Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
Cinque anni fa succedeva una delle cose più improbabili della mia vita: diventavo presidente di un’associazione sportiva.
Non immaginavo allora quanta fatica ci fosse nel tenere insieme una comunità. Quante decisioni impopolari. Quante delusioni. Quante sere sottratte alla famiglia, quante discussioni, quante preoccupazioni che nessuno vede. E quante responsabilità, anche legali ed economiche.
Ho imparato che il lavoro più importante è quello che non lascia traccia: evitare che le cose si rompano, ricucire rapporti, trovare persone, tenere aperta una porta, ricominciare ogni settembre come se fosse la prima volta.
Ma una cosa la penso ancora esattamente come allora.
Le comunità esistono perché qualcuno, a un certo punto, decide di farsene carico. Non perché sia più bravo degli altri, ma perché capisce che, se aspettiamo sempre qualcun altro, prima o poi non rimane nessuno. Me l’avevano trasmesso Antonio Santangelo, Ermenegildo Marrone, Antonio Aloisi, Giovanni Silvani, ma solo adesso credo di averne ricomposto il significato.
In questi cinque anni ho conosciuto tutta la fatica del volontariato. Ma anche tutto il suo privilegio.
Ho visto bambini diventare ragazzi, ragazzi diventare uomini. Genitori trasformarsi in dirigenti. Volontari mettere un pezzo della propria anima in un progetto che non appartiene a nessuno e, proprio per questo, appartiene a tutti. Ho visto persone fare molto più di quanto fosse loro richiesto. Ho visto che uno sport può essere un modo per costruire cittadini, prima ancora che atleti.
Non tutto è andato come speravo. Non tutto dipendeva da noi.
Ma se oggi l’Hockey Pordenone è un po’ più solido, un po’ più aperto, un po’ più capace di guardare al futuro, allora forse tutta quella fatica ha avuto un senso.
Soprattutto, ho imparato che una comunità non si misura da quanti applausi produce, ma da quante persone, nel silenzio, continuano a fare la propria parte.
È lì che cresce il futuro.
E forse è anche questo il senso di ogni incarico: accorgersi, con il tempo, che non si è mai davvero protagonisti. Si è, per un tratto di strada, al servizio di qualcosa che ci precede e che ci sopravvivrà.
Il matrimonio è un fatto pubblico
- LOCATED IN Vivo
Ieri, al matrimonio di amici che conosco da quando erano ragazzini, ho avuto una piccola epifania.
Forse c’entra anche l’età. In effetti, sono i primi matrimoni che vivo non più come coetaneo e compagno di scorribande degli sposi, ma come testimone del loro percorso. Li ho visti crescere, diventare adulti, trovare la propria strada.
E mentre ascoltavo la cerimonia nella sala consiliare di un piccolo comune montano, mi sono accorto che stavo guardando il matrimonio da una prospettiva un po’ diversa dal solito.
Quei due ragazzi vivevano già insieme. Si erano già scelti. Avevano già messo il loro legame alla prova delle prime rapide della vita. Non avevano bisogno di una firma per sapere chi erano l’uno per l’altra. Non era più quello il punto.
Il punto era che avevano deciso di rendere pubblica e pubblicamente rilevante la loro scelta privata. Stavano dicendo che il loro legame, che pure è profondamente personale, non appartiene soltanto a loro. Che nasce da una trama di relazioni, affetti, amicizie, esempi e luoghi. E che a quella trama intendono continuare ad appartenere e contribuire attivamente.
È una cosa che, soprattutto nel rito civile, sembra quasi nascosta dietro formule e articoli di legge. Eppure quelle formule, che ieri nella loro astrazione sono riuscite a emozionarmi, stanno dicendo esattamente questo.
Che nessuna relazione importante vive davvero nel vuoto. E che alcune scelte, pur essendo profondamente personali, diventano più forti quando vengono condivise con la comunità. Che il matrimonio non è soltanto una promessa che due persone si scambiano, festeggiati dai congiunti. È anche una dichiarazione rivolta agli altri: voi potete contare su di noi come coppia, come famiglia, noi contiamo su di voi.
Ed è così che una comunità continua a esistere: quando chi arriva dopo decide, liberamente, di esserne parte e di accettare di farsene a sua volta carico.
Cinquant’anni fa significa che quella sera non avevo ancora compiuto quattro anni. Vivevamo all’ottavo piano di un grattacielo alto quattordici. Dormivo da una buona mezz’ora, com’era normale allora. Un minuto di scosse violente alle nove della sera non riuscì a svegliarmi né, a quanto pare, a lasciare traccia nella mia memoria.
Ricordo poche istantanee, dopo. Papà che mi sveglia con premura, direi determinato ma non agitato. Io in braccio a lui incuriosito mentre scavalchiamo le macerie di una parete divisoria appena fuori dalla mia camera. Gli sguardi dei vicini che si incontrano lungo le scale strette del condominio e subito si ritraggono, severi e imbarazzati. Il giaciglio improvvisato nel vano bagagli del Maggiolino Volkswagen e l’insistenza di papà e mamma nel farmi riaddormentare. Le luci invadenti di un ampio parcheggio dove passiamo la notte. Una tenda montata nel giardino di conoscenti, nei giorni successivi.
Più di tutto mi resta una cosa, dei terremoti del Friuli del 1976, vissuti da treenne a settanta chilometri dall’epicentro: la capacità degli adulti intorno a me di non trasmettermi paura né smarrimento. Non so se la fiducia di quegli anni ruggenti e la determinazione peculiare con cui questa regione seppe risollevarsi dal trauma abbiano compensato in qualche modo la precarietà di quell’estate friulana. O forse ero io davvero troppo piccolo per trattenere emozioni e preoccupazioni. Ma se ci ripenso oggi, da adulto e da genitore, mi pare notevole e degno di gratitudine non portarne cicatrici.
Sotto la punta dell’iceberg
- LOCATED IN Dico la mia
Si vede che è settimana, ma credo valga la pena soffermarsi anche su questo.
Se hai letto gli estratti del “manifesto” del ragazzino tredicenne che ha accoltellato un’insegnante dalle parti di Bergamo, immagino tu abbia provato una di queste due reazioni.
La prima, che immagino largamente maggioritaria, appartiene all’universo dell’indignazione: la condanna senza attenuanti del ragazzo, della famiglia, delle istituzioni che non hanno visto o non hanno fatto abbastanza. Ed è una reazione legittima: un gesto così estremo non si giustifica in alcun modo.
La seconda reazione, che è anche la mia, è più scomoda. È fatta di sgomento e mortificazione, perché in quelle parole, in quel delirio lucido, in quella percezione di umiliazione e ostilità, a tratti ti pare di riconoscere qualcosa. Non lui, naturalmente. Ma il volto e la sofferenza di tanti ragazzi che hai incrociato nella scuola, nello sport, tra le amicizie dei tuoi figli. È la punta aguzza e mostruosa di un iceberg. Ma su quell’iceberg, in forme magari meno drammatiche, ti è capitato di camminare spesso. E sai che è grande. Molto più grande di quanto ci piaccia ammettere.
Lì sotto ci sono sofferenze spesso incomprese, rabbie mute, sensi di inadeguatezza enormi, solitudini che non sanno nemmeno dirsi tali. Ci sono ragazzi arguti, potenzialmente brillanti, che perdono anni, che deragliano, che finiscono su traiettorie molto più povere delle loro possibilità e delle loro aspirazioni, perché non riescono a riconoscere i propri talenti o perché sentono il mondo degli adulti non come un sostegno, ma come un dispositivo che insiste sulle loro debolezze. Ci sono atleti promettenti che non reggono i pungoli, anche quelli sinceri, e che invece di reagire si ritirano, rinunciano, vivono il gioco come una condanna. Ci sono giovani incapaci di dare parole al proprio disagio, che preferiscono sguazzare nell’umiliazione piuttosto che affidarsi alle mani aperte di adulti benintenzionati, e che si chiudono nel mutismo anche quando stai provando a salvarli da un torto evidente.
Per chi si riconosce in questa seconda reazione, la frustrazione è doppia.
Da un lato c’è quella di chi, nel suo piccolo, ha provato molte volte a fare la sua parte e sa bene che spesso non basta. Non basta l’intuizione, non basta la disponibilità, non basta la vicinanza, non basta nemmeno il tempo speso a cercare un varco. E questo è uno dei sentimenti più avvilenti: vedere una traiettoria che si deforma e non riuscire a incidere abbastanza. Sentire che il tuo interlocutore non riesce a reagire perché non desidera o non pensa di meritare di meglio, o anche che esista qualcosa di meglio.
Dall’altro lato c’è la frustrazione verso i propri pari, verso gli adulti con cui ogni volta provi a riaprire il discorso. A spiegare che quello che sta succedendo non è normale, o almeno non è più riducibile alle categorie con cui ci siamo raccontati fin qui l’adolescenza. Che forse l’adolescenza l’abbiamo sabotata noi. Che dobbiamo cambiare parole, metodi, attenzioni. Che dobbiamo spostare il baricentro: prima ancora dei risultati scolastici, dei gesti tecnici, delle convocazioni, delle performance, viene la necessità di fare breccia in quegli scudi, di accompagnare quei ragazzi un po’ più in là del punto in cui rischiano di arenarsi. E ogni volta sembra di ricominciare da capo, consumando capitale sociale, ruolo, credibilità, passione civile, per poi ritrovarti comunque a svuotare il mare con un cucchiaino.
Perché è più facile pensare che siano semplicemente fragili, smidollati, annoiati, guastati da una società decadente che li ipernutre e insieme li svuota. E certo c’è del vero, in questo. Ma è una verità insufficiente. Non basta a capire. E soprattutto non basta a intervenire.
Sono tanti. Stanno male. Alcuni stanno molto male, anche se non li vediamo perché finiscono lontano dalla nostra vista. Qualcuno lo perdiamo per sempre. Qualcuno si spegne in silenzio. Qualcuno, come nel caso che oggi fa da pretesto a questo ragionamento, si ribella nel modo più intollerabile e inconcepibile. E persino lì, dentro al dramma e dentro alle parole ripugnanti, ti sorprendi a intravedere una caricatura orribile di quella reazione che, con le migliori intenzioni, hai cercato tante volte di incoraggiare nei suoi coetanei: non subire tutto, non lasciarti schiacciare, prova a opporre qualcosa di tuo, fai emergere il tuo punto di vista, il tuo modo di essere.
Questa cosa non è normale. E credo che sbagliamo a trattarla come una semplice variante dell’adolescenza problematica. Così come temo sia riduttivo archiviarla come effetto collaterale della parentesi terribile del Covid. Anche lì: c’entra, certo. Ma non basta.
C’è qualcosa che sempre più spesso si inceppa nel progetto di vita che famiglie, scuole, sport e società offrono a questi ragazzi. Se devo basarmi sulla mia esperienza di genitore e di dirigente sportivo, il fenomeno cresce, si allarga, si complica di anno in anno.
Per questo non credo possiamo limitarci a infierire sul ribelle di turno. Né rifugiarci nel rassicurante talk show parapsicologico sulla gioventù perduta – categoria dentro cui, volendo, potrebbe ricadere anche questo post. Credo invece che dovremmo accettare di farci qualche domanda più scomoda e di mettere in discussione alcune certezze.
Non è il problema di un ragazzo. È un problema di relazione tra generazioni. E finché continuiamo a trattarle come eccezioni, continueremo a sorprenderci ogni volta che succede e a perdere l’occasione di influire sulla vita di tutti gli altri.
Il senso della comunità per i giovani
- LOCATED IN Dico la mia
Mi ha incuriosito stamattina leggere sulle pagine cittadine del Gazzettino un’intervista al Vescovo di Concordia-Pordenone Giuseppe Pellegrini, nella quale, rispondendo a una domanda su immigrazione e violenza, egli afferma che i giovani «hanno perso i valori», «non sanno cosa fare» e che «spetta a noi adulti prendere in mano la situazione e dare loro un senso». La sua è una lettura della realtà che rispetto e che so molto diffusa e condivisa. Eppure – a mio modo di vedere, senz’altro minoritario – rischia di allontanarci dalla soluzione.
Perché mette a fuoco i ragazzi, ma lascia sullo sfondo le condizioni che abbiamo costruito attorno a loro. Negli ultimi decenni, per ragioni spesso comprensibili e intenzioni al limite nobili, abbiamo decimato gli spazi di esperienza, aumentato il controllo, sterilizzato il rischio. Abbiamo chiesto prudenza e obbedienza molto più di quanto abbiamo offerto occasioni reali di crescita.
Qui la responsabilità adulta è difficile da eludere, a partire dai luoghi che erano palestre privilegiate di autonomia e responsabilità: la scuola (di cui qui abbiamo discusso spesso in passato) e le parrocchie. Gli oratori sono stati per decenni luoghi aperti, in cui si imparava facendo. Quelli che ho conosciuto io in giovinezza (il San Giorgio di don Bozzet, il Don Bosco dei Salesiani, la Casa dello Studente di don Padovese, il Cristo Re di don Zovatto, il San Giuseppe di don Pandin) erano spazi protetti ma veri, dove sperimentare libertà, relazione, errore.
Oggi, nella maggior parte dei casi, quei contenitori – così come la gran parte degli spazi pubblici e di aggregazione non commerciali – si sono ridotti, svuotati, quando non del tutto estinti. Non soltanto per ragioni organizzative o demografiche, ma anche per una crescente difficoltà ad accettare il disordine inevitabile di ogni esperienza viva e a sostenerne le responsabilità. Ci siamo trincerati dietro norme e vincoli che proteggono gli adulti più di quanto abilitino i ragazzi.
Poi osserviamo il risultato e lo chiamiamo “mancanza di valori”. Ma i valori non si consegnano: si praticano. Non si iniettano: permeano. Non si dichiarano: si rendono credibili. Se togli i luoghi e le esperienze, restano le prediche. E le prediche, da sole, non costruiscono senso.
Dire che “tocca agli adulti dare un senso” dunque è vero solo a metà. Agli adulti tocca creare le condizioni perché quel senso possa emergere ed essere messo alla prova. Spazi, tempo, fiducia. E disponibilità ad assumersi il rischio che questo comporta. Ovvero tutto quello che, anno dopo anno, per ragioni legali, fiscali, economiche, politiche, filosofiche, abbiamo sottratto al nostro progetto di comunità. Possiamo ritenere queste scelte giustificate e prioritarie, naturalmente, ma allora dobbiamo farci carico anche delle loro conseguenze meno grate.
Sobillo da anni una riflessione ampia su questo tema, che pure sembra sfuggire con ostinazione all’agenda pubblica.
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Ne ho discusso, in precedenza, qui:
Giuseppe che abitava gli interstizi
- LOCATED IN Ricordo
Nel secondo anniversario della morte di Giuseppe Granieri, al Polo bibliotecario di Potenza è stato organizzato un incontro per raccogliere spunti sulla cultura digitale e dedicare idealmente a questo dibattito uno scaffale in suo nome. Quello che segue è il testo del mio contributo, che in questa occasione non ho potuto portare di persona. Mi rendo conto una volta di più che l’assenza di g.g. resta per me un concetto ancora molto astratto.
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Dedicate a Giuseppe Granieri gli scaffali di libri, ma non cercatelo nei libri.
Non lo troverete nelle copertine allineate, nei titoli evocativi, nelle sottolineature. Giuseppe non era i suoi libri. Non era la sua biblioteca. Non era i suoi post, le sue piattaforme, le sue conversazioni infinite.
Era tutte queste cose, certo. Ma era soprattutto ciò che accadeva tra una cosa e l’altra. Era il movimento che passava tra una mente e un’altra, tra un testo e le sue conseguenze, tra un’idea e la sua trasformazione. Era la tensione che rende i nodi di una rete più intelligenti.
Se la cultura digitale ci ha insegnato qualcosa, al netto delle mode, delle piattaforme e delle metriche, è che il valore non risiede nel nodo ma nella relazione. Un nodo isolato è un archivio. Una relazione è una trasformazione.
Per lui la rete non era un’infrastruttura. Era una postura. Non un insieme di cavi e protocolli, né una macchina per vendere o persuadere, ma un modo di stare al mondo: conversazione, responsabilità, cura del legame. In un tempo che misura in visibilità, lavorava sull’invisibile. In un tempo che premia l’ego – e avendone uno che certo non si poteva dire contenuto – Giuseppe moltiplicava gli altri.
Questa postura Giuseppe la praticava prima ancora di formularla. Non era un esperto che spiegava: era un connettore che attivava. Era competenza, molta. Ma era soprattutto un attivatore di competenze altrui. La sua vita è stata un grande sistema operativo relazionale.
Giuseppe abitava le soglie: tra online e offline, tra accademia e rete, tra teoria e pratica, tra umanesimo e tecnologia, tra ironia e profondità. Era una soglia vivente. E le soglie non si possiedono: si attraversano, e segnano una cesura tra un prima e un dopo.
Sapeva interloquire con tutti: non per diplomazia, ma per curiosità. Teneva nello stesso spazio l’accademico e l’hacker, il manager e l’attivista, il teorico e il pratico, senza ridurre nessuno alla caricatura dell’altro. Faceva sedere allo stesso tavolo persone che non avrebbero mai pensato di avere qualcosa da dirsi. E spesso scoprivano di avere più domande in comune che risposte divergenti.
Non era soltanto il mediatore: era, a suo modo, entrambe le cose. L’accademico e l’hacker. Il manager e l’attivista. Il teorico e il pratico. Non come contraddizione da risolvere, ma come complessità da sostenere. Forse è anche per questo che sapeva comporre gli altri: perché dentro di sé aveva imparato a far convivere differenze che si pensano separate. Nelle connessioni che attivava si rifletteva, in controluce, la sua personalità plurale.
Uscivi dalle conversazioni con lui leggermente spostato. Non convertito, non convinto: spostato. Aveva la capacità di non chiudere mai un discorso nel punto in cui sembrava concluso. Lo riapriva, lo inclinava, lo rendeva poroso.
Ha ispirato una generazione non perché offrisse risposte – anche se poi amava avere l’ultima parola – ma perché legittimava le domande. Ci ha dimostrato che l’universo delle idee non è mai chiuso, e che chiunque può contribuire a reinterpretarlo, in modo più facile, più diffuso e più corale che mai nella storia.
Con lui le idee non erano mai proprietà privata: erano ambienti condivisi. Non ti consegnava una tesi, pur avendone formulate in abbondanza: ti metteva in una condizione. I post, gli articoli, i libri che restano di lui sono soltanto le briciole di un percorso fatto insieme a tante persone, persone che spesso oggi si ritrovano amiche grazie a un suo innesco.
Molti dei concetti che oggi utilizziamo con naturalezza – comunità, conversazione, identità distribuita, responsabilità connettiva – li abbiamo attraversati insieme a lui, spesso senza nemmeno accorgerci che stavamo costruendo un lessico comune.
La sua eredità più radicale non è in ciò che ha scritto, ma nel metodo che ha incarnato: l’idea che la cultura digitale non sia una specializzazione, ma una forma di cittadinanza. Che abitare la rete significhi assumersi la responsabilità delle proprie connessioni. Che partecipare non sia consumare contenuti, ma contribuire alla forma della conversazione.
Mi riesce ancora straordinariamente difficile, anche a due anni di distanza, rappresentare ciò che Giuseppe Granieri è stato. Le persone che abitano gli interstizi sfuggono alle definizioni. Non coincidono con le opere, con i ruoli, con il curriculum.
Possiamo però riconoscere ciò che continua ad accadere grazie a lui. Nelle connessioni che diamo per scontate. Nella cura con cui scegliamo una parola. Nel modo in cui teniamo aperto uno spazio di confronto. Se oggi siamo capaci di vedere valore non soltanto nei contenuti ma nei legami che li tengono insieme, è perché qualcuno ci ha abituato a guardare lì.
E ciò che conta, quasi sempre, non è ciò che si vede. Ma ciò che continua ad accadere. Anche tra noi. Anche qui. Proprio qui. Oggi, anche se lui non è più.
Le parole che non ti ho scritto
- LOCATED IN Ricordo
Caro Luca,
abbiamo condiviso lo stesso asse del tempo, ma quasi mai lo stesso punto.
Potrei dire che eri avanti. Ma forse non è esatto. Non correvi necessariamente più veloce degli altri: stavi su un altro battito. Eri dentro il nostro tempo, ma seguivi un ritmo tuo, una traiettoria personale. A volte in anticipo, a volte fuori sincrono; negli ultimi anni in un altrove che ti ha permesso di scrivere pagine potenti, non facili, preziose.
Se ripenso alle nostre traiettorie, mi colpisce questo scarto costante. Ci siamo sfiorati molte volte. Stessi temi, stessi mondi, stessi incroci. Sempre con rispetto. Sempre con una distanza riconosciuta. Non siamo stati intimi, e dirlo non è una diminuzione: è una forma dell’onestà che ci siamo riconosciuti. Abbiamo abitato le stesse stagioni in modi diversi, o in momenti diversi. Ci osservavamo, credo, con curiosità vigile.
Sei stato ambientalista quando l’ambiente era ancora materia per pochi ostinati, non certo un capitolo dell’agenda pubblica. Ti sei impegnato nella tua comunità all’età in cui di solito si comincia a pensare a se stessi. Sei stato blogger quando i blog erano una stanza stretta e febbrile, abitata da una minoranza che si riconosceva a vista. Quando quella stanza è diventata piazza, città, mondo, tu hai inseguito la dimensione imprenditoriale: la possibilità di farne lavoro, struttura, progetto.
Poi sono esplosi i social network, e per te sono diventati identità, posizionamento, competenza, progetto editoriale. Senza clamore, senza pose. Con metodo e serietà.
Hai esplorato il mondo dei personal open data e del quantified self quando in Italia erano ancora parole esotiche. Ti interessava misurare, capire, correlare. Cercare senso nei numeri prima che i numeri diventassero slogan. L’emergere dell’intelligenza artificiale ti ha fatto compiere un ulteriore salto in questa esplorazione di te in relazione al mondo, al senso delle cose, all’evoluzione del tuo ruolo in una realtà sempre più confusa e complessa.
Quando infine la rete è diventata totale, onnipresente, inevitabile, tu hai cominciato a sottrarre. A togliere. A cercare l’essenza, invece dell’ennesima estensione.
Ecco la tua sincronia: non con la moda del momento, ma con una traiettoria interna. Non con il rumore, ma con una domanda. Con serietà. Con decisione. Con umiltà. E con rispetto, di te stesso e degli altri.
Il tuo ultimo progetto è stato il più radicale. Condividere il percorso verso la fine, riflettere pubblicamente sul tumore, sul tempo che si restringe, sul senso delle cose quando la prospettiva cambia, sulla chiusura consapevole del proprio cerchio. Lo hai fatto con una lucidità spietata, senza retorica, senza autoassoluzioni. Ancora una volta fuori sincrono rispetto al rumore: mentre il mondo correva, tu fermavi il tempo e lo guardavi negli occhi.
Ho cercato per settimane le parole per riconoscerti tutto questo, prima che fosse troppo tardi. Non ne sono stato capace, e ti chiedo scusa. Magari è codardo farlo oggi. Ma almeno grazie ci tenevo a scriverlo.
Ora puoi declinare il tempo all’infinito.
Il tempo prima
- LOCATED IN Vivo
Credo di non aver mai fatto del tutto pace con i primi giorni del Covid. A distanza di cinque anni, mi rendo conto che molti di noi hanno semplicemente chiuso quella primavera fuori dall’ordinario in un cassetto. I fatti da una parte, le emozioni dall’altra. Funziona, in apparenza. Ma non è elaborazione, è più una presa di distanza.
Spesso mi vengono in mente le immagini dello tsunami nell’Oceano Indiano del Natale 2004: la marea che si ritira, la curiosità inevitabile, le persone che si spingono sempre più avanti, dentro quella stranezza che sembra innocua, sotto un sole generoso. Solo dopo capiscono. Quando l’onda è già in movimento. È facile, col senno di poi, chiamarli sciocchi o irresponsabili. Facile pensare che noi avremmo capito prima, che avremmo invertito la rotta. Non è così. Non sai mai quando ti capita davvero l’esame di maturità dello stare al mondo. E io, quando è stato il mio turno, quel passaggio in fondo so di averlo fallito.
Degli ultimi giorni di febbraio 2020 ricordo soprattutto il fastidio diffuso. L’impressione che si stesse costruendo un caso mediatico intorno a un’influenza. La sensazione che, nella confusione, ognuno stesse dando il peggio: opinioni nette, comportamenti contraddittori, scarsa fiducia reciproca. Non avevo timore. Ero scettico, perplesso, arrabbiato. L’allarme mi sembrava esagerato e controproducente. Anche chi aveva intuito prima degli altri comunicava spesso con toni aggressivi, frustrati. Magari comprensibili, oggi. Ma allora poco efficaci: generavano distanza, resistenza, non consapevolezza. Sono dettagli che mi hanno insegnato molto sul tono di voce in comunicazione d’emergenza.
Seguivo le notizie con una curiosità normale. Lavoravo allora in un ospedale, avevo accesso a informazioni di prima mano e l’atteggiamento stesso dei dirigenti sanitari era in fondo rassicurante. Ero vigile, ma non turbato. La situazione cresceva di giorno in giorno, ma restava qualcosa che semplicemente osservavi. Come quella marea anomala: la guardi, al massimo ti chiedi se ti bagnerà i piedi.
Erano i giorni del ponte di Carnevale. Noi eravamo in montagna. I ragazzi sciavano, la gente era tanta, file ovunque. Se ne parlava, certo, ma come si parla di qualsiasi fatto di attualità. Qualcuno, da lontano, biasimava chi non rinunciava a quello svago. C’erano già alcune limitazioni preventive, ma semplicemente venivano ignorate: sembravano sproporzionate, quasi assurde. La domenica mattina arrivarono i Carabinieri a farle rispettare. Con fermezza e pazienza, in mezzo al fastidio generale di chi voleva lavorare e di chi voleva divertirsi.
Poi, all’improvviso, qualcosa si è rotto. Non un grande evento, ma una serie di dettagli minori, che oggi nemmeno ricordo. È stato lì che ho riconosciuto l’onda. Non più una possibilità astratta, ma qualcosa che stava già arrivando. E insieme è arrivata una sensazione netta, spaventosa, difficile da scrollarsi: essere arrivato tardi. Aver visto ma non aver capito, pur avendo a disposizione tutti gli elementi. Non aver fatto abbastanza per proteggere i miei figli, la mia famiglia e, indirettamente, l’intera comunità.
Quella domenica, prima di pranzo, ho forzato la mano. Ho richiamato i ragazzi dalle piste, ho fatto preparare tutto in fretta, ho anticipato la partenza, ho tagliato corto sulle esitazioni. I ragazzi si sono adeguati non senza perplessità, com’è giusto che sia: li aspettavano almeno altri due giorni di sci, attività che stava passando proprio in quei mesi da imposizione degli adulti a desiderio coltivato. La narrazione, per quanto rassicurante, non reggeva la loro esperienza del mondo. Nemmeno la nostra, a ben vedere, ma non era già più tempo di scrupoli e riguardi.
Siamo tornati a casa, e da lì è cominciato un mondo diverso.
Quello che mi è rimasto addosso non è tanto quella congiuntura famigliare, ma il tempo prima. I giorni in cui l’onda era già partita e io la guardavo ancora come una possibilità tra le altre. Non è stato un errore clamoroso, né in fondo una colpa da espiare. È qualcosa di più banale e ordinario, ma anche per questo più inquietante: la difficoltà di riconoscere ciò che esce dal perimetro dell’atteso. Credo che quella sia stata, per molti di noi, la vera esperienza del Covid. Non soltanto quello che è successo dopo, ma quel breve tratto iniziale in cui tutto era già in movimento e noi ancora no.
Imprinting
- LOCATED IN Ricordo
Mi sono sempre chiesto se uno il suo destino se lo porti dentro oppure se gli venga in qualche modo istillato. Se le passioni preesistano e siano attivate da congiunture esterne oppure se siano il frutto di un percorso imprevedibile di addizioni e casualità. Comunque sia, ho sempre attribuito con chiarezza il mio precoce interesse per il dietro le quinte (dei media soprattutto, ma non solo) e uno certo sguardo trasversale su media, umanità e comunità a Furio Colombo.
Nella nebbia indistinta delle età dello sviluppo sociale e culturale, da qualche parte tra il primo Goldrake e gli studi superiori, ricordo con insolita precisione l’interesse istintivo e vorace per le analisi di Colombo sulle dinamiche della comunicazione di massa e il fascino ostinato per l’eleganza, la chiarezza e la sobrietà delle sue sintesi.
Divulgatore raffinato e colto, Colombo prendeva gli strumenti della comunicazione che già veneravo e me ne faceva percepire la terza, la quarta e la quinta dimensione, la complessità dietro alle confezioni patinate, le incongruenze e le negoziazioni irrisolte di quel motore potentissimo e al tempo stesso fragilissimo della nostra vita condivisa. Ci fosse o meno qualcosa di tutto questo già dentro di me, e chi può dirlo, lui inconsapevolmente lo nutrì a steroidi.
Era l’era di massima influenza della carta, l’era del progressivo affollamento dell’etere, l’era delle commistioni emergenti e deflagranti tra media e potere e Colombo in quell’epoca godeva di collocazioni invidiabili e irripetibili: uomo di frontiera tra stampa e tv, uomo di sperimentazione tra media e accademia, uomo di azienda e di relazioni privilegiate tra Italia e Stati Uniti, uomo di cerniera tra le culture protagoniste del Dopoguerra. Un uomo privilegiato che abitava un’epoca straordinaria e che tuttavia sapeva condividere con generosità il suo sguardo.
Quella stessa posizione privilegiata gli permise di vedere arrivare per tempo lo tsunami di internet nella sua dimensione umana e culturale, prima che tecnologica, che fu infatti tra i primissimi a raccontare in Italia. In Colombo ammiravo, a differenza di tanti esperti settoriali, l’intuito per le connessioni, la capacità di riconoscere i fili rossi passando sul filo delle storie di persone e di comunità dalla tecnologia (Confucio nel computer) alla forma dei luoghi (La città profonda), dalle forme dell’esistenza post-industriale (La vita imperfetta) alle nuove tensioni della convivenza (Gli altri, che farne).
Vi fu poi molto altro nella vita di Furio Colombo, tra cui una svolta assai più civica, politica e passionale, di cui però non ho titolo sufficiente per dire. Meriterà tuttavia un giorno ricostruirne a pieno la dimensione pubblica e professionale, così intrecciata in ogni fase a momenti chiave della storia recente del nostro Paese.
Qui oggi vorrei testimoniare semplicemente l’ammirazione e la gratitudine per quel suo passaggio, travolgente e indelebile, nel mio immaginario adolescente e per la cortesia con cui un giorno se lo fece raccontare.
Ehi tu, figlio maggiorenne
- LOCATED IN Vivo
Ehi tu, figlio maggiorenne.
Figlio ormai da guardare con gli occhi all’insù. Per cui dissimuliamo orgoglio, mentre festeggi lavorando lontano da casa la conquista della capacità di agire e del dovere di risponderne in prima persona.
Ehi tu, che vivi con le orecchie costantemente immerse nella musica di un’epoca ruggente che forse non è mai esistita, ma in cui ti piacerebbe vivere. Che ti credevamo umanista e invece lungo la strada ti sei rivelato scienziato, e forse sei entrambi oppure nessuno dei due, e magari non ti basterà una vita per capirlo. Tu, che sei testa fina e mani d’oro, e le usi per prenderti cura delle persone care. Tu, che riempi gli ambienti in cui vivi di creazioni bi- e tridimensionali e in ogni casa di famiglia troviamo sedimentazioni di materiali, disegni e costruzioni che testimoniano il tuo ondeggiare negli anni tra fantasia e concretezza.
Tu, che sei Tagliamento: rivolo, per lunghi tratti in secca, per poi prorompere impetuoso a torrente minacciando gli argini se innaffiato a dovere. E Monte Cavallo: l’altura dietro casa che spesso vorresti conquistare in bicicletta, ma poi vabbè anche per oggi no. Tu, che vivi una passione per volta, ma in modo totalizzante, cambiando di tanto in tanto il corredo della tua vita come quinte in teatro. Che nell’inseguire i tuoi interessi coniughi in modo audace, eppure ai tuoi occhi coerente, costruzione e distruzione, artigianato e armamenti, vigore e pantofole, ragionamento e disimpegno.
Ehi tu, che appari impassibile e inscalfibile, immune all’esigenza di raccontarsi, riluttante esploratore delle profondità delle emozioni. Tu, che dissimuli gioia e sofferenza dentro allo stesso sorriso e preferisci lasciar pensare che sia acqua quieta quella che magari mulinella sul fondo. Tu, che elargisci a tutti la possibilità di pensare di piacerti e a nessuno la certezza che sia vero. Tu, che cedi spesso agli altri la scrittura del tuo destino e paghi caro il prezzo dei tuoi slanci ideali, senza che questo scalfisca le tue convinzioni. Tu, che ottenere meno di quel che meriti ti pare una circostanza noiosa, ma in fondo trascurabile, come se contemplassi un spazio molto più vasto e scandissi un tempo più generoso e placido.
Tu, che sei cresciuto senza tribù né feudo e ti ritrovi ora in mano la responsabilità di scoprire il tuo ovest da conquistare e i pellegrini, i cercatori d’oro e gli avventurieri che ti accompagneranno nell’impresa. Tu, che frequenti gli stessi amici con cui hai stretto patto di fratellanza all’asilo e serve la testardaggine del destino o la sfacciataggine altrui per trascinarti dentro storie nuove e nuovi mondi. Tu, che hai un istinto fuori dall’ordinario per i più piccoli, e sai insegnare con naturalezza e rispetto, perché ci metti la cura e la sincerità che spesso non hai incontrato nel tuo percorso. Tu, che a tre anni ha sospeso la manina nell’aria per difendere la tua sorellina appena nata dall’invadenza del sole, e in fondo da allora non l’hai mai tolta.
Ehi tu figlio diciottenne, figlio che oggi consegniamo a un’età quasi adulta, sedendoci appena un po’ più in là per goderci meglio lo spettacolo. Ehi, proprio tu: tanti auguri dal tuo papà.
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