Il blog di Sergio Maistrello dal 2003
L’ecologia della mente
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Ci sono libri che ti aprono la testa e contribuiscono a formare la tua visione del mondo. Uno dei tomi della mia vita – durissimo, a tratti perfino indigesto – è stato Verso un’ecologia della mente di Gregory Bateson, una meravigliosa commistione di antropologia, estetica, epistemologia, semiotica, psicologia, sociologia e quant’altro, uno sguardo dall’alto che ricerca connessioni insolite e utili all’analisi della realtà.
Di Bateson si festeggiano in questi giorni i cento anni dalla nascita (vedi l’Elzeviro di Giorello sul Corriere di oggi – link a scadenza), mentre l’Università di Roma 3 gli dedica un convegno questo fine settimana.
Aggiungo, riprendendo un’ipotesi di lavoro che avevo buttato là anni fa nella mia tesi di laurea, che se ha un senso un’epistemologia di Internet e dei nuovi media, credo non possa prescindere dal modernissimo, ancorché centenario, approccio di Bateson. E lo dimostrano studiosi come Pierre Lévy, che con la sua intelligenza collettiva ripercorre – più o meno consapevolmente – le categorie ecologiche di Bateson per descrivere la vita che c’è dentro il computer.
Arte dinamica
- LOCATED IN Dico la mia
Ma se i bimbi impiccati di Cattelan sono arte (e tutto sommato sono disponibile a concederlo), la reazione scomposta della folla, con tanto di muratore ebbro che si arrampica sull’albero e tenta di segare il ramo, non è forse il punto più alto dell’opera stessa?
Anche il mondo accademico
- LOCATED IN Dico la mia
La cosa che più mi ha colpito nell’interessante due giorni di convegno a Udine è la presa di distanze – misurata, contestualizzata, ma ugualmente condivisa tra i partecipanti – dal decreto Urbani. A giudicarlo un maldestro lavoro di lobby e un cattivo esercizio del diritto non erano giovinetti dai jeans a vita bassa, ma baroni universitari e loro assistenti.
Weekend di lavoro
- LOCATED IN Segnalo
Niente Webb.it, alla fine. Per varie ragioni. Peccato, quest’anno c’erano anche più amici in zona che lo scorso anno, nonostante la fiera sembri aver preso una piega un po’ più seriosa.
In compenso, venerdì e sabato sono a Udine, al convegno Le responsabilità degli operatori e degli utenti di Internet, organizzato dall’Università di Udine con Register.it e Società Internet. L’anno scorso fu piuttosto interessante: era il momento della Fondazione Meucci proposta da Gasparri. Quest’anno il programma si preannuncia ancora più attraente, con in primo piano il delicato e finora poco approfondito rapporto tra utenti, registrar e autorità.
Il convegno
- LOCATED IN Segnalo
Sbrigati, che sei in ritardo: il convegno di Napoli è già iniziato. Si parla di blog, opinione pubblica, giornalismo, letteratura e politica. Per dire, solo nella prima settimana ti sei già perso un bell’intervento di Mantellini, uno scenario di Granieri, una riflessione di De Biase, una testimonianza di Iacoboni, un saluto di Michele Serra e Giovanna Zucconi e molto altro. Le premesse sono molto buone: mica sono tutte blogstar entusiaste, ci sono anche gli scettici, tutti ben documentati, che non si perdono in complimenti e ribattono punto per punto a proposito delle presunte virtù di questi sistemi di pubblicazione personale.
Se tanto mi dà tanto, ci troveremo a Napoli (il 4 giugno alla Facoltà di Sociologia) avendo già superato tutti i convenevoli e, questa volta, dicendo qualcosa di nuovo sui blog.
Accessibilità, la legge è già stanca
- LOCATED IN Dico la mia
L’Anno europeo dei disabili è stato un buon motore di iniziative. Peccato sia durato solo dodici mesi e sia finito nel dicembre scorso. Lo dimostrano i malumori delle associazioni di disabili e di webmaster a proposito della legge Stanca sull’accessibilità, riportati oggi da Punto Informatico. Siamo arrivati primi e di gran corsa in Gazzetta Ufficiale perché in dicembre faceva comodo spendere un credito d’immagine. Ora che si tratta di mettere in moto un progetto «di grande civiltà», che «consentirà di abbattere le barriere digitali e creare invece rilevanti opportunità per consentire agli oltre 3 milioni di disabili italiani di poter studiare, lavorare e partecipare attivamente alla vita sociale, senza esclusioni» – come notava con retorica il ministro che ha dato il nome alla legge – l’entusiasmo è svanito.
Il problema, prevedibile già allora, è che la legge è vuota: il testo è una dichiarazione di principi che necessita di due diverse normative (il regolamento attuativo, più le linee guida operative) per passare dalla teoria alla pratica. La prima doveva essere presentata entro 90 giorni, ovvero una ventina di giorni fa, ma nessuno ha ancora visto nemmeno una bozza e al dipartimento per l’Innovazione non sembrano far previsioni.
Non che l’idea di appiccicare un bollino blu sui siti accessibili goda di particolare credito, da queste parti. Ma la sensazione è che la politica per le tecnologie di questo governo passi più per grandi annunci che per grandi progetti portati a termine. D’altronde, una volta smontato il set, a chi importa più?
Aggiornamento: il ministero per l’Innovazione ha risposto a Punto Informatico, rassicurando sull’avanzamento del regolamento.
Un contenitore da riempire di vissuti
- LOCATED IN Scrivo
Quando nel 2001 Gianluca Nicoletti e la neonata RaiNet fondarono Rai.it Community, comunità virtuale (poi trasformata in forum tematici) del portale della radiotelevisione di Stato, invitarono numerosi esperti del settore e addetti ai lavori a contribuire alla discussione inaugurale dedicata alle prospettive delle community di Internet. Questo è stato il mio intervento, pubblicato il 19 aprile del 2004.
Per anni abbiamo sognato che Internet diventasse un grande strumento a disposizione di tutti: oggi, semplificando la questione, possiamo dire che lo è in molti Paesi avanzati. Eppure la Rete non sembra come l’avevamo immaginata. È, invece, come abbiamo contribuito tutti a farla diventare: un fenomeno di massa. Sempre più televisione, sempre più gioco a premi, sempre più format. Come davanti a una televisione, stiamo lasciando che la nostra presenza si riduca al quarto d’ora di celebrità, alla visita al sito top, alla rincorsa dell’evento, alla fiction telematica. Non erano queste le premesse: ci siamo lasciati corrompere dai primi soldi facili; abbiamo lasciato che pochi, più bravi e smaliziati, prendessero in mano quello che doveva restare di tutti. Internet non può prosperare senza business, questo è ovvio, ma i modelli di business non hanno il diritto di prendere il sopravvento sui modelli di comunicazione. Altrimenti Internet sarà solo una tivù con un telecomando un po’ più difficile da usare.
Fino a qualche anno fa non serviva porre l’accento sulle community, perché l’intera Rete sapeva essere una comunità. Sarà per l’abbondanza di contenuti replicati o per la crescente autoreferenzialità, ma Internet mi sembra sempre più lontana dall’immagine iniziale di nodi, di computer e, quindi, di persone.
Oggi le comunità virtuali sono diventate un affare per aziende e imprenditori, ma la socializzazione in Rete non è un surgelato precotto, da mettere per dieci minuti nel forno a microonde, e poi servire prima che si raffreddi. Una comunità virtuale nasce dove nessuno l’ha concepita, in tempi e in modi che non sono codificabili a tavolino. Nasce dove cè qualcuno che ha qualcosa da dire e sceglie di condividerla, e non tanto, o per lo meno non solo, dove qualcuno investe in tecnologie e marketing.Per contro: che cosa abbiamo davvero da condividere? A differenza di Paesi dove la Rete ha avuto più tempo per maturare, mi sembra che in Italia il sottobosco di siti personali e amatoriali, che sono poi il germoglio delle comunità, abbia saltato l’adolescenza. Siamo passati dai giocattoli multimediali agli esperimenti che fanno il verso ai siti “seri”, quelli in cui si tenta già di guadagnare scopiazzando cose già viste e già fatte. Dal parco giochi alla miniera, senza passare attraverso l’età dei contenuti, l’età delle contraddizioni, delle ingenuità e delle ribellioni. È l’esercizio senza altro scopo che l’affinare il gusto, il produrre qualcosa di nuovo e di personale, senza premi che non siano l’apprezzamento gratuito di chi passa accanto. È da qui che si parte per approfondire anche in Internet le proprie passioni, fino ad arrivare ai pochi luoghi di confronto che per ora sembrano funzionare, ovvero i newsgroup e i forum iperspecializzati.
Ma da qui si parte anche per diventare utenti consapevoli di questo mezzo e membri attivi di una rete di persone interconnesse. Focalizzarsi di nuovo sui contenuti, riempire di vissuto questo grande contenitore: credo sia questa la strada per arrivare a comunità che siano in grado di aggregarsi per scambiare opinioni, emozioni, conoscenze o presenze, e di organizzarsi per ottenere vantaggio da se stesse (penso alla promessa non ancora mantenuta dei gruppi di acquisto e delle lobby di utenti e consumatori).
Esistono posti così oggi in Rete? Sono sicuro di sì. Spero ne emergano molti in questa occasione.
L’aria che tira nelle parole
- LOCATED IN Ascolto
Non se ne parla molto, ma lo scorso fine settimana è uscito Sputi, Cd realizzato da Marco Paolini e dai Mercanti di Liquore, legato all’esperienza dello spettacolo Song N. 32 (concerto variabile). Visto che in Rete non si trova una descrizione che sia una, riporto le utili note di presentazione di Paolini:
«È cominciato con un concerto dedicato all’acqua intesa come risorsa e non come merce. Abbiamo fatto tre giorni di prove partendo da qualche pagina fotocopiata, qualche poesia, un po’ di repertorio e musiche improvvisate più che pensate, che nascevano dall’istinto e dalla voglia di fare insieme questo concerto. [..] Non so se fosse giusto chiamarle canzoni però alla fine era un concerto. Serviva un titolo, Song N. 32 bastava. Ovviamente nessuno pensava che potesse durare più di una serata. Ne abbiamo fatte 15 poi ci è venuto in mente che potevamo anche farne un Album. A condizione di lavorarci sopra. Si è trattato di innesti e di montaggi di testi diversi, di accostamenti, di musiche e parole prese da vari autori, dalle filastrocche di Gianni Rodari (Re Federico, La tradotta, Sul duomo di Como, Il mare Adriatico, I mari della luna, I sette fratelli, Stelle senza nome, Compagni fratelli Cervi) quasi metà dei pezzi dell’Album, dai Canti Orfici di Dino Campana (in La notte mi par bella e Vele), dalla lingua sonora di Biagio Marin (in Me son visuo), Giacomo Noventa (in Sottovento), Ernesto Calzavero (in Parole Mate), dai versi di Erri De Luca (in Il Prigioniero Ante e Sputi). Una canzone (Il Sergente della neve) contiene un frammento di Mario Rigoni Stern un po’ “arrangiato” e inserito nella filastrocca del Soldatino di Rodari. Il tema iniziale del concerto è rimasto in alcuni pezzi (Mar Adriatico, Due parti di idrogeno, Regola acquea), altri sono stati inventati mentre registravamo. Il titolo è cambiato rispetto al concerto, l’abbiamo preso dalla poesia di Erri De Luca. Sputi non è un album ricercato, abbiamo preferito fissare quel che l’istinto suggeriva. Alcune soluzioni sono rimaste ruvide, l’aria che tira nelle parole ha suggerito la musica.»
Da parte mia aggiungo che il disco è particolare, teatrale, ruspante con le sue derive dialettali lombardo-venete, schierato, divertente. Fuori dagli schemi discografici, come del resto originali erano state altre due incisioni in Cd del lavoro di Paolini (alcuni estratti da Il Milione, quaderno veneziano per Le vie dei canti e una comparsata nell’eponimo dei Maistral, band strumentale che lo accompagnava proprio nel Milione). Sputi suona spontaneo e intelligente, ha personalità ed è di sicuro interesse per chi apprezza lo stile di Paolini oppure quello dei Mercanti di Liquore. Per chi ama entrambi è una festa per le orecchie.
Han deciso in fretta
- LOCATED IN Mi arrabbio
Tre mesi dopo, l’Azienda Trasporti Milanesi decide di rifondere parte del costo dell’abbonamento (settimanale, mensile o annuale) ai viaggiatori rimasti a piedi durante gli scioperi selvaggi di dicembre e gennaio. Gesto onorevole. Se non fosse che, tre mesi dopo, i tagliandi con cui dovrei presentarmi allo sportello sono diventati terra per i ceci.
Sviluppo locale
- LOCATED IN Segnalo
A me l’idea di Giuseppe Granieri di dar vita a un notiziario locale dei blog italiani non dispiace affatto. Certo, si potrebbe pensare più in grande. Certo, si rischia di andare alla deriva. Certo, dopo un mese voglio vedere quanti si saranno già stufati di raccontare. Ma ho l’impressione che nemmeno i blog, con quel po’ di buono e di strutturato che hanno introdotto nel Web italiano, siano stati pianificati a tavolino. Un passo per volta, per come la vedo io.
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