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Category: Partecipo

Aprile 2 2009

Il giornalismo non è un prodotto, è un processo (lo ha detto John Byrne, direttore dell’edizione online di Business Week)

Da studiare l’interazione coi lettori promossa da Business Week: ascolto strutturato, community editor, collaborazione attiva a più livelli da parte dei lettori, i lettori “con la faccia”.

Il “pubblico” sta subendo una modificazione genetica. Un po’ come Spiderman: ci ha morsi il ragno della rete e ora stiamo sviluppando superpoteri. (quel fumettaro di Antonio Sofi)

Credo che sul problema del filtro sia necessario essere molto drastici e molto chiari, senza tentennamenti. Se non si capisce il filtro diffuso e spontaneo non si capisce internet. Non è possibile sentire ancora nel 2009 giornalisti, dunque persone immerse nella comunicazione, che pongono il problema dell’overload informativo, soprattutto se sono giovani giornalisti. Non è possibile negoziare, nelle risposte, concedendo qualcosa per cortesia o prudenza alla presunta enormità del problema. Il filtro è ciascuno di noi: la responsabilità (ma anche l’opportunità) di mediare spetta a ciascuno di noi. Punto.

Continuo ad avere la sensazione che il giornalista, anche quando parla di apertura al pubblico, rinegoziazione del processo, necessità di scendere dal piedistallo, continui comunque a considerarsi protetto da un recinto invalicabile. È come se dicesse: ok, siete entrati in redazione, ma il mio ufficio ve lo scordate. Io non credo basterà. Non credo basterà chiamare “cittadini” i lettori, se poi non ci si considera cittadini a propria volta. Ritengo restino ampi spazi per l’esercizio professionale del processo giornalistico, ma non credo troveremo nessun nuovo modello di informazione finché l’informazione non sarà profondamente peer to peer.

Il confronto tra le industrie editoriali e giornalistiche di mezzo mondo e quella italiana si fa sempre più impietoso. Mi sto interrogando sui motivi, sto chiedendo in giro a colleghi che hanno visioni di sistema più ampie delle mie. Le prime risposte dicono che il giornalista italiano non studia più, una volta arrivato al suo posto. Persino le scuole di formazione creano professionisti fermi al secolo scorso. Non si investe in ricerca e sviluppo, nel giornalismo italiano. Dirigenti ed editori sono anche meno visionari. Si fa così perché in fondo è l’unica cosa che sappiamo fare. Il polso con cui un direttore americano impone nuovi processi e nuovi strumenti qui è sconosciuto. Me lo spiego in tempi di vacche grasse, ma oggi che sta chiaramente venendo giù l’intonaco quale alternativa abbiamo? Si perdono soldi per l’incapacità di innovare: perdite per perdite, perché non investire anche solo una piccola parte di quei soldi in laboratori creativi ed esperimenti digitali?

Giugno 24 2008

18.30, Postilla
Lascio l’ultima parola a un twit che trovo particolarmente azzeccato: “No need to wait for the next president to open things. Act locally – get our local and state governments to act now”.

18.20, In fin dei conti
Distesa sessione conclusiva con Scott Heiferman (Meetup), Craig Newmark (Craiglist), Brian Behlendorf (Mozilla Foundation) e Gina Cooper (Netroots Nation). Jeff Jarvis fa lo steward, portando il microfono per la sala. In sostanza: grandi opportunità, grandi speranze, grandi esperimenti, grande mobilitazione, grande ottimismo. Ma ancora molto da dimostrare nella pratica. Soprattutto quando gli entusiasmi della lunga campagna elettorale lasceranno spazio alla routine della politica. E, con questo, credo sia tutto da New York.

17.30, P come Partecipata
Andrew Rasiej e Micah Sifry raccolgono al volo l’invito di stamattina da parte di Douglas Rushkoff. D’ora in poi PDF starà per Partecipatory Democracy Forum.

17.20, Chi l’ha detto?
Breve spazio a disposizione di nuove applicazioni web al servizio della politica. Qualche aggiunta alle già innumerevoli funzioni di OpenCongress. Particolarmente interessante la banca dati di MetaVid, che raccoglie un patrimonio di dichiarazioni e discorsi in video dal 2006 in poi. Colpiscono in particolare le funzioni di ricerca molto avanzate e il servizio di montaggio video integrato, con cui ciascuno può prodursi un montaggio personale.

17.00, The Twitter Song
Intermezzo musicale, tra il serio e il faceto, prima della sessione plenaria conclusiva. Sul palco jazzosamente prestigioso del Lincoln Center, Mary Hodder e Josh Levy cantano If I Had a Twitter. Il video è già su YouTube. Su Twitter gira l’espressione jumped the shark. 🙂

16.20, Il segreto del successo
Nella sessione dedicata al viral-qualunquecosa, Jonah Perretti (BuzzFeed) ha definito il target di riferimento: il network-dei-lavoratori-annoiati. Ma serve del gran seed marketing. Ecco.

15.40, Second Nothing
Magari mi sarà sfuggito qualcosa, ma in due giorni di incontri non mi è ancora capitato di sentir nominare Second Life. Curioso.

15.05, Caricare prima che scaricare
Della conversazione tra addetti ai lavori sulle politiche per far aumentare la diffusione della banda larga (consideriamola una public utility, pensiamo alla Rete come alle strade, dice Cerf), mi resta soprattutto un passaggio che completa il ragionamento di Gilberto Gil stamattina, un collaboratore del quale al momento è sul palco. Bene la cultura peer to peer, e pure quella peeracy che pure suona tanto come piracy. Però insegnamo ai ragazzi a caricare prima che a scaricare.

14.45, Pensavo parlassimo di processi
Credevo fosse una prerogativa molto italiana drammatizzare oltre il ragionevole ogni situazione in una chiave politica competitiva, destra contro sinistra (e viceversa). Da due giorni, appena il contesto si riferisce in modo specifico agli affari correnti statunitensi, in sala e su Twitter parte il coro delle strumentalizzazioni e delle dietrologie all’italiana. Al momento, per esempio, l’Obama guy sul palco della sala principale è accusato di essere troppo Obama guy e buonanotte all’imparzialità del dibattito. L’impressione è che i repubblicani soffrano oltremodo qualunque frase in cui compaiono contemporaneamente le parole Obama e Internet.

14.20, Se fossi il presidente
Sei il nuovo presidente degli Stati Uniti, qual è il primo atto del tuo mandato? Vint Cerf: abolirei la Federal Communication Commission. Josh Silver: proporrei un bill of rights per l’Internet Protocol. Claudio Prado: darei al governo una settimana per comprendere il Dna della Rete.

14.05, Uh… a proposito
Qui, nella culla delle paranoie antiterrorismo, sono collegato da due giorni alla rete WiFi aperta della conferenza. La Rose Hall, che ospita la conferenza, ha un’altra rete, lentissima, che permette l’accesso agli ospiti. Nei dintorni dell’albergo c’è un benedetto router aperto che copre anche le nostre esigenze serali e mattutine (curiosamente, è l’unico aperto che Antonio e io abbiamo trovato finora in giro per Manhattan, ma tant’è). Da quando sono qui non ho lasciato le mie generalità a nessuno per connettermi e scrivere queste poche parole. Per dire, invece, in Italia.

14.00, Internet per tutti
A margine della conferenza è stato presentato Internet for all, una sorta di consorzio di operatori pubblici e privati di buona volontà che credono nella diffusione dell’accesso a banda larga alla Rete come volano di sviluppo e opportunità. Internet non più come bene di lusso, ma come lifeline per l’intera comunità americana. Di fatto un gruppo di pressione specializzato che premerà sul Congresso e sulla Presidenza per dare vita ai suoi principi.

12.40, Hyperpolitics, hyperpeople
La sessione conclusiva della mattina è di Mark Pesce, una lunga carrellata di suggestioni che partono dalle origini della civiltà, passano per Gutenberg e toccano la crescita esplosiva della comunicazione e della conoscenza di questi anni. E il cui punto di arrivo sostanzialmente dice che la condivisione è una minaccia per chi detiene il potere. E che la democrazia è superata da questa forma esasperata di iperconnessione globale.

12.20, Peeracy
Sessione a più voci sull’uso della tecnologia nella soluzione dei problemi globali. Robin Chase (GoLoco e ZipCar) riflette su scarsità e abbondanza, laddove spesso l’una e l’altra sono soltanto un punto di vista limitato sulla realtà e sulle opportunità che ci si presentano. Gilberto Gil, ministro brasiliano della cultura, saluta con benevolenza la pacifica rivoluzione della cultura peer to peer, spendendo addirittura un neologismo: peeracy. Van Jones (Greenforall) richiama l’urgenza di una economia a basso impatto ambientale.

11.30, Civic Technology
Jonathan Zittrain (The Future of the Internet. And How to Stop It) gioca in modo molto efficace con la tecnologia buona e la tecnologia cattiva. Ovvero la tecnologia che serve le persone ed è controllata dalle persone e la tecnologia che si chiude, sfugge al controllo e serve interessi spesso deprecabili o incomprensibili.

10.30, The delete botton on democracy
Seguono tre interventi minori, tutti basati sulla critica più o meno costruttiva all’amministrazione pubblica americana. Il governo dovrebbe investire di più sulla banda larga (Jonathan Adelstein, Fcc). Il governo non spinge abbastanza sulla democrazia e dovrebbe adottare strumenti per ascoltare di più e meglio i cittadini (Steven Clift, e-democracy.org). Carrellata sui servizi utili che il governo potrebbe incentivare e promuovere sul web – dove apparently si scopre che l’e-government negli Stati Uniti non è poi così avanti né pervasivo quanto penseremmo in Italia (Sheila Campbell, USA.gov).

10.00, Lessig
Gran presentazione di Lawrence Lessig. Lo scopo era promuovere Change Congress, iniziativa sua e di Joe Trippi. Dice, in estrema sintesi, Lessig: l’indipendenza dichiarata dai padri fondatori è diventata dipendenza. Dipendenza dai soldi, dal potere, dalla festosa sceneggiata che ogni quattro anni celebra la democrazia. Questa dipendenza sta facendo grandi danni, ma il peggiore è che ha minato la fiducia. La soluzione è rompere la dipendenza del potere dal denaro. Non è il problema peggiore, ma è il primo problema da affrontare.

9.30, Decide la millennium generation
Interessante lettura di Morley Winograd, basata sul suo libro Millennial Makeover, sulla politica americana in termini di spinte generazionali. La quarta, quella che deciderà le sorti politiche del paese quest’anno, è la millennium generation, la più numerosa e multietnica della storia americana.

9.00, Il nuovo rinascimento
L’apertura del secondo giorno qui al Personal Democracy Forum di New York è dedicata al nuovo rinascimento. Douglas Rushkoff, autore fra l’altro di Open Source Democracy, si sbraccia per dire che personal democracy è un ossimoro. La democrazia e l’individuo sono inscindibili. Ma se il primo rinascimento aveva a che fare con la scoperta dell’individuo, il nuovo rinascimento riguarderà la comunità, sarà un rinascimento di gruppo. Finora abbiamo mancato le opportunità offerte dai media: la scrittura, il broadcast. Le persone non hanno imparato a leggere, hanno imparato ad ascoltare. Potevamo avere una nazione di persone che leggono, abbiamo una nazione di eroi. Così oggi abbiamo una nuova opportunità; ma non ha più a che fare con la scrittura, quella è storia passata. L’opportunità di oggi è partecipare attivamente alla riprogrammazione della cultura. La democrazia è un evento collettivo.

[Gli appunti di ieri, qui]
Giugno 23 2008
[Gli appunti del secondo giorno sono qui]

18.20, Liberi tutti
Giornata ricca e stimolante. Finisce con le note a tutto volume di McCainiac. Ora cocktail di fine giornata. A domani.

18.15, Cara, sono a casa
Via vai in casa Edwards. John è tornato a casa e si siede a sua volta sul divano a fiori. Ilarità generale. Ma conversazione calda e piacevole. Di cui si può leggere più o meno tutto su Twitter, in questo momento.

17.15, Merenda a casa di Elisabeth
Doveva essere qui in teatro, ma pare che dal North Carolina non sia partito un aereo nelle ultime 24 ore. Così il teatro va a casa sua. Lunga panoramica sul soggiorno di casa Edwards, poi entrata trionfale della padrona di casa, che ora sta conversando con Andrew Rasiej.

16.45, Ognuno al suo posto
La discussione si è definitivamente spostata dai processi politici ai processi dell’informazione legati alla politica (e non solo alla politica). Nel teatro, dove tra gli altri c’è Jay Rosen, e sugli spazi digitali, dove tiene banco Jason Calacanis, è in corso una discussione sugli spazi del giornalismo e quelli del crowdsourcing. Blog e giornalisti devono negoziare il proprio rapporto? Devono farsi ciascuno gli affari propri? Pensate tutte le possibili posizioni intermedie e avrete un’idea di quel che si sta dicendo.

15.10, Non è tutto network quello che è social
Dice Shirky che MyBarackObama sembra un social network, ma in effetti non lo è: la confezione è quella, ma sviluppa pochissima conversazione.

15.00, Vargas dixit
In compenso mi è piaciuto Jose Vargas, giovane giornalista del Washington Post. Quando la conversazione ha preso una piega molto squilibrata sugli strumenti (messenger? Facebook? MySpace?) ha tagliato corto: “it’s just people“. Secondo Vargas “everybody is a journalist”, e comunque poco importa, perché “people decide what is relevant”.

14.50, Giornaché?
La sensazione è che non sia affatto chiaro quale impatto avrà la tecnologia sulla politica e l’informazione, tuttavia non sembrano esserci molti dubbi sulla crisi dei giornali (più che dei giornalisti). E pensare che qui negli Stati Uniti non hanno nemmeno l’Ordine, tsé.

14.00, Odio scegliere
Il programma del pomeriggio impone la scelta tra sei sale in cui si terranno sessioni parallele. Ne seguirei almeno tre. Alla fine vince la clickocracy del teatro principale, con Jeff Jarvis.

12.30, Campagne impettite
La sessione che sulla carta prometteva più spunti, quella che vede sul palco sei protagonisti delle campagne web dei candidati alle primarie, è al momento la meno efficace. Tutti estremamente formali e sottotono, attenti a una cortesia e a un equilibrio che non permettono di sbilanciarsi troppo. Certo grasso che cola, se pensiamo all’Italia: questi parlano di social network con la scioltezza con cui da noi si parlerebbe di mailing list.

11.40, Here Comes Clay Shirky
Cita decine di iniziative per raccontare il web come un luogo azione collettiva. Il mezzo di comunicazione diventa sempre più un luogo di azione. Ovunque trovi persone che iniziano a fare qualcosa o costruiscono qualcosa. L’open source indica la strada: la chiave non è tanto nello strumento, ma nella licenza, nelle istruzioni che permettono a tante persone di attivarsi in modo veloce, distribuito, organizzato.

11.25, Democrazia imbottigliata
Comincia Chuck Defeo: i nuovi media sono vino nuovo in una botte nuova oppure vino vecchio con una nuova confezione? Di certo una nuova bottiglia, ma è giusto che il vino non sia del tutto nuovo, gli risponde Arianna Huffington.

11.15, Arianna Huffington
Bell’intervento, efficace, dritto al punto. Affidabilità, trasparenza, ricerca della verità. Non possiamo più raccontare il mondo mettendo semplicemente le due facce di una medaglia una accanto all’altra, col giornalista in mezzo a dirigere il traffico. Bisogna ricercare la verità, ci sono informazioni vere e informazioni non vere, quelle non vere non devono più passare. Il racconto della verità oggi non è più affidabile. I giornalisti hanno pieno accesso al potere, ma la storia gli passa sotto il naso (cita pesantemente Bob Woodward). La peggiore tradizione del giornalismo è quella che riporta dichiarazioni e azioni altrui in modo acritico. I blog potranno migliorare le cose, quando avranno pieno accesso diretto al potere – per esempio, alla Casa Bianca o al Congresso. Non serve buttare via tutto: abbiamo tutto l’interesse a recuperare il meglio degli old media.

10.55, Frasi
Non ci serve mobilitazione, ci serve organizzazione (Zephyr Teachout)
Il sistema che stiamo creando è di gran lunga più aperto del sistema dei media (Micah Sifry)
La sfida è usare il nuovo sistema per costruire una nuova agenda, un crowdsourced wikified new contract for America (Patrick Ruffini)

10.50, HRC
Un messaggio da Hillary Rodham Clinton sullo schermo. Un’imitazione, ovviamente. Gli americani in sala se la ridono. Dice che farà uno reality show su YouTube in cui lei sarà la presidentessa degli Stati Uniti, live 24/7.

10:45, Mappe
Finora abbiamo visto molta cartografia della blogosfera. Le più interessanti da qui. Un bel modellino sulla propagazione dei messaggi all’interno della blogosfera americana lo ha mostrato Matthew Hurst di Microsoft. Tutti brevi sguardi, ci sarebbe molto da approfondire. L’impressione in generale è che lo studio dei processi sia cresciuto molto, ma che si limiti ancora all’osservazione. Come dire: conosciamo meglio l’acquario e i movimenti dei pesci, ma non ragioniamo ancora come pesci. Il che è strettamente collegato con le benedette metriche della Rete.


Vedi anche il live blogging di Antonio Sofi
Gli orari indicati sono, of course, GMT-5.

Giugno 15 2007

Durante Web 2.0ltre, in particolare nel corso della prima giornata, mi è tornata in mente la storiella dei ciechi che vanno allo zoo a scoprire l’elefante. Dovendo usare le mani per scoprire il grande animale ne traggono ciascuno un’analogia differente: l’elefante è come un serpente (chi toccava la proboscide), l’elefante è come un palazzo (chi toccava il busto), l’elefante è come un albero (chi toccava la gamba). E via dicendo. Così per il Web 2.0: ognuno l’ha analizzato da una prospettiva differente, in una gamma di sguardi che andava dall’esaltazione alla negazione di qualsivoglia motivo di novità. Mi sembra una buona cosa per un convegno, e per un convegno a pagamento destinato a delle aziende in particolare.

Io ho vissuto le due giornate da un punto di vista privilegiato, e lo dico a mo’ di disclaimer rispetto a tutto quello che sto per dire. Ma qui parlo da spettatore, soprattutto. L’ho trovato un incontro molto stimolante, forse perché alle persone e ai concetti consueti si sono aggiunti stimoli e persone che non conoscevo. Ho la piacevole sensazione di aver rimesso in moto il cervello su alcuni temi che da troppo tempo doòormai per consolidati. Qualche appunto sparso.

Pecore e supereroi. Ho amato in particolare l’intervento di Bernard Cova. È una di quelle persone in grado di catturare il tuo sguardo sulle cose e spostarlo per mezzora qualche metro più in avanti. Difficile rendere giustizia alla sua carrellata di suggestioni a cavallo tra sociologia, antropologia, economia e tecnologia, ma il concetto cardine è che le persone stanno cambiando, stanno rispolverando la necessità di creare quotidianamente e nel tempo stesso di appartenere. Non più gregge di pecore, ma supereroi che agiscono insieme. La comunità, l’essere insieme, la we-ness è parte integrante dell’identità. Il marketing si capovolge, i consumatori diventano produttori di senso, le aziende devono reinventarsi (ma con buon senso). Tutto questo avviene – e su questo passaggio sto rimuginando ancora – non come conseguenza del Web 2.0, perché al contrario è la tecnologia che si sta adeguando al capovolgimento della società. E se il Web 1.0 non ha funzionato, aggiunge Cova, è anche perché l’evoluzione della società era già avviata.

Il Web 2.0 non esiste. Delle due l’una. O molte aziende convertitesi tra le fanfare al Web 2.0 non hanno ancora capito nulla del Web 2.0. Oppure stanno provando a cavalcare il fenomeno per ristabilire al più presto gli stessi recinti in cui eccellevano nel Web 1.0. Sentire Alice, Yahoo! Italia e Dada (ma anche altre aziende minori qua e là in altri momenti del convegno) parlare delle loro strategie, di revenue, di fatturati, di cpm, di cpa, di acquisizioni, di utenti che vogliono solo divertirsi e diverse altre amenità mi ha fatto sentire come un extraterrestre misantropo paracadutato per un errore di rotta nel bel mezzo del SuperBowl. In alternativa: me stesso alle conferenze stampa milanesi delle dot-com sei o sette anni fa. Ora, è evidente: loro stanno facendo milionate di euro, e nella scala di valori che va per la maggiore questo significa rispetto estremo e deferenza. Ma non credo ci sia stata una singola frase del panel di chiusura della prima giornata (Show me the money: ritorno degli investimenti e modelli di revenue del Web 2.0 nel mercato italiano e globale) che io, in qualche modo un addetto ai lavori, mi sia sentito di condividere. Anzi sì, una sola, quella che ha fatto più scalpore, ma in fondo anche la più onesta: il Web 2.0 non esiste, è il solito web partecipativo di cui parliamo da oltre un decennio (provocazione attribuibile, nello specifico, a Giancarlo Vergori di Alice). Ecco, nel loro caso – e benché mi faccia specie mettere nel mucchio anche una società che annovera servizi come Flickr o del.icio.us – forse è davvero così.

Basta poco. Una delle conversazioni più piacevoli è stata quella dedicata al corporate blogging. Ne conservo una conclusione a modo suo illuminante. E divertente, dal mio punto di vista. Le aziende restano sorprese che qualcuno voglia davvero parlare con loro. Le persone restano sorprese che un’azienda voglia davvero parlare con loro. Passata la paura si raccontano casi di successo. Non è così difficile, evidentemente. (Alessio Jacona, che moderava il panel, approfondisce il concetto)

L’email è morta. Se sul Web 2.0 si sono scontrate visioni diverse, dai relatori (quelli internazionali in particolare – e Lee Bryant il più incisivo in proposito) è emerso un dato tutto sommato condiviso: la posta elettronica ha fatto il suo tempo. Internet è un flusso, l’email è uno stagno che fa perdere troppo tempo. Bye bye email. Io non sono pronto, lo dico subito. Uso pesantemente le applicazioni più mature di Internet, buona parte dei contenuti di cui usufruisco passa per un feed Rss, converso e attingo alla conversazione. Ma no, non toccatemi ancora l’email. Sì, c’è lo spam. Sì, è una comunicazione più statica e faticosa. Ok, non è molto scalabile. Vero, in contesti collaborativi professionali ambienti integrati blog+wiki+aggregatori+feed funzionano meglio. Ma io considero ancora l’email come una componente fondamentale delle mie attività online, parte della mia identità digitale. Mi sono sentito spesso in anticipo sui tempi, negli ultimi giorni. Ma rispetto a questa prospettiva no, ho risvegliato quel poco di reazionario che c’è in me.

Pubblicità 1.1. Enrico Gasperini è stato bravo e coinvolgente. Ma da presidente di Audiweb ha fatto il suo mestiere, ovvero ha parlato della pubblicità degli investitori tradizionali che utilizzano strategie tradizionali all’interno di canali poco meno che tradizionali. Dunque dentro i banner, il marketing virale, il passaparola artificiale. Zooppa, tutt’al più, è la terra di confine. ReviewMe, Pay-per-post, Federated Media – per non parlare dell’unico vero avamposto di pubblicità 2.0, ovvero quel The Deck a cui nel mio convegno ideale dedicherei un’intera mattinata di studio – nemmeno di striscio. Molto si è detto di cost per click/impression/action, durante il convegno, ma non ho sentito un solo relatore citare anche solo per caso il cost-per-influence. Come se non bastasse, a un certo punto Gasperini ha rimarcato la difficoltà di raggiungere con la pubblicità online le fasce più giovani, perché i loro modelli d’uso di Internet sono talmente estremi, rapidi e peculiari da lambire appena le vie battute dai grandi investitori. È un bel problema! Questi qui come li andiamo a colpire?, si è lasciato candidamente sfuggire Gasperini. E io, che avevo un microfono acceso davanti alla bocca durante la sua pausa ad effetto, mi sono morso la lingua giusto un attimo prima di notare ad alta voce che non è mica obbligatorio colpirli, che non è certo un servizio pubblico e che forse potremmo anche lasciarli in pace, poracci. Ma è evidente che io ho un problema consolidato con la volgarità dei termini di marketing (colpisci tua sorella, se t’aggrada) e con le pretese universali dei pubblicitari rispetto alla necessità di raggiungere sempre e comunque tutti, notte e giorno, in qualunque contesto, a qualunque costo.

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Milano sullo sfondo. Io e Milano abbiamo un rapporto strano. Amore e odio. Il secondo vince regolarmente alla volata. Arrivare a Milano mi mette sempre di uno strano umore, probabilmente dovuto al rapido processo di assuefazione alla perenne incazzatura e fretta di cui risente qualunque atomo a quella latitudine. Ogni volta mi porto a casa una manciata di aneddoti. Il migliore, stavolta, nei bagni della hall del Marriott Hotel (qualche nota in proposito anche da Marco Formento), dove entro seguito da un businessman in completo grigio e faccia scura, con auricolare bluetooth all’orecchio e tanta, tanta fretta. Entriamo in due toilette contigue, separati da un pannello di compensato. Facciamo quello che dobbiamo fare, ciascuno per conto proprio. Dopo venti secondi sento il mio vicino dire a voce alta e scandendo bene le sillabe, con accento meccanico: «Te-re-sa-Me-noz-zi». Pausa, sospensione nell’aria. «Ah ciao Teresa, sono Adalberto, volevo dirti che per quella riunione poi ho pensato che» – sciaquone nella terza toilette, che non turba minimamente il mio vicino – «forse è il caso di anticiparla a domattina, perché» – ventola ad alta potenza per l’asciugatura delle mani, scatarrata di un altro avventore nella zona lavabi – «è molto importante che incontriamo quelle persone al più presto e facciamo» – tiro lo sciacquone io, sogghignando – «il punto della situazione. Puoi» – sciacquone suo – «pensarci tu e richiamarmi» – ci laviamo le mani uno accanto all’altro, serissimi e apparentemente incuranti l’uno dell’altro – «appena hai notizie? … Bene… Perfetto… Grazie… Ciao, ciao». Usciamo dal bagno, si schianta la poesia.

Maggio 2 2007

Io dei barcamp ho capito questo: se non presenti nulla, ti perdi metà del divertimento e metà dello scambio virtuoso di idee. Ovvero se non rispetti le regole, non ci rimettono soltanto gli altri, ma tu per primo. Dunque cercherò di non andare più a un barcamp senza qualcosa di pronto da raccontare.

Dello ZenaCamp si sa già quasi tutto, io mi sono limitato – mio malgrado e grazie soprattutto ad Andrea Beggi (l’eroe del giorno) e a Federico Fasce – a fare un po’ di pubbliche relazioni. Il merito della riuscita della giornata è tutto degli organizzatori, che – come già Antonella Napolitano a Casalecchio poche settimane fa – hanno fatto i salti mortali per far sentire ogni partecipante a proprio agio. Per il resto sottoscrivo il punto di vista di Antonio Sofi e auspico un barcamping, altrettanto bar ma anche un po’ più camping.

Prossimi appuntamenti: Matera e Torino il 12 maggio (dove non ho speranze di arrivare) e a Marghera il 14 (e lì almeno ci provo).

Dicembre 19 2005

È rimasta aperta la pratica Les Blogs. Lasciar passare un po’ di tempo, oltre che una questione di priorità lavorative, è stato un buon filtro. Chi cercava dettagli freschi, del resto, ha già a disposizione ogni ben di dio nelle centinaia di post archiviati in Technorati o di immagini pubblicate su Flickr. Il mio bilancio è misto: Les Blogs 2.0 è stato un ottimo punto d’incontro internazionale fra quanti si rimboccano le mani in questo settore, ma sul versante di contenuti poteva osare molto di più.

Il che da un lato mi dà sensazioni positive: forse in Italia non siamo poi così indietro e negli ultimi anni (penso al Nuovo e Utile Web dello scorso maggio a Firenze) qualche spunto interessante su come riunirsi a parlare di blog c’è stato anche da noi. Per esempio, sono più che mai convinto del fatto che la separazione tra palco e platea – almeno quando si parla di tecnologie che rinegoziano i ruoli tradizionali – sia una barriera che rallenta incredibilmente lo scambio proficuo. E non c’è backchannel (ovvero la chat che si sviluppa parallelamente al convegno) che regga il confronto.

D’alto canto, mi aspetto che chi si presenta a uno dei maggiori incontri internazionali dedicati a una presunta rivoluzione della comunicazione non ricorra a forme troppo tradizionali di divulgazione. In quasi tutte le sessioni è mancato uno stato dell’arte condiviso da cui partire, i tempi a disposizione dei relatori erano molto ridotti e molti si sono accontentati di girare intorno a concetti noti e rassicuranti. Forse per disincentivo della stessa organizzazione, non ne ho idea, ma solo un paio di relatori ha fatto ricorso a slide schematiche attraverso cui mostrare ciò di cui parlava e fornire una traccia utile per seguire il discorso (considerato anche che l’inglese faceva da territorio linguistico franco per per una ventina di diversi idiomi nazionali).

Mi ha colpito soprattutto l’atteggiamento delle aziende. Io non so se la sponsorizzazione dell’evento era una conseguenza dell’essere stati invitati a parlare o se, viceversa, alcuni relatori sono stati invitati perché la loro azienda sponsorizzava l’evento. Tant’è che la sufficienza e/o la preparazione sommaria che hanno dimostrato molti tra quelli che avevano la responsabilità di parlare del rapporto tra interessi commerciali e blog sono state imbarazzanti. Fatto che considero, insieme ad altri autogol appena più marginali, piuttosto stupefacente. Se finanzi un incontro dedicato a uno strumento che permette a chiunque di esprimersi senza mediazioni su scala mondiale, il primo a essere messo sotto i riflettori sei inevitabilmente tu. Non basta metterci i soldi, devi anche convincere.

Detto ciò, non sono stati pochi nemmeno gli stimoli positivi. Che legherei, più che a una specifica sessione, a persone particolarmente interessanti per quello che hanno raccontato e per come lo hanno raccontato. Adriana Cronin-Lukas, per esempio, è una consulente dalle idee molto chiare e ha retto il confronto con Ceo e blogger d’azienda convinti di poter prendere dai blog solo quanto fa loro comodo, sottraendosi qualora il confronto diventi complesso o faticoso. Mi ha affascinato molto Global Voices, una sorta di hub di hub che utilizza l’aggregazione dei contenuti dei blog per dare vita a un progetto di informazione globale su scala più vasta di quanto si sia visto in giro finora (build bridges between cultures, costruire ponti tra le culture, è la parola d’ordine): guarda caso, dietro a un progetto interessante ci sono persone interessanti come Ethan Zuckerman e Rebecca MacKinnon. Mena Trott, padrona di casa dal carattere piuttosto franco, è andata forse sopra le righe, ma ha il merito di aver avviato un confronto piuttosto interessante sulla responsabilità dei blogger, concetto molto caro da queste parti. Bei personaggi, che mi riservo di scoprire meglio, sono Hugh MacLeod e Marc Canter, a ciascuno dei quali va il merito di aver proposto una visione sull’evoluzione della socializzazione in Rete non scontata e molto etica. Mi è piaciuto moltissimo David Sifry, gran capo di Technorati, che chissà perché mi aspettavo in veste di manager rampante alla conquista della Rete, e che al contrario si è rivelato una persona generosa, appassionata e molto rispettosa dei processi di Rete – il che mi rassicura sul destino di uno degli snodi più importanti della “nuova” Rete. Infine Ben Hammersley, di cui mi ero perso il chiacchierato intervento fiorentino, ha portato a Parigi la visione forse più incisiva, combattiva e divertente: siamo a una svolta culturale tra aperture e chiusure, il blog in sé è solo uno strumento, ma uno strumento che ci permette di influire con le nostre scelte sulla direzione che sta prendendo il mondo.

L’altra sensazione, scontata ma più che mai netta, è che siamo tagliati fuori. Noi italiani, dico, ma in generale tutti quelli che si esprimono solo con la loro lingua nazionale nei loro siti. Da amante delle sfumature che solo la lingua madre ti consente, sono il primo ad avere resistenze nello scrivere i miei post in inglese. Ma a Parigi mi sono reso conto una volta di più, e in modo più sfacciato di quanto mi fosse capitato in passato, che la conversazione della Rete si svolge in inglese; tutto il resto è destinato a perdersi o a sollazzare piccole comunità locali, insignificanti rispetto all’enormità della comunità della Rete. Se l’Italia conta poco, oggi, nella blogosfera mondiale, non è tanto per il numero esiguo di voci (che pure incide) o per i fantasiosi limiti alla libertà di espressione che ci attribuiscono in Europa (ne parlava Zoro), quanto semmai perché non siamo in grado di farci ascoltare. Ho la sensazione che in Italia si sia diffuso un dibattito teorico “puro” più vivace che in altre nazioni, come gli Stati Uniti, dove prevale l’eccellenza nella realizzazione di strumenti o nella sperimentazione di modelli di business compatibili. Peccato semplicemente che non valichi le Alpi, dunque di fatto resti sterile. Ci viene richiesto impegno e sacrificio, insomma, ma su questo io per primo prendo colpevolmente tempo.

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La sensazione in merito al fatto che in Italia vengano organizzati incontri all’altezza, in realtà, s’è smontata già venerdì a Roma, al convegno su Internet e Politica organizzato alla Camera dei Deputati. Che ha finito per diventare l’ennesima replica dell’ormai francamente insopportabile recita autoreferenziale tra l’esponente di turno di centrosinistra e l’esponente di turno di centrodestra, e ben poco di più.

La mia conclusione, se dovessi basarmi su quello che ho sentito nella Sala del Cenacolo, è che la politica italiana ha capito pochissimo di Internet. E fin qui poco male, se non fosse che al contrario i politici non sembrano avere molte remore nel riempirsi la bocca di verità che non possiedono, violentando tutto ciò che la Rete mette a loro disposizione. Come se non bastasse, ci si mette pure la ricerca di turno, generosa ma fondata su presupposti ed equivoci pesantemente old media, ad accreditare le scelte miopi e egocentriche dei partiti. Il mio stupore è moltiplicato dal fatto che Paolo Gentiloni e Antonio Palmieri con Internet hanno a che fare da tempo e sono tra le persone più accreditate in materia nei rispettivi schieramenti. E se Marco Montemagno aveva una comprensibile fregola di accreditare blog e nanoblog come modello di un successo misurabile secondo numeri rassicuranti per i non addetti ai lavori, a ben poco è servito l’onesto tentativo di Luca De Biase di riportare l’attenzione sull’orizzontalità di Internet e sul rischio di fraintendere i suoi meccanismi. Era tardi, ormai, quando l’hanno lasciato parlare.

Mi dispiace non tanto per l’occasione in sé, che forse aveva altre premure rispetto a quella di fare divulgazione di nuove pratiche, quanto per la sensazione sempre più allarmante che la politica stia andando altrove, indipendentemente da quanto di buono si costruisce in giro per il mondo. Lo diceva bene Giuseppe ieri: non è più questione di destra, di centro o di sinistra. È questione di ricollegare la politica alla realtà. E se queste sono le premesse su cui anche la frangia più tecnologica (dunque, indipendentemente da Internet, quella che si presuppone più reattiva di altre nel prendere atto di ciò che si muove nel mondo) pensa di costruire il suo futuro, c’è di che esserne preoccupati. Molto preoccupati.

Dicembre 6 2005

Le ultime sessioni di Les Blogs hanno riscattato anche alcune perplessità sulla prima parte del convegno (in sintesi: il punto di arrivo di molte sessioni è stato quello che mi aspettavo fosse il punto di partenza). Ma è stata una bella esperienza. Non ne ho scritto, finora, più che altro per una questione di lavoro (un primo articolo, che dovrebbe uscire giovedì, aveva la precedenza) e di batteria del portatile (la mia spina aveva una presa a terra di troppo, e se non fosse stato per la pazienza di Samantha non starei consumando ora nemmeno l’ultimo residuo di carica).

Entro la settimana dovrei tornare in condizioni ottimali e spero di ragionare su alcuni spunti interessanti della conferenza. Nel frattempo, cercando col tag lesblogs in giro per la blogosfera trovate già un sacco di materiale e di fotografie. Inoltre, Stefano Vitta ha raccolto molti appunti su Blogtools.

Settembre 29 2005

I miei Webdays potrei riassumerli in due immagini, tutte e due fotografate – nemmeno a farlo apposta, vedi a volte la sintonia – da Stefania. La prima ritrae una signora anziana che chiede spiegazioni a un relatore che ha appena terminato il suo intervento. La seconda inquadra un bimbo che, sullo sfondo dei Webdays, si gusta con intensità il suo gelato al cioccolato.

Nella prima ritrovo la bella emozione di vedere la sala affollata e attentissima durante tutte le sessioni di Web over 60, il programma divulgativo per ultrasessantenni ospitato nella tre giorni torinese. Dài loro una ragione per utilizzare questi strumenti e qualche dritta su come cominciare – dunque non semplicemente un pc e un libretto d’istruzioni – e avrai i più convinti sostenitori e diffusori di buone pratiche (ce lo diceva Stefania: è la stessa linea di un recente progetto europeo dedicato agli anziani, che prevedeva di identificare interlocutori lontani prima di insegnare come utilizzare il pc e la Rete per dialogare con loro). Pare che questa non sia affatto una novità a Torino, dove l’offerta di tecnobadanti e corsi di formazione specializzati è piuttosto ricca e collaudata, ma ha ragione Axell quando afferma che è quella sala piena di persone non più giovanissime l’eredità più importante dei Webdays.

Resta il fatto – ne parlavamo con Antonio Sofi, ricordando un mio vecchio post e alcune idee ancora nel cassetto – che a me il rapporto tra anziani e tecnologia affascina davvero molto ed è ora che ci lavori un po’ su. Le esperienze cominciano a essere numerose (tutte le grandi città hanno ormai esperienze consolidate in proposito) ed è una ricchezza che sarebbe bene cominciare a divulgare.

La seconda fotografia ha dentro sé tutto il piacere di passare alcuni giorni tra persone belle, curiose e generose di stimoli. Domenica sera c’è stato un momento in cui, per diverse coincidenze, mi sono trovato seduto allo stesso tavolo con amici provenienti da diverse esperienze, tutte non collegate tra loro: Fabio, con cui a Trieste ho condiviso un periodo di ricerca sugli ipertesti nel laboratorio di Fileni; Pietro, che prima di arrivare ai blog è stato uno dei miei collaboratori preferiti a Internet News; Antonio, che è tra gli incontri più felici che mi abbia mai stimolato la Rete. Ma potrei aggiungere, nei giorni precedenti, Giuseppe, che per me è sempre più un fratello di bit; e Derrick De Kerckhove, sui cui libri studiavo dieci anni fa e che ancora oggi ispira, con eccezionale partecipazione d’animo, il mio lavoro; e Gaspar, di cui adoro quel mix così peculiare di slanci contagiosi, bonarietà, ferreo rigore e capacità di sintesi; e Andrea, che ogni volta che ci incontriamo mi spiace abitare tanto lontano perché sono certo che la sua compagnia faccia bene allo spirito. E tanti tanti altri, che se continuo diventa la processione dei santi.

E, in tutto questo, pensavo: ma tu guarda la rete, quella concreta e tutta umana, come riesce sempre sorprenderti, con fili diversi che si annodano all’improvviso, dando un senso più ampio al percorso di ciascuno. Sabato c’è stata un’interessante domanda di Effe, durante l’intervento di De Kerckhove, che – senza fare molta giustizia alla sua stimolante impertinenza (ma magari lui mi aiuterà nei commenti a ripristinarne il senso) – potrei sintetizzare così: che fine fa l’identità in questo universo aperto di contenuti ricombinabili del Web, che prescindono sempre più dal contenitore a cui appartengono ed esistono in funzione del personale percorso di senso di chi li consulta? La mia risposta, citando Bateson e la sua idea di informazioni che scaturiscono da differenze, sarebbe stata che se anche ci rimettiamo progressivamente un po’ di nome e un po’ di faccia, mettiamo in circolo qualcosa di molto più importante, ovvero il nostro sguardo sul mondo, il nostro mondo di essere, le nostre associazioni mentali. Fomentiamo informazioni con le differenze che rendono ciascuno di noi unico. E il premio, che ancor oggi è l’ambitissimo quarto d’ora di celebrità, domani potrebbe essere la partecipazione, discreta nella forma ma integrale nella sostanza, alla più ampia e democratica modalità mai esistita di fare parte del modo-in-cui-vanno-le-cose-in-questo-mondo.

L’impressione positiva, nel piccolo spaccato di Rete incontrato a Torino, è che sempre più persone si riconoscano in questo modo di concepire il proprio impegno in Rete (dove Rete è tutto fuorché un ambiente virtuale e alternativo alla realtà). Chi sale su un palco lo fa tutto sommato con spirito di servizio: io stesso, se mi è capitato di parlare, è solo perché di mestiere faccio divulgazione, ovvero raccolgo e rimetto in circolo con ordine le idee di tante persone. La eventuale e trascurabile attenzione sulla mia persona è solo funzionale a mettere chi ascolta (o chi consulta in seguito i materiali dell’incontro) nelle condizioni di iniziare un percorso dentro uno spicchio di quella che è già a tutti gli effetti conoscenza condivisa.

Dopo gli interventi di Granieri e De Kerckhove, che hanno l’abitudine di volar alto anche se parlano di tag e post, Stefania si gira, mi guarda con gli occhi illuminati di chi ha messo insieme i pezzi, e mi dice: «È tutto un ritorno alla visione induista: tutto è interconnesso, tutti siamo parte di un tutto e solo l’unità delle cose porta alla completezza». Ecco, appunto.

Maggio 24 2005

Per mille motivi, che non sto qui a spiegare, queste non sono per me le giornate giuste per mettere ordine negli appunti e nelle sensazioni raccolte a Firenze, a Nuovo e Utile. Per ora l’unica cosa che sono riuscito a fare è stato condividere due righe sulla mia relazione e un paio di foto. Va così, per ora.

So che all’opera di digerire gli spunti è al lavoro Antonio Sofi, per cui tenete d’occhio Webgol nei prossimi giorni. Del resto lui è stato uno dei pochissimi a presenziare indefessamente tutti e cinque i giorni. Nonché uno dei pochi a cogliere sempre e comunque il lato bello della vicenda, anche quando diluviava e il pubblico entrava magari solo per ripararsi dalla pioggia.

Dico questo perché mi dispiace un po’ che chi c’è stato trovi modo di evidenziare quasi soltanto i lati negativi. C’era poca gente? Oh, vero, ma quella poca era (quasi) tutta da noi, era partecipe come non s’è visto mai e (almeno nei due giorni in cui c’ero) ha gradito. Mi dispiace, oltretutto, anche perché dimenticarsi di raccontare anche il buono che è uscito dalla polveriera da il la ai soliti imbecilli che nemmeno c’erano ma non perdono l’occasione di mettersi in bocca quattro scemenze pur di levarsi vecchi sassolini dalla scarpa.

Per esempio, vogliamo dire che la formula informale ha funzionato? Nessuno ha sprecato una riga per la bella intuzione del salottino intimo al posto del solito tavolone presidenziale da aula magna, per dire. E vogliamo aggiungere che il programma dai tempi dilatatissimi era azzeccato? Quando Giuseppe Granieri me lo ha fatto leggere per la prima volta, io ero molto scettico: incontri ogni due ore? Tempi così laschi? Sarà difficilissimo tenere alta l’attenzione e non disperdere i temi, le persone, il clima positivo. E invece no: nei primi due giorni si faceva a mala pena a tempo a concedere dieci minuti di pausa prima di ricominciare. Questo non perché l’ospite di turno straparlasse incontinente, ma perché non c’era più ospite e pubblico, c’era semplicemente un gruppo di persone che interagiva. E interagiva piuttosto bene, per quel che ho visto mercoledì e giovedì.

Secondo aspetto interessante: ridendo e scherzando, e nonostante alcune assenze da rimpiangere, sono state messe a confronto con il mondo dei blog persone che partivano da tutt’altri punti di vista. Penso in particolare al secondo giorno, quello dedicato al giornalismo. Sempre restando nella pacatezza più costruttiva, ma su alcuni punti – vedi diffusione dei link, ruolo dei giornali online, innovazioni considerate strategiche – non mi sento di dire che ci fossero né punti di partenza né punti di arrivo condivisi. Ma, una volta tanto, penso che i giornalisti presenti abbiano assorbito un po’ di stimoli dai blogger e i blogger abbiano capito qualcosa di più dei giornalisti. Vedere il mondo con gli occhi degli altri, non è forse questo che suggeriamo spesso?

Il terzo aspetto che ho apprezzato: quando si parla senza fretta, quando non si ha l’ambizione di stravolgere il mondo in un giorno, ma semplicemente si mettono a disposizione intuizioni ed esperienze, abbattendo invece che costruendo distanze, ecco è in questi casi che si finisce per fare i grandi passi avanti. Fossero anche aspetti apparentemente minori. Per dire, credo che Gino Roncaglia, mai abbastanza celebrato per le sue doti divulgative, in due ore abbia dato alla causa delle aggregazioni di contenuti più di quanto noi tutti insieme abbiamo fatto nell’ultimo anno.

Non è poco, no?

Marzo 25 2005

Di Pisa vorrei raccontare molte cose. Per esempio di come semplicità, informalità e assenza di protagonismo siano la dimensione ideale per raccontare che cos’abbiano di speciale i blog. Di come a volte si parta con uno zainetto leggero di idee da distribuire e si torni con un baule di stimoli raccolti. Di come le persone più interessanti spesso siano quelle che stanno ai margini e lavorano dietro le quinte, onorando il tema della manifestazione con il proprio impegno. Sarebbe degno di un racconto anche l’abbinamento tra blog e anatomia (nel cui dipartimento dell’Università di Pisa l’incontro si svolgeva): alla fine sospetto che non fosse poi così casuale.

Ma più che cronaca sono sensazioni: meriterebbero di essere metabolizzate e di trovare una sintesi che questi giorni caotici non mi permettono. Magari ci ritorno in seguito. Per l’intanto, qualche foto magari aiuta a rendere l’atmosfera, mentre una cronaca piuttosto puntuale si trova da Maestro e gli echi più poetici li trovate dalla meravigliosa Regina del Sole.