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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Settembre 17 2005

Sono in debito da (troppo) tempo di una recensione con Luca Lorenzetti, che a suo tempo mi inviò il suo Fare un giornale online, pubblicato da Dino Audino Editore. E allora dico che il libro di Luca, direttore del quotidiano telematico GoMarche.it, ha alcuni meriti e un possibile limite.

Il limite è il taglio particolare che ha dato al testo: non affronta da osservatore, come la maggior parte dei libri sull’argomento, che cosa sono i giornali online e quali sono le caratteristiche dell’informazione su Internet, ma – capovolgendo la prospettiva – spiega da dove bisogna partire e quali passi è bene seguire per creare la propria testata sul Web (dai software necessari alla struttura della pagina, alla linea editoriale, all’accreditamento, alla ricerca di pubblicità). A maggior ragione perché traslascia completamente gli strumenti base della pubblicazione personale, ma punta a imprese strutturate di più ampio respiro, mi resta il dubbio su quale sia il lettore ideale di questo testo e sul target assai ristretto a cui si rivolge: un tuttofare del mondo dell’editoria, poco esperto di informazione online e alla ricerca di un’infarinatura di partenza per muovere i primi passi. Statisticamente raro.

Il limite, tuttavia, è anche la forza principale del libro, perche Lorenzetti racconta, tra le righe, la sua esperienza in prima persona. Ed è come autobiografia di un’avventura online, secondo me, che il testo dà il meglio di sé e che fa la differenza con un asettico manuale prescrittivo. In questo senso la passione dell’autore – talvolta anche il suo ingenuo ottimismo – si sente tutta e potrebbe ispirare molti altri imprenditori in erba a seguirlo su una strada non certo facile, viste le difficoltà a far rendere la baracca che lo stesso Lorenzetti non si nasconde di certo.

È un testo da tener presente, soprattutto da parte dei tanti studenti universitari che si avvicinano per lavori di ricerca o tesi a questi argomenti e che cercano una sintesi introduttiva ma completa (dallo specifico giornalistico alla tecnologia, al marketing) per comprendere la complessità di questo settore.

Settembre 16 2005

Sono sempre più sensibile alle teorie (e ancor meglio alle pratiche) legate alla sostenibilità, al consumo consapevole, alla globalizzazione che dà opportunità ma non mortifica. Muovo i primi passi lentamente, dunque so ancora poco, ma sto scoprendo un mondo affascinante – anche grazie agli stimoli che arrivano da qualche tempo da Luca De Biase (con il suo bel libro in fieri sull’economia della liberazione), da Beppe Caravita (che dalla teoria è passato alla pratica, nel suo piccolo) e Gaspar Torriero (che spesso e volentieri nel suo blog ragiona sul mercato del petrolio). Cito loro semplicemente perché sono i più documentati nel giro di siti che consulto quotidianamente, dunque il mio tramite verso nuove risorse.

In questo filone incastro ora una curiosità trovata sul giornale locale. Questo fine settimana si tiene a due passi da Pordenone, a Villotta di Chions, la Festa della decrescita felice. Che, voglio dire, già il nome ti fa venire la voglia di andare a vedere com’è. Ho fatto qualche ricerca online e dietro a questa serie di eventi locali ho trovato un filone interessante, legato al lavoro dell’economista Serge Latouche (ben noto negli ambienti no global): si chiama Rete per la decrescita serena, pacifica e solidale. Leggo nel manifesto:

La decrescita non è la crescita negativa. Si sa che il semplice rallentamento della crescita sprofonda le nostre società nel disordine con riferimento alla disoccupazione e all’abbandono dei programmi sociali, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Si può immaginare quale catastrofe sarebbe un tasso di crescita negativa! Allo stesso modo non c’è cosa peggiore di una società lavoristica senza lavoro e, peggio ancora, di una società della crescita senza crescita. La decrescita è dunque auspicabile soltanto in una “società di decrescita”. Ciò presuppone tutt’altra organizzazione in cui il tempo libero è valorizzato al posto del lavoro, dove le relazioni sociali prevalgono sulla produzione e sul consumo dei prodotti inutili o nocivi. La riduzione drastica del tempo dedicato al lavoro, imposta per assicurare a tutti un impiego soddisfacente, è una condizione preliminare. Ispirandosi alla carta su “consumi e stili di vita” proposta al Forum delle ONG di Rio, è possibile sintetizzare il tutto in un programma di sei “R”: rivalutare, ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare.

Taglio e incollo nel quaderno delle rivoluzioni possibili, che si arricchisce ogni giorno di teoria, di nomi di associazioni, di aspiranti rivoluzionari, ma latita nella pratica. Ripenso alla frase di Gandhi che citava ieri Scalfarotto: siate il cambiamento che volete vedere nel mondo. Sei parte del problema, sei parte della soluzione, recita un altro slogan mutuato dalle religioni orientali. Ecco, io forse ho completato la prima parte (sono giunto alla consapevolezza di essere parte del problema, di non poter più delegare ad altri il cambiamento che richiedo), ma non ho ancora trovato la mia soluzione.

Idee, suggerimenti, pratiche, esperienze, là fuori?

Settembre 13 2005

Sulla mossa politica di cambiare le regole elettorali a pochi mesi dal voto, indegna perfino dell’attuale maggioranza parlamentare, nemmeno mi esprimo. Però, da un punto di vista della teoria politica (e confidando poi nel contributo critico di più dotti specialisti): ricordo che ai tempi della battaglia referendaria per l’introduzione del maggioritario si diceva che il sistema italiano non era abbastanza maturo (o, da altro punto di vista, si era troppo imbarbarito) per un meccanismo elettorale evoluto e ideale come il proporzionale, che pur abbiamo avuto a lungo e che si diceva fosse alla base della proverbiale instabilità di governo italiana.

Il maggioritario poteva favorire la formazione di due macro-schieramenti e limitare la malaugurata deriva verso l’esponenziale frammentazione delle posizioni politiche. Così è stato, ma fino a un certo punto (anche perché qui il maggioritario lo facciamo solo se proporzionato, e il proporzionale solo se maggiorato): i due schieramenti si sono creati, ma non hanno mai saputo ragionare come entità unitaria o come luogo costruttivo di mediazione delle pur legittime divisioni. Quindi, a ben vedere, non siam maturi nemmeno per il maggioritario.

Ora, mi chiedo: davvero la soluzione migliore, a questo punto, è abbandonare il già precario processo di polarizzazione politica e fare un salto (al buio e per contingente convenienza) verso un sistema che può solo esasperare i vizi della politica italiana? Ovviamente la domanda è retorica e io sono convinto di no, così come sono vieppiù orripilato dalla piega che sta prendendo la pur giovane campagna 2006. Tuttavia mi farebbe piacere se qualcuno provasse a convincermi del contrario.

Settembre 13 2005

L’ennesima baraonda sul possibile riconoscimento delle coppie di fatto è indegna di un paese, non dico neanche europeo, ma civile. Eppure è talmente semplice: non stiamo parlando di cambiare la realtà, stiamo parlando di prendere atto – ci piaccia o meno – che la realtà è già cambiata da un sacco di tempo e che è necessario adeguare dignitosamente gli strumenti legali che regolano i legittimi spazi di ciascuno. Con buona pace della sacralità del matrimonio, che pure riconosco e rispetto: semplicemente stiamo parlando di un’altra cosa.

Settembre 12 2005

Venerdì è uscito in Italia il nuovo cd di Tracy Chapman, Where you live. Il mio giudizio, magari prematuro al terzo ascolto, è: rassicurante. È esattamente quello che ti aspetti dalla cantautrice americana, in linea con il genere di prodotto curato – amato, mi verrebbe da dire – a cui ha abituato i suoi estimatori: belle canzoni, buoni testi, mix equilibrato di spunti di vita (la trascinante Change, che fa da singolo di lancio) e di impegno civile (la severa America), di romanticismo e di disillusione.

Il lato positivo è che non delude, che allunga di undici titoli la sua – per me assai stimolante – storia musicale. Il lato negativo, se proprio deve esserci, è che non spicca per evoluzione nello stile: Where you live riprende per lo più le stesse sonorità mature di Let it Rain e, prima ancora, di Telling Stories. Trovo che si avverta sempre di più, nel suo lavoro, la debita distanza a cui si tiene dai media, dalla celebrità, dagli eccessi della stessa industria musicale (lei dice di essere una musicista e di voler fare quello), e in fondo anche per questo mi piace: potrebbe avere molto di più, ma si accontenta – nell’accezione più attiva e consapevole del verbo – di essere se stessa.

L’immagine un po’ bizzarra che accompagna questo post ha una storia. Sul principale sito non ufficiale dedicato a Tracy Chapman (quello ufficiale è in disarmo da mesi) si sono inventati un simpatico giochetto fotografico legato al titolo del nuovo album, il Where you live Photo Challenge. L’idea è mettere insieme un album di immagini scattate in giro per il mondo: riprendere il cd davanti a un particolare rappresentativo del luogo in cui si vive (Where you live, appunto, che poi è un verso di Going Back). Io, di solito allergico alle iniziative da fan club, una volta tanto mi sono divertito a partecipare. L’aspetto divertente è che, essendo il cd uscito in anticipo di qualche giorno qui da noi, nell’album per ora ci sono solo Parigi e… Pordenone.

Settembre 7 2005

Il prossimo gentile e incolpevole operatore di società telefonica/televisione satellitare/distributore di servizi assortiti che mi propone di vedere le partite di calcio sul Pc/via satellite/sul telefonino a pochi spiccioli e, al mio cortese rifiuto, si finge sconcertato e mi chiede ruvidamente perché, io lo mando a quel paese. Niente di personale, però.

Agosto 30 2005

Servisse mai un agriturismo in Umbria, nella zona a cavallo tra Terni e il Viterbese, io posso dare buone referenze di Piana delle Selve. Ben nascosto a tre quarti della strada che da Amelia porta a Giove e circondato soltanto da colline, boschi e campi coltivati, non brilla forse per segnaletica ma garantisce qualche notte nella più assoluta pace umbra, goglottii dei tacchini e chioccii delle galline compresi (dubbi sui versi degli animali? ecco il sito giusto).

L’ospitalità è genuinamente familiare, in due rustici composti da camere con bagno (oppure con bagno in comune, a scelta) e da alcuni appartamenti indipendenti. La cucina è ispirata ai gusti (saporiti) di quelle terre ed è impreziosita dalle materie prime a disposizione nell’azienda agricola, oltre che da quel tocco di dedizione ai propri ospiti che rende piacevole il pasto. La struttura è recente, restaurata senza risparmi e con il gusto dei particolari. Tutti i locali sono tenuti sempre molto puliti. Sono a disposizione degli ospiti biciclette per esplorare i dintorni, una piccola piscina, massaggi e corsi legati alla manualità (ceramica, in particolare).

Prezzi nella media della zona, semmai più convenienti, variabili in fuzione della tipologia di sistemazione, della durata della permanenza e dal tipo di soggiorno desiderato (indicativamente, tra 50 e 60 euro per camera doppia con colazione, pasti aggiuntivi intorno ai 20 euro).

Agosto 19 2005

I libri-che-ti-rivoltano-come-un-calzino sono di due tipi. Ci sono quelli inaspettati e di rottura, che distruggono il tuo modo consolidato di vedere il mondo e te ne propongono un altro più complesso. E poi ci sono quelli che ti spintonano alle spalle lungo un sentiero sul quale già ti eri incamminato da qualche tempo con passo esitante. Un altro giro di giostra appartiene, per quanto mi riguarda, al secondo gruppo e va ad aggiungersi a una lunga serie di stimoli che mi stanno dando da pensare negli ultimi mesi.

C’è un tale condensato di esperienza, e ricerca, e abbozzi di risposte alle domande di qualsiasi uomo, che credo nessuno possa permettersi di ignorarlo. Tiziano Terzani parte da una malattia specifica – la sua, il suo cancro – e arriva alla radice della malattia dell’umanità. Che in fin dei conti, dice Terzani, è la mortalità, ma si manifesta in tutte le forme di disagio (medico, psicologico, sociale) che viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle. La medicina esiste e non è preclusa a nessuno: cambiare prospettiva, fare scelte, compiere un percorso, chiudere cerchi, trovare un seme di pace dentro di sé (per poi «farla germogliare ovunque», ma questa è un’altra storia).

Tengo così tanto a questo libro e all’idea che possano leggerlo quante più persone possibile, da temere le parole che potrei usare per descriverlo. Temo di rovinare il suo equilibrio così raro di emozione, di razionalità, di saggezza, di magia, di tragedia e di commedia. Anche perché se una cosa mi è chiara, più che mai dopo aver girato l’ultima pagina, è che non è importante il punto di arrivo (ovvero di che cosa parla il libro, l’argomento, il soggetto, l’indice, la quarta di copertina), ma il processo che porta a raggiungerlo (ovvero leggerlo come esperienza individuale, in quel momento e in quel luogo). Una faccenda, questa dei processi più che dei risultati [buon G., forse ho finalmente capito!], che Terzani usa molto spesso a sostegno delle sue riflessioni sulle diverse tradizioni mediche, sui rimedi miracolosi e, in ultima analisi, sulla mente come centro nevralgico di ogni possibile guarigione.

Insomma, il messaggio è leggetelo! Anche se Terzani vi è sempre stato sulle palle. Anche se siete diventati cinici. Anche se pensate che quelle robe là alternative – come la medicina orientale, le religioni dell’altro emisfero, la bizzarra ricerca d’altro nel nostro emisfero – abbiano poco da dirvi. Leggetelo anche se state benissimo e non avete persone care ammalate (e in quel caso, temo, non dovreste proprio farne a meno). Leggetelo anche se siete uomini di scienza, tutti d’un pezzo, e pensate che non sia rimasto molto, ormai, da spiegare. Non fatevi scoraggiare dalle premesse radicalmente pacifiste ed ecologiste, perché Terzani – col suo viaggio tra Oriente e Occidente alla ricerca della Cura – va molto oltre e ha il merito di aver lasciato un testamento spirituale che ha qualcosa da dire a chiunque viva oggi su questa Terra un po’ malconcia, benché bellissima.

[E a te, che mi hai dato questo libro e tante altre gioie, grazie.]

-°-

Qualche scorciatoia per invogliare gli incerti:
– il dvd Anam, il senzanome, ultima intervista a Terzani realizzata da Mario Zanot, è un buon bignami dei temi del libro e del percorso umano del suo autore.
– il sito storico dedicato a Terzani da alcuni dei suoi più appassionati estimatori (tizianoterzani.com) raccoglie ogni genere di testimonianza (testi, audio, video) su vita e opere del giornalista toscano, onorandone degnamente la memoria. Sullo stesso sito, in collaborazione con Longanesi, si possono leggere gratuitamente le prime cinque pagine di Un altro giro di giostra (in formato doc).

Agosto 13 2005

È il principio dell’imbuto. Se il flusso è sostenuto, la strozzatura s’intasa. E allora, considerati i costi diretti, indiretti e sociali, considerato l’inquinamento generato dalle auto a passo d’uomo, considerati i disagi per chi viaggia e le scocciature per chi avrebbe dovuto andare altrove che in vacanza, considerato l’apparato di protezione civile che deve essere messo in piedi per ogni benedetto esodo d’estate, d’inverno, di ferragosto, di pasqua, di natale, del ponte, del rientro e quant’altro, mi chiedo: perché non rendere obbligatorio su tutta la rete autostradale italiana l’uso del telepass per chiunque transiti, magari dirottando tutti i soldi sprecati a pagare i vari impiegati dell’ingorgo per abolire l’inutile canone di 1 euro mensile per l’utilizzo dell’aggeggio? Assistere regolarmente alla conta dei chilometri di coda in presenza di possibili (parziali) soluzioni sembra solo un avvilente disprezzo del buon senso, ormai.

Agosto 10 2005

Da Giuseppe, e poi da Jacopo e via via tanti altri (che qui è diventato l’argomento del giorno), leggo di Ivan Scalfarotto. Scalfarotto è l’uomo nuovo venuto da Londra che ha deciso di provare a candidarsi alle primarie del centrosinistra, puntando su una mobilitazione dal basso nel recinto a est di Berlusconi e facendo leva sulle energie disperse o fuggite. Si è presentato con un paio di articoli di peso (Repubblica e Corriere nel giro di due giorni) e punta molto sulle potenzialità offerte dalla Rete, a cominciare dal blog che ha aperto come sede virtuale del movimento Io Partecipo. Per accedere alle primarie ha bisogno di 10.000 firme entro poco più di un mese, impresa niente affatto scontata.

Mi sono letto tutto il sito. La prima impressione è stata di respirare finalmente una boccata d’aria fresca nella cantina stantia della politica italiana. Ha carattere, ha stile, ha il dono della sintesi, sa comunicare anche senza telecamere e microfoni, non sembra amare il parlarsi addosso. La seconda impressione è stata di condividere le fondamenta di quello che potrebbe diventare il suo programma, anche se per il momento sono poco più che dichiarazioni di principio. La terza impressione è che abbia amici influenti, se è arrivato in pochi giorni dove è arrivato, e apprezzo fino a un certo punto che sul suo blog restino sempre e soltanto “un gruppo di amici”: se stai per fare un triplo salto mortale carpiato con avvitamento dal trampolino più alto, sei più credibile in mutande che con l’impermeabile.

La quarta e illuminante impressione è stata: ohibò, ma non era quello che volevamo? Stavamo aspettando da tempo un’alternativa, qualcuno che si rimboccasse le maniche e ci provasse, dimostrando nella pratica che ci sono modi nuovi di fare politica e che buona parte di questi modi partono dal basso, anche grazie alle reti di comunicazione. Per questo motivo, soprattutto, io resto in ascolto sono ben disposto a dargli una delle diecimila fiches di cui ha bisogno per giocare la sua mano al tavolo dei geronti.

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