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Tag: politica

Febbraio 11 2006

I nuovi media e l’innovazione
Poichè il ruolo di questo comparto è cruciale per promuovere e diffondere l’innovazione, la politica di sviluppo che l’Unione adotterà per la comunicazione e la multimedialità avrà un effetto moltiplicatore sull’insieme dell’economia nazionale. Attueremo politiche volte a favorire la nascita di un’industria multimediale e audiovisiva in grado di competere sui mercati globali. I punti di forza da cui partire saranno il cinema italiano e la produzione audiovisiva in generale.
[Per il bene dell’Italia, Programma di Governo 2006-2011]

Ho aspettato 19 ore, tot minuti e una manciata di secondi (con tanto di tristissimo conto alla rovescia, nemmeno fosse l’embargo per il nuovo Harry Potter) per sfogliare il programma dell’Unione (pdf) per la prossima legislatura. Duecentoottantuno pagine di principi generali, nelle quali dei temi che io ritengo fondamentali se c’è traccia è soltanto per diffondere affermazioni di una superficialità disarmante, buone per tutte le stagioni.

L’innovazione? Cinema, audiovisivi e qualche banalità su Internet. Sull’ambiente una botta di concretezza: mettiamo la tutela tra i principi costituzionali. Buona idea, certo. Ma così, dopo aver passato mezza legislatura a menarcela sulle sfumature del principio, a malapena avanzerà tempo per prendere decisioni concrete, di cui abbiamo disperatamente bisogno. La ricerca: eh, sì sì, è importante, individuazione, coordinamento, complementarietà, credito d’impresa. Capito tutto, pure la Casa delle Libertà cinque anni fa diceva cose simili, poi s’è visto. E poi garanti, garanti e ancora garanti: terzializzazione delle responsabilità e del controllo come se piovesse, come se un garante in Italia fosse mai riuscito a impedire che ciascuno faccia poi come gli pare. Qualcosa di più organico si trova nella sezione dedicata al lavoro, ma nulla che spieghi davvero come saranno trasformate in pratica alcune constatazioni di buon senso da supermercato. Non mi sorprende che l’abbiano sottoscritto tutti i partiti della coalizione, un programma del genere. Per quanto è generico potrebbe firmarlo perfino Berlusconi, credo.

Questo è quanto di meglio in fatto di visione del mondo ed efficacia di intervento sono in grado di partorire tre, se non quattro, generazioni di sinistra? Sono molto perplesso. Non vedo un cambiamento, non vedo un punto di rottura, non vedo una visione del mondo che prenda atto delle sfide urgentissime che ci troviamo di fronte. L’obiettivo sembra soltanto essere presentabili per le elezioni, e in questo l’Unione raggiunge il Polo in quanto a miopia. Ero scettico sulla scelta delle persone, ora comincio a essere pesantemente scettico anche sulle idee (di conseguenza, sulla capacità di metterle in pratica).

Sarà pure il linguaggio della politica, sarà che serve una capacità di leggere tra le righe che possiedono solo gli iniziati, sarà che un programma tocca proprio presentarlo ma poi ci s’improvvisa giorno per giorno. Ma io comincio a pensare che sulle questioni che riteniamo importanti non ci sia più altra strada che la mobilitazione dal basso (Chico was here propone un primo e semplice passo). Idee ne stanno girando parecchie, mi pare. Se cominciamo a lavorare sulla raccolta e sui meccanismi di sintesi, magari qualcosa di buono in tempo per il 2011 ne viene fuori. Abbiamo un vantaggio: a quanto pare corriamo molto più veloci di loro.

Febbraio 10 2006

Alla fine a Genova ho raccontato ben poco di quanto mi ero appuntato sull’essere autore in cortocircuito tra la carta e il Web. Al contrario mi sono ritrovato a parlare molto più del previsto di politica e Rete, in improvvisata sostituzione di ospiti ben più titolati.

Avrei voluto raccontare meglio, per esempio, di quanto a mio parere la personalità e lo stile di una persona trascendano il mezzo su cui ci si esprime e poco importa a quel punto il libro, la rivista o il Web. Ha ragione Antonio: qualunque contrapposizione ci sia oggi, se davvero esiste, è destinata a finire a tarallucci e vino. Per esempio, mi sarebbe piaciuto citare un pomeriggio, qualche settimana fa, in cui, viaggiando per lavoro tra una galleria e l’altra nel profondo Friuli con la radio accesa, dal flusso indistinto di chiacchiere via etere mi si è fissata l’attenzione su una voce. Ero affascinato da quel modo appassionato e divertito di raccontare, e pur non avendola mai conosciuta di persona ho pensato che quella voce si accompagnava perfettamente all’idea che mi ero fatto di Placida Signora (alter ego con cui Mitì Vigliero partecipa alle conversazioni in Rete). Era Placida Signora, ho scoperto poi. Combinazione ancor più buffa, non solo a Genova ho finalmente incontrato Mitì, ma proprio a lei toccava il compito di moderare il nostro incontro sulle scritture. Peccato mi abbia fatto parlare di me, cosa che da sempre mi riesce malissimo, perché questo aneddoto (che lei già conosce) lo avrei ricordato volentieri.

Invece ho trovato modo di dire la mia su un altro tema che mi sta a cuore in questo periodo. Si parlava di politica, ma il discorso si può estendere a molti altri campi. Credo che quanti tra noi sono arrivati in anticipo nel cogliere certe opportunità (nel nostro caso mezzi di espressione e di interazione in Rete, primi barlumi della società digitale) hanno il dovere non solo di diffonderle, ma anche e soprattutto di essere pazienti con chi è ancora in cammino. Dovremmo cambiare marcia: abbiamo la responsabilità di essere costruttivi, prima che cedere al facile impulso di criticare o farci beffa degli insuccessi altrui. È fin troppo facile dire che la politica capisce molto poco di Internet, come sparare sulla croce rossa: il nostro compito dovrebbe essere quello di non cedere a conclusioni definitive e provare invece ad assumere il ruolo di ponte. Dobbiamo interagire, capire il loro punto di vista per poi proporre il nostro, suggerire alternative: le contrapposizioni a uso e consumo delle pagine di colore dei giornali non ci porteranno lontano. Questo, peraltro, vale per tutti quei casi in cui la ricerca del primato (di accessi, di rilancio di una notizia, di guadagno) finisce per mettere i piedi sulla testa della blogosfera intesa come organismo collettivo – l’unico peraltro che ci possa portare a qualcosa di nuovo. Vale come autocritia, prima che come critica.

Per il resto, Genova è stata una bella occasione di rivedere tante persone a cui voglio bene e di cui ho stima. L’aggregatore umano si è arricchito di conferme e nuove scoperte, da approfondire un po’ per volta. Tra tutti, Andrea Beggi ha rivelato tutta la generosità e sensibilità di cui lo ritenevo capace, mentre Paolo Attivissimo ha aggiunto al rigore che già gli riconoscevo attraverso il suo blog anche dosi abbondanti di ironia e disponibilità.

Nota mangereccia: se già provavo simpatia istintiva per le iniziative cultural-blog-gastronomiche di Antonio Tombolini, la sua presentazione appassionata (etica, mi verrebbe da dire) e il gustoso banchetto che ha offerto domenica a InEdita mi hanno definitivamente conquistato. La sua Blog Farm è un bell’esempio di iniziativa coraggiosa, che fa affari in Rete puntando su numeri contenuti, sulla trasparenza e sulla comunicazione reciproca tra produttore e consumatore. Tra l’altro Tombolini ci ha anticipato la conferma che l’orto si farà, mentre io ho subito approfittato dell’offerta promozionale Pesto al Blogger (anche perché sono in debito con Stefania di un piatto di trofie al pesto degno della città che ci ospitava).

Fine delle note personali. Chi vuole mettere insieme i pezzi dei quattro giorni di Genova trova pane per i suoi denti nel blog collettivo gestito da Marina Bellini (che ringrazio per la disponibilità), negli archivi di Technorati e, naturalmente su Flickr, dove svettano le centinaia di scatti dell’instancabile Samuele Silva.

Gennaio 24 2006

Mettiamola così. Io non voterò nessuno (nessun partito, vista la nuova legge elettorale) che avrà investito i mesi che ci separano dal 9 aprile nella delegittimazione dei propri avversari, nel battibecco rituale e nel parlar per luoghi comuni.

Cerco gente di poche ideologie e molti fatti, che non riempia migliaia di pagine di principi assoluti, né occupi ore di trasmissioni garantite, né riduca la campagna in barzellette sei-metri-per-tre, ma diffonda pochi semplici schemi di idee applicabili in meno di cinque anni (e qualche linea più generale di continuità extra mandato). Vorrei capire, senza correre il rischio di interpretarli troppo tardi, che cosa i nostri aspiranti deputati e senatori intendono fare per garantire l’inizio di una nuova fase di sostenibilità nell’ambiente e in economia (nulla di più fantasioso che riaprire le centrali a carbone in disuso? niente di meglio che rimandare a oltranza il crollo di Alitalia?); quanto Pil contano di riversare nella ricerca (non se, ma quale percentuale minima e fin dalla prima finanziaria); come pensano di poter sviluppare le infrastrutture digitali (non se, ma come pensano di farlo); come ritengono di posizionare l’Italia rispetto ai grandi temi di politica estera (con gli slogan si fa poco, preferisco tanto realismo a questo punto) e come intendono garantire che il rischio di impresa non continui a trasferirsi progressivamente sui lavoratori (e sui lavoratori giovani, in particolare).

Se un qualunque partito di qui ad aprile avrà dato risposte convincenti a tutti questi punti – e, a parità di proposte, ci aggiungerà dell’altro – avrà il mio voto. Fosse anche il partito dell’amore.

Nel frattempo, entrambi i maggiori schieramenti stanno cercando il dialogo (un link a sinistra, un link a destra). Mi piacerebbe che il buon senso che spesso riconosco ai blog si trasformasse in pressione positiva, in stimoli, in dibattito. Ci stanno chiedendo di discutere le idee, e io penso che forse è una buona occasione per vedere se sono ancora capaci di ascoltare.

Dicembre 19 2005

È rimasta aperta la pratica Les Blogs. Lasciar passare un po’ di tempo, oltre che una questione di priorità lavorative, è stato un buon filtro. Chi cercava dettagli freschi, del resto, ha già a disposizione ogni ben di dio nelle centinaia di post archiviati in Technorati o di immagini pubblicate su Flickr. Il mio bilancio è misto: Les Blogs 2.0 è stato un ottimo punto d’incontro internazionale fra quanti si rimboccano le mani in questo settore, ma sul versante di contenuti poteva osare molto di più.

Il che da un lato mi dà sensazioni positive: forse in Italia non siamo poi così indietro e negli ultimi anni (penso al Nuovo e Utile Web dello scorso maggio a Firenze) qualche spunto interessante su come riunirsi a parlare di blog c’è stato anche da noi. Per esempio, sono più che mai convinto del fatto che la separazione tra palco e platea – almeno quando si parla di tecnologie che rinegoziano i ruoli tradizionali – sia una barriera che rallenta incredibilmente lo scambio proficuo. E non c’è backchannel (ovvero la chat che si sviluppa parallelamente al convegno) che regga il confronto.

D’alto canto, mi aspetto che chi si presenta a uno dei maggiori incontri internazionali dedicati a una presunta rivoluzione della comunicazione non ricorra a forme troppo tradizionali di divulgazione. In quasi tutte le sessioni è mancato uno stato dell’arte condiviso da cui partire, i tempi a disposizione dei relatori erano molto ridotti e molti si sono accontentati di girare intorno a concetti noti e rassicuranti. Forse per disincentivo della stessa organizzazione, non ne ho idea, ma solo un paio di relatori ha fatto ricorso a slide schematiche attraverso cui mostrare ciò di cui parlava e fornire una traccia utile per seguire il discorso (considerato anche che l’inglese faceva da territorio linguistico franco per per una ventina di diversi idiomi nazionali).

Mi ha colpito soprattutto l’atteggiamento delle aziende. Io non so se la sponsorizzazione dell’evento era una conseguenza dell’essere stati invitati a parlare o se, viceversa, alcuni relatori sono stati invitati perché la loro azienda sponsorizzava l’evento. Tant’è che la sufficienza e/o la preparazione sommaria che hanno dimostrato molti tra quelli che avevano la responsabilità di parlare del rapporto tra interessi commerciali e blog sono state imbarazzanti. Fatto che considero, insieme ad altri autogol appena più marginali, piuttosto stupefacente. Se finanzi un incontro dedicato a uno strumento che permette a chiunque di esprimersi senza mediazioni su scala mondiale, il primo a essere messo sotto i riflettori sei inevitabilmente tu. Non basta metterci i soldi, devi anche convincere.

Detto ciò, non sono stati pochi nemmeno gli stimoli positivi. Che legherei, più che a una specifica sessione, a persone particolarmente interessanti per quello che hanno raccontato e per come lo hanno raccontato. Adriana Cronin-Lukas, per esempio, è una consulente dalle idee molto chiare e ha retto il confronto con Ceo e blogger d’azienda convinti di poter prendere dai blog solo quanto fa loro comodo, sottraendosi qualora il confronto diventi complesso o faticoso. Mi ha affascinato molto Global Voices, una sorta di hub di hub che utilizza l’aggregazione dei contenuti dei blog per dare vita a un progetto di informazione globale su scala più vasta di quanto si sia visto in giro finora (build bridges between cultures, costruire ponti tra le culture, è la parola d’ordine): guarda caso, dietro a un progetto interessante ci sono persone interessanti come Ethan Zuckerman e Rebecca MacKinnon. Mena Trott, padrona di casa dal carattere piuttosto franco, è andata forse sopra le righe, ma ha il merito di aver avviato un confronto piuttosto interessante sulla responsabilità dei blogger, concetto molto caro da queste parti. Bei personaggi, che mi riservo di scoprire meglio, sono Hugh MacLeod e Marc Canter, a ciascuno dei quali va il merito di aver proposto una visione sull’evoluzione della socializzazione in Rete non scontata e molto etica. Mi è piaciuto moltissimo David Sifry, gran capo di Technorati, che chissà perché mi aspettavo in veste di manager rampante alla conquista della Rete, e che al contrario si è rivelato una persona generosa, appassionata e molto rispettosa dei processi di Rete – il che mi rassicura sul destino di uno degli snodi più importanti della “nuova” Rete. Infine Ben Hammersley, di cui mi ero perso il chiacchierato intervento fiorentino, ha portato a Parigi la visione forse più incisiva, combattiva e divertente: siamo a una svolta culturale tra aperture e chiusure, il blog in sé è solo uno strumento, ma uno strumento che ci permette di influire con le nostre scelte sulla direzione che sta prendendo il mondo.

L’altra sensazione, scontata ma più che mai netta, è che siamo tagliati fuori. Noi italiani, dico, ma in generale tutti quelli che si esprimono solo con la loro lingua nazionale nei loro siti. Da amante delle sfumature che solo la lingua madre ti consente, sono il primo ad avere resistenze nello scrivere i miei post in inglese. Ma a Parigi mi sono reso conto una volta di più, e in modo più sfacciato di quanto mi fosse capitato in passato, che la conversazione della Rete si svolge in inglese; tutto il resto è destinato a perdersi o a sollazzare piccole comunità locali, insignificanti rispetto all’enormità della comunità della Rete. Se l’Italia conta poco, oggi, nella blogosfera mondiale, non è tanto per il numero esiguo di voci (che pure incide) o per i fantasiosi limiti alla libertà di espressione che ci attribuiscono in Europa (ne parlava Zoro), quanto semmai perché non siamo in grado di farci ascoltare. Ho la sensazione che in Italia si sia diffuso un dibattito teorico “puro” più vivace che in altre nazioni, come gli Stati Uniti, dove prevale l’eccellenza nella realizzazione di strumenti o nella sperimentazione di modelli di business compatibili. Peccato semplicemente che non valichi le Alpi, dunque di fatto resti sterile. Ci viene richiesto impegno e sacrificio, insomma, ma su questo io per primo prendo colpevolmente tempo.

-°-

La sensazione in merito al fatto che in Italia vengano organizzati incontri all’altezza, in realtà, s’è smontata già venerdì a Roma, al convegno su Internet e Politica organizzato alla Camera dei Deputati. Che ha finito per diventare l’ennesima replica dell’ormai francamente insopportabile recita autoreferenziale tra l’esponente di turno di centrosinistra e l’esponente di turno di centrodestra, e ben poco di più.

La mia conclusione, se dovessi basarmi su quello che ho sentito nella Sala del Cenacolo, è che la politica italiana ha capito pochissimo di Internet. E fin qui poco male, se non fosse che al contrario i politici non sembrano avere molte remore nel riempirsi la bocca di verità che non possiedono, violentando tutto ciò che la Rete mette a loro disposizione. Come se non bastasse, ci si mette pure la ricerca di turno, generosa ma fondata su presupposti ed equivoci pesantemente old media, ad accreditare le scelte miopi e egocentriche dei partiti. Il mio stupore è moltiplicato dal fatto che Paolo Gentiloni e Antonio Palmieri con Internet hanno a che fare da tempo e sono tra le persone più accreditate in materia nei rispettivi schieramenti. E se Marco Montemagno aveva una comprensibile fregola di accreditare blog e nanoblog come modello di un successo misurabile secondo numeri rassicuranti per i non addetti ai lavori, a ben poco è servito l’onesto tentativo di Luca De Biase di riportare l’attenzione sull’orizzontalità di Internet e sul rischio di fraintendere i suoi meccanismi. Era tardi, ormai, quando l’hanno lasciato parlare.

Mi dispiace non tanto per l’occasione in sé, che forse aveva altre premure rispetto a quella di fare divulgazione di nuove pratiche, quanto per la sensazione sempre più allarmante che la politica stia andando altrove, indipendentemente da quanto di buono si costruisce in giro per il mondo. Lo diceva bene Giuseppe ieri: non è più questione di destra, di centro o di sinistra. È questione di ricollegare la politica alla realtà. E se queste sono le premesse su cui anche la frangia più tecnologica (dunque, indipendentemente da Internet, quella che si presuppone più reattiva di altre nel prendere atto di ciò che si muove nel mondo) pensa di costruire il suo futuro, c’è di che esserne preoccupati. Molto preoccupati.

Novembre 13 2005

Perché il … , prima ancora di diventare regime politico, è stato ed è tuttora una forma mentale, è una visione materialistica della vita e del mondo che nega all’uomo ogni dimensione spirituale. Il … nega il primato della persona umana, che è considerata come un insignificante accidente di un sistema che tutto dirige e tutto controlla. Il … nega la morale, la storia e la tradizione dell’Occidente cristiano e liberale. Il … è insomma la negazione stessa delle basi della nostra civiltà.

(Il brano è tratto dal discorso di Silvio Berlusconi alla Festa della libertà del 9 novembre scorso a Roma. Puntini miei. Parte di questo passaggio, benché presente nel video della giornata, non figura nelle trascrizioni reperibili in Rete.)

Settembre 13 2005

Sulla mossa politica di cambiare le regole elettorali a pochi mesi dal voto, indegna perfino dell’attuale maggioranza parlamentare, nemmeno mi esprimo. Però, da un punto di vista della teoria politica (e confidando poi nel contributo critico di più dotti specialisti): ricordo che ai tempi della battaglia referendaria per l’introduzione del maggioritario si diceva che il sistema italiano non era abbastanza maturo (o, da altro punto di vista, si era troppo imbarbarito) per un meccanismo elettorale evoluto e ideale come il proporzionale, che pur abbiamo avuto a lungo e che si diceva fosse alla base della proverbiale instabilità di governo italiana.

Il maggioritario poteva favorire la formazione di due macro-schieramenti e limitare la malaugurata deriva verso l’esponenziale frammentazione delle posizioni politiche. Così è stato, ma fino a un certo punto (anche perché qui il maggioritario lo facciamo solo se proporzionato, e il proporzionale solo se maggiorato): i due schieramenti si sono creati, ma non hanno mai saputo ragionare come entità unitaria o come luogo costruttivo di mediazione delle pur legittime divisioni. Quindi, a ben vedere, non siam maturi nemmeno per il maggioritario.

Ora, mi chiedo: davvero la soluzione migliore, a questo punto, è abbandonare il già precario processo di polarizzazione politica e fare un salto (al buio e per contingente convenienza) verso un sistema che può solo esasperare i vizi della politica italiana? Ovviamente la domanda è retorica e io sono convinto di no, così come sono vieppiù orripilato dalla piega che sta prendendo la pur giovane campagna 2006. Tuttavia mi farebbe piacere se qualcuno provasse a convincermi del contrario.

Settembre 13 2005

L’ennesima baraonda sul possibile riconoscimento delle coppie di fatto è indegna di un paese, non dico neanche europeo, ma civile. Eppure è talmente semplice: non stiamo parlando di cambiare la realtà, stiamo parlando di prendere atto – ci piaccia o meno – che la realtà è già cambiata da un sacco di tempo e che è necessario adeguare dignitosamente gli strumenti legali che regolano i legittimi spazi di ciascuno. Con buona pace della sacralità del matrimonio, che pure riconosco e rispetto: semplicemente stiamo parlando di un’altra cosa.

Agosto 10 2005

Da Giuseppe, e poi da Jacopo e via via tanti altri (che qui è diventato l’argomento del giorno), leggo di Ivan Scalfarotto. Scalfarotto è l’uomo nuovo venuto da Londra che ha deciso di provare a candidarsi alle primarie del centrosinistra, puntando su una mobilitazione dal basso nel recinto a est di Berlusconi e facendo leva sulle energie disperse o fuggite. Si è presentato con un paio di articoli di peso (Repubblica e Corriere nel giro di due giorni) e punta molto sulle potenzialità offerte dalla Rete, a cominciare dal blog che ha aperto come sede virtuale del movimento Io Partecipo. Per accedere alle primarie ha bisogno di 10.000 firme entro poco più di un mese, impresa niente affatto scontata.

Mi sono letto tutto il sito. La prima impressione è stata di respirare finalmente una boccata d’aria fresca nella cantina stantia della politica italiana. Ha carattere, ha stile, ha il dono della sintesi, sa comunicare anche senza telecamere e microfoni, non sembra amare il parlarsi addosso. La seconda impressione è stata di condividere le fondamenta di quello che potrebbe diventare il suo programma, anche se per il momento sono poco più che dichiarazioni di principio. La terza impressione è che abbia amici influenti, se è arrivato in pochi giorni dove è arrivato, e apprezzo fino a un certo punto che sul suo blog restino sempre e soltanto “un gruppo di amici”: se stai per fare un triplo salto mortale carpiato con avvitamento dal trampolino più alto, sei più credibile in mutande che con l’impermeabile.

La quarta e illuminante impressione è stata: ohibò, ma non era quello che volevamo? Stavamo aspettando da tempo un’alternativa, qualcuno che si rimboccasse le maniche e ci provasse, dimostrando nella pratica che ci sono modi nuovi di fare politica e che buona parte di questi modi partono dal basso, anche grazie alle reti di comunicazione. Per questo motivo, soprattutto, io resto in ascolto sono ben disposto a dargli una delle diecimila fiches di cui ha bisogno per giocare la sua mano al tavolo dei geronti.

Agosto 2 2005

Per carità, io detesto i fischi e penso che in certe occasioni si debba necessariamente essere superiori, anche se costa pena. Però, magari, se sei uno dei politici italiani meno bipartisan, meno miti e meno amati al di fuori del tuo ristretto cerchio di compari; se nonostante tutto accetti di presentarti in una piazza dichiaratamente ostile in una circostanza solenne a rappresentare un governo che magari non è considerato esattamente un fulgido esempio di limpidezza; e se, non bastasse ciò, alle prime difficoltà reagisci con una battutina sarcastica degna del più antipatico tra i primi della classe… beh, insomma, al diavolo lo sdegno unanime, io un sorriso sardonico me lo concedo.

Luglio 6 2005

Riprendo da Caravita e rilancio la notizia dell’affossamento della malaugurata direttiva sui brevetti software. Buona, la notizia, non soltanto per l’effetto legislativo che pone fine a una norma quanto mai digraziata nella sostanza, ma soprattutto per la sconfitta di un modo di fare politica che non piace più a nessuno. Nemmeno agli stessi politici, si direbbe. Bene, se fosse mai un primo passo in una direzione nuova (ma io ci credo poco).

UE/EUROPARLAMENTO BOCCIA DIRETTIVA BREVETTI SOFTWARE Con 648 voti contro 14 e 18 astensioni Strasburgo, 6 lug. (Apcom) – La direttiva Ue sulla brevettabilità dei programmi informatici applicati alle invenzioni tecniche (“Brevettabilità del software”) è stata bocciata, oggi a Strasburgo, dalla plenaria dell’Europarlamento con una maggioranza schiacciante di 648 voti contro 14 e 18 astenuti. Il rigetto della “posizione comune” del Consiglio Ue da parte dell’Assemblea è stato accolto con un grande applauso da parte degli eurodeputati, e spiegato dal relatore, Michel Rocard, come un messaggio “di collera collettiva” inviato dall’Europarlamento alla Commissione europea per “il modo inammissibile in cui siamo stati trattati, con il disprezzo totale verso gli emendamenti approvati in prima lettura, l’assenza dei commissari durante l’elaborazione degli emendamenti della seconda lettura e il tentativo di impedire anche il dibattito tra i governi” su questa questione. Il veto del Parlamento europeo significa la fine del cammino legislativo della proposta di direttiva, in virtù di quanto previsto dalla procedura di codecisione. La Commissione europea, che fino alla vigilia del voto di Strasburgo, aveva affermato di non voler presentare una nuova proposta di direttiva sulla brevettabilità dei software, subito dopo la bocciatura della direttiva ha dichiarato in aula, per bocca del responsabile delle relazioni esterne, Benita Ferrero Waldner, di essere disponibile a discutere con il Parlamento europeo un’eventuale nuova proposta generale sul brevetto europeo, che però non riguarderebbe più il solo settore informatico. Loc/Max 061047 jul 05GMT

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