendo Antonio Sofi e soci su Spindoc. Ma diverse iniziative, in questo momento, attirano la mia attenzione e cerco di approfondire. Wikidemocracy, per esempio, di cui intuisco le buone intenzioni, ma del quale per il momento subisco molto la rigida frammentazione secondo schieramenti tradizionali. Il circolo online del Partito Democratico, impegnato per ora soprattutto a farsi ascoltare dai propri vertici romani, ma ottima pista da aprire ed esplorare per un partito politico. E poi ancora i titubanti Cittadini Digitali, l’analitico OpenPolis e tutti i fermenti che in tanti provano a modo loro a raccogliere e ordinare. Curioso come fin qui, se perfino l’elefantiaca informazione di massa sembra essersi data una scossa, proprio gli obsoleti apparati di partito non abbiano dimostrato la benché minima intenzione di sperimentare alcunché.
La città dei cittadini
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Antonella mi segnala la nuova edizione di La città dei cittadini, una serie di attività organizzate dall’associazione Micromacchina e dal Comune di Casalecchio. In particolare un blog collettivo per segnalare progetti, inserire ricerche, commentare news e proporre iniziative e un premio per progetti che si occupano di promozione della cultura della cittadinanza, articolato in diverse categorie (tesi di laurea, pubbliche amministrazioni, mezzi di comunicazione, associazioni). Da seguire – anche per aggiornare la mappa.
I giornali e la loro carta
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È un momento di profonda evoluzione per il giornalismo su Internet. Lo è da anni, in realtà. Ma l’impressione è che questo 2008, se giocato bene, potrebbe essere un anno importante anche in Italia. Editori e giornalisti hanno ormai coscienza del nuovo pubblico – attivo e potenzialmente autosufficiente – con cui hanno a che fare. Giornalisti e blogger cominciano a dialogare. Gli ultimi baluardi dei servizi a pagamento stanno venendo meno. Le redazioni abbattono gli steccati che dividevano chi confezionava identici contenuti per mezzi di comunicazione diversi. La pubblicità cresce, ma nei formati attuali lascia a desiderare.
Se ne parlava la settimana scorsa a State of the Net, e la conversazione è proseguita anche nei giorni successivi. Così abbiamo pensato di tornare sull’argomento dedicandogli una serata all’Accademia Non Convenzionale della Cultura Digitale, su Second Life, martedì 26 febbraio alle 21: Mario Tedeschini Lalli, caporedattore multimedia di Kataweb, sosterrà un question time per allargare la conversazione e aprire il confronto ad altri punti di vista. Informazioni e registrazioni, come di consueto, su unAcademy.
Com’è andata
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Bene. Molto bene, direi. Lo dico a maggior ragione dopo aver ascoltato/letto i commenti della maggior parte dei partecipanti a State of the Net: ognuno ha amato o contestato aspetti e persone differenti del programma. Non è emerso – come spesso accade – un personaggio che abbia messo tutti d’accordo. Neppure lo strepitoso Enzo Rullani, che pure ha offerto una preziosa e incoraggiante chiave di lettura alla Bateson della Rete come ecosistema (link al video appena disponibile), per qualche ragione che ancora mi sfugge ha superato a pieni voti una sala oltremodo esigente. Il che mi sembra una buona cosa: il programma ha messo a disposizione chiavi di lettura diverse a persone diverse; che è quanto di meglio, in genere, si possa chiedere a una conferenza.
Sarà forse perché noi stessi che l’abbiamo organizzata abbiamo spesso punti di vista e sensibilità differenti nel modo di guardare alla Rete. Paolo è concreto, ha la visione eccezionalmente aperta dell’imprenditore che è abituato a interagire alla pari col resto del mondo; se State of the Net è riuscita a essere così poco provinciale lo si deve a lui. Benny ha dalla sua un’invidiabile gioventù e una straordinaria maturità, che messe insieme danno luogo a un curioso mix di entusiasmo, voglia di fare e severità nel leggere il mondo. Io sono annoiato dagli entusiasmi imprenditoriali e dalle case history aziendali, e prediligo la Rete a misura d’uomo, quella che ci può aiutare a recuperare modelli di convivenza più soddisfacenti ed efficaci. Un mix curioso, che invece di ostacolarci ci ha irrobustito.
Poi la conferenza finalmente inizia, e quando inizia cessa di essere tua. Il modo in cui va dipende dall’assortimento di ospiti, relatori e pubblico. Se le cose vanno bene, il merito è di tutti, del clima che si stabilisce in quella manciata di ore passate insieme dentro e fuori dalla sala. Abbiamo fatto il punto sullo stato della Rete? Non lo so, non credo sia un compito a cui si possa adempiere in due giorni, pur intensi, di incontri. Forse però siamo riusciti a fare un primo passo oltre il solito dibattito sulle cose di Internet, in un paese in cui il racconto della Rete fa una grande fatica a emergere. E a emergere senza portarsi dietro l’equivoco del filtro di massa, aggiungo. Credo tra l’altro che abbia fatto un gran bene a questa regione, che – oltre a supportarci con enogastronomico entusiasmo e uno spettacolare filotto di giornate quasi primaverili – ci ha donato attenzione e sostegno a tutti i livelli. Chi ha avuto il coraggio di arrivare fin quassù – come se una Torino o una Genova, dove pure ci ritrova con facilità per conferenze o barcamp, non fossero altrettanto fuori mano – lo avrà notato.
Avevo una grossa perplessità: l’uso disinvolto dell’inglese in tutte le occasioni che lo rendevano possibile, senza la rete degli interpreti. Era un pallino di Paolo, che pure condividevo nello slancio ideale, ma che temevo avrebbe messo a disagio più persone del dovuto, ostacolando invece che favorendo le conversazioni. Ebbene: aveva ragione Paolo, punto. Aveva ragione a tal punto che oggi sono pronto a sostenere con lui la necessità di rendere l’intero programma di una conferenza come State of the Net in lingua inglese. Certo non siamo tutti pronti, io per primo, ma abbiamo molto più da guadagnare che da perdere. Abbiamo conversato a sufficienza fra noi, e possiamo sempre continuare a farlo, ma una volta ogni tanto allargare il giro degli interlocutori – l’unico modo per farlo è adottare l’inglese come lingua di lavoro – aiuta a moltiplicare gli stimoli, a costruire ponti e a far girare nuove idee.
Avrei una lista piuttosto lunga di persone da ringraziare, per il contributo affatto scontato che hanno dato a State of the Net. La maggior parte hanno preso applausi in pubblico, e io mi unisco qui al battimani. Ma c’era una folla, dietro le quinte, che s’è data da fare perché tutto andasse nel migliore dei modi. E per tutti cito i ragazzi del Visionario e lo staff di theOffice, tutti ben più che all’altezza della situazione. Grazie a chi, di sua spontanea volontà, perché cittadino e blogger della zona, si è messo a disposizione per accogliere nel migliore dei modi gli ospiti, e penso soprattutto a Giorgio. Qualcosa più di un grazie va a Silvia Zardini, nostro punto di riferimento per la logistica e l’accoglienza degli ospiti, che è stata una roccia anche nei momenti più confusi, oltre che una fonte inesauribile di sorrisi e gentilezze.
Grazie, infine, a tutti voi che avete scelto di esserci.
State of today
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Per me cominciano oggi i giorni di State of the Net, e ne avremo fino a domenica (la conferenza, in realtà, dura solo due giorni: domani e sabato, presso il Centro Visionario di Udine, in via Asquini 33). Oggi allestiamo la sala e diamo una mano di vernice agli ultimi dettagli. Il posto è assai carino di suo: un casermone degli anni ‘Anta trasformato con gusto e attenzione per i dettagli in un discreto e sincero atto d’amore per il cinema (ed è un cinema, in fin dei conti). Se vi piace la metà di quanto è piaciuto a me, siamo a buon punto.
Già stasera saremo in compagnia dei primi ospiti, che arriveranno da tutta Italia, dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti. E a quel punto tutto andrà come deve andare: una volta che il contenitore che hai contribuito a costruire si riempie di persone e di idee cessa di essere tuo – se mai lo è stato, visto che abbiamo preso a prestito esperienze, idee e spunti che sono patrimonio collettivo della parte abitata della Rete – e prende una vita tutta sua. Quando tutto va per il verso giusto, è un momento di grazia.
Sono molto tranquillo, in realtà, e credo che il programma funzionerà piuttosto bene. Però sono curioso e sotto sotto emozionato, perché per me State of the Net è anche un punto di incontro tra diversi momenti della mia vita. C’è un po’ di casa, un po’ dei mesi di servizio civile che ho passato a Udine, c’è molto del mio lavoro di oggi, c’è molta della fatica che questo territorio fa a recepire le innovazioni a misura d’uomo di cui parleremo, ci sono gli amici di un tempo, ci sono tanti dei nuovi compagni d’avventura che la Rete mi ha fatto incontrare in questi anni. Tutto s’incontra insieme a pochi passi da casa. Che suona un po’ come avere un intero villaggio turistico ospite a casa tua per un fine settimana, con tutto ciò che di gioia e di responsabilità comporta. Fin qui ne è valsa la pena.
Venite? Noi tra poco si comincia.
Tempi peculiari
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Si sta un po’ tutti così. Sospesi come un rapper americano sui tetti di Venezia.
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