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Tag: politica

Ottobre 2 2006

Fosse vera, e non ho alcun motivo di dubitare che lo sia, la storia di Michael May raccontata ieri sera in modo piuttosto colorito da Giuliano Marrucci a Report (sono disponibili il video e la trascrizione integrale del suo servizio) sarebbe un interessante caso mediatico. Illuminante, perlomeno nella mia fiacca tardo-domenicale. La vicenda è questa: impiegato tedesco in pensione, May consegna un ricca eredità (due milioni di euro) nelle mani di un partito politico semisconosciuto della Renania-Westfalia, accontentandosi di continuare a vivere dei frutti del proprio lavoro.

Benché il partito si distingua per un’attenzione non scontata per la promozione sociale dei meno facoltosi (e per il modo in cui lo fa meriterebbe una riflessione a parte), nulla lascia pensare che i due milioni di euro costituiscano un investimento davvero decisivo per le sorti di alcunché. Dunque stiamo parlando di un sacco di soldi donati da una persona qualunque a un’associazione qualunque per realizzare progetti qualunque. Ma non è questo il punto. Perché nell’intervista, in quattro battute, May butta lì un’intera visione del mondo:

MICHAEL MAY
Oh si, io ho passato tutta la mia vita in posti come questo, ero impiegato nelle miniere, mi occupavo dei risarcimenti che le aziende minerarie devono dare a chi ha subito danni alle abitazioni proprio a causa delle vibrazioni generate dal lavoro in miniera, e ho sempre vissuto del mio stipendio, e oggi della mia pensione.

GIULIANO MARRUCCI
E quanti soldi sono?

MICHAEL MAY
Non è niente male, sono circa 1900 euro. Credo ci sia parecchia gente che vive con molto meno

GIULIANO MARRUCCI
Certo ma tu avresti potuto essere milionario, non ti ha mai attratto quest’’idea?

MICHAEL MAY
No, non ci trovo niente di attraente.

GIULIANO MARRUCCI
Una bella auto?

MICHAEL MAY
Perché la mia auto non ti piace? È una bella macchina…

GIULIANO MARRUCCI (fuori campo)
Una bella Skoda Fabia, 14.000 euro chiavi in mano.

GIULIANO MARRUCCI
E non so, uno yacht ad esempio, non ti piacciono le barche?

MICHAEL MAY
Certo, mi piacciono le barche, sarebbe bello ad esempio avere la possibilità di utilizzare una barca una volta l’’anno per qualche giorno, con 4 o 5 amici. E una volta che l’’hai usata sarebbe bello che lo stesso toccasse ad altri 4 o 5 persone. Perché mai dovrei avere una barca tutta mia per tenerla ferma.

GIULIANO MARRUCCI
Invece di una bella villa con piscina che ne dici?

MICHAEL MAY
No, io abito in una tipica casa da minatore. È molto carina, c’’è il giardino, e abbiamo degli splendidi vicini, sono tutti minatori o ex minatori. Se siamo in vacanza ci annaffiano il giardino, e se loro vanno in vacanza noi gli annaffiamo il loro.

GIULIANO MARRUCCI (fuori campo)
La casa si trova a Moers, ma la compagna di Michael gli ha vietato di mostrarla alla tv. Non dovrebbe comunque essere diversa da queste altre casette, casette di minatori.

GIULIANO MARRUCCI
Te la sei comprata con i soldi dell’’eredita’?

MICHAEL MAY
No, non l’’ho comprata, vivo in affitto. Non è casa mia, è della società immobiliare della miniera.

GIULIANO MARRUCCI
Cioe’ non ti sei nemmeno comprato casa?

MICHAEL MAY
Nooo…, per cosa?

GIULIANO MARRUCCI
E quindi sei piu’ povero di me? eri milionario e ora sei piu’ povero di me?

MICHAEL MAY
È probabile.

GIULIANO MARRUCCI
E hai mai pensato di andare a vivere che ne so alle Bahamas?

MICHAEL MAY
No, a vivere no, magari in vacanza. Quando c’’è bel tempo veniamo qui e beviamo qualcosa in uno di questi caffè che trovi per strada. Perché mai dovremmo andarcene a vivere alle Bahamas. Alle Bahamas ci sono tutti questi caffè all’’aperto? Non so, non credo. Io voglio vivere qui, nella Ruhr.

[…]

MICHAEL MAY
Sai cosa penso a vedere questo panorama? Penso che nei nuovi stabilimenti che vedi là all’’orizzonte un operaio produce 20 volte l’acciaio che produceva in una vecchia fabbrica come questa. Questo significa che potrebbe lavorare soltanto 10 ore la settimana, e il profitto sarebbe comunque sufficiente. Credo che un mondo così tecnologicamente avanzato, dove la produzione è praticamente tutta automatizzata e un uomo da solo produce più di quanto producessero in 50 50 anni fa è un mondo ricco, ma la ricchezza non appartiene a chi lavora, appartiene a pochi, e nella storia società così squilibrate non sono mai durate a lungo.

Allora alla fine mi è venuto da pensare questo: che quello di May è un esempio come in fondo te ne capitano tanti davanti agli occhi tutti i giorni. Persone oneste, lucide, che hanno quattro idee, ma quelle quattro sono chiare in testa, e tu che li stai ad ascoltare ci ripensi su per qualche ora. Di diverso c’è solo che May – consapevole o meno che sia stato nel farlo – s’è comprato la visibilità per il proprio esempio: ha fatto qualcosa di illogico che l’ha reso curioso, ha mandato in cortocircuito il meccanismo per cui le persone virtuose tendono a scomparire di fronte alla quotidianità del mondo impazzito, ha ottenuto quell’ascolto su vasta scala che in genere è negato ai più e ha detto la sua in modo schivo a tutti coloro che si sono interessati al suo caso. Senza nemmeno un gran pontificare: gli è bastato rispondere in modo elementare a domande elementari. In fondo che cosa c’è di tanto complesso nella vita di una persona che guarda un po’ più lontano?

Certo, magari ne vengono fuori soltanto una serie di servizi sulla compassionevole bizzarria di un uomo che poteva spassarsela e che invece vive in affitto con la Skoda Fabia in garage, ma intanto la sua visione delle cose ha toccato tante persone quante non avrebbe mai potuto raggiungerne in vita sua in condizioni normali. May non ha (soltanto) donato una cifra ragguardevole per ampliare la sede di un partito ininfluente: si è concesso il lusso di investire due milioni di euro sulla sua testimonianza di vita. Per tutto questo, in attesa di saperne di più, io lo iscrivo a piccolo eroe contemporaneo della resistenza a questi tempi balordi.

Settembre 27 2006

L’amico mio

Dice che mi sta bene che mi siano entrati i ladri in casa. Dice che ho voluto Prodi? ho voluto Prodi?, e allora adesso non mi posso proprio lamentare. Non volevo forse gli zingari e gli extracomunitari in casa?, beh eccomi accontentato. Vota Prodi, dice, ecco che cosa succede, me lo merito.

Settembre 14 2006

Confesso che non ho seguito la vicenda con la necessaria attenzione, il che di per sé sarebbe già un ottimo motivo per tacere. Dico però che le complicazioni burocratiche che nel giro di poche settimane si sono abbattute sulla mia attività di libero professionista grazie al decreto Bersani e ai provvedimenti collegati (tracciabilità dei pagamenti su conto corrente, notifica contestuale degli F24 all’Agenzia delle Entrate e altre seccature minori) hanno tutto l’aspetto di un malinteso senso dell’innovazione, del rilancio economico e della trasparenza fiscale. In mancanza di una segretaria, così come di qualunque velleità di nascondere capitali al Fisco, tutte le nuove prescrizioni per ora mi sembrano soltanto un clamoroso e malaugurato passo indietro sulla via della semplificazione amministrativa. Nonché la conferma della sensazione che ancora una volta l’autista abbia sbagliato strada all’ultimo bivio.

Giugno 26 2006

Nella mia provincia i sì hanno vinto con il 55,3%.

Giugno 24 2006

Il Manifesto è in crisi e chiede soldi. Io considero Il Manifesto il mio master quotidiano nell’arte di fare i titoli, che per il lavoro che faccio ha il suo bel perché. Una tassa universitaria volontaria ci può ben stare, in fondo. Poi sono d’accordo con Carlo Felice Dalla Pasqua: è un giornale intelligente, anche se non è sempre facile condividerne le posizioni, e di giornali intelligenti c’è molto bisogno. Così come abbiam bisogno di utopie come quella di una cooperativa autogestita in cui tutti, dal centralino alla direzione, prendono lo stesso stipendio.

Di referendum (come il Manifesto definisce la sottoscrizione in corso) in referendum: domani e lunedì si vota, di nuovo e – si spera – per l’ultima volta quest’anno (che un’altra campagna elettorale qui la si tollererebbe a fatica). Io voto no. Prima ancora che per gli obiettivi, alcuni perfino ragionevoli, per il modo in cui si è cercato di raggiungerli. E se proprio dobbiamo adeguare la nostra costituzione alla diversa complessità del mondo di questi anni, forse abbiamo bisogno di neo-padri della patria un po’ più credibili.

In questi giorni nel mio aggregatore è comparso il primo feed con banner pubblicitari. È stato davvero un peccato dover cancellare The Blog Herald dalla lista.

Maggio 15 2006

Una persona dignitosa, autorevole, risoluta e poco liturgica. Forse la persona giusta al posto giusto. Un raggio di sole.

Aprile 29 2006

L’augurio di non dovermi vergognare della coalizione che, pur con qualche perplessità, ho contribuito a votare è già stato in più occasioni smentito dai fatti. Se dell’irresponsabilità del centrodestra (o, per lo meno, di un certo centrodestra) pensavo già ogni male possibile, per questo centrosinistra – ingenuo o magari perfino in malafede – provo già imbarazzo con una frequenza che non avrei augurato a questo paese. Pur nell’ordine della ricerca di equilibrio che contraddistingue ogni avvio di legislatura, mi sorprende vedere tanta superficialità nel perdere di vista il senso della rappresentanza, il senso delle regole e il senso della misura.

Spero con tutto il cuore che almeno il moto di rinnovamento che si sta agitando nelle retroguardie meno attempate possa portare a qualche spiraglio di dignità. In realtà quando leggo dell’incontro del 6 maggio a Roma con cui un gruppo eterogeneo di (più e meno) giovani di centrosinistra intende riaprire vigorosamente il dibattito sul ricambio generazionale in politica, a pelle provo due sensazioni poco conciliabili. Da una parte avverto disagio per quella che a me continua a sembrare una forma di dipendenza edipica rispetto agli stessi ambienti stantii che si vogliono contestare (una considerazione, quella per i canali consolidati, che mi trova ahimé nell’età più rivoluzionaria e irrispettosa). Dall’altra, avendo mancato per negligenza altri momenti di risveglio collettivo, provo un impulso non del tutto razionale ad andare a giudicare di persona.

Distanza e impegni non mi consentiranno di essere lì, benché nel dubbio di cui sopra penso che rischiare la delusione sarebbe attitudine assai più adatta a questi tempi balordi, ma seguirò comunque con attenzione e disponibilità. Sarei felice di sapere anche solo che in quell’occasione, per cominciare, saranno ripiegate le bandiere e riposte nell’armadio le magliette di questa o quella associazione, poiché troverei uno spreco inaudito di energie abbattere steccati portando addosso i cancelli con cui sostituirli.

Aprile 7 2006

Arrivo stremato alla fine di questa campagna elettorale. Non certo perché mi sia impegnato in prima persona: ho fatto soltanto il cittadino responsabile in cerca di rappresentanza. Ho ascoltato, ascoltato, ascoltato e ascoltato. Ho letto. Ho perfino risposto alle telefonate di chi nel 2006 ritiene ancora decoroso sollecitare i propri conoscenti per racimolare qualche voto in più. Vorrei essere onesto e al tempo stesso costruttivo, ma francamente ho ancora molti dubbi su dove metterò le mie crocette (tranne forse per le amministrative comunali, perché qui in Friuli-Venezia Giulia abbiamo la fortuna di chiudere tutti i conti in una volta sola). A poche ore dal voto ho poche certezze, in compenso sono molto avvilito.

Trovo curioso che l’occasione in cui si dovrebbero esprimere i massimi ideali si sia trasformato in uno dei momenti più bassi della nostra storia democratica. Non è emerso il meglio del manipolo di persone che ha scelto di darsi da fare; gli ultimi sei mesi sono stati giocati invece sui nostri peggiori istinti. Stiamo regredendo come popolo, abbiamo ceduto a lungo a chi ci mostrava la via più facile (e certo Silvio Berlusconi è una figura chiave in questo processo, benché non sia il solo responsabile). Siamo assuefatti perché abbiamo assunto la remissività a piccole dosi giorno dopo giorno per anni. Non dal 2001 o né dal 1994, ma molto prima. Ogni giorno accettiamo che il mondo vada impercettibilmente peggio con la complicità delle nostre scelte, osiamo sempre meno e ci accontentiamo sempre di più: sul momento non te ne rendi conto, ma se ti volti indietro ti accorgi che a forza di sfiorare i paletti li abbiamo spostati ben oltre ciò che solo un decennio fa avremmo ritenuto tollerabile. Il risultato è che la popolazione italiana è immune all’indignazione, ha fatto gli anticorpi all’orgoglio.

Io per primo, voglio dire. Mi ha umiliato, e per questo gliene sono grato, Claudio Magris ieri sul Corriere della Sera, a proposito della «loquela sboccata» di Berlusconi. Il vero insulto, ricorda Magris, non è la volgarità specifica (che in questo siamo un po’ tutti presidenti del Consiglio), ma è l’offesa a chi vota senza pensare al proprio interesse. «La maturità politica — di un individuo, di una società, di un popolo — consistono nella capacità di collegare il proprio interesse con quello generale, di capire la loro reciproca indissolubilità, e si misurano col metro di questa capacità.» Diamine, è questo il punto! Ma ero talmente distratto dalle ironie sulle parole e dai botta e risposta in televisione che non ci avevo nemmeno fatto caso.

All’inizio della campagna elettorale mi ero ripromesso di dare il voto a chi avesse dato l’idea di soddisfare alcune istanze secondo me particolarmente urgenti in questo momento: ambiente, ricerca, infrastrutture digitali, politica estera e lavoro. La campagna elettorale ha toccato questi temi, quasi mai andando oltre la generica dichiarazione d’intenti (di cui già si parlava a proposito del programma dell’Unione). Alla fine voterò ancora una volta per semplice reazione a una visione del mondo che non posso condividere: il vantaggio personale, la forzatura delle regole, l’illusione di potersi chiudere nelle proprie città, nelle proprie case, nelle proprie aziende sono una reazione incomprensibile e pericolosa alla complessità del mondo che ci circonda. Ovunque cadrà il mio voto all’interno dell’Unione, sarà comunque un ripiego poco gioioso, da cui mi aspetto poca cosa. Sarei contento anche solo se riuscissi ad arrivare alla fine della legislatura senza dovermi mai vergognare delle persone a cui ho affidato il mio sostegno.

Comunque vada, mi aspetto sinceramente che gli abissi della dignità toccati in queste settimane diventino l’occasione per un sussulto, l’inizio di una ripresa diffusa non tanto per merito di chi avrà più seggi al Parlamento ma perché sempre più persone sentiranno di doversi impegnare in prima persona affrontando la realtà e tutte le sfide complicate che, ci piaccia o meno, ci aspettano nei prossimi decenni. All’anima della tasserella sulla prima casa o sull’immondizia: i nostri figli avranno orrore di noi, se non sapremo guardare un po’ oltre.

Il 2011 è dopodomani, è dietro l’angolo. È già ora di darsi da fare.

Aprile 3 2006

Accidenti, mi toglieva anche l’Iva e lo votavo. Con l’Irpef gli consegnavo il Quirinale di persona. Ma solo l’Ici, capisci, è proprio pochetto, mi sembra solo un contentino elettorale. Quasi una presa in giro. E a me non piace chi mi prende in giro sotto gli occhi di tutti.

Febbraio 13 2006

A margine del post di sabato, più di qualcuno mi ha fatto notare qualche eccesso (anche di superificialità) nei toni. E magari con un po’ di ragione, trattandosi di uno di quegli interventi che sarebbe bene far riposare per qualche ora prima di pubblicare. Tuttavia, se anche la delusione non avesse calcato sulle parole, lo sconcerto sui contenuti rimarrebbe identico anche stamattina.

Del resto non riesco ad allinearmi al fronte che ha nella cacciata dell’attuale maggioranza lo scopo prevalente della campagna elettorale in corso. Riparare i danni – che certamente io vedo, soprattutto nella sensibilità profonda del Paese – dovrebbe essere l’obiettivo minimo, ma se non emerge contestualmente una forte visione del mondo qualunque intervento finirà per essere soltanto un enorme spreco di energie e opportunità. In questo filone, un punto di vista interessante me l’ha fornito Mauro in una conversazione in chat. La sua metafora, in sintesi, è questa: negli ultimi anni è stato hackerato il sistema operativo, dunque il compito più urgente del nuovo governo dovrebbe essere quello di reinstallarlo, un obiettivo delicatissimo perché non avrà la possibilità di fermare l’hardware e riformattare il disco fisso. Il resto è grasso che cola, insomma.

Tra i risvolti di questi giorni, due in particolare mi hanno incuriosito. Innanzitutto i commenti seguiti a due post di Massimo Mantellini (tra cui l’anticipazione del ragionevole contrappunto su Punto Informatico). Tra le righe, timidamente, emergono competenze e idee di cui il programma di governo dell’Unione non conserva alcuna traccia. Curioso, quanto meno, che le risposte di cui invano vado in cerca nei documenti ufficiali si trovino poi nei commenti di Manteblog: la prendo per una testimonianza incoraggiante di quel che sempre più sarà la politica.

L’altro segnale interessante è che le critiche hanno stimolato qualche presa di distanza non scontata anche all’interno del centrosinistra. Il post che Francesco Soro ha pubblicato stamattina sul blog per la Margherita è piuttosto coraggioso nei toni e nei contenuti. Tra le righe dice: non perdiamoci in polemiche e lavoriamo insieme per migliorare le cose. Non credo potrà influire nell’immediato, perché l’Unione in questa fase dimostra di avere quanto meno seri problemi di sintesi, ma se questo significa mettere basi per dopodomani a me come inizio sta comunque bene.

Resta l’idea che ormai stiamo lavorando per il 2011. Per il 2006 resto molto, ma molto preoccupato.

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