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Tag: politica

Aprile 11 2005

Tutto quello che mi girava per la testa e che da giorni avrei voluto scrivere a proposito delle ultime elezioni, dell’entusiasmo e degli errori della sinistra, lo ha già scritto – come meglio non avrei saputo fare – Vanz:

Più ci penso, meno sono contento del risultato di queste elezioni. Anzi sono convinto che non c’è da stare per niente tranquilli. [..] Quello che mi preoccupa veramente è che l’Ulivo, vincitore o meno, non abbia saputo nè voluto dare una risposta alle aspettative del suo elettorato attuale e di quello potenziale. Facendo un sacco di errori e agendo con leggerezza rispetto a quello che noi elettori ci aspettiamo dalla famosa “opposizione matura”.
[continua a leggere su Maestrini per caso]

Aprile 5 2005

Forza Italia è, nel migliore dei casi, un grande comitato elettorale, che si mette in funzione per il suo capo solo nelle prove decisive, e che del capo non riproduce in alcun modo le innegabili capacità e gli innegabili meriti (di leader e di comunicatore, se non di statista), ma i limiti e i difetti; e anzi li ingigantisce. Berlusconi governa, come governa, badando ai suoi interessi, andando dritto ai suoi scopi e premiando i fedeli, indifferente o peggio non solo nei confronti dell’opposizione, ma di qualsiasi interlocutore non compiacente? E così pensano di poter fare, su suo mandato, i luogotenenti: salvo scoprire, quando si aprono le urne, che così forse si può governare una proprietà o un’azienda, non un partito. Per il semplice motivo che un partito, anche in tempi di crisi, è un’altra cosa. Una forza capace di esprimere un progetto, di ascoltare la società e di parlarle, di mettere a confronto democraticamente al suo interno diverse anime, e anche di immaginare nuove politiche e nuove leadership. Un soggetto simile Forza Italia non lo è mai stata, non lo è, non lo sarà mai. In passato, questa è stata, per paradosso, una forza. Ora è una debolezza grave. O peggio.

Paolo Franchi sul Corriere della Sera di oggi (anche online)

Marzo 6 2005

Anche la verità su ciò che è realmente ed esattamente accaduto a Bagdad, con la morte di Nicola Calipari e il ferimento di altre persone – tra le quali Giuliana Sgrena, appena liberata – si saprà solo quando tale verità non avrà più alcuna importanza politica, quando non potrà più favorire o danneggiare nessuno, quando nessuno potrà usarla a proprio vantaggio, quando nessuno la temerà più e dunque nessuno più se ne interesserà. La verità vi farà liberi, dice il Vangelo, ma purché non arrivi troppo tardi, quando lo schiavo da liberare è già morto. Sapere adesso che Stalin era un mostruoso tiranno e non un padre di popoli serve poco; bisognava saperlo allora, quando veniva adorato, perché solo così sarebbe stato possibile salvare i milioni di sue vittime. Non si sa ancora, dopo duemila anni, se Gesù sia stato processato dagli ebrei o dai romani – come hanno sostenuto alcuni storici e giuristi israeliani – perché la certezza dell’’una o dell’’altra verità potrebbe avere ancora ripercussioni politiche sul nostro presente, sull’’atteggiamento verso Israele o l’’antisemitismo, sul rapporto tra quest’’ultimo e il cristianesimo. La verità si viene a sapere quando non è più pericolosa.

Claudio Magris, Corriere della Sera

Febbraio 7 2005

E’ prevista, infine, dallo stesso decreto la sperimentazione dello scrutinio elettronico, limitatamente alle elezioni regionali, che avverrà in una sola regione previa intesa con la regione stessa.

Newsletter di Palazzo Chigi.

Ottobre 13 2004

Poiché il ministro Tremaglia non solo conferma, ma rincara le sue dichiarazioni, mi sento di congratularmi con il movimento omosessuale italiano ed europeo per l’importante traguardo raggiunto. Come dice Tom,

Ragazzi, è finalmente arrivato il nostro momento: il ministro Tremaglia ha appena reso ufficiale che l’Europa ormai è a maggioranza frocia. Fra le prossime leggi che il Parlamento europeo certamente non mancherà di approvare sono già in programma degli incentivi per tutti i gay che decidano di sposarsi e adottare un pargoletto (compresi forti sconti da Bang & Olufsen, Versace e Clinique)… [continua a leggere su Tom Online]

Ottobre 9 2004

«Aver oscurato il sito di Indymedia è stata una cosa buona e giusta: non si trattava di controinformazione, ma di un sito che sputava fango e veleno, pieno di oscenità». Lo ha dichiarato Mario Landolfi, portavoce di Alleanza Nazionale (secondo Ansa, Repubblica.it, Corriere.it e altri).

Ottobre 9 2004

A volte tirar giù in modo plateale i server del più potente network internazionale di controinformazione, a quanto pare solo per cancellare una foto indiscreta, non è solo una procedura screanzata, ma anche il modo migliore per mettere migliaia di attivisti sulle tracce dei contenuti che si vogliono nascondere.

Poco bello è anche che a un atto così grave non segua, dopo oltre 36 ore dal sequestro del server di Indymedia presso il provider inglese, qualche certezza sulle responsabilità dell’operazione, al momento apparentemente condivisa tra Fbi e governi di Italia e Svizzera.

Simpatica o antipatica che vi stia Indymedia, che in fondo qualche merito sul campo se l’è guadagnato, immagino che se mai vi dovessero sequestrare gli hard disk non vi dispiacerebbe sapere quanto meno chi lo sta facendo, per conto di chi, per quale motivo e con quali conseguenze.

Ottobre 9 2004

Chi ha vinto?

Quando ho cominciato ad appassionarmi al giornalismo e alla comunicazione, poco più che bambino, il mio eroe era indiscutibilmente Furio Colombo. Prima che diventasse parlamentare e quindi direttore dell’Unità, Colombo – tra le numerose attività – è stato soprattutto un eccellente analista della storia e dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa, nonché un retore dall’eloquio indiscutibilmente affascinante.

Per qualche strana associazione mentale, penso a questo ogni volta che Antonio Sofi sforna uno dei suoi sbarellamenti su giornalismo, politica e Web. Sarà che coglie spesso il punto che a me sta a cuore (in questo momento: l’emotività in politica, il suo sfruttamento sconsiderato e i danni che ciò procura), sarà che mi piace da morire lo stile vivace e accattivante, sarà che il blog permette di condividere spunti senza attendere qualche trasmissione di approfondimento… insomma, leggetevi Febbre (media) da cavallo (stanco).

Settembre 15 2004

Di fatto oggi l’Italia ha chiesto agli Stati Uniti, con inusuale fermezza per uno zerbino, di «moderare l’azione militare» in Iraq in modo da «evitare la morte di civili innocenti». Non sono tanto stupido da non capire perché lo chiede oggi e perché lo fa con quelle parole.

Comunque sia, prendo atto che ci sono voluti un anno e sette mesi di guerra, 1.148 morti e oltre 7.100 feriti negli eserciti della coalizione internazionale, tra 4.895 e 6.370 militari iracheni morti, tra 12.721 e 14.751 civili iracheni (dico, ma siete ancora capaci di indignarvi per quello che avete appena letto: ventimila morti a voler essere prudenti, secondo Antiwar.com), decine e decine di miliardi dollari buttati al vento (vedi Cost of War) e una lunga, indecorosa, plateale serie di balle documentate o di sbugiardamenti sulle giustificazioni stesse alla guerra per restituire un po’ di dignità ai non pochi cittadini italiani che ritenevano questa guerra un errore. Emergency e tutti quegli altri pericolosi sovversivi, del resto, erano davvero tendenziosi: non 9 su 10, per ora solo 2 su 3 morti sono civili. Bella soddisfazione.

Mentre rimugino acidamente su queste considerazioni, trovo un pensiero lasciato oggi da Pfaall. Mi ci ritrovo, ritrovo le giustificazioni che mi racconto spesso:

«Da mesi evito per quanto posso di occuparmi della situazione in Iraq. È pudore. Il malessere di assistere a un disastro peggiore di quanto le più pessimiste fra noi vituperate Cassandre arrivassero a temere mentre gli stupidini si emozionavano per gli hamburger arrivati a Bagdad»

E, sempre grazie a Pfaall, recupero il brano di un articolo di Alessandro Baricco pubblicato ieri su Repubblica:

«Dire e insegnare che la guerra è un inferno e basta è una dannosa menzogna. Per quanto suoni atroce, è necessario ricordarsi che la guerra è un inferno: ma bello. Da sempre gli uomini ci si buttano come falene attratte dalla luce mortale del fuoco. Non c’è paura, o orrore di sé, che sia riuscito a tenerli lontani dalle fiamme: perché in esse sempre hanno trovato l’unico riscatto possibile alla penombra della vita. Per questo, oggi, il compito di un vero pacifismo dovrebbe essere non tanto demonizzare all’eccesso la guerra, quanto capire che solo quando saremo capaci di un’altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre. Costruire un’altra bellezza è forse l’unica vera strada verso una pace vera. Dimostrare di essere capaci di rischiarare la penombra dell’esistenza, senza ricorrere al fuoco della guerra. Dare un senso, forte, alle cose senza doverle portare sotto la luce, accecante, della morte. Poter cambiare il proprio destino senza doversi impossessare di quello di un altro; riuscire a mettere in movimento il denaro e la ricchezza senza dover ricorrere alla violenza; trovare una dimensione etica, anche altissima, senza doverla andare a cercare ai margini della morte; incontrare se stessi nell’intensità di luoghi e momenti che non siano una trincea; conoscere l’emozione, anche la più vertiginosa, senza dover ricorrere al doping della guerra o al metadone delle piccole violenze quotidiane. Un’altra bellezza, se capite cosa voglio dire.»

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